giovedì 25 ottobre 2001

Il conteggio delle vittime
sta diventando il nostro (macabro) passatempo quotidiano. Apro Repubblica e scopro che forse le vittime del Gottardo sono cento in più del previsto. Una strage come al Monte Bianco, tre anni dopo. (Nel frattempo il Monte Bianco è diventato un gioiellino: estintori, rifugi, aspiratori... e gli altri trafori?)

Sempre la Repubblica segnala una notizia del NYTimes: i morti delle Twin Towers sarebbero quasi duemila di meno. Com'è possibile una stima tanto diversa, a più di un mese di distanza? E dove sono quelle duemila persone in più o in meno? È vero che bisogna anche tener conto di una buona percentuale di addetti alle pulizie non naturalizzati e forse nemmeno regolarizzati (nei giorni successivi all'attentato un senatore ebbe il pessimo gusto di proporre per loro la cittadinanza post-mortem: come dire, se pulisci i cessi puoi restare messicano, ma se muori in un attentato sei un eroe USA). Ma... duemila?

Il conteggio delle vittime ha questo di straziante: che diminuendo le cifre l'angoscia resta costante. Che differenza fanno mille, cento, dieci morti in più o in meno. Ne basta uno solo, anzi è peggio, perché un morto ha un nome, un volto e una storia che dieci o cento morti non hanno. È questo il dramma delle guerre a bassa intensità, come l'Intifada, un rosario di morti quotidiano, interminabile. (Oggi tre. Ieri nove Quand'è che si bombarda Tel Aviv?).

Tre postini morti di carbonchio negli USA fanno molta più pena delle centinaia di civili morti in Afganistan, perché hanno un volto, perché abbiamo visto e sentito le interviste a parenti e colleghi, mentre dei civili afgani non sappiamo niente, salvo che probabilmente stazionavano vicino a impianti militari.
O ad agenzie internazionali per lo sminamento.
O ospedali.
O moschee.

In realta qualcosa di più lo sappiamo. C'è sul web una lista delle vittime dei bombardamenti a Kabul (feriti e deceduti): i volti non ci sono (ce n’è uno), ma ci sono i nomi, i cognomi, le età, le ferite riportate e i luoghi. Non vi chiedo di leggerlo fino in fondo, ma di tenerlo presente, da qualche parte in testa o nel menu dei preferiti. Cambia qualcosa? Credo di sì. Cambia il modo di considerare le vittime afgane. Non sono bersagli mobili. Non sono effetti collaterali. Sono persone, esattamente come i postini americani. Hanno nomi, cognomi, familiari, amici e colleghi che li rimpiangeranno.

È una lista redatta da Emergency, che è un’ONG italiana.
Già, perché ci sono degli italiani laggiù: qualcuno lo spieghi a D’Alema, quello che “fosse per lui il tricolore sventolerebbe già in Afganistan”.
Il tricolore… tutta questa smania collettiva per i rettangoli di stoffa è ben triste. Non è meglio invece di una bandiera avere un volto, una storia, una voce? Io mi sento rappresentato molto meglio da Gino Strada, il chirurgo “dalle idee confuse” (le sue dichiarazioni ci mancheranno, Presidente). Da Giulietto Chiesa. Ma sì, persino da Vauro. Sono più affezionato a Vauro che al rettangolo verde rosso e bianco, che ci volete fare, è così.

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