lunedì 21 luglio 2003

Carlo Giuliani, per prima cosa, non vive e non lotta insieme a noi.

Carlo Giuliani è morto, nel corso di una manifestazione repressa dalle forze dell’ordine. Sono cose che purtroppo accadono ovunque nel mondo, ed è bene ricordarsene, è bene protestare. In questi giorni, per esempio, molti parlano della repressione in Iran. Il caso della giornalista picchiata a morte dalla polizia ha colpito il cuore di molti. Giustamente.
Ora, spiace constatare come nella volontà di far luce su quel caso il governo iraniano abbia mostrato una correttezza maggiore di quello italiano su Genova. Spiace, proprio perché non ci sono dubbi, non ci dovrebbero essere dubbi su quale sia il regime più democratico tra l’Italia e l’Iran. Quello che concede più libertà ai suoi cittadini e agli ospiti. E infatti io non ho il minimo dubbio: sono felice di vivere qui e non altrove.
Eppure non posso dimenticare di aver visto due anni fa una città italiana che non sembrava più in Italia, ma in Cile. Se è stata un’allucinazione, è stata collettiva, condivisa anche da molti agenti di pubblica sicurezza. Se è stato un miraggio, non è stato innocuo, ma ha lasciato dietro di sé una scia di contusioni, devastazioni, denti rotti, traumi. E un ragazzo di 23 anni che è morto. Un ragazzo che non rappresenta nessuno a parte sé stesso, un ragazzo che forse quel giorno avrebbe fatto meglio ad andare al mare.
Un ragazzo che, poco prima di cadere a terra, aveva un estintore in mano: il che lo ha reso, agli occhi di molti italiani, un pericolo pubblico, o perlomeno uno che se l’era cercata. Attenzione.
Non intendo discutere il buon senso: in generale, inseguire una camionetta dei carabinieri con un estintore in mano non è una buona idea.

Ma era una buona idea caricare un corteo pacifico che sfilava secondo il tragitto programmato? Fu una buona dividere i manifestanti, rastrellarli lungo i marciapiedi o accerchiarli in Piazza Alimonda? Fu una buona idea lasciare una camionetta in Piazza Alimonda? Fu una buona idea mandare a bordo delle camionette ragazzini di leva, accecati e intossicati dai gas controvento, più spaventati dei dimostranti?
Carlo Giuliani, che l’indomani la Repubblica definiva un “punk bestia”, non aveva passato la sua breve vita ad assaltare forze dell’ordine a mani nude. Se non si fosse trovato in Piazza Alimonda oggi sarebbe vivo, e magari incensurato. Ma era a Piazza Alimonda, come avrei potuto esserci io, come avreste potuto esserci voi; e a Piazza Alimonda c’erano in tanti – esasperati dai gas, dalle cariche, dall’adrenalina – che stimarono di dover far fronte alle cariche dando tempo al grosso del corteo di ritirarsi. In quei momenti ognuno decide per sé. Ma Carlo Giuliani ha pagato per tutti.
Qualcosa – anche se molto meno – l’ha pagata anche Placanica. E nessun altro. Nessun responsabile di polizia o carabinieri ha perso il posto. Alcuni stanno facendo anche carriera. Esportano la democrazia. Complimenti.

Piazza Alimonda è storia vecchia, ormai, lo so. Come il massacro alle Diaz, o gli abusi della caserma di Bolzaneto, commessi sotto gli occhi dell’ineffabile Ministro Castelli. Sono storie vecchie, ma prima di esportare nel mondo la nostra democrazia bisognerebbe risolverle. Qualcuno ha ammesso di aver sistemato delle molotov come in una caccia al tesoro, di essersi accoltellato da solo per ottenere la solidarietà dei commilitoni? Bene. Ma non ci basta. Qualcuno dovrebbe ammettere di aver torturato dei ragazzini rei di essersi fatti acchiappare. Qualcuno dovrebbe spiegarci il senso dell’irruzione nella scuola-palestra e nel media-center. Qualcuno dovrebbe scusarsi per aver giocato alla strategia della tensione. Qualcuno dovrebbe ammettere di avere preso la mira e ucciso un ragazzo, perché è ridicolo, umiliante, dover credere alla “pallottola deviata da un sasso”.

Se invece pensate che non valga la pena di chiedere giustizia per Genova, lasciateci almeno perdere. Non cercate il nostro consenso per altre campagne di democrazia. La democrazia non è una civiltà da esportare, la democrazia è una lotta continua, interna, sotterranea, disarmata, tra soggetti sociali che hanno interessi in conflitto. Niente di paradisiaco, niente di cui andar fieri, ma qualcosa per cui lottare. Non ci sono patrie della democrazia, ci sono solo frontiere della democrazia, l’Iran è una, l’Italia pure.

Una vergogna per uno Stato democratico come il nostro, uno tra i più democratici del mondo probabilmente…

(Giuliano Giuliani, in Un anno senza Carlo, Baldini & Castoldi, pag. 62)

1 commento:

  1. Povero Carlo, é veramente una vergogna, che un ragazzo così giovane, un bello e bravo ragazzo debba morire ad un'età così giovane..
    Poverino!!

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