mercoledì 16 aprile 2003

Perché è così facile litigare su Internet?
Ci sono varie spiegazioni.

Per prima cosa, litigare dal vivo è più faticoso: comporta energia mentale e muscolare. Si aggrotta la fronte, si inarcano le sopracciglia, si alza la voce, la pressione sanguigna aumenta. Il nostro organismo non litiga volentieri.
Ma on line è diverso. On line non ci sono muscoli da tendere, e la pressione delle dita sulla tastiera è più o meno la stessa a scrivere parole d’amore o di rabbia. Anzi, il rapporto s’inverte, visto che le parole di rabbia sono meno faticose da trovare, e (forse) più divertenti.
Inoltre, non c’è metodo migliore che una bella incazzatura per stabilire un contatto, comunicare, perfino farsi pubblicità. La gente risponde più spesso agli insulti che ai complimenti, (io almeno faccio così). A insultare si passa per individualità forti, a complimentarsi si rischia la figura del ruffiano.

Un’altra teoria paragona gli utenti di Internet agli utenti delle autovetture: in entrambi i casi assistiamo a scoppi di aggressività parossistici, esagerati, infantili. Ora, cos’hanno in comune bloggatori e automobilisti? Una cosa sola: devono comunicare senza guardarsi negli occhi.
Esempio: quando m’incazzo con una bmw che mi sorpassa a destra, io non me la prendo col conducente. Non so se egli sia un ventenne o un cinquantenne, un signore o una ragazza carina, una persona garbata ma distratta o un pirata della strada. Io ce l’ho con una bmw, che associo piuttosto rozzamente a un determinato segmento sociale: “ricchi-che-si-credono-tutto-permesso”.
Ma se mi capita di gettare l’occhio nell’abitacolo, di osservare uno sguardo o una capigliatura dal retrovisore, la mia aggressività cala di colpo. Sono ancora arrabbiato, giustamente arrabbiato, ma sono tornato una persona civile, che sta interagendo con un’altra persona (un po’ meno) civile.

Allo stesso modo: se io m’imbatto in un blog che scrive qualcosa che non condivido, io non immagino subito che da qualche parte ci sia una persona, due occhi, un naso, magari un po’ di pancetta, con il quale potrei discutere, anche animatamente, di questo o quell’argomento. Non penso che potrebbe trattarsi di un quindicenne, di un pensionato, di un bluff, di una personalità deviata, ecc.. No. Io non vedo che un layout, lo associo a una categoria di persone che ho in mente io, e che mi stanno sulle palle da sempre (“I fascisti”, “I massoni”, “La sinistra”, ecc.). E allora scoppio. È poco faticoso, è divertente, è gratis. E cosa importa, se dall’altra parte dell’interfaccia c’è davvero un quindicenne, un pensionato, un malato, un giornalista che dovrà sorbirsi le mie intemperanze. Questa è Internet.

Io a BlogAge c’ero andato per lo stesso motivo per cui Emmebi non voleva andarci: per vedere le facce, gli occhi, i nasi, le pancette. So che è molto più difficile entrare in polemica con un blog, quando l’hai visto negli occhi (per esempio, è migliaia di anni che non litigo più con Wile): quale occasione migliore per dichiarare la pace a tutti? Mi aspettavo di vedere le belve di internet assumere sembianze umane, trasformare polemiche roventi in discussioni animate. Oddio, magari un po’ più animate…
(Poi, una volta lì, mi è venuto un grosso attacco di timidezza).

Oggi leggo il pezzo di Vecchi su Quintostato, e sobbalzo. Ma allora non è servito a nulla guardarci negli occhi. O almeno a Vecchi non è servito.
O forse il problema è un altro: Vecchi ci ha guardato, sì, negli occhi, ma non ha letto quello che scriviamo.
Perché di tutti i rimproveri che poteva rivolgere ai blog italiani, Vecchi ha scelto proprio l’unico che non si meritano: li ha accusati di non essere capaci di riflettere su sé stessi. Ma vi rendete conto?

“Ogni intervento gettava lampi di luce su un fenomeno dai contorni incerti, ma la gran parte si chiudeva con l'invito a non ricamarci tanto sopra, con un misto di compiaciuta consapevolezza di essere "trendy" e, al tempo stesso, di rigetto per essere ritenuti tali…[...]. Per salvarsi l'anima basta un Blog. Quindi poche ciance e continuiamo ad andare avanti così”. Probabilmente Vecchi non ha mai letto Georg o Granieri, che viaggiano al ritmo di un saggio teorico sui blog al mese. Probabilmente Vecchi non sa che quei signori così snob sul palco e in platea (che effettivamente hanno trattato l’argomento con un certo understatement), ogni giorno si sgozzano on line discutendo di nient’altro che non di sé stessi, se valga la pena commentarsi, aggregarsi, forumizzarsi, implementarsi un feed rss non si sa bene dove. Probabilmente non sa che ogni gatto, cane, maiale che abbia aperto un blog in Italia, ha almeno scritto tre post teorici sul fenomeno blog, tant’è che c’è gente, come me, che non ne può più e ha fatto il fioretto di parlare di blog solo una volta al mese (e non ci riesce).

Ma questo Vecchi non lo sa, perché evidentemente non ha mai letto il blog di nessun gatto, cane, maiale, Luca Sofri o Neri o Labranca. È solo venuto ad aprire le cerimonie, ha notato che la platea era relativamente ben vestita, e quindi (scatta la categorizzazione:) “ceto medio al centro della produzione della ricchezza”. E poi è scoppiato, come qualsiasi altro utente di Internet. È poco faticoso, è divertente, è gratis. E cosa importa, se dall’altra parte ci saranno due, trecento persone che si sentiranno insultate. Per dirla con il grande Ulrich Beck, immortale autore del La società del rischio, Carocci editore, oggiogiorno “ogni azione compiuta è decisa e il suo valore è valutato in base alle conseguenze dirette e indirette che ha”. Avrà valutato le conseguenze dirette o indirette delle sue azioni, Vecchi, mentre si alienava la simpatia di quel paio di centinaia di potenziali lettori.

(Io vorrei solo ricordarmi che faccia ha Vecchi, perché forse riuscirei ancora a trovarlo simpatico, chissà).

Del Blogage hanno parlato tutti, tra cui Gnu. E non perdetevi Quintostato

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