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martedì 16 dicembre 2003

Fine di un altro grande Irrigatore

 Noi tutti non vediamo l’ora – oltre che di aver sconfitto il Terrorismo – di dialogare con l’Islam moderato. E cioè? Di cosa parliamo quando parliamo di Islam moderato?

Senza dubbio non parliamo di democrazia in senso stretto, insomma, di elezioni. Non ora, non qui. Su questo a destra come a sinistra siamo d’accordo: le masse islamiche non sono pronte per la democrazia, se chiamate alle urne reagiscono in maniera tutt’altro che moderata. Esempi? L’Iran rivoluzionario, l’Algeria degli anni Novanta. Di elezioni come quelle, l’Occidente avrebbe fatto volentieri a meno.
E naturalmente, parliamo di Islam laico, che in fondo è un controsenso (ma a controsensi così, noi laici col crocefisso a scuola siamo talmente assuefatti da non rendercene conto). Le gerarchie religiose ci incutono sospetto – e giustamente, dopo gli esempi di ayatollah e talebani.

Quindi: fuori le elezioni, fuori le scuole coraniche. Cosa resta? Molto spesso resta poco. Di solito l’unica struttura ‘laica’ solida e ramificata in questi paesi è l’esercito. Alla fine, in Algeria, ci siamo trovati a stare dalla parte dei generali. Perfino in un Paese relativamente laico come la Turchia, l’esercito è stato per molto tempo il vero baluardo laico contro il fondamentalismo religioso, e forse lo è tuttora. Naturalmente, dove c’è l’esercito c’è sempre un po’ di nazionalismo, ma quello non guasta mai, vero?
D’altro canto non bastano due stellette da generale per essere un leader islamico moderato. Dovrai dimostrare anche senso pratico, costruire infrastrutture per il tuo Paese, essere leale con i tuoi alleati e combattere, se è il caso, anche per il loro interesse. Dopodiché, che importa se proprio non sei democratico. Sarai giudicato per il bene che hai fatto al tuo Paese.

Ricapitolando: quando parliamo di Islam moderato, pensiamo a un regime un po’ laico, un po’ nazionalista, un po’ militarista, con un leader che si dà da fare per costruire infrastrutture e combatte anche per il nostro interesse. Detto così, è l’identikit politico di Saddam Hussein, il tizio che hanno arrestato ieri in una buca.

 Forse non mi sono spiegato bene; allora riprovo copiando la pagina di un libro che a me è piaciuto molto, La famiglia Winshaw (What a carve up!), pubblicato da Jonathan Coe nel 1994 (Feltrinelli 1996). Il protagonista sta facendo una ricerca sull’editorialista Hilary Winshaw – uno dei personaggi più antipatici della Storia della letteratura. A un certo punto ne mette due di fianco, scritti a quattro anni di distanza. In mezzo c’era stata la prima guerra in Iraq. Ma funziona abbastanza bene anche dopo la seconda.

Oggi è arrivato sulla mia scrivania il bollettino di un gruppo che si fa chiamare Sostenitori della democrazia in Iraq, abbreviato in Sdi.
Essi dichiarano che il presidente Saddam Hussein è un brutale dittatore che tiene le redini del potere con la tortura e l’intimidazione.
Ebbene, io ho da dire due pargolette a questo stupido branco di Sdi: fatevi i fatti vostri!
Chi è responsabile dei programmi di assistenza sociale che hanno portato così profondi miglioramenti in ogni angolo dell’Iraq, nei servizi che hanno come obiettivi la casa, la scuola e la sanità?
Chi ha offerto di recente agli iracheni il diritto alla pensione e il salario minimo garantito?
Chi ha fatto installare nuovi e più efficienti sistemi di irrigazione e di drenaggio, chi ha concesso generosi prestiti ai cittadini e promesso “benessere per tutti” sino al Duemila?
Chi ha dimostrato di essere una figura così proba da indurre il presidente Reagan a cancellarne il nome dalla lista dei leader politici accusati di reggere il gioco dei terroristi?
E chi, ancora, fra tutti i leader del Medio Oriente, si è messo il contante sulla bocca, proprio lì, e ha chiamato a raccolta così tanti imprenditori e industriali inglesi perché lo aiutino a ricostruire il paese?
Esatto! È lui, il “brutale”, il “torturatore” Saddam Hussein.
Piantatela, Sdi! Prendetevela piuttosto con l’abbaiare degli ayatollah. Magari la vita in Iraq non è perfetta, ma oggi è meglio, molto meglio di come è stata per troppo tempo.

Dunque Saddam lasciatelo perdere. Io dico che è un uomo con cui possiamo stabilire rapporti d’affari.

Non capita spesso che un programma televisivo mi faccia dar di stomaco, eppure quello di ieri sera è stato un’eccezione.
C’è forse qualcuno in tutto il paese a cui non sia venuto da vomitare guardando Saddam Hussein al telegiornale delle nove, che metteva in mostra i cosiddetti ostaggi che egli perversamente di propone di usare come scudo umano?
Quella è un’immagine che non dimenticherò mai, finché avrò vita: lo spettacolo di un bambino visibilmente terrorizzato e indifeso, che veniva toccato e palpato da uno dei più efferati e spietati dittatori della terra.
Se mai qualcosa di buono può venire da un’esibizione così rivoltante, sarà quella di far rinsavire la lobby dei cosiddetti pacifisti e far loro capire che non possiamo starcene con le mani in mano lasciando che questo “cane pazzo” del Medio Oriente se la svigni senza saldare il conto per i suoi crimini atroci.
Non parlo solo dell’invasione del Kuwait. Tutti gli undici anni di presidenza di Saddam Hussein sono una lunga, stomachevole, storia di tortura, intimidazione, brutalità e assassinio. Chi non mi crede sulla parola dia pure un’occhiata a uno degli opuscoli pubblicati dal Sdi (Sostenitori della democrazia in Iraq).
Non ci sono dubbi in proposito: è finito il tempo di stare a guardare; è tempo di passare all’azione.

Preghiamo che il presidente Bush e la signora Thatcher lo capiscano. E preghiamo anche che il coraggioso, indomito ragazzino che ieri sera abbiamo visto sugli schermi televisivi viva abbastanza per dimenticare il suo incontro con il malvagio macellaio di Baghdad.

Che altro dire, a parte che Saddam, d’accordo, avrà irrigato, avrà drenato: ma volete mettere con l’Agro Pontino?

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