giovedì 22 gennaio 2004

Questo pezzo va in onda arruffato e sconclusionato per uno sciopero del buon senso.

Non drammatizziamo, è solo una questione di… di...

Lost in translation.
Se mi sia piaciuto o no, francamente non lo so, e poi in fondo cosa importa. Volevo solo annotare qui la fine di un grande tema narrativo, che nel bene e nel male teneva duro sin dai tempi di Re Artù, l’adulterio.

In sostanza, per molti secoli i racconti per adulti consistevano in questo: un marito vecchio e scemo (Artù, re Marco), una sposina sveglia e fresca (Ginevra, Isotta), un baldo giovine probabilmente spiantato (Lancillotto, Tristano). Dal punto di vista psicanalitico, è chiaro che Lancillotto vuole competere col padre e giacere con la madre; da un punto di vista sociale, immaginatevi la vita di corte in uno di quei brutti castelli intorno l’anno Mille: i signorotti quarantenni, già brutti arnesi e reduci di guerra, sposano ragazzine quindicenni, non sempre, non necessariamente santarelline. Il minimo che possa fare la castellana nelle lunghe sere invernali è spassarsela coi paggi. I paggi, poi, non sono altro che i figli cadetti di amici del padre, destinati a un futuro di cavalleria di ventura: giovani, belli e inutili, irresistibili. Nei migliori romanzi cavallereschi s’intuisce che è la castellana a prendere l’iniziativa. Volendo potremmo cercare nell’adulterio narrativo qualche embrione di emancipazione femminile. Volendo. (Dopotutto questi romanzi li scrivono gli uomini, ma perché li leggano le donne).

Il modello del matrimonio “verticale” (lui quarantenne – lei quindicenne), combinato e d’interesse, formalmente va in crisi nell’Ottocento, secolo romantico. Nell’Ottocento le nozze combinate diventano ‘out’: si fa strada l’idea che marito e moglie debbano amarsi, addirittura prima di salire all’altare: che debbano essersi innamorati l’uno dell’altro. Questo nella fiction: la realtà continuava a essere piena di borghesi quarantenni pieni di soldi pronti a impalmare quindicenni spiantate con un quarto di nobiltà. Rispetto alle loro antenate medievali, queste povere ragazze non hanno neanche più la possibilità di conoscere dei paggi interessanti. Nelle lunghe serate d’inverno non resta che leggere romanzi d’amore. Non sorprende che il secolo romantico sia pieno zeppo di adulteri: Emma Bovary, Anna Karenina, Effi Briest… e in Italia? In Italia i romanzi sono più castigati, ma basta assistere a un qualsiasi melodramma che, come ha detto qualcuno, è quello spettacolo dove il tenore vuole andare a letto col soprano ma il basso non vuole (o era il baritono?)

Il modello del “matrimonio d’amore” dura molto meno del precedente, in Italia diciamo fino agli anni ’50: la generazione dei babyboomers non ci crede già più, ma anche i loro genitori, sposati da un pezzo, nel 1974 votano per il divorzio con buona pace della Chiesa e di Fanfani. In fondo, il matrimonio d’amore era ancora più oppressivo del matrimonio d’interesse, perché obbligava due persone a essere innamorate tutta la vita: il che, oggettivamente, è un po’ difficile. Tra ’60 e ’70 si ha la sensazione che il matrimonio, come ogni altra istituzione, stia per cedere definitivamente: nei film e nelle pièces teatrali del periodo l’adulterio è solo l’avanguardia della rivoluzione. Invece ci si continuerà a sposare, se non per amore per inerzia: e a tradirsi allegramente… sempre meno allegramente. Comunque l’adulterio continua a essere un argomento d’attualità nelle fiction fino a tutti gli anni ’80. E siccome sono gli anni della cultura di massa, conviene far notare quanto s’insistesse, nei film di serie B di quel periodo, sul concetto di “corna”, e quanto frequente fosse l’appellativo “cornuto”: oggi non lo è più.

Alla fine del secolo secondo me c’è una frattura, anche se non saprei dire dove. Per rintracciarla mi torna utile ragionare sui famosi film italiani ‘bruttini’.
Uno a caso: Denti, di Salvatores. Il protagonista ha lasciato sua moglie “per passione”, col conseguente e già logoro strascico di alimenti da pagare e di figli palleggiati tra i due ex coniugi. Una situazione così, che nel 1970 era ancora fantascienza, nel 2001, ci sembra già un cliché più abusato di quello di Ginevra e Lancillotto. Ora il protagonista ha una nuova compagna, più giovane… e di conseguenza ne è gelosissimo. I rapporti d’amore sono sempre più simile ai rapporti di potere o di proprietà. Uomini e donne si attaccano e si staccano nel tentativo di salire qualche piolo della scala sociale. L’adulterio non è più infrazione alla regola, è la regola: dalla liberazione sessuale alla competizione sessuale. E siamo nel 2000. E poi?
Negli anni successivi alcuni film italiani riscuotono un successo quasi sorprendente capovolgendo i termini: l’adulterio, proprio in quanto regola non scritta, ma ineluttabile, viene svuotato di senso, banalizzato, superato. Simbolo di questa banalizzazione è l’interpretazione di Raoul Bova nell’ultimo film di Ozpetek: ma anche gli adulteri di Muccino sono di una banalità che rasenta lo squallido: si combinano in cinque minuti (una volta era molto più difficile) e lasciano un amarissimo sapore in bocca al protagonista, che non chiede di meglio di tornare al nido familiare. Trent’anni fa l’adulterio poteva essere un’eroica trasgressione all’istituzione matrimonio: oggi un semplice matrimonio borghese, ordinario, diventa l’eroica trasgressione all’istituzione adulterio. Sì: noi riempiamo i cinema per guardare film che ci dicono quant’è faticoso ed eroico metter su famiglia: proprio mentre, paradossalmente, le statistiche sulle violenze domestiche c’informano che la famiglia è il posto meno sicuro in assoluto. Ma del resto che sfida sarebbe, se non ci corresse del sangue?

E Lost in translation cosa c’entra? Quasi niente. Di sicuro, non ha niente a che vedere con i film italiani bruttini. Ma a suo modo è un film che dovrebbe raccontarci un adulterio e non lo fa.
E perché non lo fa? Perché sarebbe banale. Mi sembra di sentire gli sceneggiatori: “li facciamo andare a letto?” “No, troppo banale”. Banale come andare in un tempio buddista ed emozionarsi. O come essere bionde e anoressiche attrici di film d’azione. Roba da coatti. Le persone che hanno stile non tradiscono più i consorti: al massimo un abbraccio fraterno, una carezza paterna, e poi via, ognuno torna al nido che gli compete.

Gli unici che sembrano avere ancora un po’ di voglia di sesso extraconiugale sono i vecchi professori universitari: ne La Macchia umana Hopkins (già vedovo, però) si fa di viagra per soddisfare Nicole Kidman, nelle Invasioni barbariche un gruppo di docenti universitari si ritrova in uno chalet a ricordare le belle ammucchiate del tempo che fu. Patetici, e sanno di esserlo. I loro figli, i “Barbari”, emergono per contrasto: sono belli e pragmatici, fanno carriera, hanno già programmato matrimonio e figli, sanno che non si lasceranno mai e… non vogliono sentire la parola “amore”. (“I miei genitori non facevano che usarla: ti amo, ti amo, ti amo… non t’amo più”).
Poi grazie al cielo, c’è ancora qualche imprevisto.

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