martedì 4 maggio 2004

Alienitalia

L’Italia, se ci pensate, è molto grande.
Tutti i giorni 57 milioni di abitanti (clandestini esclusi) riescono in un qualche modo a produrre, consumare e scambiarsi merci attraverso 301 migliaia di km quadrati.
Per tirare avanti, ogni giorno, l’Italia si affida a una serie di apparati interni. Il più importante e ramificato di tutti, il vero sistema sanguigno d’Italia, è la rete stradale: con i suoi capillari di vicoli e stradine, e le sue arterie: le autostrade.

Le autostrade, se ci pensate, sono molto piccole.
Dimenticate un attimo tutte le carte stradali che avete memorizzato. Una cartina non è il territorio. Nelle cartine stradali la larghezza delle strade viene centuplicata, milliplicata. Altrimenti non sarebbero visibili a occhio nudo, accanto ai monti e ai centri urbani. Perché le strade sono strette, e anche le autostrade, per quanto lunghissime, sono solo una ruga nell’immensità del territorio. Per la maggior parte del suo tracciato, la più importante arteria dell’Italia – l’Autostrada del Sole – è a due corsie per senso di marcia. Come la tangenziale di una cittadina da cinquanta milioni di abitanti. L’Italia è un gigante con le vene da bambino.

Aggiungi che è un gigante tignoso. Il corpo dell’Italia è denso, corrugato, faticoso da scavare. Da Roma a Firenze, da Firenze a Bologna, c’è una sola arteria: se si blocca, non si può bypassare. E si blocca tutti i giorni. L’Italia è un gigante con le arterie ingrossate, caso penoso di arteriosclerosi da sviluppo non sostenibile. È proprio figlia dei suoi tempi: nata negli anni Quaranta, generazione di lavoratori infaticabili e infartati cronici. Con una passione divorante, davvero divorante per i motori, le gomme, le strade. Le ferrovie sono roba da studenti. Gli aerei, raffinatezze da stranieri. Nessun altra nazione si è affidata al trasporto su gomma con tanta intensità e tanta irrazionalità.

Su una di queste arterie, appena più dritta e larga di altre (infatti Lunardi vorrebbe aumentare il limite di velocità, come curare un cardiopatico con la caffeina), mi capita di sorpassare lunghe file di camion e rimorchi, pensando: ma questi sono matti. No, ma seriamente. Tra la testa di un Tir e il culo di un rimorchio, a volte è questione di cinque, quattro metri. E fanno i cento all’ora. Se un culo frena, la testa è spacciata. Fatti loro, io giro al largo.
Poi mi capita di fermarmi e ragionare (sì, a volte mi capita). Un camionista che tallona il suo collega non è come il classico sorpassatore assatanato in bmw o audi. Questi sono pirati sportivi, si ammazzano e ammazzano per passione, per sport, per sfogare istinti repressi, perché non hanno un blog. Ma due camionisti che si tallonano, sono due professionisti. Non stanno facendo una gara, non hanno nulla da dimostrare, né istinti repressi; o se li hanno, non è certo quello il modo in cui li sfogano. Se rischiano la morte per distrazione o tamponamento – e la rischiano tutti i giorni – è solo perché evidentemente il loro mestiere si fa in quel modo. Se ci fosse un modo più sicuro, l’avrebbero trovato, nessuno rischia la vita gratis. E se nessuno rischiasse più la vita in quel modo, l’Italia si bloccherebbe in un istante. Altro che sciopero dell’alitalia, o dei ferrovieri. Immaginatevi tutti i Tir d’Italia fermi in corsia, per un pomeriggio. Il pil calerebbe a picco.

C’è una parola che riassumerebbe bene tutto questo, se non fosse passata di moda, ed è: alienazione. Un’Italia che per vivere deve fare rischiare la pelle a migliaia di autotrasportatori tutti i giorni, non è una Repubblica fondata sul lavoro. Non è uno Stato di diritto. È un inferno, un far west, un posto da colonizzare. E dove sono gli americani, quando servono. (Non i marines, ma qualche chip in motocicletta, qualche agente della stradale acquattato dietro il cartellone pronto a torturarti appena hai sorpassato il limite delle miglia orarie). Un camionista costretto a passare ore incollato al culo del collega, vive peggio del suo antenato galeotto che remava sulle triremi di Cesare. Almeno il galeotto sapeva di essere schiavo. Mentre il suo pronipote è convinto di essere padrone della sua vita e della sua morte, solo perché ha dovuto aprire una partita IVA.

Pare che i camionisti – dato poco noto – siano responsabili del 47% degli incidenti stradali. È una percentuale che dovrebbe farci riflettere su quanto abbiamo distorto la nostra percezione del problema. A sentire i tg, parrebbe tutta una questione di notti brave e sostanze psicotrope. L’alcol, la droga, anzi, la “nuova droga”, la demoniaca sostanza che trasforma i bravi ragazzi in assassini. Anche questa, in fondo, è un’idea da anni Quaranta. Ma funziona ancora.
L’idea che invece la metà di questi incidenti siano infortuni del lavoro, non funziona più. Bisognerebbe ammettere che anche il lavoro riesce a trasformare in assassini, non i giovinastri scapestrati, ma bravi e onesti padri di famiglia. Che insomma il lavoro è peggio di una droga, è alienazione, Questo è un po’ duro da mandar giù. Meglio buttarla sull’intimista, parlare di fattori culturali e patologici, stili di vita, ecc.

Quattro sono le cause 'soggettive' principali individuate dallo studio che determinano un incidente: distrazione, appunto, fattori culturali (poco senso civico e scarsa educazione stradale), stile di vita (abuso di droghe e alcol, farmaci, vita notturna eccessiva) e fattori psicologici affettivo-emozionali. Questi ultimi sono a loro volta patologici, e' il caso dei soggetti 'depressi' e maniacali', o indotti da stati d'animo occasionali, come nei soggetti che si trovano ad essere 'euforici' o 'frustrati' a causa di una qualche situazione particolare che li ha coinvolti personalmente.

Come paziente, giudico questa diagnosi terribilmente evasiva. Non solo manca del tutto una cura (del resto, ahimè, –si tratta di un tema su cui manca una base scientifica autorevole ma di assoluta rilevanza); ma manca anche un movente: perché mi succede tutto questo, dottore? Perché sono distratto? Perché ho problemi affettivo-emozionali? Perché sono depresso o euforico? Non mi attacchi la solita pezza sui valori, dottore. Io ho dei valori. Li trasporto tutti i giorni, lungo una strada che è molto più stretta di quanto si crede. E il fine settimana, siccome ho il diritto di svagarmi, indosso un vestito più bello, salgo su un mezzo più veloce, assumo qualche stimolante più potente, e torno là, su quella medesima strada. Perché è là che io mi sento vivo, dottore, sette giorni su sette, dove posso uccidere ed essere ucciso. Tutto questo succede sette giorni su sette, e lei, dottore, non ha la minima idea del perché. O non me la vuole dire.


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