domenica 31 marzo 2002

ci sono pochi, pochissimi motivi per andare fieri di essere italiani. Ad esempio:

Beh, buona Pasqua.

sabato 30 marzo 2002

Un altro venerdì santo, in Palestina

Subject: COMUNICATO DA RAMALLAH
Date: Fri, 29 Mar 2002 14:18:49 +0100

Se volete essere aggiornati sulla situazione in Palestina e sulle sorti degli italiani che si trovano là (tra l'altro non stanno tutti a Gerusalemme e c'è anche un gruppo di 35 persone che si trova in un campo profughi), potete consultare il sito di Radio Onda Rossa (87,9 FM (http://www.ondarossa.info) o ascoltare le radio del circuito Radio Gap (www.radiogap.net). Dalle 18,30 alle 19 c'è uno spazio quotidiano dedicato e durante il giorno vengono passate altre notizie. Ciao Silvia

--------------------------------------------

RAMALLAH 29 marzo 2002

Vi giro, tradotto, l'appello che ho appena ricevuto dal Palestinian Monitor, organo di stampa del PNGO (coordinamento delle ONG palestinesi) con sede a Ramallah. Il messaggio arriva da un'indirizzo privato perché in questo momento nessuno può raggiungere gli uffici. E' urgente la nostra
mobilitazione. Come indicato da Sveva, l'appuntamento per Roma è a Piazza San Marco, ore 17,30. Silvia Macchi


ISRAELE DICHIARA GUERRA AI PALESTINESI
I PACIFISTI STRANIERI MANIFESTANO OGGI AL CHECK POINT DI AL-RAM

L'esercito israeliano ha completamente invaso Ramallah, compreso il quartier generale dell'Autorità Palestinese, con più di 150 carri armati ed altri mezzi militari. Il governo di Israele ha annunciato che intende occupare le aree della Cisgiordania che ad oggi sono sotto il controllo dell'Autorità
Palestinese, ripristinando così uno stato di completa occupazione militare, ed ha dichiarato guerra ai Palestinesi.
L'esercito israeliano ha occupato le abitazioni di Ramallah e sta procedendo ad una perquisizione casa per casa. In questo momento il problema principale per la popolazione è l'impossibilità di accedere ai servizi sanitari. Finora (7,30 del 29 marzo) sono stati uccisi 4 Palestinesi e abbiamo notizia di almeno 10 feriti - è probabile che siano di più - che sono senza cure
poiché i carri armati bloccano il passaggio delle ambulanze e del personale medico.
Alcuni pacifisti stranieri - Inglesi, Francesi, Svizzeri, Italiani e Americani - ora sono a Ramallah. Ieri le autorità israeliane hanno impedito ad altri trecento di entrare a Ramallah ed oggi questi tenteranno di nuovo di raggiungere la città da Gerusalemme. La stampa è invitata ad essere
presente alla manifestazione dei pacifisti stranieri che si terrà oggi, alle 8.30, al checkpoint di al-Ram.
La dichiarazione di guerra del governo israeliano nei confronti dei Palestinesi e la completa occupazione militare dei territori palestinesi non potrà che aggravare la crisi in atto, che ha le sue radici nella più lunga occupazione militare dell'era moderna. Chiediamo alla comunità
internazionale di intervenire con la massima urgenza per fermare le atrocità dell'esercito israeliano e per fare pressione sul governo israeliano affinché permetta di muoversi liberamente alle ambulanze e al personale medico.

Per ulteriori informazioni contattare il Palestine Monitor al numero
00972-52-396196.


Io sono un po' in pensiero per Goretta e per Elisa (dove sei?)

venerdì 29 marzo 2002

Sì, credo di essere l’ultimo a parlare della manifestazione di Roma, e di non avere veramente niente di originale da aggiungere. Del resto sono arrivato a cose fatte, quando in stazione Termini tutti ripiegavano già gli striscioni. Tutto dev’esser stato molto bello, rapido e indolore.

Ne ho approfittato per vedere un po’ di romani, la Pizia ovviamente, Ludik, che tutto il tempo mi ha guardato strano, hai presente quell’aria da “su internet sembrava più alto”. E poi la Jena, e Wile, che ahimè, è un ragazzo simpatico. Proprio quello che ho sempre temuto. Ora che l’ho visto negli occhi, il mio target del ceto medio brontolone, non potrò più insultarlo tutto tempo, certi post insolenti scritti giusto per vedere come reagiva non mi usciranno più, mi dispiace.

Ho visto anche un po’ di Roma che, come tutte le capitali, mi è sembrata piccola.
MONTECITORIO
“Ehi, a Modena abbiamo un palazzo uguale, solo un po’ più grande”.
SAN PIETRO
“Ci si arriva in macchina? Sul serio? La domenica pomeriggio?”
“Ma il baldacchino di Bernini è sempre quello? L’ultima volta era più alto!”.(L’ultima volta è stata nel 1983).
“Certo che a misure di sicurezza stiamo indietro, il Muro del Pianto è tutt’un’altra cosa”.

Difficile trovare giornali (decenti).
“La Repubblica c’è?”
“Tutto finito. La repubblica, il manifesto, l’unità. Son tutti comunisti stamattina”.

Sulla repubblica, il manifesto, l’unità, si parlerà della “più grande manifestazione italiana del dopoguerra”. Ora, io è da una settimana che mi chiedo: ma prima della guerra c’erano manifestazioni più grandi? Onestamente non lo so, ma dubito. Le adunate in Piazza Venezia? Mah, ci sono stato in piazza Venezia, niente di che (a Modena sicuramente c’è uno spiazzo più grande). Perciò penso che si potrebbe concludere che è stata la manifestazione più grande della storia d’Italia – ma siccome in Italia si manifesta notoriamente più che in ogni altro Paese d’Europa, potremmo concludere senza troppo esagerare che è stata la più grande manifestazione europea della Storia. E l’ha fatta la CGIL: beh, complimenti. Per l’articolo 18? Sicuri?

Sulla repubblica (che mi poi mi presterà Ludik) Scalfari scrive di un’“immensa forza tranquilla”. È una definizione che mi piace molto, mi piace l’idea di essere anch’io nel mio piccolo immenso, forte e (soprattutto) tranquillo. Quella tranquillità che manca ai vari leader della sinistra istituzionale, che da anni giocano di rimessa e replicano istericamente a qualsiasi cazzata venga in mente di dichiarare a Berlusconi. Quelli che magari in buona fede hanno accettato che bruno vespa diventasse il maestro di cerimonia della politica italiana. La stessa tranquillità che manca anche ai presunti rappresentanti del presunto Movimento dei movimenti, magari per una questione caratteriale, magari perché dopo tutti questi mesi di Movimento gli servirebbe una buona dormita. Ma com’è possibile essere tranquilli in un movimento che vive di emergenze?

Cofferati ha uno stile diverso, e si sente, e si è sempre sentito. Forse è vero che ormai fa politica, ma almeno la sa fare. Sa aspettare (e dio sa quanto l’hanno tirata in lungo, governo e sindacato, questa storia dell’articolo 18). Sa ancora pesare una dichiarazione, sa mantenere la calma, sa che non ci si può indignare ogni cinque minuti, sa quando e come dire basta, e sa rischiare – un’arte, quest’ultima che si era persa. Cofferati ha fatto perdere la calma a Berlusconi. Cofferati, a dire il vero, e altri due, tre milioni di persone. Più io, che, ci tengo a dirlo, Presidente, ho prenotato due pendolini coi soldi miei. E non sono colluso con nessuno, un po’ estremista magari, ma tranquillo. Ogni tanto fa bene una bella gita, vedere amici diversi, farsi una buona dormita. La tranquillità, sapete, può essere un'arma. Probabilmente è l’unica che abbiamo.

giovedì 28 marzo 2002

alta la guardia

Tante cose avrei da raccontare, ma l'attualità incombe, vale a dire:

I casi del Ministro Scaloja, II

oggi Scajola ha ribadito che "non esiste una minaccia specifica" dietro l'allarme lanciato dall'ambasciata Usa. "Esiste un avvertimento di carattere confidenziale - ha detto Scajola, intervistato dal corrispondente della Cnn a Roma - che ci ha spinto ad alzare la guardia".


Quando Scaloja alza la guardia, voi che fate? Io mi chiudo a casa. A doppia mandata. Giù le tapparelle. Ah, e mi tocco le palle, anche.

Leggete defarge, valà, che merita.

sabato 23 marzo 2002

Gli estremisti in gita

Stasera ho messo da parte un po' di tempo e sono andato a vedere le corriere partire, in Cittadella. Da qui dieci anni fa partivo per le gite scolastiche… direi che per ora il clima è quello.

C'è un bel vento, che a Modena è raro, porta i germogli dei ciliegi e spazza via i cattivi pensieri e i blocchi del traffico nel week end. Pensionati non ne vedo, l'orario è proibitivo. Lavoratori e studenti. C'è un solo ragazzo coi rasta ed è il primo a essere intervistato.
Li spio dai finestrini. Prima o poi il capocorriera tirerà fuori un modulo per la raccolta delle firme, darà un'occhiata distratta al foglio che spiega che i dati vanno scritti in stampatello e che valgono solo le firme dei residenti… e per quanto distratto capirà, perché l'ho scritto io, e io so essere chiaro e cortese quando voglio.
Madame, che è la referente Attac, ha visto bene di lasciare a casa il cellulare, così non c'è proprio dubbio che riusciremo a beccarci. "Dai", mi fa, "i posti ci sono, vieni stasera, domani fai filotto".
"Non posso". Devo consegnare i compiti di geografia. Anzi, stanotte devo valutare quello di Nizzoli che ha scritto che…

…IN CINA C'È UN GRANDE SVILUPPO DEMOGRAFICO, CHE PERÒ NON SI SVILUPPA EQUAMENTE, OVVERO: IN ALCUNE CITTÀ C'È PIÙ GENTE, MENTRE IN ALTRE MENO. (Questo, ho scritto io, in rosso, perfido, succede ovunque…) IN QUESTO PAESE SECONDO ME VIENE USATO UN BUON METODO, E CONSISTE NEL NON POSSEDERE PIÙ DI UNA MACCHINA. QUESTA REGOLA DOVREBBE ESSERE PRESA COME ESEMPIO ANCHE DA GRANDI POTENZE COME GLI STATI UNITI, I QUALI ANNO (la acca, Nizzoli!) DUE, TRE O A VOLTE QUATTRO MACCHINE PER FAMIGLIA.

Sì, Buono Più, direi -– anche se dovrò spiegargli che i cinesi non hanno una macchina per famiglia, e soprattutto che i carpigiani possiedono in media più macchine degli americani.
Saluto i miei compagni, che hanno la bandiera più bella e più pesante. Fate i bravi e state lontano dagli estremisti, a'm'arcmand.
"Gli estremisti siamo noi".

Ah già, è vero. È successo anche a me di dirlo a un signore, un diessino che era venuto a una riunione una sera, quando già stavamo sbaraccando. Il mio numero, mi spiegò, gliel'aveva dato la Referente Diesse per l'Area No Global. Le ginocchia mi cedevano un po', ma mi misi ugualmente a spiegare quand'era nata l'associazione, prima in Francia, poi altrove, poi in Italia, i giorni di Genova, la campagna di raccolta firme, ecc.

"Va bene", disse lui, "ma le frange estremiste?"
Mi sono guardato intorno. Seduto davanti al PC Defarge controllava febbrile il suo sito. In un angolo Ramon parlava di organizzare una serata danzante al Florida per discutere del caso Argentina. Le ragazze raccoglievano i vuoti (il nostro comitato è il maggior consumatore di birre della Casa della Pace). Fuori probabilmente qualcuno parlava di territori occupati, dell'ultima sbornia di Agnoletto o di quella volta che Ignazio Silone, al Comintern…
"Siamo noi, le frange estremiste", gli ho detto.
Ma sì, siamo noi, non cercate altrove. Siamo noi i criminali che Maroni non vorrebbe vedere al corteo di domani, quelli che generano il noto Clima di Odio. Ci troviamo tutti i giovedì sera in via Ganaceto 45, l'ho detto anche al tipo di Forza Nuova, non ho difficoltà a ripeterlo qui. Domani se mostreranno il corteo e diranno "un mezzo milione", cercate una bandiera rossa con una percentuale bianca: lì sotto (molto sotto) c'è Defarge.

Anche Nizzoli, così giovane, è già un estremista. Non ha ancora imparato a mettere l'acca nel verbo avere e già vuole dar lezioni agli americani. Bisognerebbe dargli una lezione. Domani vado e gliela do. Magari gli do anche un Distinto. Sì, è ingiusto -- la vita è ingiusta. Poi prendo il treno, perché non ne posso più di questo Clima di Odio, ho bisogno anch'io di un po' di respiro, una bella gita. A Roma, magari.

martedì 19 marzo 2002

Basta pietà

Anch'io come lei, signora, ultimamente faccio fatica a organizzare i dati. Succedono troppe cose, tutte in una volta. Per esempio: muoiono troppe persone, e si tratta di scegliere se è più importante parlare del filosofo, dell'economista, del grande attore, del fotoreporter, di mille palestinesi, di 400 israeliani (curiosamente in questa guerra contro il terrorismo ci sono più morti tra i terroristi che tra i loro obiettivi).
È proprio in questi momenti che mi viene da pensare: ma come fanno i giornalisti?, quelli iscritti alla cupola, ehm…, all’Albo? Loro devono fare questa scelta tutti i giorni. Carmelo Bene si merita un trafiletto in prima pagina? Beh, sì. Sempre che nel frattempo Berlusconi, che è all’estero, non se ne esca con qualche cazzata storica di quelle che gli escono in queste occasioni , del tipo: gli antichi romani erano europeisti.

Anno VI dopo Cristo. A Roma, il comandante Varo è al cospetto dell’Augusto Imperatore.
AUGUSTO: E allora, Varo, com’è andata a Teutoburgo?
VARO: Ottimo Principe, io… ahem… proprio di questo vorrei parlare.
AUGUSTO: Hai avuto delle perdite?
VARO: Sì, ecco… un paio di legioni.
AUGUSTO: Due legioni, Varo? Intendi due legioni intere?
VARO: Per la verità, forse sono tre legioni, ottimo principe.
AUGUSTO: Però, questi Germani. Un po’ birichini, eh?
VARO: Nelle loro selve sono imbattibili, ottimo principe.
AUGUSTO: Mmm. Non va mica tanto bene. Ne parlerò con Hermann al prossimo vertice di Coblenza. Se continuano così, il Mercato Comune se lo possono proprio scordare.

Nella pratica, la loro scelta i giornalisti l’hanno fatta. Carmelo Bene, Ciriello, Berlusconi, la CGIL, la guerra in Palestina, i prigionieri di Guantanamo, tutto questo non vale la metà della mamma assassina di Cogne. È lei che sta in cima alle prime pagine. È lei che occupa decine di minuti di telegiornale. È dieci, venti volte più importante di un collega che muore in servizio: l’audience, impietosa, passa sopra persino ai vincoli di categoria. Sempre che esista davvero, quel vincolo. Ciriello era affilato all’albo? Sarei curioso di saperlo. È un caso che proprio chi rischia di più, gli inviati, i fotoreporter, siano sempre freelance? Che vincolo può esistere tra un reporter di passione e un redattore che, chiuso ermeticamente nel suo ufficio, calcola alle sei di sera che un titolone su Cogne porterà quelle cinque, diecimila copie in più? Non è nemmeno più lo stesso mestiere, andiamo.

L’insistenza dei media sul caso di Cogne è scabrosa, brutale, priva di scrupoli, tutto quel che volete. Ma soprattutto è inutile. Casi come Cogne ne sono successi, ne succederanno. Fanno parte dei misteri dell’animo umano, e io non riesco a immaginare una società, un ‘mondo possibile’ liberato anche da questi orrori. È giusto rifletterci sopra un momento, ma a che serve insistere? Insistere si dovrebbe sul caso di un cittadino italiano che muore nelle strade dell’Autorità palestinese per mano dell’esercito israeliano. Queste cose sì che possono cambiare, se i giornalisti facessero il loro mestiere (come lo faceva Ciriello), se noi lettori sapessimo dare un indirizzo giusto alla nostra indignazione. E invece niente, il giorno dopo siamo già davanti alla tv per Tel Aviv – Milan, a essere indignati sono gli israeliani a cui la UEFA ha tolto il diritto di giocare in Patria, per quale motivo al mondo? In Israele va tutto bene, e un militare può dichiarare che Ciriello è stato imprudente, avrebbe dovuto chiedere il permesso all’esercito israeliano (per andare in giro nel territorio palestinese!)
Tutto bene, a interessarci è piuttosto la lettera che la mamma di Cogne ha scritto al Papa. Dice che è innocente, pensa! E il Papa cosa ha risposto? E il fratellino come sta?

Noi umani siamo così. Stupidi. Di tante cose al mondo che succedono, scegliamo di occuparci di quelle che non possiamo risolvere. Duemila, tremila anni fa non avevamo luce elettrica, né acqua potabile, e nessun tipo di medicina che potesse salvarci la vita da una banale influenza. Davanti a questi piccoli problemi pratici, concreti, eravamo ancora dei selvaggi. Ma nel frattempo avevamo sviluppato teorie filosofiche di straordinaria complessità, e ci arrovellavamo già sugli stessi profondissimi problemi che ci tormentano oggi: chi siamo? Dio c’è? E se c’è, perché esiste il male? Perché si muore? Perché una donna uccide un bambino?

Problemi seri. Mai risolti, e probabilmente irresolubili, come le equazioni di quarto grado. Ci sono voluti secoli per iniziare a preoccuparsi seriamente di altri problemi: come far arrivare l’acqua alle case? Come possiamo salvarci dall’influenza? Come possiamo risolvere le controversie senza ucciderci? E qualche progresso l’abbiamo anche fatto. Ma il richiamo dei grandi problemi è irresistibile. È quello che vuole la gente: il Bene, il Male, la tragedia. E i giornalisti devono dare alla gente quello che vuole. Ciriello non l’aveva capito, e restava un freelance. Si fosse piazzato a Cogne, a scattare istantanee dei vicini di casa della Franzoni, a quest’ora non solo sarebbe vivo, ma avrebbe anche un contratto regolare.

www.ciriello.com e' ancora giu'Il fatto è che a Ciriello non interessava, quel contratto. Gli interessava invece, probabilmente, cambiare il mondo, cosa possibile nella misura in cui si smette di pensare in termini di Bene e di Male (chi è il bene e chi il male in Palestina?) e ci si cala, dal vivo, in piccoli problemi più concreti, come concreto era quel fucile in mano a quel ragazzo, o quel carro armato in quella strada di Ramallah. Per quanto gli era possibile, Ciriello ha provato a cambiare il mondo. La sua morte non solo mi addolora, ma mi fa vergognare: dov’ero mentre gli sparavano? Ho fatto abbastanza per lui? La morte di quel povero bambino di Cogne, invece, è un povero, tristissimo fatto di cronaca, che mi spaventa, certo, ma non mi interpella, non cambia né me né il mio mondo, e che probabilmente, oltre un certo limite, deve smettere d’interessarmi. La pietà, sapete, oltre un certo limite non solo è inutile, ma persino dannosa.

sabato 16 marzo 2002

CRISI UMANITARIA NEGLI OSPEDALI
APPELLO URGENTE :The Palestinian Society for the Protection of Human Rights & the Environment "LAW"
INTERVENGA SUBITO LA COMUNITA' INTERNAZIONALE

Uno dei principi basilari del diritto umanitario internazionale riguarda l'obbligo per gli Stati di assicurare l'accesso alle cure mediche per qualsiasi ferito, compresa la sua evacuazione se necessario, la protezione degli ospedali civili e del personale medico, il trasporto medico e garanzia dei rifornimenti sanitari.
E' per questo che il sistematico impedimento ai soccorsi medici, da parte delle forze di sicurezza israeliane sin dall'inizio dell'escalation, cominciato all'attacco al campo di rifugiati di Balata, il 28 febbraio, è in chiara violazione del diritto umanitario internazionale.
Un piu' recente esempio di violazione della neutralità dei soccorsi è la situazione a Ramallah dove l'accesso alle cure mediche viene ostacolato in diversi modi.
Dopo l'attacco al personale medico sulle ambulanze durante gli ultimi giorni, il PCRS ha deciso di coordinare ogni movimento con l'esercito israeliano; questo ha portato a ritardi che vanno dai 30 minuti alle 2 ore. In caso di feriti gravi, dove il tempo è un fattore assolutamente cruciale, i ritardi possono causare un aggravamento delle condizioni del paziente.·
Nonostante il preventivo coordinamento con le autorità israeliane, le ambulanze sono state ugualmente colpite. Per esempio, ieri alle 17,15, una jeep dell'ICRC di scorta a un'ambulanza della PRCS è stata colpita da tre proiettili
Da quel momento la PRCS ha sospeso tutti i movimenti fino a quando l'autorità israeliana non garantirà la sicurezza delle sue ambulanze. Ieri notte, la PRCS ha registrato 19 chiamate da Ramallah e Al Bireh, che non hanno ricevuto risposta.
A causa delle limitazioni di spostamento e degli attacchi al personale medico e alle ambulanze, feriti e morti non possono essere evacuati. Per esempio, ieri attorno alle 22, Shefa Ratha Tawil, 56 anni, un'abitante di Al Bireh la cui casa era stata circondata dai carri armati, ha avuto un attacco di cuore. I familiari hanno chiamato un'ambulanza, ma quando è arrivata sul posto le è stato vietato il passaggio. Attorno alle 24, la donna è morta.
Fino alle 12 di oggi non è stata permessa alcuna evacuazione dei corpi.
A causa della chiusura e del coprifuoco imposto a Ramallah, gli ospedali non possono ricevere rifornimento sanitari nè di cibo. Per esempio, l'amministrazione dell'ospedale di Ramallah ha detto che hanno urgente bisogno di ossigeno. Alle 15 di oggi LAW ha assicurato che all'UNRWA e alla OCRC sarà permesso di trasportare ossigeno, cibo e acqua per l'ospedale. Tuttavia, fonti dell'ospedale hanno detto alla LAW che la quantità di ossigeno autorizzato per il trasporto sarà consumato nel giro di sei ore. Ieri, quando uno degli autisti dell'ambulanza dell'ospedale, Hani Hamadi, ha tentato di portare rifornimenti sanitari e cibo all'ospedale, è stato costretto a tornare indietro dopo che la sua ambulanza è stata colpita.
Sono stati attaccati gli ospedali. Per esempio, il Ramallah Government Hospital ha subito la distruzione delle tubature dell'acqua. Di conseguenza, manca l'acqua da ieri Anche le linee telefoniche sono state interrotte.
Da oggi alle 11, l'esercito israeliano ha proibito l'evacuazione dei feriti al Ramallah Government Hospital, che è l'ospedale piu' grande e importante della città. Per questa ragione, alcuni pazienti sono stati trasportati all'Arab Medical Care Hospital, che si trova al centro della città ed è meno equipaggiato. Al momento in cui scriviamo(15,30), la LAW ha ricevuto notizie di 32 persone ferite a Ramallah solo nella giornata di oggi, 9 delle quali in condizioni gravi.
Poichè l'Arab Medical Care Hospital non ha sufficienti chirurgi e equipe medica, come gli anestesisti, l'equipe medica del Ramallah Government Hospital e dello Sheikh Zayed Hospital hanno tentato di fornire assistenza, ma l'esercito israeliano ha sbarrato loro la strada pribendo l'ingresso all'Arab Medical Care Hospital.
Di fronte alla crisi umanitaria negli ospedali , inclusi Ramallah e Al Bireh, la LAW sollecita con urgenza l'intervento della comunità internazionalen in particolare degli Stati Uniti e degli Stati membri dell'Unione Europea, perchè Israele dia garanzia di non ostacolare i soccorsi medici per tutti coloro che ne hanno bisogno e che gli attacchi agli ospedali, alle ambulanze e al personale medico cessino immediatamente.
Inoltre, la LAW sollecita la comunità internazionale ad aprire un'inchiesta e a procedere contro ogni azione di attacco alle ambulanze , alle equipe mediche e alle istituzioni che provochino la morte o il grave ferimento, per determinare se si tratti di atti deliberati. Ogni attacco deliberato costituisce una grave violazione della IV Convenzione di Ginevra ed è per questo un crimine di guerra.

*********************
Associazione per la Pace
Gruppo Palestina
Via Salaria, 89 00198 Roma
Tel. +39 - 068841958
La pace non è solo l’assenza della guerra, è una virtù, uno stato della mente,
una disposizione alla benevolenza, confidenza, giustizia.
*********************

domenica 10 marzo 2002

Freude schöner Gotterfunken, Tochter als Elysium
Wir betreten feuertrunken


Licenza sperimentale
Un saluto alla Pizia e ai suoi convitati: mi sarebbe veramente piaciuto esserci, ma non sto ancora molto bene. Mi è dispiaciuto molto. Anche perché è tempo di sfatare alcune storie sul fatto che non esisto, che sono un'intelligenza artificiale, ecc.… Non solo esisto, ma sono anche uno sfigato qualunque, tranquillizzatevi. Nei primi tempi avevo anche una foto: l'ho tolta quando le cose sono iniziate a farsi un po' più serie (ma soprattutto perché ero stanco di ricevere mail da lettrici assatanate).

Ora, proprio quando ormai avevo rinunciato a mettere i fatti miei su questo sito, un pezzo di Madame Defarge mi costringe a tornare sull'argomento, per precisare un paio di cose. Madame è sempre molto cara, sed magis amica est veritas. E quindi: non è vero che io sono uscito con 60/60 alla maturità. Il voto esatto non me lo ricordo, ricordo che cinque miei compagni lo presero, ma io no, e che me ne sarebbe anche interessato poco, se non che in un'altra classe lo prese anche la mia ragazza di quel tempo, maledetta secchiona.
Ma la cosa veramente importante, l'unica che tengo a sottolineare, è che quella scuola non è, non fu mai un liceo classico. Noi, quei fighetti dei liceali classici, ce li mangiavamo nell'intervallo tra la terza e la quarta ora. E per vari motivi, tutti buoni:

I liceali classici (quegli sfaticati), fanno 25-28 ore alla settimana: noi ne facevamo dieci di più.

I liceali classici (quegli ignoranti), dopo aver inutilmente cercato di imparare un po' di lingua straniera nel biennio, rinunciano, e si rassegnano a diventare quella classe dirigente cialtrona e incapace di comunicare con le altre classi dirigenti che conosciamo bene. Noi abbiamo studiato, per tre anni, tre lingue straniere, per quindici ore alla settimana. Tanto che, se non avessi avuto i miei cali di pressione tra la quinta e la sesta ora, io a quest'ora potrei anche leggere Goethe in lingua originale, alcuni miei compagni lo fanno. Io mi limito a canticchiare l'Inno alla Gioia in lingua originale, in certe occasioni. È il mio inno. Sarà l'inno dei vostri figli. Voialtri arrangiatevi con Mameli.

I liceali classici (quegli idioti) sono fortunati se quando escono dal loro liceo idiota sanno contare fino a cento, senza servirsi delle dita delle mani e dei piedi. Noi (complice anche un prof convinto di trovarsi in uno scientifico) uscimmo con nozioni ben assestate di calcolo integrale. E io so di aver sostenuto un'interrogazione alla lavagna sulla teoria della relatività. Non mi ricordo più nulla, ma so che per un momento della mia vita (lo stesso momento in cui studiavo Schiller a memoria, scrivevo tesine su Gozzano e recitavo Beckett) ho svolto un'equazione alla lavagna fino ad arrivare alla formula E=(mc)2, e ne sarò fiero fin che campo. Il nostro prof invece no, ce l'aveva con noi perché eravamo testoni e non aveva fatto in tempo a spiegarci i quanti.

Del resto la mia (notevole) cultura si definisce così: la differenza tra quello che ho imparato lì e quello che ho disimparato successivamente all'università.
Se mai posso perciò fregiarmi di qualcosa nella vita, insomma, e di avere studiato al L. A. Muratori sperimentale di Modena a cavallo tra Ottanta e i Novanta, in una classe di ignorantoni provinciali che al momento buono stracciò tutti i record e portò a casa cinque sessanta – tra i quali io non c'ero. Del resto tra quelli che portarono a casa il voto più basso ce n'è uno che adesso lavora per Rai3. Ha anche intervistato Borrelli, una sera. Un altro è stato per un po' al marketing della nota ditta di scarpe globalizzate. Poi chi altro c'è… una promessa della lusofonia… e tanta altra gente che al momento buono spunterà.
Sì, sono orgoglioso della mia Licenza Sperimentale – che è anche una licenza di guardare le vostre maturità classiche dall'alto in basso, stupidi ignoranti polli di batteria che non siete altro. Avete incontrato molti latini nella vostra vita adulta? Li avete intrattenuti con qualche sapido epigramma in esametri? Bravi. Ora scusate, vado a guardarmi un po' di tv francese, perché l'italiana non la reggo.

Ma se insisto sul LAM sperimentale non è per nostalgia, è per un motivo più serio. Quella scuola, decisamente sopra gli standard era ed è pubblica. Non era il solito parcheggio per figli di avvocati a base di Cesare e Cicerone. Non era un votificio. Era la scuola migliore di Modena e potevano andarci tutti (il problema magari era restarci). Mi sono sempre chiesto se Letizia Moratti, la piccola giovane broker, sarebbe sopravvissuta a un'interrogazione sul calcolo integrale. O su Schiller. Non lo sapremo mai. Di sicuro nella nostra classe se non si lasciava fotocopiare le versioni di latino non se la sarebbe filata nessuno. Avrebbe imparato a calare un po' le arie, la Letizia. E sarebbe stata magari una Ministra migliore.
Ma è troppo tardi. Dopo una certa età le cellule del cervello non si rinnovano più. (le cellule dei cervelli, intendo, che hanno subito 5 anni di Classico…)

giovedì 7 marzo 2002

poovero, poovero ragazzoNessuno gli vuole bene
(e la sinistra perde anche per questo motivo)

Mamma mia dammi cento lire / Che in America voglio andar…
Cento lire sì te le do / ma in America no e poi nooooo…


Forse è un problema soltanto mio, ma in queste notti di febbre non mi capita raramente di svegliarmi nel cuore della notte, madido di sudore, chiedendomi: "Ma D'Alema ci andrà davvero in America, a quel ciclo di conferenze? Quanto starà via? E la Sinistra, come farà senza di lui?". Ho anche controllato nell'atlante: l'America è un continente, di là dall'Oceano. Dovrà prendere un volo! Intercontinentale! E se c'è tempesta? E se lo dirottano? La sinistra sarà perduta per sempre! In simili incubi mi dibatto, rigirandomi senza trovare pace, finché un'anima buona non mi porge una tachipirina.

Appena giunti in alto mare /il bastimento si rovesciooooò...

Col sole del mattino recupero un po' di buon senso. Ho conosciuto un docente universitario assai famoso nel suo settore (per la verità non solo in quello) che aveva continuamente in programma qualche convegno in qualche luogo remoto. Una volta lo sentii discutere allegramente al telefono dell'opportunità di prendere un Aeroflot (quei famosi aerei russi che nessuno vuole più assicurare) per andare a non so quale simposio bielorusso o moldavo. Un aeroflot, capite! Un docente che tutto il mondo ci invidia, su uno di quei cosi! E credete che fuori dalla porta dello studio ci fosse uno striscione con scritto: "Prof, non vada!"? No, non c'era. Credete che qualcuno fuori dalla finestra scandisse slogan di solidarietà ("Ci porti con noi in Bielorussia!") col megafono? Nemmeno. Le menti migliori della nostra generazione viaggiano continuamente, su aeroflot o altro, raccogliendo inviti di centinaia di convegni e congressi, senza che nessuno protesti mai, o si chieda se fanno così perché si sentono offesi. È una cosa normale, e non fa notizia.

Ma D'Alema sì. D'Alema in tournée in America merita due pagine di Repubblica in due giorni. D'Alema in America è un fatto grave, è un segno che la Sinistra italiana non gli vuole più bene. E allora la Sinistra insorge, come un sol uomo: ma come, D'Alema, non andare, come faremmo senza di te, in America no e poi no, ma sì, ti vogliamo bene, resta. E D'Alema: sì, comunque è solo per un ciclo di conferenze, poi torno, e comunque adesso se insistete tutti mi fate passare la voglia...ecc.
Perché tutta questa manfrina?

Forse ha temuto che nessuno si sarebbe reso conto della sua assenza (effetto "Veltroni l'Africano"), così ha fatto un po' di polemica per attirare l'attenzione. Un po' di polemica non si lesina a nessuno. Ma su che argomento? Il solito: sé stesso.
Io credo che D'Alema sia l'unico politico in Italia in grado di farsi fare un'intervista su sé stesso. Persino Berlusconi, che di sé stesso è ben gonfio, se lo stimoli inizia a parlarti di un sacco di cose che ha in mente di fare, magari un mucchio di cazzate, ma non sempre e solo di sé. D'Alema, lui, ormai è 100% autoreferenziale E' anche disposto ad ammettere degli errori, beninteso, purché siano i suoi. Vive la crisi della sinistra come un dispetto nei suoi confronti: il sunto del discorso è: "Nessuno mi vuole bene, dopo tutto quello che ho fatto per voi, basta, mollo tutto, vado in America a un ciclo di conferenze".

Eppure, per quanto sia disposto a lasciare l'Italia, i compagni, i colleghi, gli affetti, la barca... (e tutto questo solo in nome dell'unità della Sinistra), quando gli si chiede di mollare l'unica carica concreta che gli è rimasta (la presidenza ds), lui non sente. Nella stessa intervista ha detto che non si dimetteva perché tanto quella era una carica priva di potere. Ora, qui, dov'è la logica? Se la presidenza ds è una carica priva di potere, cosa costa a D'Alema rinunciarci? Ma soprattutto, perché ha brigato tanto per averla e poi non l'ha restituita quando tutti (tutti) gli altri dirigenti nazionali si sono dimessi? Niente da fare, piuttosto si fa assumere al Teatro Naturale di Oklahoma: ma mollare quella presidenza, no. È un punto d'onore. "Tanto non conta nulla". Bel rispetto delle istituzioni del suo partito, tra l'altro.

Sabato – non so se ne avete sentito parlare – c'è stata una manifestazione a Roma. C'erano 500.000 persone più D'Alema. Alla televisione hanno intervistato tanta gente qualunque venuta da tutt'Italia, tra cui D'Alema. Dev'essere stata una bell'esperienza, per D'Alema. Adesso i suoi colleghi e avversari avranno un po' più di rispetto, di D'Alema. E la sinistra è di nuovo unita, con D'Alema. Forse quel ciclo di conferenze non è più così urgente, per D'Alema.
Per noi sì.

Sì, il ragazzo è sveglio, ma non fa che pensare a sé stesso e ai suoi interessi. Un bel soggiorno all'estero, una borsa di studi, amicizie nuove, potrebbero forse dargli la scossa che gli serve. Ormai è grande, e sa badare a sé. E noi?
Beh, noi dobbiamo smetterla di preoccuparci per ogni cosa che fa. Appunto, ormai è grande, e proprio perché gli vogliamo bene, quelle cento lire per l'America non sarebbero spese male.

martedì 5 marzo 2002

Mea Shearim

La mia guida, se mi ricordo bene, ne parlava così: probably the most reluctant tourist attraction in the world, "forse la più riluttante attrazione turistica del mondo". Girava infatti voce che li accogliessero a pietrate, i turisti, a Mea Shearim. Io non ero sicuro di volerci dare un'occhiata. Eravamo stati tutto il giorno nel quartiere arabo della città vecchia, dove dopo una settimana ormai la gente ci conosceva e ci voleva bene. Non che smettessero di volerci rifilare kefie di cotone leggero stampate ad Honk Kong; la mattina una bimba di otto anni davanti alla Città di David aveva provato a sfilarmi il portafoglio; questo non significa che non ci volessero bene, ma la fame è brutta, la città sotto assedio da più di un anno, e noi gli unici turisti utili da mesi (e poi ovunque andavamo, in pullman, la gente sorrideva e ci salutava col segno della Vittoria). Non mi ero mai sentito così amato e non mi ero mai sentito così ricco, per cui, ovviamente, non mi ero mai sentito così in colpa: e tutto questo senza nemmeno dare un'occhiata alla faccia innocente del nemico, a Mea Shearim.

Alla fine ci siamo andati, dopo il tramonto, giusto per vedere. All'inizio non ci fidavamo nemmeno a chiedere la direzione: dopo un po' abbiamo sentito un bambino che diceva qualcosa, un balcone che sbatteva, e abbiamo pensato: "ci hanno avvistato"; dopo un altro po' abbiamo visto lo striscione sospeso sulla strada e abbiamo capito di essere lì.

Gli striscioni stanno forse dove una volta stavano le porte del quartiere: Mea Shearim penso significhi "cento porte". Una porta può essere aperta o chiusa, Mea Shearim potrebbe essere il nome di un quartiere ospitale. Invece è "la più riluttante attrazione turistica del mondo". Ora, è vero che in molti casi i turisti non sono che dei rompicoglioni che, oltre alla pretesa di vedere il mondo, hanno anche quella di trovarlo sempre comodo come lo vogliono loro. In fondo, sugli striscioni c'è soltanto scritto (in quello stile piuttosto brusco che mi sembra tipico degli israeliani, o è già un pregiudizio?) di non vestire in maniera indecorosa per la loro religione. Se avessimo letto la stessa scritta nel suq non avremmo trovato niente da ridire, perbacco, siamo in casa loro. Ma nel suq ormai ci sentivamo un po' a casa anche noi (e non era vero): qui invece ci sentivamo in pericolo, non fosse perché tutti vestivano in nero, tranne noi. E non era solo il problema. Le donne coi pantaloni, per esempio, avrebbero potuto giustificare una sassaiola? Lo striscione sembrava ammettere la possibilità, e io prestai la mia eterna giacca arancione alla signora che ci accompagnava, che tirò su il cappuccio e si mise a camminare come un rapper (certe signore non finiscono nelle Tute Bianche per niente).

Tra le persone in nero c'erano, forse, quelli che ci avevano accolto alla prima manifestazione con dei cartelli di questo tenore: "Palestinians in Jordan", "Stop fascist arab occupation of Israel", e gridandoci "You are terrorist". O forse no. L'impressione è che gli abitanti di Mea Shearim vivano nel loro mondo e si facciano i fatti loro. Mi piacerebbe sapere se è addirittura vero quello che ho sentito dire (se ne sentono tante), che in un Paese dove tutti, senza distinzione di sesso, sono chiamati al servizio militare (che comporta il quotidiano rischio della vita), loro ne siano esentati. Troppo puri per le armi.

Questo mi fa ricordare un'altra cosa: che anche se il loro eterno gingillarsi col grilletto del mitragliatore mi dava ai nervi, anche se ai posti di blocco ci hanno fatto dannare, anche se tirano giù le case dei palestinesi con le granate, io non sono mai riuscito a odiare i militari israeliani. Di solito sono ragazzini, sono nati nell'odio e nell'odio vivono e muoiono tutti i giorni, ma qualcuno gli ha mai chiesto cosa ne pensano di Sharon?
Ma con gli ortodossi è diverso.
Sin dall'aeroporto, ammettiamolo, detestavamo gli ortodossi. Saranno gli abiti? Ma gli abiti dei palestinesi, o di qualunque altro popolo, non ci danno la stessa sensazione. Il problema è che un ortodosso assomiglia terribilmente (anche nel modo di vestire) a un occidentale. E quello che noi perdoniamo a ogni popolo esotico, non lo tolleriamo in chi sotto sotto consideriamo uguale a noi. Anche quella sera giocavamo a "Vai avanti tu, che sembri ebreo", e ognuno aveva la sua idea sul perché lui non assomigliasse a un ebreo, mentre un altro sì. Come si fa a distinguere un ebreo? Semplice, e insieme difficile: l'ebreo è quello che ci somiglia.

Signora, le piace la foto del ragazzino palestinese che tira sassi contro un carro armato (a causa della foto magari il ragazzo è stato in galera due anni)? Sì? Lo vedrebbe suo figlio con lo stesso sasso in mano, a una manifestazione? Eh, ma che domande. No. Ecco, pensi a suo figlio vestito di nero con una bombetta e due buffi ricciolini, che mi tira un sasso perché passo in maniche corte e con la telecamera a tracolla. Non lo trova spaventoso? Questa è la sensazione che ti dà Mea Shearim.

Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qua si sta chiedendo: insomma, ti dispiace o no di dieci nove morti (compresa una bambina) che non avevano fatto niente di male, uscivano dalla sinagoga? Sì, mi dispiace. Purtroppo il numero delle vittime di oggi è ancora maggiore, anche se sono tutti palestinesi (e quasi tutti civili, e 4 bambini). Forse fare il turista in guerra serve a questo: a dare un luogo, un nome, un ricordo, a quello che senti ogni giorno al telegiornale. Anche se ormai non alzo più il volume quando sento che parlano di Ramallah, Hebron, Gaza: ma le immagini le riconosco, quei paesaggi, quei volti li ho conosciuti, ora posso stare in pena per loro, anche se non capisco in che modo questo possa essere d'aiuto.

Mi dispiace per il popolo palestinese, che ormai ha scelto la strada del sacrificio, e non so quanto noi occidentali saremo in grado di dissuaderli (visto che le nostre grandi trovate occidentali, i caschi blu, gli interventi umanitari, questa volta non si possono usare).
Mi dispiace per il popolo israeliano, che in questa guerra non perde solo la vita, ma anche la propria Storia. Un popolo nato dai ghetti che lasciato libero si rinchiude, per sua spontanea volontà, in un ghetto al centro del mondo, che noi dovremmo difendere. Ma da chi? Io credo che Israele dovrebbe essere difeso da sé stesso. La pazzia in cui sta cadendo, noi occidentali la conosciamo bene, e proprio per questo non la dovremmo più tollerare, anzi, dovremmo lottare affinché non contagiasse di nuovo il mondo.

Una volta entrati a Mea Shearim, non riuscivamo più a uscirne. Un tassista a cui demmo il nome dell'hotel scosse la testa: lui nel nostro quartiere non ci andava, probabilmente non ci era mai stato in vita sua. Un altro che alla fine ci prese su era scuro di carnagione, e lungo tutto il tragitto ci chiedemmo (in dialetto) se fosse palestinese o israeliano. La targa, l'accento dell'inglese, la musica alla radio, nessun elemento sembrava sufficiente. Ma all'arrivo ci chiese i soldi e ci diede il resto contato, e tutti i dubbi si dissiparono: israeliano.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).