martedì 28 ottobre 2003

Il crocefisso è un morto
(Cristo, invece, vive).

(invettiva)

Premessa: le tradizioni, le radici, le civiltà, sono bellissime cose, ma a chi servono? Di solito a chi non ha più un gran futuro davanti. C’è tanta disperazione in quella frase famosa, “non possiamo non dirci cristiani”: come a dire: non ci crediamo più, non sappiamo neanche più in cosa crediamo, ma non possiamo non salvare le apparenze. C’è anche tanta disperazione nello sconforto di questi prelati, che sanno benissimo come un crocefisso in un’aula non abbia mai convertito nessuno, ma che forse ignorano quanto sia sprovveduto offrire un simbolo religioso nei luoghi in cui preadolescenti e adolescenti perfezionano i loro istinti di ribellione (ehi, ragazzi, volete sputare su un’autorità? Ecco qui un pratico pezzo di legno).

Per contro si sa in che conto le tenesse Gesù Cristo, le tradizioni, le civiltà. Un giorno andò in sinagoga, lesse Isaia e poi disse: questo passo si è avverato oggi, è di me che si parla. A momenti lo gettavano in un burrone (Luca 4.16-30). I veri profeti se ne infischiano delle tradizioni, o al limite le sfruttano senza pietà. Pensano al futuro, loro.

Anch’io, che profeta proprio non sono, sono abituato a preoccuparmi più del futuro che del passato, se non altro perché solo il futuro può ancora farmi male. Quanti anni ho davanti a me? Riuscirò a trovare un lavoro stabile, sposarmi, andare in pensione? Se mi ammalo, potrò permettermi cure efficaci? Questi sono i miei problemi, e per problemi di questo tipo sono disponibile a scendere in piazza. Viceversa non muoverò un dito per le radici cristiane dell’unione europea, e a chi se ne preoccupa vorrei chiedere: ma avete solo radici da offrire? Guardate che non è un granché.

(Molta gente, poi, che si riempie la bocca di radici cristiane, mi interesserebbe vederla mentre esce di chiesa la domenica. Macché. Sanno recitare il Credo? Sono in regola coi sacramenti? Conoscono più o meno le scritture? È interessante questa idea di cultura che si assorbe alla nascita, senza bisogno che nessuno te la insegni, una linfa che succhiamo da queste preziose radici).

Un’altra cosa molto bella, ma non molto utile, secondo me, è quella che i Wu Ming chiamano mitopoiesi: i racconti di fondazione, i miti, le leggende, i simboli, le bandiere, giù giù fino ai cori da stadio. Sono disegni colorati che piacciono ai bambini di ogni età (e anche a me), ma vogliamo davvero fare delle guerre per questo? Davvero vogliamo imbastire una polemica sul crocefisso nelle scuole? Lo mettiamo in prima pagina? Ma dai. Non a caso i principali animatori di questa polemica sono Adel Smith, Bondi e Castelli: tre provocatori, tre mostri partoriti dal letargo della ragione.

Se volete, poi, di crocefissi possiamo parlare. Attenti perché non è facile: si tratta di guardare con occhi vergini qualcosa a cui da troppo tempo non facciamo più caso (perché siamo stati abituati a snobbarlo fin dalla scuola dell’obbligo, quel povero cristo).
Ma proviamo. Dovremo convenire coi nostri cugini monoteisti (ebrei e musulmani) e cristiani (protestanti e ortodossi non sono grandi fanatici del Cristo in croce) che quel simbolo ha qualcosa di scandaloso. Per prima cosa, è un simbolo di inaudita violenza. Non è un cadavere, è un moribondo all’apice della sua tortura. In fondo col crocefisso noi ricordiamo non solo le nostre radici cristiane, ma anche quelle latine: sono stati i romani a escogitare questa tortura quadrata, razionale, esibita. Nessun supplizio capitale è più spettacolare di una crocefissione: di solito si crocefiggevano gli schiavi ribelli, a mo’ d’esempio.

Quel Cristo torturato è un grande scandalo, però possiamo anche esserne fieri. È un’invenzione del Medioevo italiano (i crocefissi ieratici dei Bizantini, occhi aperti e atteggiamento rilassato, hanno poco a che spartire con un Cimabue). È il primo segno di quello che diventerà il tratto distintivo dell’Occidente: il realismo. L’indagine sulla carne, sulla morte, sull’evidenza fisica delle cose. È stato Auerbach a chiamarla creaturalità e a metterla al centro della storia occidentale: il realismo moderno, scandaloso, implacabile, nasce col Crocefisso. E se io sono orgoglioso di qualcosa di occidentale, sono orgoglioso di questo scandalo.

Però vorrei che restasse uno scandalo: e invece da secoli si briga per banalizzarlo, ridurlo a santino, sistemarlo in tutte le aule di scuola e tribunali, renderlo invisibile a furia di esibizioni. Perché?
Perché fa paura. Non ad Adel Smith: a noi. Noi cattolici.

È passata appena una settimana da quando ci siamo riempiti occhi e bocca della Beata Madre Teresa, una persona che per fare tutto quello che ha fatto non aveva certo bisogno di cultura e tradizioni (tanto che a un certo punto fondò un ordine ex novo). Viveva nel futuro, lei: tutto quello di cui aveva bisogno era un paio di buoni versetti del vangelo.
Nemmeno di crocefissi aveva bisogno: erano gli stessi versetti a ricordarle che Cristo è in ognuno di noi, e soprattutto nel sofferente. E il mondo è pieno di persone che hanno bisogno delle nostre cure, molto più di un pezzo di legno. In questo un laico non può che sottoscrivere Madre Teresa (è sui metodi che è giusto dissentire).

Stessa cosa, in piccolo, nelle nostre scuole: non sono già sufficientemente piene di poveri cristi? Altro che crocefissi ai muri: parliamo di muri, piuttosto. Per uno Smith che si offende davanti a un pezzo di legno, quanti padri di famiglia musulmani che hanno il diritto di preoccuparsi per la stabilità dei plessi scolastici; per l’atmosfera difficile che si viene a creare in classi sempre più grandi, guidate da docenti sempre meno motivati.
Questi sono problemi veri: per questi bisogna lottare, se si ha paura, o speranza del futuro. E voi invece preferite giocare al gioco delle civiltà e litigare per un pezzo di legno. Non per il povero o per il bisognoso: per il pezzo di legno. È tutto quello che vi è rimasto. Perché siete morti, perdonate la franchezza, e siete soltanto in attesa che qualche altro morto venga a seppellirvi. Che faccia avrà, che bandierina sfoggerà, in fondo è irrilevante. Potesse parlare, quel pezzo di legno, saprebbe trovare parole migliori per voi: sepolcri imbiancati, qualcosa su quel tono.

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