venerdì 28 settembre 2001

Sulla Repubblica è a pagina 26… anche sul Corriere è indietro, indietro…
ma c'è stata una manifestazione ieri, a Napoli.

Sì, lo so anch'io che c'è ben altro di cui parlare. La guerra prima di tutto. Le gaffes del nostro presidente del consiglio, purtroppo, e lo sdegno di tutto il mondo, dalla Lega Araba all'Economist.

E poi le mille cose che nel frattempo accadono in Italia. La legge Bossi-Fini sull'immigrazione. La "finanziaria di guerra". La legge sulle rogatorie, impallinata dai franchi tiratori del centrodestra. Tutto questo è senz'altro molto interessante, merita di essere discusso, approfondito, certo, però, scusate, c'era anche una manifestazione, ieri, a Napoli.

Certo, non era nulla di straordinario. La questura dice 20.000 persone. Caruso 40.000. Facciamo pure trenta: è una bella cifra, ma non impressionante. A Genova eravamo forse dieci volte tanti (pacifici).
Non era più la manifestazione contro un vertice internazionale. Non era nemmeno una mobilitazione nazionale. Però era una buona notizia, forse la migliore della giornata: e le buone notizie sono come le buone persone: anche quando sono piccole andrebbero un po' incoraggiate, vezzeggiate. Altrimenti finiamo per dar ragione ai blecbloc: se non spacchi vetrine non fai notizia. In più era una buona notizia per tutti, pro-Nato e anti-Nato, globbal e no-globbal, anarchici e polizia. C'è stata una manifestazione, a Napoli, in piazza Plebiscito, e nessuno si è fatto male. C'erano studenti, operai, disoccupati. Il corteo è passato davanti a un mcdonald e gli studenti hanno fatto un cordone con le manine. Questa è una notizia stupenda, commovente.

Nulla di straordinario, non è straordinario? Rinfreschiamoci un po' la memoria: il vertice OCSE a Bologna, due inverni fa. Pochi mesi dopo i disordini a Ventimiglia, quando i manifestanti di Nizza furono respinti a una frontiera che non c'era più. E poi i contusi del Global Forum di Napoli, nel marzo di quest'anno. Sembra passata una vita, ma è stato solo sei mesi fa. Io avevo già questo sito, e scrissi una cosa che mi dà un po' fastidio rileggere.

Avevo visto sugli striscioni un simbolo strano: un pulcinella incazzato con una maschera antigas e un manganello. Il fatto è che a me i manganelli proprio non piacciono. Ma sulle tute bianche mi sbagliavo: loro a Napoli neanche c'erano. Il Pulcinella ne era una versione taroccata, ma in maniera piuttosto scadente, a mio vedere: sbagliava i simboli (le tute bianche portano scudi, non manganelli) esagerava con la retorica, cadeva in trappole terribili, come appunto Piazza Plebiscito quel pomeriggio. Lì qualcuno (ma chi?) aveva alzato ancora un po' il livello dello scontro. E io – e tanti altri come me, che mancavamo alle manifestazioni ormai da qualche anno – cominciavo a temere che il processo fosse irreversibile. Ancora un po' e non si sarebbe più potuto manifestare pacificamente.

Poi c'è stata Genova e vorrei dire che tutto si è chiarito, ma non è proprio così. Tornati a casa, non avevamo ancora finito di contare i feriti e medicarci quando abbiamo sentito dire che bisognava andare a Napoli in settembre. E non è che non ne avessimo voglia, anzi. Genova è un conto rimasto in sospeso, questo lo sanno tutti quelli che ci sono stati. Quando qualcuno cerca di farti paura, se sei un uomo non ti tiri indietro (e anche se sei una donna, credo). Magari te la fai addosso, ma in piedi. Perciò io a Napoli ci sarei anche andato. Fino a una settimana fa.

Una settimana fa - sabato sera – mi sono accucciato su un treno. Andavo a una riunione preparatoria. Della città, che mi dicono bellissima, conosco soltanto la stazione e il mercatino in fondo a piazzale Garibaldi. E una saletta della camera del lavoro, dove ho ascoltato discorsi per cinque ore, neanche il tempo per mangiarsi una pizza.

Andavo a dire che nella mia città nessuno moriva dalla voglia di venire. Che il mio comitato prima di Genova non esisteva, che è nato da lì: è l'espressione di una società civile che ha ignorato gli appelli dei partiti e delle istituzioni ed è venuta a difenderci nelle piazze il 21 luglio. Che la Nato è una pessima cosa, che la guerra è alle porte, ma che la situazione è molto delicata e l'ultima cosa che servirebbe ora è un'altra guerriglia urbana. Che non si può attendere sempre le forze dell'ordine al varco, aspettandosi che di colpo divengano civili, quando civili non lo sono e l'hanno già debitamente dimostrato – aspettiamo almeno un po' di tempo, qualche processo, qualche condanna.

Andavo a dire queste cose, e alla fine aggiungevo: se poi si decide di andare tutti, noi qualcuno lo mandiamo. Perché un po' di voglia di andare mi era rimasta. Dimostrare che sono un uomo. L'intestino è già in subbuglio. Ma non mi tiro indietro…

Sciolta la riunione, quando già cominciavo a chiedermi come sarei risalito a Modena nel bel mezzo dello sciopero, mi ha fermato un compagno. Si è presentato: scusa, mi chiamo Gennaro. Non c'è niente da scusarsi, gli ho detto io. E lui: Premetto che sono dipendente Nato. Ahi ahi, ho pensato io. E lui: ma lo sai che su alla base l'undici settembre centinaia di persone hanno fatto festa? Festa! Ma tu lo sai cos'è la Nato per Napoli?

La Nato a Napoli. Lo so. È un grosso problema. Ma il vertice era stato spostato a Bruxelles, la mobilitazione era stata ridimensionata… e nel frattempo pensavo al Pulcinella con la maschera a gas. Che è ancora lì, non si è spostato di un centimetro. E non mi piace, non so cosa farci, non mi piace proprio. Come la parola "no-global", trovo che sia un equivoco pericoloso.

Però sono contento che a Napoli sia andata così bene. C'è una parte di me - lo so - che in caso di disordini non si sarebbe perdonata di aver mancato all'appuntamento. Ma è la parte meno ragionevole di me, vuole dimostrare che ha le palle, si crede in guerra, vede battaglie e scoop dappertutto, non dovrebbe mettersi in politica assolutamente (fermatelo).

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