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venerdì 20 settembre 2002

Le mie guerre (2)
Riassunto della puntata precedente: nel tentativo di spiegare la propria posizione nei confronti dell’annunciata guerra in Iraq, l’autore inizia a raccontare la storia della sua vita, partendo dal ’91. Interessante, no?

Più tardi, negli anni Novanta

La Guerra del Golfo – se ve la ricordate – ebbe un decorso molto particolare. Iniziò con sei mesi di ritardo (per sei mesi i giornali non parlarono d’altro), fu relativamente breve e… non finì mai. Qualcuno riesce a ricordarsi la fine? Io no. Ero distratto. Probabilmente ero deluso da un’informazione che aveva promesso di farmi vedere tutto e non mi aveva mostrato nulla, tranne le conferenze stampa di Schwarzkopf o gli occhi pesti di Cocciolone. Da lì in poi è tutto buio. Prima del ’91 la guerra era un evento eccezionale, la gente vuotava i supermercati per fare le scorte. Dal ’91 in poi la guerra è diventata ordinaria amministrazione. Nel giro di pochi anni persino un Paese tradizionalmente inetto alle armi come il nostro ha mandato contingenti in tutti gli angoli del mondo. Qualcuno (che non sia un esperto di geopolitica) mi sa dire attualmente quanti soldati italiani sono impegnati in missioni all’estero, e in quali Paesi? Bosnia, probabilmente, Kossovo, certo, Macedonia forse, Afganistan (ma è poca cosa), Albania, Somalia? Una volta ho anche sentito dire Mozambico, possibile? Questa gente fa notizia soltanto quando muore o quando tortura qualcuno. Perché ne parliamo così poco? Da bambino ricordo che tutti i giorni arrivavano notizia su quant’erano coraggiosi, buoni e simpatici i nostri ragazzi della missione di pace in Libano. La figura del soldato “in missione di pace” sembra aver perso molto appeal. Probabilmente lo spartiacque fu la guerra in Jugoslavia, cominciata direi nel ’92.

La guerra jugoslava per me è una specie di buco nero. Ricordo che per due o tre anni non sono riuscito a identificare le parti in causa, serbi, croati e bosniaci: caso molto strano, perché non è che avessi smesso di leggere i giornali: evidentemente gli stessi giornalisti avevano grosse difficoltà a costruire un quadro d’insieme. Non che mancassero le informazioni, ma l’insieme era confuso, cacofonico: inoltre era impossibile capire chi fosse la parte lesa e chi l’aggressore. Per capirne qualcosa ho dovuto aspettare i racconti di persone che conoscevo e che erano state di persona a Spalato o Mostar. Non soldati, né giornalisti: volontari.

Il brusio di voci, anche spaventose (alcune, poi, sono state ridimensionate: ma era tardi), alimentava un vago senso di colpa. L’Occidente si sentiva responsabile. Di cosa? Non si è mai capito bene. Ma in fondo l’Occidente si sente responsabile di qualsiasi cosa capiti nel mondo. È quell’egocentrismo culturale che porta alcuni teorici della cospirazione a pensare che B i n L a d e n abbia preso ordini dalla CIA: agli altri abitanti del mondo è negata persino la capacità di essere perfidi quanto lo siamo noi. Ora, in un certo senso questo è vero. Se serbi, croati e bosniaci si sono massacrati è stato anche grazie alle nostre armi: e poi l’Europa col senno del poi fu troppo lesta a festeggiare l’indipendenza delle regioni jugoslave, sulla base di un principio di autodeterminazione vetero-ottocentesco. C'erano sicuramente interessi economici in ballo. Però io credo che la responsabilità sia anche di chi le armi le impugna.

Questo mi metteva in difficoltà, visto che io ritengo sia giusto manifestare e protestare soltanto nei casi e nella misura in cui si può veramente cambiare qualcosa. Ricordo che all’inizio del buco nero i miei genitori mi chiesero con una certa cattiveria perché non andavo in piazza a manifestare, stavolta. Ma in che modo una mia manifestazione di protesta avrebbe potuto cambiare le sorti della guerra in cui l’Italia non era direttamente coinvolta? Se avevo diversi motivi di rancore contro Craxi e Andreotti, li assolvevo tuttavia da qualsiasi tipo di responsabilità nei confronti dei Balcani.

A scuotermi dal torpore non è stato il boato dei mortai sulla spiaggia dell’adriatico, ma il volontariato, appunto, che in quegli anni ha avuto il suo momento di gloria. La guerra jugoslava, così vicina e così contorta, offriva pochi spunti agli idealisti del pacifismo, ma era il terreno ideale per un pacifismo diverso, concreto, ideologicamente povero, ma eroico. Senza troppo preoccuparsi di chi fosse nella ragione e chi nel torto, la gente partiva e andava a dare una mano nei campi profughi o nelle città assediate. Il volontariato italiano in Jugoslavia, che ha avuto i suoi morti (anche questi pochissimo ricordati) è un frutto maturo di un certo pragmatismo di origine cattolica, per cui la fede deve dimostrarsi nelle opere. Essere pacifisti, a metà degli anni Novanta, non significava più essere “contro la guerra”, ma organizzare raccolte di beni di prima necessità per i profughi bosniaci. Fu una rivoluzione che vide come protagonista anche la mia generazione, e che come tale andrebbe sbattuta sul naso di tutti i sociologi del “vuoto dei valori”. Fu un momento davvero importante, e io sono molto fiero di averne fatto parte, anche se in misura ridottissima.

Mi sono accorto che ne sto parlando al passato remoto. Questo è molto triste. Sono passati così pochi anni! Ma sono successe molte cose nel frattempo
(Continua, continua, ahimè).

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