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giovedì 29 gennaio 2004

Anche tu in Arcadia!

Io ho avuto un’infanzia abbastanza felice, e amici ne avevo e ci giocavo volentieri: però a volte preferivo starmene per i fatti miei. Ne stavo parlando proprio oggi, giù in bar, con Jonathan Franzen.

“Le persone non amano ammettere”, diceva, “di essere stati degli isolati sociali da bambini. Allora accade che quel senso di diversità venga trasportato in un mondo immaginario. Il quale, però, non può essere condiviso con quelli che ti stanno intorno – perché è immaginario. E così il dialogo più importante della tua vita si svolge con gli autori dei libri che leggi. Anche se non sono presenti, essi diventano la tua comunità”.

“Beh, beh”, ho fatto io, “adesso non esageriamo”.

“Ma il fatto di essere un bambino “socialmente isolato” non condanna autonomamente a diventare un adulto imbranato alle feste e con l’alito cattivo. In effetti, può rendere ipersocievoli. Solo che a un certo punto si comincia ad avvertire un tormentoso, quasi contrito bisogno di ritirarsi in disparte a leggere – di ricongiungersi a quella comunità”.

“Ah sì?”

“Tu sei un individuo socialmente isolato che vuole disperatamente comunicare con un essenziale mondo immaginario”.

Questo mi ha fatto venire un’idea.
“Senti, mi è venuta un’idea. Perché non andiamo a trovare Francesco, che sta qui nei pressi?”

Toc, toc
“È permesso?”
“Comites latentes
quos michi de cuntis simul omnia secula terris
transmittunt, lingua, ingenio belloque togaque
illustres; nec difficiles, quibus angulus unus
edibus inmodicis satis est, qui nulla recusent
imperia assidueque adsint et tedia numquam
ulla ferant, abeant iussi redeantque vocati”.

“Magari torniamo in un giorno che lavori in volgare, eh?”

Tutto sommato una buona giornata.

Testi di: Jonathatn Franzen, Come stare soli, Einaudi 2003, pagg. 77, 78; Francesco Petrarca, Epystole, I, 6; non è spocchia, è che proprio non ho il tempo fisico per tradurre. Un’altra volta.
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