giovedì 13 novembre 2003

Anche oggi è un giorno di lutto,
come ogni altro giorno

Una guerra non è un taxi, da cui si può scendere in qualsiasi momento per qualsiasi motivo.

C’è stato un momento in cui anche i cittadini italiani hanno potuto dire la loro, sui motivi di questa guerra, sull’opportunità di parteciparvi. E in molti, nelle piazze, sui balconi, su internet (per quel poco che conta internet) abbiamo detto: no. E per un attimo, se ricordate, abbiamo visto il governo tentennare, Berlusconi ondeggiare tra sostegno e non intervento, Marino rassicurare le mamme italiane. Poi quel momento è passato, la guerra è scoppiata e – siccome ha assunto quasi subito l’aspetto di una fanfara gloriosa – ogni tentennamento è stato superato. Le guerra è bella, anzi, non è nemmeno una guerra, è “pacificazione”, “lotta al terrorismo”: e il parlamento italiano si è precipitato a offrire il suo contributo.
Giusto? Sbagliato? Ne abbiamo discusso a suo tempo: adesso è troppo tardi.

Da quel momento – dall’inizio di questa guerra, che non è certo finita quando è piaciuto a Gorge W. Bush – ogni giorno è un giorno di lutto. Anche se abbiamo smesso presto di contare i morti, da una parte e dall’altra. Tutti questi morti ci danno ragione? Ci danno torto? È una ben misera ragione e un ben misero torto. Personalmente mi ostino a credere, ogni giorno, che un regime odioso come quello di Saddam Hussein si poteva rovesciare in un modo meno cruento, come sono stati rovesciati a loro tempo regimi odiosi in Cile, in Argentina e (perché no) in Europa dell’est. Ma non è andata così: oggi in Medio Oriente c’è un’altra guerra di cui non si vede la fine, un enorme campo di addestramento per i fanatici di tutto il mondo, e un morto in più o un morto in meno non è un argomento a mio favore o a mio sfavore: è, semplicemente, un morto in più.

Ieri, di morti in più, ce ne sono stati diciotto: è stata la giornata più dura.
È giusto piangerli, e non solo perché hanno volti e nomi che ci assomigliano. Cambierebbe qualcosa se al loro posto ci fossero stati soldati americani, o inglesi, o polacchi, o iracheni? Per me no, non cambia nulla. I morti non hanno più patria.

Questa è la guerra, e siccome volenti o nolenti ci siamo dentro, dovremmo forse imparare a sopportarla un po’ più virilmente, senza polemiche parlamentari a ogni piè sospinto; magari superando finalmente il fastidioso pietismo che ci costringe ad assistere in diretta televisiva allo strazio dei famigliari.

Nel frattempo, chi a questa guerra ha detto sì nel Governo e nel Parlamento, ha tutto il tempo per rivedere i suoi calcoli, per decidere fino a che punto conviene restare nella partita. Ma chi a questa decisione non ha preso parte, non ha nulla di cui vantarsi o rimproverarsi: si resta così, imbarazzati come a un funerale, comparse in una tragedia che è veramente troppo grande per noi.

Vorrei soltanto dire, senza litigare con nessuno, che tutto questo forse non è giusto. Che tutto questo, forse, si poteva evitare. Anche se è tardi, ora.

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