lunedì 4 giugno 2001

È una bella giornata, sono qui che cerco qualcosa di divertente da mettere sul blog, e intanto probabilmente Israele sta bombardando la Palestina.
Io non parlo mai della Palestina. Nessuno ne discute volentieri. Non credo che sia questione di disinteresse, quanto di disperazione. Da anni ormai vediamo le cose andare sempre peggio.
Il problema non è tanto che 'non ci possiamo fare nulla'. Questo purtroppo è vero per tante crisi internazionali – con buona pace di chi giustamente c'invita a firmare una petizione o a boicottare questo o quel prodotto. Non possiamo farci nulla, ma in questo caso non riusciamo neanche più a immaginare nulla. Una soluzione della crisi palestinese è qualcosa di lontano dalla nostra stessa fantasia. E così cambiamo canale.
Diciamo la verità. Quando scrivo qualcosa qui cerco di essere il meno banale possibile, e sulla Palestina è impossibile non dire alcune cose banali.
Del tipo: il comportamento di Israele nei territori occupati è del tutto assimilabile a quello della Jugoslavia di Milosevic in Kossovo. Per due milioni di kossovari la Nato ha scatenato una guerra mini-nucleare in Europa. I palestinesi nei Territori sono quasi tre milioni, e noi restiamo qui a guardarli esplodere in tv. Perché? Perché gli Stati Uniti hanno messo il veto alle Nazioni Unite. Perché? Perché un kossovaro vale più di un palestinese. O più probabilmente perché un israeliano vale molto di più di uno jugoslavo. Scusate per la banalità, ma se qualcuno ha ancora un po' di volontà di credere nella buona fede dei governi occidentali che nel 1999 decisero di bombardare i Balcani, conviene che la deponga qui.
Non che ci siano state condanne internazionali (almeno dal parlamento europeo), ma tiepidissime. E le squadre sportive israeliane continuano a giocare nelle competizioni europee come se niente fosse. Sì, è vero, opprimono un popolo, ma che ci volete fare? Sapete suggerire, o almeno immaginare un'alternativa?
La cosa più preoccupante è che un ragazzo pacifico e ragionevole (e refrattario a qualsiasi ideale di martirio, diciamo pure fifoncello) come me cominci a guardare alle bombe umane palestinesi con rispetto. La strage di Tel Aviv è una cosa terribile, e tra l'altro segna probabilmente la fine politica di Arafat (che sarebbe finito da tempo, se qualcuno avesse saputo immaginarsi qualcos'altro al suo posto); eppure la mia prima reazione emozionale è stata proprio un Toh, beccatevi questa.
Che altro dire? Un popolo che crede di avere Dio dalla sua parte sembra condannato a vagare per l'eternità tra l'ostilità delle genti? Non lo so. Viviamo la nostra vita nel fragore delle morti altrui. Parlarne ogni tanto non serve a nulla, non è cool, e poi si rischia di dire frescacce. E tiriamo innanzi. Domani forse mi verrà in mente qualcosa di divertente.

Rassegna stampa:
La Repubblica
Il Manifesto

Intifada on line

1 commento:

  1. Ciao, è passato un decennio da quando hai scritto questo post e nulla è veramente cambiato, se non una ulteriore riduzione (sembrava impossibile, ma è accaduto) dello spazio di manovra.
    Dal paragone coi kossovari si è passati direttamente a definire Gaza come "il lager più grande del mondo".
    Fra altri dieci anni devo ricordarmi di passare da queste parti per annotare come la situazione si sarà fatta ancora più incancrenita.

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