giovedì 4 luglio 2002

La mia solidarietà, a chi la do?
Se la do a Claudio Scajola, non gli basta la mia da sola… eppure mi mancherai, Claudio. La tua inettitudine, che al principio mi era parsa criminale, col tempo ci era diventata familiare. Diciamolo, mi stavi diventando simpatico. La sera dell'11 settembre sapevi già il numero delle vittime: ventimila, "fonte ufficiale". La stessa fonte, probabilmente, ti disse che Biagi e D'Antona erano stati uccisi dalla stessa pistola. E chissà quante altre ancora ne avresti dette e fatte, Claudio… la mia solidarietà non te la posso dare, ma la mia compassione sì, tutta.

Se la do a Sergio Cofferati, si perderà come una gocciolina nel mare di tutta la solidarietà che gli è arrivata, da personaggi di ben altro calibro: Bertinotti, Fassino, Rutelli, chi sono io per competere? E comunque mi resta un dubbio, di fronte a tanta solidarietà: ma siamo sicuri che ne abbia bisogno? O non sono piuttosto loro, questi leader di partito e di coalizione, ad aver un disperato bisogno della solidarietà di Cofferati? Cosa farebbe Bertinotti senza la CGIL? Dove credono di andare, Fassino e Rutelli, senza la CGIL?
La CGIL, badate, non Cofferati. Che poi, in sé e per sé, non è nessuno. Un signore distinto con una bella barba. Un bel giorno si dimetterà e ci accorgeremo tutti di quanto poco ci tenevamo, a Cofferati. Perché la CGIL è qualcosa di più di un distinto signore o di una barba bianca. È un'organizzazione, in tutti i sensi. Probabilmente è l'unica vera organizzazione rimasta a sinistra. I DS sono in crisi d'identità da dieci anni, e hanno un mare di debiti. Rifondazione può contare su un nocciolo duro di attivisti, ma sconta l'autoemarginazione che ha coltivato, e spesso è succube del Movimento. Il Movimento, poi, non ha un soldo e nemmeno un'organizzazione, non è in grado di darsele e forse mai lo sarà. Il resto sono circoli, girotondi, cespugli, fuochi di paglia, iniziative estemporanee senza progettualità.

Chi in quest'anno terribile abbia cercato qualcosa di realmente vivo a sinistra si è imbattuto, volente o no, nella CGIL. Che ha i suoi difetti da scontare, ma è l'unica struttura in grado di formulare un progetto di opposizione al governo (e ad avere i mezzi finanziari per portare milioni di persone a Roma il 23 marzo, un successo tale che ha frastornato il resto della sinistra. Non è un caso che le adunate successive del movimento siano tutte più o meno fallite: che senso ha spostare migliaia di persone quando la CGIL ne sposta milioni?). Il signore con la barba bianca non ha quelle doti carismatiche che crediamo: è semplicemente una persona preparata. Non è costretto a ribattere istericamente ogni frecciatina gli arrivi da Berlusconi: è in grado (ahimé, forse è l'unico) di contestare le riforme nel merito, e di saper anticipare le mosse dell'avversario. Tutto qui. Mi auguro di vedere le stesse doti nel suo successore, ma più di tanto non me ne preoccupo. Sento dire da molti che c'è bisogno di un leader, che Cofferati è l'uomo giusto e il caso Biagi è stato orchestrato apposta per colpirlo. Qui, ognuno ha i suoi pallini: c'è chi invoca un leader, io invoco un'organizzazione. E spero più che mai che Cofferati tenga fede alle sue promesse, e si ritiri a vita privata: che bella lezione per chi, a sinistra come a destra, non è in grado di vedere ideologie o strutture, ma sempre e solo leader o aspiranti tali: come se la politica fosse il pollaio dove i galletti si azzuffano per trovare il maschio dominante. Sì, la mia solidarietà, per quel che vale, potrei darla a Cofferati, ma a patto che si dimetta presto, lo scontro si è già personalizzato troppo.

Invece stasera la mia solidarietà preferisco darla a Valerio Monteventi, ex portavoce del Bologna Social Forum. Consigliere di Rifondazione. Ma, prima di ogni altra cosa, giornalista. Che in tutta questa vicenda si è comportato prima di tutto da giornalista – da bravo giornalista. Ha verificato la fonte. Ha chiesto informazioni della famiglia. E, quando ha capito che la notizia non era una bufala, l'ha pubblicata su "Zero in condotta". Politicamente non è stata forse una mossa felice. Ma un giornalista ha un'etica diversa da un politico: l'informazione prima di tutto.
I movimentisti, invece, non sono né giornalisti né politici, e a questo punto è lecito domandarsi se abbiano un'etica. "Pubblicare quelle lettere è stato un grave infortunio che fa il gioco degli sciacalli nel governo", diceva De Pieri, sulla "Repubblica" bolognese di domenica, pag. III. A noi, che siamo meno esperti dei teorici bolognesi del movimento ci pare il contrario: le lettere hanno messo in imbarazzo più il governo che il sindacato. Ma probabilmente non capiamo. Casarini, invece, lui si che sa come vanno le cose: "Con quelle lettere in mano, io sarei andato da Cofferati e ne avrei parlato prima con lui, perché so come funzionano certe cose". Un virgolettato che sembra preso pari pari dalla sbobinatura di un'intercettazione mafiosa: se Casarini sa come funzionano certe cose, farebbe bene a spiegarle a tutti, a renderle di dominio pubblico. Se invece vuole parlarne a quattrocchi con Cofferati e tenerci fuori, siamo sicuri che passerebbe la portineria?

– Drin –
"Chi è?"
"Salve, sono Casarini. Vorrei parlare con Cofferati, urgente".
"Per la verità il segretario è molto occupato. Sta organizzando uno sciopero generale".
"Sì, ma io debbo informarlo su certe cose che so solo io".
"Il segretario riceve i mitomani il giovedì pomeriggio dalle diciotto".
"Io non sono un mitomane! Sono Casarini! Luca Casarini! Quello che fa il Movimento!"
"Ah sì? E che cosa muove?"
"Dipende. Per il gay pride di Padova eravamo qualche migliaia".
"Impressionante. Facciamo giovedì alle diciotto e trenta".

Se da Casarini è un po' prematuro aspettarsi una cultura democratica, i compagni di partito di Monteventi in consiglio comunale hanno meno scuse. "Tra i comunisti", leggo nella stessa pagina, "qualcuno ricorda con disappunto che giovedì, il giorno prima che ZIC uscisse con lo scoop delle lettere, era a Bologna anche Fausto Bertinotti, eppure anche lui non venne informato di nulla".
Siamo a posto. Adesso i giornalisti di sinistra prima di pubblicare gli scoop devono aspettare l'imprimatur di Bertinotti. È con questa gente che si va nelle piazze a gridare che "Un altro mondo è possibile"? Ma che tipo di mondo è, esattamente? Un mondo dove le notizie vengono pubblicate solo se Casarini e Bertinotti ritengono che non nuocciano al movimento? Un mondo piuttosto semplice, immagino, con un quotidiano solo, così si fa prima a controllare. Che poi lo si voglia chiamare "Zero", "Liberazione" o "Pravda", beh, è irrilevante.
Invece nel mondo che ho in mente io, tra le varie cose, ci sarebbe anche la libertà di stampa, e la libertà per i giornalisti seri di pubblicare quello che gli pare senza preoccuparsi se fanno il bene o il male di questo o quel movimento. La mia totale solidarietà a Monteventi, politico ingenuo, magari, ma giornalista serio. Che non ha avuto paura della verità. Del resto i giornalisti – e gli onesti – non dovrebbero mai averne.

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