mercoledì 23 aprile 2003

Io sono un colluso

Sarà l’effetto della sindrome di Stoccolma (o era Helsinki?), ma l’Ispettore mi sembra una brava persona. Non fuma neanche. Pensavo che mi avrebbe fumato in faccia.
Pensavo che sarebbero stati due, uno mi avrebbe menato e l’altro sarebbe sembrato una brava persona. Per ora c’è solo il secondo. Però magari adesso ne entra uno e mi mena a freddo, così. Non si può mai sapere. Devo stare attento.

“Ognibene Davide”
“Sì”.
“Lei magari ci tiene a sapere perché l’abbiamo fermata”.
“Penso di sì”.
“Ha delle idee?”
“Meglio di no, grazie”.
“Magari pensa che si tratti di un reato di opinione…”
“Nel dubbio, preferisco non avere opinioni”.
“…e ha torto, perché questo è un Paese libero. Non esistono più i reati di opinione”.
“Ah sì?”
“Aboliti. Non legge i giornali?”
“Ma pensavo…”
“Ognuno può avere le sue opinioni e manifestarle in pubblico. È contento?”
“Dovrei?”
“Dipende. È bella la libertà. Ma è anche una grande responsabilità, ci ha mai pensato? Se un giorno io grido in piazza “viva il milan”, non posso il giorno dopo festeggiare perché ha vinto l’inter. Devo essere coerente. È chiaro l’esempio?”
“Io tengo il Torino, ma ultimamente mi guardo bene dal…”
“Non le ho chiesto per che squadra tiene, le ho chiesto se ha capito l’esempio. L’ha capito?”
“Credo di sì”.
“Coerenza. Uno non può manifestare per la pace del mondo ed essere in combutta con dittatori e assassini. È d’accordo?”
“S-sì, sono d’accordo”.
“Ne sono lieto, perché in base alle ultime norme sulla Coerenza (D.L. 765432 del 42/13/03) chi manifesta per la pace ed è in combutta con dittatori assassini è passibile di una pena da uno a sei anni di carcere interinale. Ed è per questo che le chiedo, Ognibene Davide: lei ha mai manifestato per la pace nel mondo?”
“Ehm, ma il mio avvocato, si è poi fatto sentire?”
“Il suo avvocato si scusa di non poter venire, ma ha un impegno molto importante”.
“E quando si libera?”
“Dipende. Da uno a sei anni. Ma ora preoccupiamoci di lei, Ognibene. Ha mai espresso opinioni contro la guerra su Internet?”
“Io? Su internet?
“Sa che cos’è un blog?”
“Vagamente, devo aver letto qualcosa sui giornali. Gente che si fa i fatti suoi. Ma io, sa, queste mode…”
– Smash –

Mi arriva un manrovescio sulla mandibola destra, proprio dove avrei dovuto mettera a posto l’otturazione, la testa accenna a rotolarmi giù, il collo la ferma con un colpo di frusta. Per Amnesty è tortura, per la Croce Rossa è accettabile, per me è una brutta sorpresa.
“Cerchiamo di non prenderci in giro, d’accordo, Ognibene? Lei ha un blog, ci scrive tutti i santi giorni, e a me è da mesi che tocca leggerla. È il mio lavoro, perciò non mi diverto”.
“Mi dispiace”.
“Lei sul suo blog da un’immagine di sé abbastanza coerente”.
“Ah sì?”
“Un pacifista tutto d’un pezzo. Si riconosce in quest’immagine?”
“Il mio è un sito letterario, d’invenzioni narrative. Non mi sentivo tenuto a…”.
“Ma vaffanculo”. – Smash – Un altro manrovescio, la testa rotola dall’altra parte. “Noi sospettiamo che però, dietro quest’immagine paciosa, si nasconda un pericoloso Incoerente, colluso con dittatori assassini della peggior specie. Ora le farò qualche domanda, e le chiedo di rispondere con attenzione. Il suo futuro dipende da questo. Sono stato chiaro?”
Mi guarda con occhi verdi, tranquilli. Dev’essere proprio la sindrome di Oslo. Mi ha fatto saltare un’otturazione, eppure sento che è una brava persona. Dopotutto un dentista sarebbe stato molto più caro.
E poi uno che mi legge tutti i giorni non può essere fondamentalmente cattivo.

“Ha intenzione di collaborare?”
“Assolutamente”.
“Bravo. Attento ora…”
Da qualche parte sento partire un tic, tac, tic, tac, come in quei vecchi quiz in bianco e nero.
“Ha mai spacciato sostanze stupefacenti per conto del regime cubano?”
Tic, tac, tic, tac.
“Eh, cos’è? uno scherzo?”
“Risposta sbagliata”. – Smash – “Riprova”.
“Un momento. Contano anche gli alcolici?”
“Tu come la vedi?”
“Ron Varano 7 anni? Sono accusato di incoerenza per aver venduto del rum invecchiato 7 anni?”
“Se n’è tenuta una bottiglia? Quando uscira di qui ne avrà tredici”.
“Ma non lo vendevo mica per me! Ero il commesso del negozio!”
“Non era un commesso qualunque. Era un commesso di coscienza. Lo ha fatto come servizio civile!”
“Era commercio equo e solidale! Vendevamo manufatti e alimentari di cooperative del terzo mondo! Non mi rendevo conto che…”
“A Cuba le cooperative non esistono, idiota! È tutta roba di Stato. Invece di andare a servire la sua Patria in una missione di Pace, il signorino ha arricchito un dittatore assassino smerciando alcolici. E adesso si fa bello con la bandiera della pace. Vergogna! Cosa pensa di Che Guevara?”
“Devo essere sincero?”
“Sì”.
“Secondo me la gente che va ai cortei pacifisti con la maglietta di Che Guevara non è proprio brillante. Però…”
“Però?”
“Voglio dire, un conto è Castro, un conto è lui. È uno di quei trozchisti romantici che non si sporcano le mani col Terrore… lui arriva, fa la rivoluzione, ci riprova, lo fanno secco. In più era anche un bell’uomo. È normale che i ragazzini ne vadano matti”.
“E lei?”
“Mai sopportato”.
“Sicuro?”
“Era alto e bello, assomigliava al ragazzo della mia compagna di banco. Lo odiavo”.
Il particolare sembra colpirlo.
“Voglio crederle…”.
"Eppoi ho scoperto e lincato il diario di cuba, il blog più sinceramente anticastrista di tutti, l'ha letto?"
Apre un faldone di carte sulla scrivania. “…ma qui c’è un’altra cosa. Ha mai accettato dolciumi da un capo di Stato corrotto?”
"Eeh? Che cosa?"
Tic tac, tic tac.
(Continua, implacabile).

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