martedì 30 marzo 2004

“Gavioli”
“Presente”
“Hassan”
“Presente”
“Insomma”
“…”

Le difficoltà del giovane Insomma

Col tempo cominci a fidarti del linguaggio. Non ti accorgi più di quanto sia astratto, malfunzionante, in genere poco performativo. Ti muovi tra adulti che bene o male comunicano. Tutto regolare, a parole. Ma il destino è in agguato. Il tuo destino ha un nome. E un cognome. Insomma Pierluigi, nato a Barletta il 26/26/92.

“Insomma! Dico a te!”
“Cosa c’è, prof?”
“Sei presente oppure no?”
“…”
Quando mi guarda con quegli occhi azzurri, profondi, vacui, io so che è tutto vano. Insomma non è stupido. Ma non sa di cosa stiamo parlando.

“Sei indeciso? Non sei sicuro di esserci? Vuoi fare un salto a casa a controllare se ti sei dimenticato là?” (Risate di convenienza)
“Mica posso andare a casa, prof”.
“E perché?”
“Perché…”
Perché sei qui!”
“…”
“Quindi sei presente, o no? Ti segno presente? Vuoi pensarci ancora su? Insomma!”
“…”
Quegli occhi azzurri, profondi, vacui.

Insomma non è stupido. In un qualche modo sappiamo tutti che è intelligente. Ma in mezzo c’è il linguaggio. Questo diaframma tra la sua intelligenza e quella degli altri. È occluso.
O forse è una sorda rivolta contro le istituzioni. Insomma sa di essere qui. Ma non risponde. Neanche sotto tortura.
La tortura consiste nel cercare di spiegargli i problemi di geometria solida un pezzo alla volta.

“Il volume si trova moltiplicando l’area di un lato per l’altezza. Insomma, io direi che è chiaro”.
“…”
“Ora, sta molto attento…”

(Insomma non è sfrontato. Anzi ha buone maniere, e in generale si mostra malleabile. Se gli chiedi di stare attento, lui si concentrerà e ti darà la migliore faccia attenta che tu abbia visto mai).

“…se l’area abbiamo detto che è 3 e l’altezza è 4, quanto sarà il volume?”
“…”
“Ti ricordi? Abbiamo detto (dito sulla regola) che il volume si calcola moltiplicando questo per quello. Questo (dito sull’area) è 3. Questo (dito sull’altezza) è 4. Quindi il volume sarà…”
“…”
Ho usato le dita. Errore. Si è distratto. Ha guardato le dita del prof sul disegno. Non ha guardato il disegno. Dita, disegno, linguaggio. Non funziona. Non spiega niente, è solo un’inutile distrazione. Musica di fondo. Diaframma occluso.

Con l’algebra va meglio, grazie a qualche accorgimento. Il più universalmente noto è il denaro. Un linguaggio che funziona sempre. (Perché?)

“E ti ritrovi con dodici fratto due. Ora devi semplificare”.
“…”
“Insomma, Pierluigi”.
“Ma prof!”
“Insomma, cosa vuol dire fratto due? Che devi dividere per due, no? E quindi…”
“…”
(Sospiro) “Insomma, hai dodici euro. Li devi fare a mezzo”.
“Con chi?”
“Con me. Quanti me ne dai?”
Mi guarda male, ho voglia di fregarlo? Lo sanno tutti che la metà di dodici euro è…
“Sei euro, prof”.
“ooooh. E Insomma, ci voleva tanto?”

Perché un’operazione è più comprensibile se dietro alle cifre metti il segno di una valuta? Fatto attestato a tutte le latitudini: dollari, yen, rubli, qualsiasi pezzo di carta emesso da qualche banca centrale è più comprensibile di un’unità astratta che si legge su un libro di matematica. Ma perché? Forse che un dollaro è meno astratto di un numero? Mica è un dollaro vero. È immaginario. Ma allora Insomma ha immaginazione. Allora è intelligente. Ma ha bisogno di parole sue. Unità di misura sue. Dai quattordici anni in poi, per un certo periodo, esisterà una sola unità di misura su cui valga la pena lavorare d’immaginazione:

“…E hai trovato ‘due mezzi’. Cosa vuol dire?”
“…”
“Cosa sono ‘Due mezzi’? Non c’è un modo migliore per scriverlo? Hai una metà di qualcosa. Poi anche l’altra metà. Due metà. Due metà insieme fanno un…”
“…”
“(Sospiro) Insomma, hai un motorino”.
“Eh, prof, magari”.
“Diciamo che ce l’hai proprio. Adesso te lo taglio a metà”.
“No!”.
“Però ti lascio entrambe le metà. Quanti motorini hai?”
“Uno”.
“Ecco. ‘Due mezzi’ sono ‘uno’, Insomma! Hai capito o no?”
“Ma prof, dopo posso rimontarlo?”

L’importanza dell’immaginazione. Il linguaggio non funzionerebbe non perché è astratto (anche la parola “dollaro” o “motorino” è astratta), ma perché non è abbastanza “evocante”. In inglese direi: sexed up.
Allora è così? Il ruolo dell’insegnante è sex-uppare il linguaggio? Aveva ragione quella classe che si lamentava perché non facevo abbastanza battute nelle lezioni di Storia? “Oggi studiamo la peste nera wow! Fichissimo!”
A parte che non è facile. A furia di inventarmi storie di denaro e motorini, finisco per pescare nel torbido dell’inconscio collettivo. Come si gestisce l’immaginario dei quattordicenni? La tv insegna: sesso e violenza, ma il sesso soltanto dopocena. Io lavoro al mattino: vai di violenza.

“…e adesso devi risolvere: (– 26 – 6) =”
“Ventisei meno sei…”
“Nononono. C’è un meno davanti. Quindi si legge: Meno Ventisei Meno Sei. Come si risolve?”
“…”
“Non guardarmi così, Insomma. Lo sai. Te lo abbiamo spiegato varievolte. E ti ho appena mostrato come si fa. Quindi tu adesso lo fai. Senti… è come un… un… un frigorifero”.
“Un frigorifero?” (Sbuffa: il frigorifero, in sé, non è sexy proprio per niente).
“Sì, ma lo usi per torturare una persona. Allora: all’inizio il frigo è a meno ventisei gradi. Ci ficchi dentro questa persona..."
"Sì".
"Secondo te soffre?”
Nel vacuo dei suoi occhi, un bagliore luciferino. E mi ricordo improvvisamente di una cosa. È proprio lui, Insomma Pierluigi, l’appassionato della Storia del Novecento. A 14 anni c’è un solo motivo per appassionarsi delle lezioni di Storia sul Novecento: sete di sangue.

(Flashback
Due settimane fa, si ripassava la Repubblica di Weimar:
“E poi, come dice il vostro libro, c’era anche la questione del debito di guerra! I tedeschi avevano perso la guerra e dovevano pagare un debito spaventoso! Era una cosa molto umiliante. Per questo si esasperarono…”
“… e poi votarono per Hitler”.
“Beh, diciamo che è uno dei motivi. Si sentivano umiliati. Fu un grave errore. Non bisogna mai umiliare i propri nemici, ridurli alla disperazione”
“Meglio ucciderli”.
“Ecco, sì. Cioè, No! Pierluigi, ti rendi conto di quel che hai detto?”
Lo stesso lampo negli occhi. Ecco quando glielo avevo visto).

“Insomma, secondo te a Meno Ventisei soffre?”
“Un po’…”
“Mica tanto, eh? Allora togliamo altri sei gradi. Meno Ventisei… Meno Sei. A quanti gradi siamo, adesso?”

Funziona. Non ha più uno sguardo vuoto. Si sentono le meningi cigolare. Sta calcolando. Abbiamo passato il diaframma! Vittoria!

(E che importa se, oltre a calcolare, sta immaginando il suo acerrimo nemico Carbone Nicola in una cella frigorifera a –26°)

“…Meno Venti”.
“Ma no, scusa! Così diventa meno freddo, e lui sta meglio! Invece tu vuoi farlo soffrire di più, no? Quindi devi togliere altri gradi…”
“Aaaaaah?”
Un piccolo istante. Ormai ce l’ha fatta.
“Meno Trentadue, prof”.
“Vedi che ci arrivi, Insomma?”
“Eh, prof…”
“Io lo so che sei intelligente. Te lo dico sempre”

(Sei anche un po’ sadico, ma a 14 non è grave).

“Prof, tornando a noi…”
“Sì”.
“Secondo lei, a Meno Trentadue, muore?”
“Sì. No. Chiedi alla prof di scienze”.

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