giovedì 13 settembre 2001

Niente guerra per adesso (per favore)

Paul Virilio, filosofo eminente, ha paura che Bush reagisca ordinando un attacco atomico all'Afghanistan.
È una paura comprensibile, che Virilio divide col sottoscritto e probabilmente anche con la signora della bottega sotto casa mia.
La differenza è che io e la mia bottegaia queste paure non le confessiamo: siamo i primi a non trovarle molto razionali. Preferiamo accendere la tv appena possiamo e scoprire che non c'è stato ancora alcun attacco.
Anzi, che fra tanto retorico strombazzare di guerra e non guerra, la reazione americana per ora è una brillante e del tutto naturale indagine di polizia. La FBI sta rintracciando i terroristi e individuando i mandanti. E nessuno parla di atomica, mai.
Un'altra differenza è che all'indomani di una catastrofe come questa nessun quotidiano pretende di sapere cosa ne pensa la mia bottegaia: e lei preferisce così, perché non sempre si può avere un'opinione bella pronta.
Virilio invece è esposto a questo pericolo, e malgrado sia un teorico della velocità non può cavarsela sempre su due piedi. Stavolta poteva soltanto confessare le sue comprensibili paure. Che trascritte su un quotidiano del mattino rischiano di strozzare molti lettori nel cappuccino.

Per Virilio è l'inizio di una guerra mondiale. Sì, come le due guerre del Novecento: però, (ti pareva) radicalmente diversa.
Viene in mente la grande domanda, quella che ci portiamo con noi dalle elementari: a che serve studiare la Storia? La Storia c'insegna qualcosa? Non si sa. Ogni volta che succede qualcosa sfogliamo la Storia alla ricerca di precedenti… per poi soggiungere subito che comunque la situazione è radicalmente diversa.
Che senso ha oggi parlare di "terza guerra mondiale"? Nessuno, tranne il gusto di épater le lecteur – di strozzarlo nel cappuccino, appunto. Come se ce ne fosse bisogno, dopo tutte le "Apocalissi" nelle testate di questi giorni.

(E i ripetuti paragoni con Pearl Harbour. Si vede che siamo stati tutti al cinema di recente… Zucconi, che non manca di verve poetica, ma forse si è perso l'ultimo kolossal, ha paragonato Manhattan al Titanic, e le Torri erano le ciminiere).

E poi questi filosofi, questi storici, che aprono e chiudono continuamente le epoche come fossero porte girevoli… è finito il Novecento, è finito il dopoguerra, è finita la Guerra Fredda… Tutto questo aprire e chiudere ci dice veramente qualcosa? A parte l'ansia di esserci, di segnare il proprio nome sul calendario della Storia?
Quando lo sappiamo benissimo che non inizia e non finisce mai niente, ma che c'è una complicata serie di avvenimenti che si susseguono…

(A volte io m'immagino cosa avrebbero pensato i Reali di Spagna se Colombo fosse arrivato dicendo: Maestà, ho trovato le Indie! È la fine del Quattrocento! Credo che si sarebbero messi a ridere. Noi invece questi discorsi li prendiamo sul serio…).

La mia bottegaia comunque si tiene informata, sa che in Afghanistan passano gasdotti importanti (senza i quali i talibani non sarebbero mai andati al potere) e che bisognerebbe essere pazzi... anche se...

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