venerdì 16 maggio 2003

Farò il portiere

Premessa: io tiferei Torino, però…

…però ho dato qualche tiro a un pallone anch’io da piccolo, e ho fatto anch’io più o meno il sogno che fanno tutti, cioè segnare un gol nella Finalissima.
Procedendo negli anni il sogno non svapora, anzi, di solito si chiarisce di mille dettagli, per cui c’è chi sogna di entrare nell’ultimo quarto d’ora perché il Mister sotto sotto lo odia (è invidioso della sua classe); c’è chi s’immagina di rientrare da un lungo infortunio, o da un’ingiusta squalifica per illeciti sportivi, o di dover giocare con un braccio al collo, la febbre a quaranta, la testa fasciata, una gamba sola. Comunque sia, tu segni il gol decisivo, i tuoi compagni ti sollevano verso il cielo, e tu sei Dio, anzi, Dio sotto sotto è invidioso.
Questo, più o meno, è il sogno tipico, ma io devo aver avuto un’infanzia particolare. Non difficile, no. Ma particolare.
Il mio sogno, dunque, è il seguente: io sono il solito, onesto terzinaccio e faccio il mio dovere per la prima ora di gioco: poi succede una cosa che ha dell’incredibile. Il nostro portiere fa un’uscita a braccio teso e spacca un ciglio a un centravanti: espulso.
Il problema è che lui è il secondo portiere: il titolare è uscito nei primi minuti per un infortunio. (Vedi che sfiga i sogni a volte). Noi dieci cerchiamo di farlo notare all’arbitro, ma l’arbitro mica può farci niente, il regolamento è regolamento (in seguito credo che il regolamento sia cambiato).
Allora noi dieci cominciamo a guardare smarriti il Mister, e il Mister ci rimanda gli sguardi indietro: queste sono quelle situazioni che non si prevedono. Occorre che qualcuno si metta i guanti e s’improvvisi portiere: chi va?
Nessuno vuole andare, nessuno vuole rischiare di passare alla Storia in questo modo, peraltro siamo sullo zero a zero e tira aria di rigori. Chi va?
“Vai tu, Leonardo”.
“Ma io non sono buono”.

(Questa è l’unica cosa vera del sogno: io sono una schiappa come portiere. I portieri sono alti e flemmatici, io sono basso, nervoso e distratto).

Ma siccome gli altri si tirano indietro con maggiore energia, non resta che mettermi i guanti. A quel punto la speranza di segnare il gol della finalissima è finito…
Ma vuoi vedere che pochi minuti dopo la mia squadra non va in vantaggio, e al novantaduesimo l’arbitro non ci fischia un rigore contro?
A quel punto nessuno può biasimarmi se mi faccio segnare un gol, ma invece lo paro, e Dio lassù crepa dalla rabbia. Campioni d’Europa, del Mondo, dell’Universo. Vengo nominato Presidente della Repubblica a vita con effetto retroattivo.

Ecco, dottore, ci pensavo anche ieri sera. Io sto col portiere. Spero sempre che la palla non entri. Credo che nessuna tripletta valga il piacere di restare immobile davanti a due mossette di Figo, e incassargli il pallone, tiè, porta a casa. Più d’Italia-Brasile tre a due, per me c’è Olanda-Italia nel 2000, con Toldo che para quattro, cinque rigori, neanch’io ricordo quanti. Io piangevo di gioia.
Non so se sia normale. Certo è molto italiano: solo noi abbiamo portieri come Buffon o Toldo, solo noi pensiamo che una partita si possa vincere in difesa.
Ma lasciamo perdere gli italiani, parliamo di me. Significa che non mi piace il calcio? Che non mi piacciono i gol, la bellezza, l’arte, la poesia, che preferisco ribattere tutto al mittente? Non sarà mica una metafora sessuale, o politica? Perché non voglio far passare il pallone? Perché non voglio far passare le punte, i bomber, gli eroi? Cosa c’è che non va in me?

“Mah, è interessante che lei sogni di trionfare in qualcosa che per sua stessa ammissione non è in grado di fare, nemmeno nel sogno”.
“Sì, nel sogno faccio il terzino”.
“Però si improvvisa portiere. E vince una partita come portiere. Ma non è un bravo portiere. È solo fortunato, è volenteroso, e non sa dire di no al Mister”.
“E quindi?”
“Un po’ come quando trova un lavoro, no? Non smette di far notare agli altri e a sé stesso la propria incompetenza. Allo stesso tempo, si illude di poter avere successo in qualsiasi campo”.
“Non la seguo”.
“Lei non vuole studiare da portiere. Lei non vuole ammettere a sé stesso che è un portiere. Lei vuole che gli altri la costringano. Dopodiché, nessuno può biasimarla se non riesce a parare un rigore…”
“Ma io paro il rigore”.
“Lei si crede capace di improvvisare qualsiasi ruolo, e di avere comunque successo. Non crede che valga la pena impegnarsi a fondo in un ruolo, perché in qualsiasi momento qualcuno le potrebbe chiedere di assumerne un altro”.
“È un segno di flessibilità”.
“È un segno di immaturità, nascosto sotto la spavalderia. Crede che le basti indossare due guanti per diventare un portiere”.
“Ma è solo il sogno che facevo da bambino. Significa che ero un fallito già da allora?”
“Non lo so, la seduta è terminata. Due cents, prego”.

(Se piacciono i pezzi con metafore calcistiche, il Griso ne ha uno che... uh, colpisce).

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