sabato 25 gennaio 2003



Questo banner è stato pubblicato su questo sito il 25 gennaio 2001 – nel suo primo giorno di vita.
Sono passati due anni: due anni in cui Internet ha consentito a me e a tanti altri come me di esprimere liberamente le proprie opinioni. In questo senso il banner è stato clamorosamente smentito: l’informazione online non aveva i giorni contati.

Nei mesi successivi, PeaceLink divenne un punto di riferimento per tutti i gestori di siti personali che si sentivano minacciati dalla nuova legge sull’editoria. Per un attimo sembrò che l’aggiornare periodicamente un sito Internet potesse essere considerato un atto di “stampa clandestina”. Poi il problema passò di moda, il che non significa che sia stato risolto. Cliccando sul banner troverete le f.a.q. pubblicate da PeaceLink il 13/4/2001: per quanto mi riguarda, rappresentano l’ultima parola sulla questione. (non la definitiva).

In questi due anni mi sono chiesto spesso quale sia la mia posizione nei confronti della legge. Sono giunto alla conclusione che non si tratta di una posizione molto chiara, né al momento mi conviene cercare di chiarirla.
Io credo che Internet, e le altre tecnologie di riproduzione digitale, abbiano messo in crisi alcuni rapporti economici e sociali che sono alla base della nostra legislazione: il copyright è il caso più eclatante. Due secoli fa l’introduzione del copyright fu una conquista importante per tutti gli individui creativi: artisti, scrittori, inventori. Oggi – almeno su Internet – si tratta di un balzello inutile e odioso, difeso da una vecchia casta di distributori sempre più lontani dalla realtà.

Un altro problema sono gli Stati Nazionali: su Internet non esistono (a parte la Cina). Ammesso che io abbia mai usato questo sito per diffamare qualcuno (e sono cose che possono succedere anche per sbaglio), quel qualcuno, per ottenere l’oscuramento del mio sito, dovrebbe denunciarmi presso un tribunale degli Stati Uniti, visto che il mio server è laggiù. Così, invece di preoccuparci della nostra legge sull’editoria, forse dovrei andare a ripassarmi il Primo Emendamento…

Questa sensazione di non essere del tutto in regola con la legge, anzi, di metterla in crisi, è condiviso più o meno da tutti i frequentatori del web. Che nella maggior parte dei casi la vivono con euforia. Che bello poter scrivere tutto ciò che si vuole. Che bello poter scaricare contenuti liberamente, leggere giornali e ascoltare musica gratis. Che bello vivere nel far west, dove nessuno ti dà fastidio (finché non pesti veramente i piedi a qualcuno).

È un’euforia che io non mi sento di condividere. Non trovo nulla di divertente nel fatto che Internet sia al di sopra della legge. È un fatto. Internet è libero? Non lo so. Ma senza dubbio è un ambiente pericoloso, proprio come il far west. Nessuno ti dà fastidio, finché badi ai fatti tuoi. Altrimenti può capitarti d’inciampare e impigliarti in un cappio al collo.

Certo, qui posso esprimere le mie opinioni e diffamare chi mi pare. Ma se qualcuno diffamasse me, sarei ancora così contento della mia libertà?
Certo, qui, sento parlare fino allo sfinimento di morte dal copyright, come se fosse una conquista sociale e non una semplice conseguenza dell’evoluzione tecnologica. Gli stessi che se ne fanno portabandiera, il più delle volte, vengono a chiedermi un contributo per poter continuare le loro campagne. Mi sembra di capire che l’alternativa al copyright è la pubblica carità: il che non mi sembra, con tutto il rispetto, una grande evoluzione.

E allora? Allora non so. Non ho risposte, ho solo la sensazione che la crisi sia molto più grande di quanto non ce la immaginiamo. Non credo che nessun legislatore sia maturo per regolamentare Internet, ma nemmeno credo che l’assenza delle leggi equivalga alla libertà.
Per lo meno: alla scuola elementare (statale) mi hanno insegnato che le leggi servono per tutelare i più deboli; e benché in seguito, crescendo, mi sia reso conto che nella pratica le cose non stanno esattamente così, tuttavia per quanto riguarda la teoria io resto fedele alla mia scuola elementare (statale).

Nel frattempo ho elaborato la seguente morale provvisoria:
se su Internet non c’è una legge che ci minaccia, non c’è nemmeno una legge che ci difende;
per questo motivo, noi deboli, dobbiamo imparare a difederci da soli. Tutti insieme, naturalmente.
In questo senso il banner di 2 anni fa ha torto: l’informazione online non ha i giorni contati. Però ha continuamente su di sé svariate spade di Damocle. Sta a noi, piccoli siti aggiornati saltuariamente, individuali o collettivi, la possibilità di allungare i giorni che ci rimangono. Ed è una lotta che va fatta giorno per giorno.

Nei mesi scorsi PeaceLink – probabilmente la più antica comunità d’opinione telematica italiana – è stata citata per danni da un consulente Nato, che ha chiesto 50.000 euro di risarcimento. Se, come me, avete ancora difficoltà a misurare in euro le grandi cifre, vi confermo che si tratta di poco meno di cento milioni di lire.
Cosa ha fatto PeaceLink? Ha copiato e incollato una petizione già pubblicata sul sito di Rifondazione Comunista. In calce alla petizione compariva anche la firma di questo consulente, che non ha gradito. Perché allora non ha citato per danni gli autori della petizione? Perché ha preferito prendersela con una piccola (ma fastidiosa) associazione telematica senza scopo di lucro? Secondo voi perché?

Se ci fosse una normativa che stabilisce chiaramente quali sono le responsabilità di chi copia e incolla un documento… già, ma non c’è. Nessuno, al momento, è in grado di stabilirla. Nel frattempo io non posso che confermare la mia solidarietà a Peacelink, e invito tutti i lettori e scrittori di siti senza scopo di lucro a fare lo stesso: oggi è Peacelink, domani potrebbe essere uno qualsiasi di noi.

Ps:
tanti auguri a me.

Nessun commento:

Posta un commento

Puoi scrivere quello che vuoi, ma se è una sciocchezza magari la cancello.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).