martedì 11 dicembre 2001

Il delirio sul cinema francese è qui. Merita se non altro per l'immagine...
Meritano anche il commento di Jonathan (ciao Jonathan, guarda un po' chi c'è qui).

Il globo, in realtà (sia detto con buona pace dei teorici del villaggio globale) è ancora molto più vasto di quanto non si creda. Le stesse multinazionali hanno interesse a valorizzare le distanze planetarie: a Sud i produttori (sfruttati), a Nord i consumetori (sfruttatori, per quanto distratti): maggiore è la distanza, maggiore sarà il prezzo pattuito all’intermediario, il Distributore. Tra l’altro sfruttatori e sfruttati, restando a casa loro, corrono il minor rischio d’incontrarsi e invidiarsi tra loro, e di commettere poi certe fastidiose rivoluzioni... (1997)E veniamo al Terzo motivo per non dire No Global

La parola Global
(One world is enough for all of us...)

È il motivo più scontato: non possiamo chiamarci No Global perché non siamo contro la globalizzazione. Punto. Da Susan George fino al Subcomandante, sono tutti d’accordo: noi siamo più global degli altri, perché gli altri si limitano alla globalizzazione dei mercati, noi chiediamo anche la globalizzazione dei diritti.

Cosa c’è di più global di protestare per i diritti degli operai vietnamiti? Se loro possono fabbricare scarpe per noi, devono avere anche gli stessi diritti che abbiamo noi. Altrimenti la loro concorrenza c’impedisce di lavorare, e ci troviamo disoccupati con le scarpe di Michael Jordan ai piedi, sai la soddisfazione.
D’accordo, non subito: ci vorrà tempo, pazienza, ci vorranno compromessi, conflitti.
D’accordo, non è solo colpa di una multinazionale o della Banca Mondiale: certi governi nazionali sono i primi nemici dei loro cittadini. Ma il problema rimane quello: i diritti devono essere globali quanto lo sono i mercati.

Questa parola, “globalizzazione”, è stata lo scioglilingua degli anni '90. Ti devo abbassare lo stipendio a causa della globalizzazione. Anzi, ti licenzio, per via della globalizzazione (che m’impone di aprire una fabbrichetta in Romania). Dobbiamo tagliare lo Stato sociale perché si sa, la globalizzazione…

La globalizzazione rimpicciolisce il mondo, perché nell’era di Internet e dei containers non si possono più imporre confini alle merci e ai capitali. È innaturale. Bene, d’accordo. Ma allora è altrettanto innaturale imporli alle persone: perché anche per le persone è sempre più facile viaggiare e informarsi. E incazzarsi.

Noi non guardiamo al passato. Non vogliamo ripristinare le care vecchie tradizioni di una volta, le barriere, le dogane, i fili spinati… non c’interessano. Noi guardiamo al futuro, ma quello che vediamo ci spaventa. Vediamo un Sud che non dà segni di ripresa. Vediamo nel Nord del mondo avanzare un modello di società detto “20/80”, dove cioè il 20% delle persone partecipa ai processi produttivi e il restante 80% passa il tempo a intrattenersi non si sa bene come e perché. Forse andando al cinema. O forse spaccando le vetrine. Dipenderà dalle inclinazioni.

Il vero “No Global” è il signor Bush Junior, che si presenta al mondo dicendo: il tenore di vita dei cittadini USA non è in discussione. Il problema è che il nostro piccolo mondo non può più permettersi il tenore di vita di 270 milioni di cittadini USA, che da soli consumano quasi la metà delle risorse mondiali. Proprio mentre il benessere occidentale è reclamato e reclamizzato in tutto il mondo, attraverso i satelliti, internet, e i containers. Perché un miliardo di cinesi non può andare in macchina come noi? Perché non c’è abbastanza aria per tutti. E allora chi deve abbassare le emissioni di carbonio, i cinesi o gli americani?

Questa non è demagogia – o magari lo è nel tono, non nella sostanza. Io non sono violento, ma non credo neanche troppo ai volemose bbene. Prima o poi i cinesi s’incazzeranno, come si stanno incazzando i musulmani. E ci verrà di nuovo chiesto da che parte stiamo e se ci piace la nostra civiltà occidentale. Certo che ci piace l’occidente (io, di sicuro, amo le chiese molto di più di quell’atea rimbambita della Fallaci), ma qui non è questione di cultura. Questa è una cara, vecchia questione economica. Ed è oltremodo sospetto che chi si è riempito fino a ieri la bocca di globalizzazione oggi se la riempia di discorsi sulle identità culturali da salvaguardare, sui nuovi steccati da alzare tra occidente, oriente, islam. Noi a queste cose non ci crediamo. Noi continuiamo a pensare globale. Dove voi vedete islam e occidente, noi vediamo gasdotti e petrolio, risorse da accaparrare.

Il mondo stesso è una risorsa non rinnovabile, noi ce ne siamo resi conto, e voi? Voi fate finta di niente? Come fate? Abbassate le tapparelle, spegnete la tv, non leggete i giornali? Ah, leggete solo il Giornale? E questa l’avete letta? Secondo voi va tutto bene, quindi, non c’è niente che si possa fare? Beh, andate a sciare finché ce n’è.

… e comunque neanche questo è il motivo più importante per non dire No Global (continua).

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