mercoledì 7 agosto 2002

Che ci faccio qui

Marco Poggi l'altra sera era imbarazzato. Durante il tris di minestre un maccherone, infido, scivolando ha lasciato una lunga scia di sugo sulla polo. "Guarda, non è tanto per la macchia· sei sposato tu?"
"Ehm, no".
"Ecco, se tu fossi sposato capiresti. Mia moglie, sai·".

Marco Poggi ama il suo lavoro, e non te l'immagineresti. "Una volta all'università mi hanno chiesto cosa era esattamente un infermiere psichiatrico. Ho risposto: l'infermiere delle sfighe. Io ho cominciato nei manicomi, quando ancora la legge era repressiva, repressiva punto e basta". Nove anni lì, e poi nella polizia penitenziaria. Non è un lavoro per tutti. E adesso non lo vogliono più.

Per il momento ha rimediato un Contratto Continuativo in un ospizio. "Ora lavoro con un gruppo di ragazze fantastiche, peccato che siano tutte sopra gli 85. Ma hanno anche loro un sacco di cose da darmi". Però si capisce che vorrebbe tornare al vecchio mestiere. Al carcere, cioè. A dirlo suona strano.

Marco Poggi è un compagno, anche se dopo i funerali di Berlinguer la tessera non l'ha più presa. Nei Diesse non si trova benissimo, ma si adegua. Bertinotti può capirlo, ma le battaglie bisogna anche cercare di vincerle. In quell'ambiente deve sentirsi un pesce fuor d'acqua. "Ma sì, foto di Mussolini se ne sono sempre viste, capirai, le hanno tutti nei portafogli, tanto che nel mio ci tenevo quella di Stalin. Però non sono stalinista, voglio precisare. E anche se loro sono di più, qualche ragione alla fine l'avremo anche noi".

Anche l'altra sera era un pesce fuor d'acqua, a una cena aziendale in cui tutti volevano sapere di lui. "Ma come, sono tutti compagni, qui?".
"Beh, ce n'è parecchi".
"È una cosa che fa piacere".


Marco Poggi è un tipo curioso, come ce n'erano tanti in quei giorni a Genova. "Là ci andava chi voleva andarci, erano quasi tutti volontari, anch'io ero là perché ho chiesto di esserci. I primi giorni a Bolzaneto era perfino divertente assistere a tutti questi nuovi addestramenti. Si addestravano così bene che si facevano male tra loro, e noi eravamo lì per medicarli. I ragazzi sono arrivati solo venerdì. Il primo era un minorenne".

"Il problema non è la foto di Mussolini, non è Faccetta nera, è quel che gli hanno fatto, a quei ragazzi. Cose così non le avevo mai viste".

Marco Poggi è una brava persona. Di quel che ha visto preferisce non parlare, ha già parlato a sufficienza con chi di dovere, e garantisce che tutto si saprà, al momento giusto. "Ma adesso, qui, mi sembrerebbe di speculare, scusate". Il premio è una sorpresa, non sapeva di doverlo ritirare, e non capisce nemmeno il perché. "Mi fa piacere, è inutile dire di no, ma è preoccupante meritare un premio solo per aver fatto quello che ho fatto. Chiunque lo avrebbe fatto al posto mio".

Ha ragione, Marco Poggi: non si dovrebbe dare una medaglia a chi semplicemente fa il suo dovere. Però ha torto, perché tanti altri, al suo posto, sono rimasti zitti e puniti. Lui no. E adesso al lavoro non lo vogliono. Minacce, ricatti. A un conoscente hanno rovinato la macchina, scambiandola con la sua: quello voleva denunciarlo. "Per ora ha pagato più lui. Io comunque al mio lavoro ci voglio tornare".

Marco Poggi ama il suo lavoro, ma anche la famiglia, e dopo Bolzaneto per un mese è stato zitto, poi ha fatto una riunione di famiglia, e sua moglie i suoi figli gli hanno detto di parlare, di fare quello che riteneva giusto.

E lui lo ha fatto. Perché è una persona onesta, Marco Poggi, e non voleva che Bolzaneto passasse nel silenzio. Pensava che dopo Bolzaneto non ci sarebbero stati più diritti, "e noi ora qui non potremmo neppure dire: io sto con Berlusconi, io sto contro". Forse si aspettava ostilità dai colleghi, ma non da tutti, non dagli amici. E certamente non si aspettava che un senatore lo proponesse per una medaglia al merito, o di ritrovarsi a ricevere un premio in un agriturismo la sera di un anno dopo. Nell'Italia governata da ladri d'eccezione, è strano quel che può accadere a una persona normale e onesta. Ci si ritrova come un pesce fuor d'acqua, a rispondere a una platea che ti osserva come una specie rara, o un matto, o forse sono gli altri che sono matti, tutti quanti.

1 commento:

  1. Bolzaneto: ha raccontato a tutti in un libro, Io l'infame, quello che ha visto nella caserma, dove si trovava come infermiere carcerato e non manifestante arrestato, Marco Poggi, uno dei testimoni del processo G8 2002. Lo intervista oggi Repubblica. Una bella lezione di stile, a tanti candidati alle elezioni che troveranno più conveniente ignorare le sue parole, durante questa campagna e dopo.
    http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/infame-bolzaneto.html
    La dama del lago

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