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giovedì 20 dicembre 2001

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere…


Le etichette sono pessime cose, e bisognerebbe evitarle finché si può.
Non è solo una questione di forma: se anche fosse buon inglese, “No global” non andrebbe bene comunque.
E se anche fosse giusto dire “No” e dire “Global”, questa etichetta non andrebbe bene lo stesso.
E se anche esistesse davvero, questo famoso e famigerato movimento “No Global”, questa etichetta non andrebbe bene ugualmente. In quanto tale. In quanto etichetta.

Questo non è marketing. Non siamo qui per fare pubblicità a un cantante o a un passamontagna (attività in sé rispettabilissime). Siamo qui perché ogni giorno succedono cose che non ci piacciono, e tra i nostri diritti costituzionali c’è ancora quello di esprimere il nostro dissenso.
O non c’è più?

C’era, questo diritto costituzionale, il 20 e il 21 luglio a Genova? Secondo le testimonianze scritte e filmate di giornalisti e manifestanti no, questo diritto costituzionale era stato sospeso.
La polizia, i carabinieri, la guardia di finanza (le “forze dell’ordine” che noi paghiamo perché ci difendano) hanno caricato cortei autorizzati in zone autorizzate dalla questura; hanno sparato fumogeni ad altezza uomo a pochi metri dei manifestanti; hanno infierito sugli stessi chini a terra con calci e manganelli; hanno fermato centinaia di persone che fuggivano accusandole di resistenza a pubblico ufficiale e le hanno torturate con comodo, per due giorni, al fermo di polizia di Bolzaneto.
Un carabiniere, un ragazzino di leva, in preda agli effetti dei fumogeni (effetti dei quali nessun istruttore evidentemente l’aveva informato), preso dal panico, in una camionetta rimasta indietro, vedendo un ragazzo di qualche anno più grande venire verso di lui con un estintore, gli ha sparato in testa, e lo ha ucciso.
Infine, sabato sera, un gruppo di poliziotti e carabinieri ha massacrato le decine di persone che si trovavano nelle scuole Diaz, senza trovare nessuna vera arma e nessun vero terrorista, approfittandone però per sequestrare gli archivi informatici di Indymedia, pieni di documenti sulle violenze delle forze dell’ordine.

La libertà, un diritto costituzionale, il 20 e il 21 luglio, a Genova, è stato sospeso.
Perché?
Per salvare le vetrine delle banche? Le auto parcheggiate? I cassonetti? Oltre al fatto che nessuno ha impedito veramente a chi voleva di sfasciare un cassonetto o un auto, vorrei far presente che qui c’è in ballo molto più di una vetrina.
Le vetrine sono assicurate. Le banche danneggiate hanno riparato al danno in pochi giorni. Il molare strappato alla radice, ritrovato sui gradini delle scuole Diaz, non si riattacca più. Carlo Giuliani non è rimborsabile. Carlo Giuliani è morto.

Quello che è successo in quei giorni è grave. E tornando da Genova ci sembrava che molti, malgrado le deformazioni televisive, se ne fossero resi conto. Si sentiva in giro molta indignazione e molta solidarietà. E un po’ di speranza. Perché c’è un limite a tutto, e i responsabili non avrebbero potuto farla franca, in un Paese civile.

Sono passati cinque mesi esatti, e mi sono accorto che quella speranza non l’ho più. L’ho persa giorno dopo giorno, senza accorgermene. Man mano che i processi andavano avanti, i pezzi grossi della digos che prendevano a calci negli occhi i ragazzini tornavano in servizio e i poveri cristi fermati sulla spiaggia e portati a Bolzaneto venivano processati (alcuni anche per tentato omicidio).
E nel frattempo tutta la solidarietà, tutta l’indignazione, scadeva in un vago borbottio giornalistico, e veniva lentamente eclissata da questa etichetta: no global. Quelli di Genova. I no global vanno a Napoli. I no global vanno a Roma. Forti però, ‘sti No Global. Ma stiamo ancora ai No Global? Minchia, cheppalle… Agnoletto, Casarini… perché non fondano un partito? Perché non la piantano? Dove vogliono arrivare?

Guardate che stavolta è diverso. Non stiamo presentando l’ennesimo film sull’ennesima generazione. Non è una sfilata di moda. Non è un concerto.
Guardate che non siamo più negli anni ’90. Lo spettacolo è finito (oltretutto siamo in guerra).
Qui c’è in ballo la Costituzione. Quando si passa sopra la Costituzione (per salvaguardare i cassonetti?) ci andiamo di mezzo tutti.
Ci andate di mezzo anche voi, che in luglio vi siete un attimo indignati, e poi avete preferito pensare che il problema fosse qualche migliaio di disadattati dei centri sociali con la smania di rompere vetrine (sempre queste vetrine).
A voi va troppo comodo dire No Global. Che è come dire “Quelli là”.

E invece no, signori: qui si sta parlando di voi. Potevate esserci voi alle Diaz quella sera, che cercavate di riposarvi o scrivevate una mail a casa per rassicurare i vostri amici. Potevate essere sulla spiaggia il giorno dopo, a tuffarvi dagli scogli per sfuggire dai manganelli. “Quelli là” non erano anarchici o comunisti. Erano gente come voi! Questo è il vero motivo per non dire No Global: perché i No Global siete anche voi, coglioni!

Sono mesi che vi dite che niente sarà come prima… intanto però cos’è cambiato? Niente, i soliti rincari, i soliti dolori, a scuola scioperano perché non hanno voglia di studiare, tanto ormai è Natale, al cinema danno Harry Potter…
E intanto hanno depenalizzato il falso in bilancio,
E intanto hanno fatto una specie di sanatoria per i capitali trasferiti all’estero,
E intanto hanno insabbiato i processi scomodi con la truffa delle rogatorie,
E intanto hanno ghettizzato le minoranze con la legge Bossi-Fini,
E intanto siamo in guerra (brutte figure del nostro Governo a parte…),
E intanto… continuate voi, tanto non c’è limite a quello che potranno fare. Aboliranno l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Parificheranno definitivamente la scuola privata alla pubblica? Vedremo.
Il minimo che si può dire di questo governo è che si sta dando parecchio da fare.

Certo, è un governo di maggioranza: ma manifestare il proprio dissenso è ancora un diritto di tutti. Fino a prova contraria…
Ma a manifestare non sono semplicemente i “No Global”. Sono impiegati, studenti, lavoratori, disoccupati, che hanno una quantità di motivi concreti per protestare. Abbiamo spaccato qualche vetrina, in passato? Va bene, sentite scuse. (Vorremmo però sentire le scuse anche di chi, mesi fa, mirava alle nostre teste).

Abbiamo diritto alla vostra solidarietà, perché stiamo protestando anche per voi. Qui sono in gioco le libertà individuali: la libertà di pensiero, la libertà di associazione. Forse domani capiterà a voi di dover scendere in piazza. Perché no? Quel giorno forse la Costituzione vi farà comodo, e avrete un po’ di gratitudine per chi l’ha difesa, quelle sere in cui voi vi dicevate “non sta succedendo niente”.
E forse allora troverete un nome più gentile per noi. Non un’etichetta, un nome.
Grazie per l’attenzione

...lasciandosi in buonafede
massacrare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate


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