lunedì 16 agosto 2004

Memoriale
Autocritica con riserva bolscevica

E' noto: noi bolscevichi abbiamo un'attitudine tutta particolare per l'autocritica. Quando Stalin la spunto' con l'appoggio della burocrazia, mandando in vacca tutte le premesse dell'Ottobre, fu lo stesso Lenin a dire che da qualche parte c'era stato un errore. Poi Lenin mori' e l'autocritica divenne uno sport nazionale. Nel senso che Stalin la impose piu' o meno a un milione di comunisti, prima di spedirli all'aldila'. Non era ancora il 1930.

Allora faccio autocritica anch'io, cosi' mi sento un po' bolscevico. Un paio di settimane fa, in pizzeria, ho difeso a cannonate l'omissione delle radici cristiane nella costituzione europea. Mi sono sbagliato. Mea culpa. Mi autocritico. L'Europa e' dell'illuminismo e dell'Ottantanove, dicevo, l'Europa e' della formazione degli stati nazionali e di quella insostituibile apertura delle frontiere operata nei secoli dalla cultura ebraica. L'Europa e' dell'internazionalismo socialista, della Liberazione, dell'ascesa della borghesia mercantile e delle masse operaie. L'Europa e' sull'asse dei Medici, dei Colombo e dei Marshall.

Mi pareva che la preistoria dell'Europa fosse sistematicamente situata all'opposizione della Chiesa. Poi avevo in mente questa famosa sentenza di Machiavelli per il quale l'Italia non avrebbe mai maturato una reale coscienza politica (fondamentale anche per l'unificazione) a causa della contiguita' del Vaticano. Berlusconi, Di Pietro, Bossi: per me rimangono espressione dell'antipolitica prognosticata da Machiavelli, sintomi di una resistenza alla modernita' centrata perlopiu' sull'antropologia cristiana (parlo degli elettori e non degli eletti).

Ma sbagliavo, dicevo. Rimanevo dentro ai libri, come i fiori secchi, che e' sempre un brutto rimanere. Le coordinate europee e quelle cristiane sono piu' diluite di quanto i libri non riescano a raccontare, invece. Rompono gli schemi, lavorano sotto la pelle di un'identita' collettiva piu' intricata. Dialettica, se proprio vogliamo. Mea culpa. Mi autocritico. Peccavi.

Ma prima di partire per la Siberia mi rimane un dubbio: questa cosa delle radici, che sono un fatto, siamo sicuri di doverla davvero evidenziare in una carta costituente? In un'epoca di conflitti e di immigrazione debordante, farne un contenuto della cittadinanza europea? Non e' una cosa che c'e' e basta, per chi la vuole? Non e' equivoca, non fa il gioco criminale di fornire un'ulteriore copertura ideologica a tutte le cose peggiori che abbiamo sotto gli occhi? Non fa un po' Kabul - o Memphis? Chiedo. E parto.

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