venerdì 6 agosto 2004

Manhattan Project

59 anni fa, intorno alle 8 del mattino, a Hiroshima scoppiava il finimondo. A metterlo a punto, il finimondo, era stato un gruppo internazionale di scienziati riuniti a Los Alamos, nel New Messico. Il padre dell'iniziativa si chiamava Enrico e aveva studiato a Pisa.

Qualcuno ha detto che la scienza ci vede meno della fortuna: non e' sempre vero. Sicuramente gli scienziati di Los Alamos ci videro poco. Esistono verbali agghiaccianti nei quali li si coglie alle prese con problemi di questo tipo: qual e' la citta' giapponese in cui il finimondo riesce meglio?

Ci sono esperti di urbanistica, studiosi della densita' abitativa, ingegneri dei materiali, fisici nucleari (ovviamente) e scienziati dell'esercito. Con calcolatrici, righelli, cartografie e termos di caffe'. A domandarsi: dov'e' che facciamo il botto?

Problemi tecnici, che il tecnico e' tenuto a isolare dal contesto. La leggenda racconta pero' di un altro italiano che, a differenza di Enrico, si rifiuto' di isolare la tecnica dal contesto. Si chiamava Ettore Majorana, scarabocchiava le sue formule sui biglietti dell'autobus e poi li cestinava. La stessa leggenda vuole che in un qualche modo e con diversi anni di anticipo avesse intuito che sarebbe andata a finire male.

Intendiamoci: sono dilemmi ampiamente piu' grandi di me. Pero', senza farne una bandiera o un argomento di offesa, vorrei che in qualita' di dilemmi continuassero a tormentare la memoria collettiva, come una delle tante ricorrenze che scorticano il calendario.

Concordo: meglio Los Alamos dell'eugenetica e della Lagerwissenschaft. Ma mentre lo scrivo - e mentre voi lo leggete, suppongo - lo stomaco si rivolta come un guanto.





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