martedì 15 giugno 2004

All'erede di Berlinguer, che ha passato una sera della sua vita a gridare al complotto perché le proiezioni di un sondaggio non gli piacevano.
Al fondatore dei Democratici di Sinistra, che continua a farsi rifilare dei sondaggi farlocchi e a mettere in imbarazzo metà Italia.
Al presidente della Commissione Europea, all'ex sindaco di Roma, a tutti i politici intelligenti e competenti che hanno faticato per mesi e mesi per metter su una lista unitaria – in occasione di una consultazione elettorale proporzionale. Che è un po' come andare in montagna con le pinne.

È a causa di gente come voi che anche un povero pirla come me si sente un politologo, stasera. Grazie.

Bar Italia

In Italia la politica fa litigare le persone.
Questo non accade in molti altri Paesi al mondo, credo. Ci sono Paesi in cui per motivi politici ci si ammazza: altri dove la politica non è un argomento interessante, perché chi si trova al pub, al club, o al circolo del cucito condivide le medesime opinioni. In Italia, no: non ci si ammazza più, non si tace ancora. Dal dopoguerra in poi, ci siamo fissati in una situazione intermedia: si litiga. Peppone e Don Camillo hanno cambiato bandiere, professione, parole, ma hanno mantenuto invariata la disponibilità ad accapigliarsi. Questo rende l'Italia, tuttora, uno dei Paesi dove si vota di più, e si vive ogni appuntamento elettorale con maggior partecipazione. Anche se poi, alla resa dei conti, i numeri sono sempre più o meno gli stessi. Perché siamo sempre gli stessi anche noi: e questa nostra abitudine a litigare ci spinge ad arroccarci nelle nostre posizioni.
Il fenomeno ha a che vedere con la logica del bar: se lì mi conoscono per interista, io devo essere interista fino in fondo. Allo stesso modo, se in una conversazione da bar io ho preso le difese di Berlusconi, io e Berlusconi resteremo legati per la vita: i suoi successi saranno i miei, le sue sconfitte le pagherò io, in termini di sfottò e risatine. Questo litigio permanente è sopravvissuto a una rivoluzione epocale, ma superficiale: a cavallo tra '80 e '90 gli italiani hanno cambiato tutti i Partiti dell'arco parlamentare. Oggi i simboli più vecchi sulla scheda sono quelli di Verdi e Lega Nord. Ma intanto, con l'introduzione del sistema uninominale, il litigio si è polarizzato su due posizioni inconciliabili (con buona pace dei terzisti): anticomunisti e antiberlusconiani. A un certo punto (1994?), il Paese è sembrato spaccarsi a metà. Non si è più risaldato.
Ciononostante, grazie all'uninominale, abbiamo finalmente l'alternanza. Ma è radicalmente diversa rispetto ai modelli anglosassoni e continentali. In USA o UK a fare la differenza è veramente una fascia di elettorato intermedio che di volta in volta sceglie la proposta più ragionevole o allettante dell'uno o dell'altro schieramento. In Italia questa fascia sensibile e fondamentale non ha mai deciso nulla, e rimane ancora da stabilire se esista davvero. Mentre le indicazioni della 'base' sono rimaste tutto sommato le stesse (45% a 45%, più o meno), a fare la differenza è stata l'ingegneria degli schieramenti.

Quanti partiti ci sono in Italia? Semplificando, distillando le percentuali e le sigle di dieci anni di Seconda Repubblica, potremmo contarne sette (che di volta in volta hanno cambiato nomi, simboli, leader, perfino ideologie).
C'è un partito di centrodestra, liberale, che in situazione ottimale prende circa il 20% dei suffragi: Forza Italia. C'è un partito di destra, identitario e 'sociale', intorno al 10%: AN. Poi c'è la Lega, identitaria, autonomista e bizzosa, intorno al 5.
Dall'altra parte, c'è una situazione quasi speculare. Il grande partito progressista, intorno al 20%; un partito più moderato, al 10%; e i comunisti, identitari e bizzosi, al 5.
Cosa manca? I democristiani. A parte le schegge finite un po' dappertutto, i resti della balena sopravvivono tranciati a metà tra destra e sinistra: di qua Udeur, di là UDC. Eppure neanche questi due tronconi sono stati determinanti nel successo di uno o dell'altro schieramento.

Quello che è stato decisivo, nel 1994, nel 1996 e nel 2001, sono stati i partiti bizzosi, che di volta in volta hanno deciso se correre da soli o col gruppo. Nel 1994 Berlusconi vinse con Lega e AN; dall'altra parte mancava il Ppi, che correva solo (o con Segni, che non cambia molto). Nel 1996 Berlusconi perse perché non aveva i voti della Lega; dall'altra parte Prodi aveva DS, Ppi e Rifondazione. Nel 2001 Rutelli non aveva più Rifondazione, e fu battuto da Berlusconi, che nel frattempo aveva recuperato la Lega. Il bello è che tutti questi personaggi, a loro modo, hanno detto di voler conquistare il "voto moderato". Ma quando hanno vinto, hanno vinto per un altro motivo: grazie al voto "bizzoso".

(Lo definisco "bizzoso" perché trovo fuorviante il termine "estremista". In sé, Rifondazione non è più estremista di Forza Italia, e AN non ha nulla da invidiare alla Lega. Le privatizzazioni dei governi di sinistra furono più estreme di quelle di Berlusconi; d'altro canto qualsiasi posizione 'estrema' sulla guerra è pur sempre meglio dell'attendismo a oltranza dell'Ulivo. Ma quello che caratterizza Lega e Rifondazione sono state proprio le 'bizze': lo star dentro e il chiamarsi fuori, etc.. Mentre AN è un partito 'estremo', ma disciplinatissimo).

Dunque, alla fine, il nostro destino è stato in gran parte nelle mani di Bertinotti e Bossi: due segretari piuttosto autoritari, che aderiscono alle coalizioni una volta su due, e barcamenandosi tra partitino di lotta e partitino di governo tirano avanti egregiamente.

Detto questo, cosa ci possiamo aspettare tra due anni? La grossa incognita è Bossi. Per il resto, è facile immaginare una rivalsa del centrosinistra, con la Lega che corre sola e lascia zoppo il centrodestra. Tutto questo, a prescindere da Berlusconi: i suoi elettori delusi si travaseranno su Fini o Casini, ma difficilmente salteranno il fossato tra i due schieramenti. Bisognerebbe ammettere di aver sbagliato, e questo, al Bar Italia, non si fa.

Ps: Dal modello che ho proposto manca anche quello che una volta si chiamava (e si potrebbe continuare a chiamare) l'"arcobaleno": una serie di cespugli nello spazio tra DS e Rifondazione: Verdi, PCdI, e adesso Di Pietro-Occhetto. Faccio fatica a descriverlo, perché è il posto in cui sto io. Immagino che anche questo, visto da lontano, non sembri un granché. Ma io non ci sto malaccio.

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