mercoledì 31 marzo 2004

Un'idea di amore.
Amore è anche una persona che parla la tua lingua, finalmente.

Karaoke esistenziale, ciak! 14

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Everywhere I go
no one understands me
They look at me when I talk to them
And they scratch their head
They go: "what's he trying to say?"

But you
you speak my language

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Even in my home town
My friends make
me write it down
They look at me
when I talk to them
And they shrug their shoulders,
They go: "what's he talking about?"

But you
you speak my language

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

In qualsiasi posto
nessuno mi capisce
quando parlo mi guardano
e si grattano la testa:
"Ma cosa sta dicendo?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

Anche al mio paese,
i miei amici se lo fanno
mettere per iscritto.
Quando parlo mi guardano
e poi alzano le spalle
"Ma di cosa sta parlando?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Morphine, You speak my language,dall'album Good (1992)

In ricordo di Mark Sandman (1952-1999), che parlava la mia lingua.

E a proposito: vi amo.

martedì 30 marzo 2004

“Gavioli”
“Presente”
“Hassan”
“Presente”
“Insomma”
“…”

Le difficoltà del giovane Insomma

Col tempo cominci a fidarti del linguaggio. Non ti accorgi più di quanto sia astratto, malfunzionante, in genere poco performativo. Ti muovi tra adulti che bene o male comunicano. Tutto regolare, a parole. Ma il destino è in agguato. Il tuo destino ha un nome. E un cognome. Insomma Pierluigi, nato a Barletta il 26/26/92.

“Insomma! Dico a te!”
“Cosa c’è, prof?”
“Sei presente oppure no?”
“…”
Quando mi guarda con quegli occhi azzurri, profondi, vacui, io so che è tutto vano. Insomma non è stupido. Ma non sa di cosa stiamo parlando.

“Sei indeciso? Non sei sicuro di esserci? Vuoi fare un salto a casa a controllare se ti sei dimenticato là?” (Risate di convenienza)
“Mica posso andare a casa, prof”.
“E perché?”
“Perché…”
Perché sei qui!”
“…”
“Quindi sei presente, o no? Ti segno presente? Vuoi pensarci ancora su? Insomma!”
“…”
Quegli occhi azzurri, profondi, vacui.

Insomma non è stupido. In un qualche modo sappiamo tutti che è intelligente. Ma in mezzo c’è il linguaggio. Questo diaframma tra la sua intelligenza e quella degli altri. È occluso.
O forse è una sorda rivolta contro le istituzioni. Insomma sa di essere qui. Ma non risponde. Neanche sotto tortura.
La tortura consiste nel cercare di spiegargli i problemi di geometria solida un pezzo alla volta.

“Il volume si trova moltiplicando l’area di un lato per l’altezza. Insomma, io direi che è chiaro”.
“…”
“Ora, sta molto attento…”

(Insomma non è sfrontato. Anzi ha buone maniere, e in generale si mostra malleabile. Se gli chiedi di stare attento, lui si concentrerà e ti darà la migliore faccia attenta che tu abbia visto mai).

“…se l’area abbiamo detto che è 3 e l’altezza è 4, quanto sarà il volume?”
“…”
“Ti ricordi? Abbiamo detto (dito sulla regola) che il volume si calcola moltiplicando questo per quello. Questo (dito sull’area) è 3. Questo (dito sull’altezza) è 4. Quindi il volume sarà…”
“…”
Ho usato le dita. Errore. Si è distratto. Ha guardato le dita del prof sul disegno. Non ha guardato il disegno. Dita, disegno, linguaggio. Non funziona. Non spiega niente, è solo un’inutile distrazione. Musica di fondo. Diaframma occluso.

Con l’algebra va meglio, grazie a qualche accorgimento. Il più universalmente noto è il denaro. Un linguaggio che funziona sempre. (Perché?)

“E ti ritrovi con dodici fratto due. Ora devi semplificare”.
“…”
“Insomma, Pierluigi”.
“Ma prof!”
“Insomma, cosa vuol dire fratto due? Che devi dividere per due, no? E quindi…”
“…”
(Sospiro) “Insomma, hai dodici euro. Li devi fare a mezzo”.
“Con chi?”
“Con me. Quanti me ne dai?”
Mi guarda male, ho voglia di fregarlo? Lo sanno tutti che la metà di dodici euro è…
“Sei euro, prof”.
“ooooh. E Insomma, ci voleva tanto?”

Perché un’operazione è più comprensibile se dietro alle cifre metti il segno di una valuta? Fatto attestato a tutte le latitudini: dollari, yen, rubli, qualsiasi pezzo di carta emesso da qualche banca centrale è più comprensibile di un’unità astratta che si legge su un libro di matematica. Ma perché? Forse che un dollaro è meno astratto di un numero? Mica è un dollaro vero. È immaginario. Ma allora Insomma ha immaginazione. Allora è intelligente. Ma ha bisogno di parole sue. Unità di misura sue. Dai quattordici anni in poi, per un certo periodo, esisterà una sola unità di misura su cui valga la pena lavorare d’immaginazione:

“…E hai trovato ‘due mezzi’. Cosa vuol dire?”
“…”
“Cosa sono ‘Due mezzi’? Non c’è un modo migliore per scriverlo? Hai una metà di qualcosa. Poi anche l’altra metà. Due metà. Due metà insieme fanno un…”
“…”
“(Sospiro) Insomma, hai un motorino”.
“Eh, prof, magari”.
“Diciamo che ce l’hai proprio. Adesso te lo taglio a metà”.
“No!”.
“Però ti lascio entrambe le metà. Quanti motorini hai?”
“Uno”.
“Ecco. ‘Due mezzi’ sono ‘uno’, Insomma! Hai capito o no?”
“Ma prof, dopo posso rimontarlo?”

L’importanza dell’immaginazione. Il linguaggio non funzionerebbe non perché è astratto (anche la parola “dollaro” o “motorino” è astratta), ma perché non è abbastanza “evocante”. In inglese direi: sexed up.
Allora è così? Il ruolo dell’insegnante è sex-uppare il linguaggio? Aveva ragione quella classe che si lamentava perché non facevo abbastanza battute nelle lezioni di Storia? “Oggi studiamo la peste nera wow! Fichissimo!”
A parte che non è facile. A furia di inventarmi storie di denaro e motorini, finisco per pescare nel torbido dell’inconscio collettivo. Come si gestisce l’immaginario dei quattordicenni? La tv insegna: sesso e violenza, ma il sesso soltanto dopocena. Io lavoro al mattino: vai di violenza.

“…e adesso devi risolvere: (– 26 – 6) =”
“Ventisei meno sei…”
“Nononono. C’è un meno davanti. Quindi si legge: Meno Ventisei Meno Sei. Come si risolve?”
“…”
“Non guardarmi così, Insomma. Lo sai. Te lo abbiamo spiegato varievolte. E ti ho appena mostrato come si fa. Quindi tu adesso lo fai. Senti… è come un… un… un frigorifero”.
“Un frigorifero?” (Sbuffa: il frigorifero, in sé, non è sexy proprio per niente).
“Sì, ma lo usi per torturare una persona. Allora: all’inizio il frigo è a meno ventisei gradi. Ci ficchi dentro questa persona..."
"Sì".
"Secondo te soffre?”
Nel vacuo dei suoi occhi, un bagliore luciferino. E mi ricordo improvvisamente di una cosa. È proprio lui, Insomma Pierluigi, l’appassionato della Storia del Novecento. A 14 anni c’è un solo motivo per appassionarsi delle lezioni di Storia sul Novecento: sete di sangue.

(Flashback
Due settimane fa, si ripassava la Repubblica di Weimar:
“E poi, come dice il vostro libro, c’era anche la questione del debito di guerra! I tedeschi avevano perso la guerra e dovevano pagare un debito spaventoso! Era una cosa molto umiliante. Per questo si esasperarono…”
“… e poi votarono per Hitler”.
“Beh, diciamo che è uno dei motivi. Si sentivano umiliati. Fu un grave errore. Non bisogna mai umiliare i propri nemici, ridurli alla disperazione”
“Meglio ucciderli”.
“Ecco, sì. Cioè, No! Pierluigi, ti rendi conto di quel che hai detto?”
Lo stesso lampo negli occhi. Ecco quando glielo avevo visto).

“Insomma, secondo te a Meno Ventisei soffre?”
“Un po’…”
“Mica tanto, eh? Allora togliamo altri sei gradi. Meno Ventisei… Meno Sei. A quanti gradi siamo, adesso?”

Funziona. Non ha più uno sguardo vuoto. Si sentono le meningi cigolare. Sta calcolando. Abbiamo passato il diaframma! Vittoria!

(E che importa se, oltre a calcolare, sta immaginando il suo acerrimo nemico Carbone Nicola in una cella frigorifera a –26°)

“…Meno Venti”.
“Ma no, scusa! Così diventa meno freddo, e lui sta meglio! Invece tu vuoi farlo soffrire di più, no? Quindi devi togliere altri gradi…”
“Aaaaaah?”
Un piccolo istante. Ormai ce l’ha fatta.
“Meno Trentadue, prof”.
“Vedi che ci arrivi, Insomma?”
“Eh, prof…”
“Io lo so che sei intelligente. Te lo dico sempre”

(Sei anche un po’ sadico, ma a 14 non è grave).

“Prof, tornando a noi…”
“Sì”.
“Secondo lei, a Meno Trentadue, muore?”
“Sì. No. Chiedi alla prof di scienze”.

lunedì 29 marzo 2004

Aggregatore della Domenica

Mi piacerebbe iniziare con una buona notizia, ne abbiamo? Ne abbiamo.

Banca Intesa non fornirà più finanziamenti al commercio di armi, forse. il gruppo vuole rispondere anche a un'esigenza espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica, che fanno riferimento a istanze etiche sia laiche sia religiose. Sono cose che vanno incoraggiate.

Così come va incoraggiato chiunque, martedì 30 marzo alle ore 21, verrà a sentire me, i Polaroidi e il grande vecchio Blogorroico allo Juta café di Modena, in Via Del Taglio (vicino alla piazzetta della Pomposa). Presenteremo Blogout, un libro che non si presenta mai abbastanza. Venite, venite.

***

L'ultimo pezzo Contro la Lingua italiana ha scatenato una ridda, un pandemonio (si dice "pandemonio" quando mi scrivono più di due persone):

d'accordissimo con te nella battaglia contro gli ipercorrettismi, ma pignoleria mi impone di precisarti che "sono tornato aroma" a Roma non è un ipercorrettismo, ma una forma dialettale. E' noto infatti che i romani hanno in uggia le doppie erre (il famoso adagio "guera con una ere è erore") e ciò vale anche per il raddoppiamento fonosintattico. Aggiungo
che non tutti i dialetti del sud raddoppiano tutto: raddoppiare dopo il da, per esempio, è esclusiva toscana. ciao


Credo che l'italiano non preveda raddoppiamenti dopo il "da". Oh, ecchissene (notate in questa parola due raddoppiamenti corretti).


***

Io non so neanche se il blogging italiano sia così in ritardo. Posso raccontare la mia storia, interessa?

Due anni fa io mi consideravo un po' più informato della media, perché navigavo su Internet e consultavo vari siti d'informazione. Inoltre avevo un blog.

Un anno fa io mi accorgevo di essere molto meno informato della media, perché passavo sempre più tempo on line sui blog, interessandomi più dei fatti altrui che delle vere e proprie "notizie". I siti d'informazione li scorrevo molto più velocemente. Ero molto più attratto da polemiche e commenti.

Oggi mi accorgo di essere un po' più informato della media, perché nella lunga distanza ho selezionato una discreta quantità di blog che mi riportano le notizie meglio dei siti d'informazione ufficiali. Questi ultimi, quando li sfoglio, mi dicono solo cose che so già.

Faccio un esempio. Io so che la settimana scorsa Berlusconi ha detto che Al Quaeda sono solo quattro beduini. Questa notizia, in Italia, non è passata tanto. Io l'ho trovata da Lia. Per inciso: l'Islam come lo racconta lei non ce lo sta raccontando nessuno. Qualcuno, un giorno, dovrà prendersi la briga di pubblicarla.

(Sullo splendido tempismo di Berlusconi, che 'sfida' i beduini proprio sotto Pasqua, valgono le riflessioni di due anni fa).

Altro esempio. Il caso della stagista di Ivrea esclusa a causa del velo islamico: quante ne avete sentite sui media ufficiali? Una buona percentuale sono stronzate. Come faccio a saperlo? Leggo Pfaall. (Vedi anche sul caso del quattordicenne kamikaze in Palestina).

Oppure. Mettiamo che a me interessi qualcosa dei radicali. In realtà no, ma un sacco di blog che leggo s'interessano dei radicali. Qui Brodo, se ho ben capito, denuncia le infiltrazioni fascistoidi. Qualcosa del genere sul redivivo Wash it on post (per chi non lo sapesse, fu uno dei primi tentativi di blog-aggregatore: adesso è il blog in cui Wile, bontà sua, si ostina a dialogare coi Neoconi).

Quindi: i blog fanno bene o male all'informazione? Non lo so. Nel mio caso va a periodi, vi terrò informati.

***

E' vero: linco sempre gli stessi. Col tempo mi correggerò, ma volevo segnarmi un appunto.
Sembra un blog quieto e minimale, inoffensivo, ma è fondato sull'angoscia. E sul precariato. L'angoscia è la sua musa. Quella sensazione di cadere in moto rettilineo permanente. Non c'è rete, non c'è fondo. E' sempre lei.

***

In realtà, col tempo ti selezioni un gruppo di lettori abbastanza sintonizzati sulla tua lunghezza d'onda, che si beve qualsiasi cosa (quasi). Si rischia un po', invece, a mettere un pezzo su Macchianera : rivalità, livori, ma soprattutto un sacco di gente che dice: "Mbè? E chi è questo?"

Qualche settimana fa andava di moda cominciare i pezzi così: "ero al ristorante e ho visto Scalfari..." "Facevo la spesa e ho incrociato Veltroni..." "Pat Metheney non riusciva a ricaricare il cellulare"... il massimo del provincialismo, anche se non dovrei dirlo io. A un certo punto ho voluto contribuire, e ho scritto:

Mi chiama Dio al telefono, mi chiede se ho impegni in serata.

Con quel che segue... Beh, uno ha commentato:

Bello, troppo lungo e troppo fine.
Leo sei vecchio.
Va adattato per i neoblogger: più sesso, più ritmo, più provocazione, meno da leggere, meno da capire.

CLONE POST:

Mi chiama al telefono Dio, mi chiede se ho impegni in serata.
“In effetti avrei altri cazzi per la testa, volevo trombare Simona, certo che sei un bel rompiballe..”


Il resto è qui.
Ho paura che fili meglio il clone...

venerdì 26 marzo 2004

Contro la lingua italiana, 3

(Le altre puntate: 1, 2)

Essere contro la lingua italiana significa essere anche contro il raddoppiamento fonosintattico. A questo punto bisognerebbe però spiegare cos’è questo raddoppiamento. (Per fortuna ci ha già pensato Aelred, chiaro e conciso).

In pratica si tratta della regola per cui “che vuoi?” si pronuncia “chevvuoi?”;
per cui “è vero” si pronuncia “èvvero”,
la pronuncia corretta di “là vicino” è “làvvicino”,
e la frase “Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé” in italiano si deve pronunciare:
“Carlo èvvenuto addirmi che àffatto il compito tutto dassé”.

Vi risulta?
Dipende su quale versante del crinale tosco-emiliano siete nati.
Se siete italiani a sud della linea Rimini - La Spezia, la regola magari non la conoscevate, ma non vi dice niente di nuovo: avete sempre pronunciato “chevvuoi”, e nessuno vi ha mai corretto (a meno che non vi siate trovati un lavoro da speaker a radiopadania).

Se invece abitate sul versante padano (e non avete fatto un corso di dizione), probabilmente la regola non vi risulta. Perché nessuno ve l’ha insegnata . Anzi, sin dalle elementari vi è stato inculcato il principio per cui “l’italiano è la lingua che si pronuncia come si scrive”, (vero: ma solo fino a un certo punto). Perciò avete sempre pronunciato “che vuoi?”, “è vero”, “là vicino”, ecc., esattamente come erano scritti. Covando magari un po’ risentimento per il romanesco televisivo. Sorpresa: i presentatori finto-buzzurri pronunciano l’italiano meglio di voi. Frustrante, vero?

Prendiamo un padano a caso, me.
Otto anni di scuola dell’obbligo. Cinque di liceo. Poi quattro anni di facoltà di lettere – un errore, probabilmente, ma non è questo il punto. Il punto è che, malgrado tutta questa scolarizzazione, la regola del raddoppiamento fonosintattico mi sarebbe del tutto ignota se non l’avessi trovata per caso in un vecchio e simpatico libro di grammatica di mia madre. Un Oscar Mondadori che costava £. 1500: Aldo Gabrielli, Il museo degli Errori. Immagino che non lo ristampino più.

Sul Gabrielli ho anche capito il perché del raddoppiamento. È la memoria di antiche consonanti latine, che i dialetti del Centro e Sud hanno conservato, e quelli del Nord no. “A me”, in latino, si diceva “Ad me”: la particella “ad” si saldava alla parola, per cui la pronuncia diventava “admé”; ma già i latini cominciavano ad assimilare le consonanti e a leggere “ammé”. Lo stesso vale, per esempio, con “è vero” (est verum -> estverum-> evverum).

Questa è la “regola”. Ma bisogna intenderci una volta per tutte su cos’è una “regola”, in italiano.
È una “legge”, sì, ma non ha valore coercitivo. Non sono previste sanzioni penali per chi la infrange (in altri Paesi succede, da noi no). È una legge, nel senso in cui esistono “leggi” nella scienza. Non è che Einstein abbia ordinato a “E” di essere uguale al quadrato di “mc”. Einstein ha trovato una formula per descrivere una cosa che esiste già (forse).
Allo stesso modo, la grammatica è l’arte di descrivere fenomeni linguistici che esistono già. La regola del raddoppiamento fonosintattico spiega perché gli italiani delle regioni centrali tendono a raddoppiare certe consonanti di cui nell’italiano scritto non c’è traccia.

Di qui a dire che tutti gli italiani devono raddoppiare le consonanti, ce ne corre.
In sé, non ci sarebbe nulla di male a uniformare la pronuncia. Ma bisognerebbe farlo subito, insegnando dizione sin dalla scuola dell’obbligo. Cercare di correggere gli adulti è inutile. Ormai la frittata è fatta.

Ma c’è di più: non solo mezza Italia (da Rimini in su) non sa di pronunciare male; ma anche l’altra mezza, (da Rimini in giù) spesso non sa di pronunciare bene. Così, nelle occasioni speciali, cosa fa? Si corregge. Anzi, si iper-corregge. Da un commento sul Village:

...il romano verace, quando vuole essere fino sta attento attento attento alla pronuncia e si sforza di non raddoppiare, cerca di levarsi il vizio, insomma. ottenendo come risultato quello di stuprare regolarmente anche questa regola, l'unica che invece gli permetterebbe il raddoppio. così, può capitare di sentire signore ingioiellate che ti dicono per esempio: "sai, ero a cortina, poi sono tornata aroma", invece di dire più semplicemente e più correttamente arroma. il tutto è molto comico.

È il solito spettro che si aggira per l’Italia: l’ipercorrettismo. A Roma ‘fa fine’ ricalcare la pronuncia del nord, semplicemente perché è diversa dall’uso comune. È segno che con questa lingua non ci troviamo a nostro agio. Che siamo sempre alla ricerca di regole per complicarcela. E se fosse questo, il problema? Questa ossessione per le regole astruse e per le eccezioni ancora più astruse, per gli accenti che tanto non sappiamo pronunciare, per tutto quello che la scuola non ci ha insegnato?

Più che fissarci su una o più regole, forse dovremmo cercare di superare questo disagio. Trasformare l'italiano in una lingua più confortevole, tollerante, elastica.

Chiedo perciò indulgenza per quei venticinque-trenta milioni di persone che abitano da Rimini in su e non conoscono la regola del raddoppiamento fonosintattico. Come a dire, la metà degli italiani. Per come sono andate le cose, trovo già abbastanza miracoloso che nel giro del secolo si sia trovata una lingua comune. Abbiamo perso i dialetti, però. Lasciateci almeno un po’ di pronuncia.

(D’altro canto, i leghisti che vogliono far studiare il “lumbard” a scuola andrebbero tutti deportati in Toscana, a sciacquare i panni in Arno: non come il loro antenato, proprio letteralmente).

giovedì 25 marzo 2004

A questo punto qualcuno si sarà anche chiesto:
Ma perché Leonardo non ha i commenti?

# 30: I sanitari dell’Alma Mater

(PARENTAL ADVISORY, explicit lyrics)

Io, se ci ripenso, ho fatto l’università in un contesto alquanto sudicio.
Le sale studio in particolare. I cessi delle sale studio per la precisione. Scritte zozze, fango, peli, acqua marrone, si stava come suini sul camion. A volte non c’era il bidet: qualcuno per protesta usava il lavabo.
Tuttora, quando il bisogno impellente mi porta in autogrill di seconda categoria, o nell’orinatoio di una stazione o di un centro sociale, sento che qualcosa nel mio profondo si smuove, come letame appena rivoltato (una scatologica madeleine), e mi trovo a esclamare, senza vergogna: “oh, che è, l’Università degli studi di Bologna?”

Ai miei tempi il laureando in lettere occupava un piano molto basso della piramide sociale. Non così basso che non ci fosse qualcuno messo peggio: i laureandi in Filosofia. Più già ancora quelli del Dams. Poi i pancabbestia. Poi i cani dei pancabbestia, quelli che in realtà se la passano meglio di tutti. Tutte queste categorie dividevano la stessa isola pedonale, studiavano, mangiavano, spacciavano fumo e biciclette negli stessi ambienti. E pisciavano negli stessi servizi.
L’idea che l’umanista sia un parassita della società di solito è un retropensiero, una cosa che si ha pudore a manifestare. Ma Bologna, sotto questo punto di vista, non aveva pietà. Vuoi fare l’umanista? Impara a vivere come una piattola. L’alternativa è la progressiva nazificazione: transitare in via Zamboni a testa bassa, portarsi l’acqua minerale da casa, imprecare sottovoce ai bonghisti delle tre del pomeriggio.
(Una cosa che mi fa sentire vecchio è il sottotitolo di Inkiostro, “uno studente bolognese”. Si sente che è passato del tempo. Io ai miei tempi non mi sarei mai definito uno studente bolognese. Non dico che ci fosse nulla da vergognarsi, ma era qualcosa da esibire il meno possibile, come una panda bianca arrugginita, un cesso sporco, il lavello quando non sciacqui i piatti da tre giorni. Questa era Bologna).

Dopo aver studiato laggiù, il resto del mondo sembrava un posto più pulito, diciamo pure più fighetto: lavoro non te ne danno, ma le pareti sono marmorizzate o color pastello, e i sanitari odorano di timo e di lavanda. E un po’ ti manca, la città delle piattole. Quegli odori, quei colori (il giallino, soprattutto).
Poi un bel giorno torni sotto quel portico e ti rendi conto dell’amara verità: non era la città a essere sudicia, era la tua generazione. Là dove c’era l’assemblea permanente dei bonghisti adesso ci sono tre, quattro camionette della polizia. Qualcuno ha strappato i manifesti e ritinteggiato tutti i muri. Il vecchio bar dello studente, un postaccio dove il caffè costava 600 lire e i camerieri ti chiedevano di buttare le cicche per terra, ora è un mediacenter strafighetto. E tu non puoi più pisciare, all’Università. Ovunque vai, c’è bisogno di un’esclusiva tessera magnetica, e tu non ce l’hai, sei escluso. Questo sì che è uno choc.

In questi casi tocca fare così: ci si appoggia al muro di fianco, col fare noncialante di un Joe Falchetto, e si aspetta che qualcuno munito di tessera arrivi, sospinto dal medesimo bisogno che vi ha portato lì. Quel che rende piccante la cosa è che all’Università i bagni tendono a essere bisex (perché?).
Quando alla fine arriva la ragazza – statisticamente è sempre una ragazza – ed estrae la preziosa tessera, occorre farle notare, con un’occhiata gentile, che si avrebbe tanta voglia di entrare con lei, tanto là dentro c’è posto per tutti.

La società del controllo è anche questo: doversi munire di una carta magnetica per pisciare.
“Ma almeno adesso l’ambiente si è ripulito, no?”
Sì e no. Prendi le scritte sui muri. I piccoli annunci di prestazioni sessuali. Finché l’Università era aperta al popolo, uno poteva anche ipotizzare una genìa di maniaci che venissero lì apposta. Ma ora non ci possono essere dubbi: sono i laureandi in lettere a offrire i loro corpi ad altri laureandi. Magari è quello stangone biondo al tavolo di fronte, che sta compulsando Cino da Pistoia: tra un po’ si alzerà, andrà in bagno, estrarrà una bic dai pantaloni e scriverà: offro pompini con ingoio, chiamate xxxxxxyyyx. Beh, fatti suoi, dopotutto.
Ma è possibile che tra le scritte sui cessi dell’Università e su quelle di una qualsiasi stazione non ci siano sostanziali differenze di stile? Nessuno che scrive endecasillabi a rima baciata, parolacce tratte dall’Inferno dantesco, distici elegiaci? No, il solito umorismo da cesso standard. E quel modo di dialogare a finestrelle, per esempio:

W i Korn!

I
I

SFIGATO, PASSA A STEVE VAI

I
I

PROBABILMENTE SEI UN FROCIO DI MERDA CHE SI ECCITA ASCOLTANDO I QUEEN CON UN CETRIOLO NEL CULO FOTTITI



Questo tipo di interfaccia grafica non vi ricorda niente? Molto prima dell’introduzione delle finestre di commento nei blog, molto prima della nascita dei blog, molto prima della stessa invenzione del World Wide Web, gli esseri umani usavano una tecnica simile per comunicare informalmente nei cessi pubblici.

Ma perché qualcuno sente la necessità di comunicare nei cessi pubblici? Perché non vuole essere visto, (a) e perché vuole comunicare con gente che non conosce (b); e che forse non ha nessuna intenzione di conoscere. Una ben strana modalità di comunicazione. Ma perché no? Dopotutto che c’è di male?
C’è che dopo un po’ le scritte stancano. Sono brutte. Sono volgari. Per una cosa divertente, ci sono dieci stronzate che ti fanno pensare al tramonto dell’occidente. Sembra che al riparo di quattro muretti piastrellati, ognuno di noi riesca a dare soltanto il peggio di sé.

E non si può trovare un modo per ripulire i quattro muretti, trasformarli in un elegante tazebao, limitare gli accessi soltanto a gente distinta, o agli addetti ai lavori? No. L’esperienza dei cessi dell’Università di Bologna ci mostra che è inutile.
Una volta potevamo dare la colpa ai pancabbestia, brutti, sporchi e cattivi. Ma oggi le tessere magnetiche ci inchiodano alle nostre responsabilità. Il troll che perde tempo a sporcare i muri con le sue stronzate, è uno di noi. Se non è proprio dentro di noi. È inutile che diamo la colpa agli altri. Siamo noi umanisti a scrivere quelle cose, nell’intimità dei nostri cessi pubblici. Ci piace. Del resto, siamo umani (forse troppo).

Ma umani o no, ve ne andate da un’altra parte a pisciare. Non a casa mia.

(Il biondone che compulsa Cino da Pistoia è un parto della mia immaginazione, che è malata).

mercoledì 24 marzo 2004

Il Cattivo Supplente
(sì, è sempre Lui)

E io ti dico, Spoon River,
e dico a te, Repubblica:
guardatevi dell’uomo che sale al potere
e una volta portava una sola bretella.


Edgard Lee Masters, John Hancock Otis

A proposito di Mussolini, ho scoperto un’altra analogia con Saddam Hussein. La prima, famosa, era il pallino per le bonifiche: pare che quando lo abbiano tirato fuori dalla buca, una delle prime cose che abbia detto sia “come vi permettete di trattarmi così, io ho fatto le bonifiche, ecc.” (questo è Saddam, non Mussolini).

L’altra, notevole, è il bullismo. Un anno fa scoprivamo come Saddam Hussein fosse il terrore della scuola elementare di Tikrit; non da meno il giovane Benito. Quando dopo la Marcia su Roma i giornalisti cominciarono a salire a Predappio in cerca di materiale per i loro instant book, raccolsero testimonianze abbastanza eloquenti: “Un dscuréva; e pciéva!”, dicevano di lui i suoi coetanei (Per chi non fosse pratico: “Non discuteva: picchiava”).

Il fascismo, poi, nella versione littoria che meglio conosciamo, è una sorta di bullismo elevato a sistema politico: se la scuola tradizionalmente tenta di correggere il bullo (o almeno di allontanarlo…), la Milizia lo incoraggia, lo seleziona: così negli anni neri si potevano leggere biografie sull’infanzia del duce di questo tenore:

(Y. De Begnac, Vita di Mussolini, Milano 1936; citato in De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965):
“provocatore, sempre desioso di fare a pugni, di gareggiare nella corsa e nella scalata degli alberi da frutto… che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco […]
La sua violenza e la sua volontà di dominio lo spingevano a battersi. Il pugno, il calcio erano le sue armi preferite. Si abituò presto al sangue altrui e al proprio. Provocato quasi mai, provocatore sempre…”


Un esempio per tutti i balilla d’Italia. (Non dovevano avere vita facile, i maestri, a quel tempo).

Il bello è che lo stesso Mussolini, dieci anni dopo i suoi exploit da bullo, cercò lavoro nelle scuole del Regno come maestro: con esiti disastrosi. Disastrosi per lui e per noi, perché a quel punto decise di darsi al giornalismo e alla politica…
La prima esperienza è come supplente in una scuola di Gualtieri, nel 1902: non andò malaccio, considerati i suoi 19 anni. In effetti fu scacciato per aver intrecciato una relazione con una donna sposata (con un marito sotto le armi). Ma la professione non doveva essergli piaciuta particolarmente, se preferì emigrare in Svizzera con la prospettiva di fare il manovale.
In Svizzera poi fece molto altro: il giornalista, l’oratore, l’organizzatore politico… avrebbe riprovato l’avventura dell’insegnamento soltanto nel 1906, a Tolmezzo (Udine). Per rendersi conto una volta per tutte che il mestiere non faceva per lui.

Sin dai primi giorni m’avvidi che la professione del maestro non era la più indicata per me. Avevo la seconda elementare, che contava quaranta ragazzetti vivaci, taluni dei quali incorreggibili e pericolosi monelli. Inutile dire che lo stipendio era modestissimo. Appena 75 lire mensili. Feci tutti gli sforzi possibili per tirare innanzi la scuola, ma con scarso risultato, poiché non ero stato capace di risolvere sin dal principio il problema disciplinare.
(Mussolini, citato sempre da De Felice).

Questo episodio vuole senz’altro dirmi qualcosa, ma non sono sicuro di cosa.
Da una parte, i “quaranta ragazzetti vivaci” sono il contrappasso perfetto per quel bullo che “voleva sempre dominare”… Certo, che se i ragazzetti fossero stati un po’ più buoni (e lo stipendio anche) magari avremmo avuto un dittatore in meno.
D’altro canto, il fatto che il futuro duce di trenta milioni d’italiani non fosse in grado di domare 40 ragazzini di seconda elementare, la dice lunga sulla difficoltà del mio mestiere. Un supplente fallito può sempre riciclarsi giornalista, politico, tiranno efferato: è un pensiero consolante. No. Inquietante. Volevo dire inquietante.

Dovevano passare ancora vent’anni prima che l’ex-bullo, ex-maestro, ex-socialista, cominciasse a riformare l’ordinamento dello Stato – e in particolare dell’educazione – su basi bullistiche. Ma perché lo fece? Lo fece perché anche lui da bambino era stato un bullo, o perché da maestro aveva capito che coi bulli bisogna venire a patti?

Domanda oziosa. La scuola non è la società. Ma la classe di scuola, come metafora della società, funziona sempre. Vedi ad esempio questo pezzo di ieri, su Macchianera, in cui si demolisce Fassino con una sola accusa, sleale quanto micidiale: avere un'aria da primo della classe:

Ciascuno di noi ha avuto in classe un fassino, a un certo punto della vita. Era quello allampanato, con il naso a proboscide, che fiero della sua scoliosi stava seduto al terzo banco, malgrado la statura, perché i randa delle ultime file non lo volevano.

Niente di personale, ma un tipo così non può fare "Il capo della cumpa":

Il capo della cumpa è un’altra storia. È uno che va o non va. Che si allea o non si allea. Che fa la guerra o non la fa. Anche perché di dubbi ne abbiamo già per i fatti nostri...

Uno come Lui, insomma. (Lui?)

***

Rimane questo fatto curioso: spesso i fondatori dei regimi totalitari sono persone di origini relativamente umili: se non proletari, comunque borghesi spiantati, come il pittore-imbianchino Hitler o il maestro Mussolini. L’anno scorso lo avevamo chiamato Paradosso di Otis-Findlay, dai protagonisti di due poesie di Edgard Lee Masters (le trovate ancora qui).

Questo è un grosso problema, che dovrebbe tormentare tutti gli esportatori di democrazia: di solito i regimi totalitari si sviluppano in nazioni che passano un po’ troppo velocemente dal medioevo alla modernità, dal feudalesimo al suffragio universale: Unione Sovietica, Italia, Germania, Spagna nel primo dopoguerra. Sudamerica, Iraq, Iran e altri Paesi in via di Sviluppo nel secondo dopoguerra. Cosa manca in questi Paesi? Forse il famoso ceto medio, a fare da camera di compensazione (in Germania c’era, ma era stato risucchiato dalla crisi).
È come la risposta a uno shock: la democrazia “delle opportunità” arriva prima della democrazia “dei diritti”: ma proprio i più bravi a cogliere questa opportunità (i migliori scalatori sociali) sono i più feroci a negarla agli altri. È quel tipo di dittatore che vince le elezioni e poi le abolisce.
In pratica, è il bullo: “che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco”.

E noi insegnanti, noi buoni e cattivi supplenti, in realtà a cosa serviamo? A crescere buoni cittadini, o a tener buoni i tiranni prossimi venturi? È l’interrogativo delle due meno un quarto.

martedì 23 marzo 2004

Dedicato a un bambino che domenica sera non è morto, anzi, non è proprio mai vissuto. Che non so se sia preferibile (nessuno lo sa). Immagino di sì.

Karaoke esistenziale, ciak! 13


Era un piccolo, povero ultrà,
ultrà,
E non l'avrebbe mai più fatto, si sa
No non lo avrebbe mai più fatto
(fino alla prossima volta)

Proprio lui, povero ultrà,
ultrà,
Giurò di non rifarlo mai più, si sa
No non lo avrebbe mai più fatto
(fino alla prossima volta)

Povero vecchio
perse un orecchio in un "incidente"
al reparto saldatura
ma è tutto ochei,
tanto si sa la vita è dura

Povera donna
strangolata nel suo stesso letto
mentre leggeva Tolstoi
ma è tutto ochei,
tanto era vecchia e moriva prima o poi
(di chi è la colpa?)

E cosa dire dell'ultrà,
sì, dell'ultrà,
che non lo avrebbe mai mai mai mai più fatto, si sa
(non fino alla prossima volta)

Perciò signori della corte
ora sapete ogni cosa,
ma prima di condannarmi a morte
date un'occhiata a questo bocciolo di rosa:

Vi amo per quello che siete, amori miei, amori miei amori miei

Ma non sarà mica colpa dell'ultrà,
piccolo ultrà,
lui non lo avrebbe mai più fatto, si sa,
e in mezzo a questo campo siamo al verde, eccetera.

E non scordatevi l'ultrà,
il piccolo ultrà,
che non l'avrebbe mai più fatto si sa
e in mezzo a questo campo siamo al verde,
eccetera.

Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera;
Nel mezzo del cammin della partita,
Eccetera.
Dai, liberatemi,
e ritrovatemi,
su liberatemi,
e ritrovatemi,
dai liberatemi, liberatemi, liberatemi
Giurati, liberatemi,
e ritrovatemi, e liberatemi, e ritrovatemi,
e ritrovatemi, ritrovatemi, ritrovatemi,
Ed Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Nel mezzo del cammin della partita, Eccetera,

Ed Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Nel mezzo del cammin della partita, Eccetera.

The Smiths, Sweet and tender hooligan. (198?)


Note:

1. Non è che la cosa abbia comunque molto senso.

2. In un periodo della sua vita, Morrissey ebbe palazzetti di folle adoranti che si sarebbero bevuti qualsiasi slogan, e lui nei ritornelli cantava “Eccetera”. Credo che si tratti di genio.

3. “In the Midst of life we are in debt” è un modo di dire, la parodia di un verso famoso di Coleridge (che si trova anche su un libro di preghiere anglicano per gli offici funebri), “In the Midst of Life we are in Death. Anche se col tempo la parodia è diventata più famosa del verso originale.
A questo punto si trattava di trovare qualcosa di omologo in italiano: si accettano suggerimenti.
Io, naturalmente, non riuscivo a pensare che a “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, che è lievemente più cheap di Coleridge. Poi bisognava parodizzarlo, per cui: “Nel mezzo del cammin della partita”. Che non fa ridere e non vuol dir niente. La situazione finanziaria delle squadre romane, e i conciliaboli a centrocampo ieri sera, mi hanno suggerito una variante: “in mezzo a questo campo siamo al verde”: non c’entra più niente con Coleridge, ma è un endecasillabo. Sì, probabilmente ci sono modi più proficui di impegnare questo settore del mio cervello.

4. Dice: ma come fai a sapere tutte ‘ste cose? Qui c’è un sito con i più strani riferimenti delle canzoni degli Smiths, dove si scopre che alcuni capolavori di nonsense sono in realtà citazioni da un mondo che non conosciamo: per esempio, There is a Kenny Everett (late British 80s comedian) sketch where he is burned at the stake whilst wearing a Walkman, e In the 1968 film "The Killing Of Sister George", one of the murder methods discussed is that of a ten-ton truck…

5. Naturalmente, questo è il mio karaoke, per cui decido tutto io. Per eventuali lamentele, Morrissey può scrivermi. Astenersi filologi.

domenica 21 marzo 2004

Fermati, Piero

(ma tu non udisti, e il tempo passava...)

Io temevo, andando a Roma sabato, di annoiarmi un po’: tanto ormai il copione della Grande Manifestazione di Primavera lo conosco, e anche voi.
Ma non mi aspettavo quello che è successo.
Per prima cosa non mi aspettavo che un milione di persone scegliesse, come me, di sottoporsi a questa routine sfibrante (e se non erano un milione, non erano comunque molti meno, e non fa veramente differenza).
E poi non mi aspettavo di restare tre ore fermo in Piazza della Repubblica, perché… il corteo non partiva. Ma perché non partiva?
Per tutto ieri ho pensato a un problema di gestione della folla. Eravamo veramente troppi. Ma non poteva essere solo questo. Oggi forse sono riuscito a capire il perché. Dal newswire di Indymedia

Il tir dei disobbedienti è stato fermo a piazza dei Cinquecento dalle 14 alle 16 (eppure all'appuntamento della manifestazione era quasi all'inizio del corteo) perchè il cordone dei Ds/Cgil messo a protezione e, soprattutto a far paura, voleva far entrare lo spezzone del "partito" e far finire in coda tutti gli altri; a questo punto "anch'io con la tessera in tasta dei Ds" sono andata a fare un cordone contrapposto al loro per far passare il tir dei disobbedienti ed l'autobus di Global Tv! Dal loro Cordone è volato qualche schiaffo ma nessuno ne parla perchè il nostro cordone è stato abbastanza responsabile da chiudure comunque via Amendola per far passare il corteo che seguiva il normale tragitto della manifestazione (senza fare i "furbi" come invece etichetta Fassino tutti gli altri!!).
Quando il cordone dei disobbedienti si è tolto perchè il loro spezzone era passato, e stavano già passando anche gli universitari, i Ds si sono inseriti alla fine del corteo. Ora se sono stati presi a parolacce e al lancio lattine o aste "di plastica" di bandiere subito dopo è una conseguenza dei fatti "da loro stessi" architettati (hanno voluto forzare la mano per dire c’ero anch’io!


Come sono andate le cose non lo sapremo mai: come in molti incidenti, credo che sia lecito ipotizzare un concorso di colpe: alcuni disobbedienti (o simili) aspettavano Fassino al varco, e Fassino è stato abbastanza impudente da mostrarsi proprio a quel varco lì. Il che spiegherebbe l'enigmatica frase riportata stamattina da Repubblica a pag. 3, "Infilarci qui è stato un azzardo fottuto": no, non sono i Guerrieri della Notte, bensì un tizio del servizio d'ordine Diesse (ma siccome la Repubblica è un giornale moderno, e i DS sono un partito moderno, si parla di un "responsabile dei bodyguard").

Il problema, poi, non è soltanto chi abbia menato chi, ma chi abbia provocato chi. Ed è curioso che i DS, partito di massa (almeno nelle intenzioni) con un robusto servizio d'ordine, riescano a passare per vittime sacrificali. Ne è perplesso pure Paolo Flores D'Arcais, noto estremista anarcoinsurrezionalista:

I giornali di oggi danno eguale rilievo alla manifestazione “per la pace e contro il terrorismo” e alla aggressione dei “disobbedienti” contro Fassino. Verrebbe da notare che i manifestanti erano oltre un milione e gli aggressori qualche decina. Diciamo pure un centinaio: sarebbero lo 0,01%. Un tasso di stupidità statisticamente fisiologico in qualsiasi iniziativa anche la più perfettamente riuscita. Dare alle due notizie lo stesso peso vuol dire, perciò, scambiare il giornalismo con la manipolazione propagandistica. Ma la seconda notizia – l’aggressione – era davvero tale? Perché a leggere riga per riga le cronache, mettendo a confronto quelle delle testate più diverse, si riesce ad enucleare solo questa sequenza di fatti: Fassino viene contestato esclusivamente sul piano sonoro-verbale (fischi e lazzi) dunque assolutamente nella norma. Il suo servizio d’ordine reagisce in modo eccessivo, passando ai “fatti” e spedendo a terra qualche manifestante, compresa una ragazza giovanissima. Qualche decina di minuti dopo che il segretario Ds ha abbandonato il corteo, passano inammissibilmente “ai fatti” anche alcuni isolati manifestanti, gettando qualche asta di bandiera (di plastica sottilissima) e qualche bottiglia (vuota e di plastica sottilissima, o di leggerissima “lattina”).

In queste ore ho letto diversi predicozzi ai disobbedienti: in linea di massima mi associo, non si fa così, bricconi, e insomma, ecc.

Ora però vorrei fare un discorso più in astratto. Mi sbaglio a dire che una cosa del genere può succedere soltanto in Italia, o meglio, soltanto in una manifestazione della sinistra italiana? Com'è possibile che il partito-massa (nelle intenzioni), il primo partito della sinistra, non riesca a scendere in strada in occasione di un corteo che mette insieme tutti, dalle suore agli anarchici? Possibile che sia tutta colpa di Caruso? Accidenti, però, 'sto Caruso, che organizzazione.

Ora, il problema è che nei giorni scorsi Fassino si è comportato proprio con la supponenza che Caruso e altri gli hanno rimproverato. Si è auto-invitato, ha preteso di cambiare la piattaforma, non ce l'ha fatta, ha aderito all'aborto di contro-manifestazione indetto da Berlusconi (un piccolo tranello a cui ha smesso di credere per primo lui stesso) e alla fine ha preteso di scendere in piazza come se nulla fosse successo. Ha ragione il signore, è stato un azzardo fottuto.

Quel che butta giù è il paragone con la Spagna. Là c'è un popolo di sinistra che nel momento di crisi ha fatto quadrato intorno ai partiti della sinistra, e in particolare intorno al candidato del Psoe, Zapatero. Ora, non è che la posizione di Zapatero sulla guerra sia limpida e cristallina: via dalla guerra, sì ma non subito, anzi, restiamo ma sotto l'Onu… finché qualcuno non fa notare che l'Onu ci sarebbe già, almeno nelle intenzioni. Ma l'opinione pubblica spagnola (ed europea) è disposta a perdonare a Zapatero questa e altre confusioni: quello che importa è che Zapatero non sia un filo-Bush, e che la linea della Spagna, in un qualche modo dovrà cambiare. Il ritiro delle truppe, l'egida dell'Onu… i "se" e i "ma"… sono dettagli. Importanti quanto si vuole, ma dettagli.

E torniamo in Italia. Qui vediamo che i "se" e i "ma" diventano imprescindibili, e che Fassino, che sull'Iraq ha più o meno la stessa linea di Zapatero, non riesce neanche a fare cinquanta metri di corteo senza essere fischiato. Solo dai disobbedienti? No. Da tutti. Di chi è la colpa?

Credo che la colpa non sia in particolare di Fassino, che sconta un sacco di errori non suoi.
Credo che la colpa sia un po' di tutti noi, che non riusciamo ad andare d'accordo, e soprattutto dei vertici dei DS. Cioè di tutti i DS, visto che si tratta di un partito che da anni, ormai, rappresenta soltanto il suo apparato.
L'aggressività, la profonda irritazione, il prurito alle mani che fanno venire i vertici dei DS in piazza, non sono un raptus collettivo, ma il risultato di una lunga storia di incomprensioni. Diciamo pure che i DS continuano a scontare l'errore di aver chiesto a tutti gli italiani di non andare a Genova il 21 luglio 2001: ma non è stato l'ultimo caso. Negli anni successivi molti elettori si sono abituati a scendere in piazza ignorando le indicazioni dei loro vertici. Ma lo scollamento data da un sacco di tempo prima. È il destino di un partito che ha rinnegato la sua vocazione (essere il grande partito della sinistra italiana) per andare in cerca di una manciata di voti al centro. Questa idea, che poteva ancora essere giustificabile qualche anno fa, non lo è più da quando a destra dei DS c'è un partito dalla fisionomia robusta e dall'identità riconoscibile: la Margherita. Ora forse i DS dovrebbero smettere di contendere i voti al loro alleato più affidabile, e cercare di rosicchiarli altrove: a sinistra. Dando un'immagine di sinistra. Votando in parlamento come deve votare un partito di sinistra. E perché non lo fanno?
Questo è il grande mistero. La prima ipotesi che mi viene in mente (che non lo facciano perché siano troppo rincoglioniti dallo pseudopotere che ricavano dalle amministrazioni locali e da un po' di poltrone in parlamento) la rigetto, in quanto inverosimile.

Per Fassino le cose sono molto più semplici: è tutta colpa di Cossutta, Rizzo, Occhetto, Gino Strada... "Ora basta", dice, "qualcuno dovrà cambiar registro". Anvedi Fassino…
A Roma si fa una manifestazione di un milione di persone o quasi: il misero spezzone blindato di Fassino non riesce per ore a trovare un punto dove partire senza essere contestato, e per Fassino è tutta colpa di tre persone elette in qualche "collegio sicuro". Dove si capisce che per Fassino il sentimento popolare non esiste proprio: è fuori dalla sua forma mentis. Per Fassino può esistere soltanto una manciata di parlamentari che sobilla la folla. Altrimenti a nessuno verrebbe in mente di fischiare un dirigente DS. Scherziamo?

Non viene nemmeno in mente, a Fassino e ai suoi, che se in Italia ci fosse un grande partito di sinistra, aggregante e non di apparato, personaggi come Cossutta, Rizzo e Occhetto non avrebbero nemmeno ragion d'essere. Perché non sono sobillatori, ma cani sciolti che fiutano il malcontento e cercano di cavalcarlo. Mostrando, almeno in questo, più fiuto dei vertici DS.

(Quanto a Occhetto, l'ho visto a Pza Repubblica e non stava sobillando: cercava disperatamente di infilare il suo striscione tra Attac e quei pirla del PMLI).

Personalmente, mi dispiace per come sono andate le cose, e mi unisco alla ferma condanna… per quel che servono i "personalmente". Per quel che servono le "ferme condanne". Storicamente, quando un partito di massa non riesce nemmeno a stare in piazza, ha già smesso di essere un partito: resta un cartello di professionisti che puntano a spartirsi un po' di ministeri col portafoglio. Ne abbiamo visti tanti, tanti ancora ne vedremo. Il grande partito della sinistra italiana è tutto da fare. Se qualcuno dei DS ci si vuole mettere di buona lena, è benvenuto.

Sullo stesso argomento: Michele Marziani.

Le manifestazioni se le dovrebbero organizzare ad hoc pagando anche degli interinali per andarci... (Anonimo su Indy)

venerdì 19 marzo 2004

Lui e la guerra

Riassunto di ieri: un socialista, un rivoluzionario, fonda tutta la sua carriera sul pacifismo più intransigente: finché alle soglie di un grandioso conflitto di civiltà non cambia idea. Chi è? È Lui.

E io sono a Roma per aiutar [Lui]. Sapete che è “un uomo”? Ha fatto un quotidiano in una settimana.
(G. P.)

In quei giorni Lui sta già pensando di metter su un nuovo giornale. Naturalmente, occorrono soldi. Soldi puliti, perché Lui sta per essere espulso dal Partito e deve dimostrare a tutti che la sua coscienza è immacolata. “Dove trovare il denaro?”, si chiede, “Un denaro che io possa accettare”.

In realtà non ci mette troppo a trovarlo. In Italia (e anche all’estero) c’è qualcuno che crede in Lui. Il primo ad aiutarlo è il collega capo-redattore di un quotidiano borghese: in seguito, un po’ di soldi arriveranno da un Partito straniero, che si è già convertito alla guerra e che vorrebbe che la stessa cosa accadesse in Italia. Nel giro di un mese esce il primo numero. Sotto la testata portava ancora la dicitura di “quotidiano socialista”, ma gli articoli chiedevano a gran voce l’entrata in guerra dell’Italia.
È un successo strepitoso: il primo numero viene esaurito verso le dieci del mattino. Nei mesi successivi il quotidiano, partito con una tiratura di trentamila copie, arriva a punte di 80.000. Socialista o no (l’espulsione dal partito è ormai inevitabile), Lui rimane soprattutto un grande polemista. Il fronte degli italiani che vogliono la guerra – fronte trasversale, che mette insieme destra nazionalista e sinistra rivoluzionaria – finisce per trovare in lui la Guida. (La parola non è esattamente quella). Come dice un telegramma di ex avversari, all’indomani dall’espulsione: “Partito Socialista ti espelle. Italia ti accoglie”.

Quest’“Italia” non è – nemmeno si sogna di essere – la maggioranza del Paese. È un gruppo di pressione, formato per lo più da intellettuali, impiegati, piccoli borghesi: un ceto medio che legge i giornali e si tiene informato, e che chiede la guerra in modo assolutamente disinteressato. Non si può lasciare la civiltà europea sola a lottare contro la barbarie e le dittature: l’intervento dell’Italia avrebbe potuto essere decisivo, e salvare ulteriori vite umane. Coi mesi questo gruppo prende coraggio: in primavera scendere persino in piazza. Dalle colonne del suo giornale, Lui scandisce gli slogan: “O guerra o rivoluzione”. Sembra più determinato che mai.
In realtà è disperato. Teme di aver sbagliato tutto: il giornale vende bene, è vero, ma non rientra nei costi (l’eterno dramma dei quotidiani italiani). Le manifestazioni di piazza riescono bene, ma la maggior parte degli italiani restano ostili alla guerra, impermeabili a tutti gli appelli alla civiltà, alla fratellanza, a qualsiasi cosa. In una lettera di quei giorni, scrive:

Siamo vecchi, amico mio, decrepiti: è stato il sole – compiacente ruffiano – che ci ha fatto credere in una seconda o terza giovinezza. Ma è ora di seppellirci o di cambiare patria. La nostra è vile. Una buona e disperata stretta di mano dal tuo…

Pochi giorni dopo, l’Italia entra in guerra. In seguito, Lui se ne prenderà il merito (si prenderà molte altre cose).

La guerra sarebbe durata ancora tre durissimi anni. L’Europa, con tutta la sua esperienza di invasioni ed epidemie, forse non ha mai assistito a un carnaio peggiore. Armi di distruzione di massa, gas, ma anche il caro vecchio corpo a corpo, il coltello e la baionetta. Sul fronte si scoprì che Barbarie e Civiltà fraternizzavano, come fraternizzavano i fantaccini nemici tra un massacro e l’altro.
E sul fronte c’era anche Lui – mica poteva stare a casa! (e pensare che in gioventù aveva cercato di obiettare al servizio militare fuggendo in Svizzera). Non fu un’esperienza facile: i graduati lo guardavano male perché socialista, i commilitoni che si ritrovavano in una guerra non voluta avevano parecchi motivi per detestarlo. Nel frattempo il suo giornale, senza di Lui, infilava una gaffe dopo l’altra, perdeva colpi e tiratura. Dopo due anni di guerra combattuta, ferito dallo scoppio di un lanciabombe, Lui venne congedato e tornò al suo vecchio posto in redazione.
Il giornale sembrava alla frutta. La posizione filo-guerra era sempre meno popolare, e molti finanziatori, una volta centrato l’obiettivo dell’entrata in guerra, avevano chiuso i rubinetti. A questo punto forse Lui avrebbe dovuto chiudere il giornale. Ma il giornale – oltre a essere l’arma che maneggiava meglio – era ormai tutto quello che aveva: il vecchio Partito lo aveva espulso, un nuovo partito era ancora tutto da fondare. Nei mesi successivi il quotidiano non solo riuscì a superare la crisi, ma aprì anche una seconda redazione a Roma. Da qualche parte, quindi, Lui aveva trovato altri soldi. Ma da chi?

Dall’entrata in guerra erano passati due anni e mezzo, ormai, quando un giorno d’ottobre il fronte italiano cedette su tutta la linea. Per qualche giorno la guerra sembrò ormai persa. Lui (ancora in stampelle) continuò a lavorare al giornale. I famigliari lo trovavano stanco e depresso: a sua sorella disse che gli sarebbe piaciuto morire.
Ma non morì, e nemmeno perse la testa: s’indurì soltanto. Chiese leggi speciali, disciplina di guerra. Scriveva:

Non fermiamoci dinanzi ai diritti della libertà individuale. Spazziamo questo feticcio. Lo ha spazzato l’Inghilterra…

Non c’è solo l’Inghilterra, qualche giorno dopo trova un esempio migliore:

Una delle condizioni per vincere la guerra è questa: chiudere il Parlamento. Mandare i deputati a spasso. [Il Presidente degli Stati Uniti del tempo], per esempio, esercita la dittatura. Il congresso ratifica ciò che [egli] ha deciso. La più giovane democrazia, come la più antica, quella di Roma, sente che la condotta democratica della guerra è la più grande delle stupidità umane.

E ancora (contro i socialisti che continuano a parlar male della guerra):

Fuori di qui ci sono gli stranieri e i nemici. Ma il governo, invece di prendere una buona volta di fronte questi nemici e schiantarli – in questo momento propizio – li tratta coi guanti. È pieno di riguardi per loro. Guai a toccarli! Censura! E quelli non disarmano.

Fino a ridursi, Lui, socialista e giornalista, a chiedere la chiusura dei quotidiani…

O i giornali si uniformano alle necessità della guerra – sotto tutti i suoi aspetti, dai politici ai psicologici – o diamo al governo l’incarico di tenerci informati, con un foglio quotidiano di carta stampata.

Ma per il momento i quotidiani resistono – compreso il suo – e non campano di sole parole. In quei giorni comincia a farsi sempre più insistente, sulle pagine del suo giornale, la pubblicità di un certo gruppo industriale, il più grande e importante dell’epoca. Nel frattempo, nei suoi editoriali, Lui comincia a sostenere la necessità di superare il socialismo. Con cosa? Il nome è nell’aria, ma non è ancora stato individuato. Il primo tentativo è un neologismo orrido: “Trincerocrazia"

L’Italia va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati; quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti… I partiti vecchi, gli uomini vecchi che si accingono, come se niente fosse all’exploitation dell’Italia politica di domani saranno travolti. La musica di domani avrà un altro tempo […] Potrà essere un socialismo anti-marxista, ad esempio, e nazionale.

Il nome deve ancora essere trovato, ma gli ingredienti, come vedete, ci sono già quasi tutti. È tempo ormai di togliere dalla testata quel sottotitolo “anacronistico”:

Oggi, dopo quattro anni, dalla testata di questo giornale scompare il sottotitolo di socialista. Un altro lo sostituisce che mi piace di più. D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori.

I combattenti li conosciamo: ma chi sono questi “produttori”? È presto detto: “quelli che producono, ma non soltanto con le braccia”: un po’ borghesi, un po’ proletari.

Difendere i produttori significa permettere alla borghesia di compiere la sua funzione storica – ci sono ancora due continenti quasi intatti che attendono di essere travolti nel turbine della civiltà moderna capitalistica – e significa anche agevolare agli operai il conseguimento del maggior benessere per il maggior numero.

E qualche giorno dopo.

L’essenziale è “produrre". Questo è il “cominciamento”. In una nazione ad economia passiva, bisogna esaltare i produttori, quelli che lavorano, quelli che costruiscono, quelli che aumentano la ricchezza e quindi il benessere generale. Produrre, produrre con metodo, con diligenza, con pazienza, con passione, con esasperazione è soprattutto nell’interesse dei cosiddetti proletari. […] Bisogna esaltare i produttori, perché da essi dipende la più o meno rapida ricostruzione del dopoguerra. Disorganizzate la produzione e preparerete un dopoguerra tristissimo ai reduci dalle trincee. […] Sì, produrre, produrre, produrre: non già e non soltanto perché l’Italia di domani sia meno povera di quella di ieri, ma perché sia l’Italia libera.

Produrre, produrre, produrre. Con metodo, con passione, perfino con esasperazione. Ma cosa?
Facciamo un esempio. Prendiamo il grande Gruppo industriale che da qualche mese, ormai, pubblicava le sue inserzioni sul giornale di Lui. Cosa produceva? Un po’ di tutto. Fondeva i metalli, estraeva i minerali. E fabbricava armi: cannoni, bombarde, aeroplani, navi. Prima della guerra dava lavoro a 4000 operai: nell’ultimo anno di ostilità, gli operai (anzi, i “produttori”), erano passati a 56.000. Ma la guerra non sarebbe durata in eterno. E allora?
Il grande gruppo industriale era nelle mani di due uomini, i fratelli Perrone. Due classici industriali italiani, insaziabili e onnivori. Compravano di tutto: fonderie, miniere, cantieri. E anche banche. E quotidiani: avevano già Il Messaggero e Il Secolo XIX. E in un qualche modo, misero le mani anche sul giornale di Lui.

Non fu difficile. Si mossero per interposta persona – c’erano pur sempre delle parvenze da salvare – ma un polemista di razza come Lui, in un momento in cui bisognava convincere gli italiani a produrre, produrre, produrre, faceva veramente comodo.
E a Lui faceva comodo lavorare per i Perrone. Dopo avere perso un Partito, aveva trovato un padrone. Che è meglio di niente. Dopo anni di vita grama, ora viaggiava su un automobile messa a disposizione dall’importante Gruppo. Addirittura, un giorno ebbe il privilegio di poter provare una straordinaria novità della tecnica: un aeroplano! Per planare sui cantieri del Grande Gruppo e poi pubblicare, sulle colonne del suo non più suo quotidiano, queste riflessioni “en plein air”:

Combattere oggi e nello stesso tempo lavorare, navigare, produrre, volare: conquistare la terra, i mari, i cieli, ecco l’Italia grande che va, sicura dei suoi destini, incontro all’avvenire…

E nell’avvenire dell’Italia, senza dubbio, c’era ancora tanto spazio per Lui. Che, per inciso, era Benito Mussolini, socialista rivoluzionario, direttore dell’Avanti fino al 1914, fondatore del Popolo d’Italia, e poi del movimento nazional-socialista di “combattenti e produttori” che alla fine prenderà il nome di Fascismo. Il gruppo dei fratelli Perrone era l'Ansaldo.
Tra socialisti e Ansaldo, la Grande Guerra: nessun conflitto sembrò così giusto all’inizio e così insensato alla fine.

Ora ci scuserete – mi prendo la licenza del plurale, per stavolta – se noialtri, che in fondo saremmo socialisti se il nome non se ne fosse andato da parecchio tempo a puttane, preferiamo non seguire l’esempio e restare dalla parte della Pace. Perché avete un bel da dire, voi, che questa guerra è giusta e necessaria, e da una parte ci sono le barbarie, e dall’altra la civiltà: tutte cose già dette, già sentite. Ma quando avremo rinnegato i compagni, i fratelli, chi si prenderà cura di noi? C’è un padroncino vorace anche per noi, che ci farà scrivere su un giornale tutto quello che ci va? No, non c’è, tutti i posti già occupati.
Voi che vi riempite la bocca con lo spirito di Monaco: bravi, conoscete la Storia. Ripassatevi allora anche lo spirito delle “radiose giornate”. Un’élite di piccoli borghesi che chiede la Guerra per spirito di avventura, e si mette contro il popolo, e nella disgrazia resta sola, si fa odiare e odia, e per vendetta si vende al miglior offerente. Questo è il fascismo, questo è l’uomo che l’ha inventato. Un pacifista che un giorno rimase intrappolato in un se, in un ma. Forse la Storia non c’insegna nulla. Ma a ogni buon conto.

Le citazioni da Mussolini (e quella da Prezzolini in cima al pezzo di oggi), sono tratte da Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.

giovedì 18 marzo 2004

Lui e la guerra

la guerra
quando sia progressista
perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l’ultima
e lo è sempre
per sua costituzione


(Montale, Fanfara)


Sulla guerra la sinistra è divisa. Questa non è una novità. Anzi, è la cosa meno nuova di tutte. È da un secolo che la sinistra si divide sulla guerra. Molto prima che nascessero i partiti di oggi, prima dei post-fascisti, prima dei fascisti, prima persino della democrazia cristiana, esisteva già una sinistra che si divideva sulla guerra. La storia ci insegna qualcosa? Chi lo sa. Ma certi corsi e ricorsi sono curiosi.

Questa è la storia di un socialista rivoluzionario che fu pacifista intransigente, e che poi un giorno cambiò idea. Per ora lo chiameremo Lui.
Lui?
Lui non era di indole particolarmente pacifica: negli anni dell’infanzia aveva tentato di accoltellare un compagno di collegio. Ma sul rifiuto della guerra e del militarismo aveva costruito la sua carriera politica. Per protestare contro una guerra imperialista aveva guidato i braccianti e gli operai della sua sezione a bloccare i treni. I treni erano passati lo stesso, ma Lui, arrestato e imprigionato per cinque mesi, era diventato un leader di livello nazionale. Al Congresso aveva messo i riformisti all’angolo ed era riuscito a ottenere la direzione del giornale di partito: nelle sue mani era un arma micidiale, perché i discorsi, scritti e parlati, erano le azioni che gli riuscivano meglio.

(Parecchi avranno già capito chi è Lui: facciano finta di niente).

Negli anni successivi la guerra si trascinò, e con lei la protesta; quando in una torrida estate la polizia represse una manifestazione uccidendo un po’ di anarchici, per una settimana l’Italia sembrò sull’orlo di una rivoluzione: da Milano Lui soffiava sul fuoco con corsivi dal contenutoaltamente infiammabile. Non si preoccupava di difendere, coi pacifisti, anche i teppisti che danneggiavano le vetrine: “sarebbe stato invero relativamente facile, comodo e igienico lasciarsi alle spalle una porticina aperta: accettare, ad esempio, ciò che è opera del proletariato, e respingere ciò che opera della teppa. Ma è assurdo distinguere”.

Lo stesso giorno in cui venivano pubblicate queste parole, in un altro Paese un attentato terroristico sconvolgeva l’opinione pubblica mondiale. Nelle settimane successive apparve chiaro che le potenze del mondo civilizzato si preparavano allo scontro finale contro la barbarie. E Lui, da che parte stava? Lui non poteva che essere per la Pace. Con le parole e coi fatti. Ma soprattutto con le parole, che erano i suoi ferri del mestiere.

È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!

E Lui non perde tempo. Indice un referendum interno al Partito: volete la guerra, sì o no? Niente se e ma. Il “no” stravince, e Lui dimostra ancora una volta di avere la base dalla sua parte: abbasso la guerra, né un uomo né un soldo. Ma nei mesi successivi la sua coerenza è messa a dura prova. La guerra va male: la potenza barbarica invade nazioni neutrali, uccide innocenti. Intorno a Lui molti cominciano a parlare dell’opportunità di partecipare alla guerra… per prima cosa, si tratta di salvare la civiltà dalla barbarie. Poi, chissà, può essere l’occasione per fare la rivoluzione. Lui è sensibile a questi argomenti, ma come figura pubblica si sente obbligato a mantenere la linea. A qualcuno confessa la sua angoscia.

Ma sono triste e scoraggiato. Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure… Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso… È terribile. Ciardi, Corridoni, la Ryeger apologisti della guerra. Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. […] Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento. Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano…

Lui cominciava a "diffidare di sé stesso". E non aveva tutti i torti.
Verso ottobre i suoi editoriali cominciano a tentennare, e qualcuno se ne accorge. Gli danno dell’“uomo di paglia”. Giudicate voi:

Se domani […] si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi […] vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie […] sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse […] non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia […] non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità previsioni, sappiamo bene.

Siamo contro la guerra, ma saremmo disposti a farla, se fosse breve e risolutiva: l’Italia, chissà, potrebbe diventare mediatrice armata di pace. Ha un che di D’Alema, non trovate? O di un Rutelli. Ma non è Rutelli. Non è D’Alema. È Lui. Un articolo del genere gli costa la direzione del giornale. Il vertice del Partito gli fa giustamente notare che, dopo aver portato lo stesso partito su una posizione di pacifismo intransigente con il referendum interno, non è il caso di disorientare in questo modo i lettori (gli elettori). Lui non fa una piega, ed esce senza nemmeno sbattere la porta. Che cosa ha in mente?

Chi è Lui? E cosa va tramando alle spalle del Partito? Entrerà l’Italia nel conflitto di civiltà che si annuncia breve e risolutore? Tutte queste cose e molte di più le saprete domani (in realtà le sapete già).

mercoledì 17 marzo 2004

Billy Meredith nel 1907 guadagnava 4 sterline la settimanaMario viaggia in Porsche

La fonte di questa storiella è attendibile; ugualmente, non mi va di sputtanare il protagonista, per cui non userò il suo vero nome o cognome: diciamo che è un calciatore molto giovane; che è famoso sia per le sue mattane che per il bel gioco che gliele fa spesso perdonare: e lo chiameremo, per comodità, Mario Antonietto.

Allora: Mario Antonietto viene invitato al matrimonio di un collega, in un’altra città: il promesso sposo chiede a un suo amico di andare a prelevarlo alla stazione. L’amico, comprensibilmente emozionato, tira a lucido il suo mercedes ultimo modello e va ad aspettare Mario Antonietto. Per riconoscerlo, non c’è mica bisogno di una foto (in effetti basta la figurina).
Ed ecco che il campione arriva: saluta, squadra la mercedes e… rifiuta di salirci sopra. Perché? Perché Mario Antonietto viaggia solo su Porsche.
(Il risultato è che arriverà tardi al matrimonio, su una Porsche noleggiata in quattro e quattr’otto dal malcapitato anfitrione).

Mentre il giovane Mario impartisce questa severa lezione di stile, a qualche centinaio di chilometri di distanza la sua squadra versa in pessime acque. Il proprietario, che ha versato milioni su milioni (perdendoli), è vecchio e stanco: vorrebbe vendere, ma i probabili acquirenti giocano a nascondino. Si aggiungano le ispezioni dei finanzieri; le tasse da dilazionare; la borsa, gli stipendi… questo è il mondo in cui lavora Mario Antonietto. Ma lui non lo sa ancora. È giovane e bravo, ed è convinto che il calcio possa dargli tutto, come dava tutto ai suoi predecessori. Se si affacciasse al finestrino sentirebbe l’ancien régime che scricchiola. Ma Antonietto viaggia solo su Porsche. Pressurizzata.

Nelle puntate precedenti (1 2) avevo cercato di distinguere tra un modello ‘britannico’ (il calcio come piccola economia reale: i club autosufficienti che producono e distribuiscono ricchezza) e uno ‘italiano’ (il calcio come economia non autosufficiente, foraggiata dallo Stato e dai capitalisti per motivi d’immagine). Forse il modello britannico era più sano, ma presentava anche molti più rischi: dipendeva esclusivamente dal favore del pubblico (dalla soddisfazione dei clienti). Abbiamo visto che già negli anni ’50 il modello italiano poteva permettersi di pagare di più i suoi giocatori: le stelle del campionato inglese, Charles, Greaves, Law, vengono tutti a giocare in Italia. Non sempre si trovano a loro agio, ma arrivano a guadagnare quattro volte il massimo consentito nel Regno Unito. Già, perché nel calcio britannico, come in tutte le economie liberali serie, ci si preoccupava di garantire la libera concorrenza: i club non potevano offrire a un giocatore più di un tot consentito (Maximum Wage).

Il Maximum Wage può sembrare una norma di buon senso: significa accettare che tutte le squadre di un torneo giochino non soltanto con lo stesso numero di giocatori, ma anche con le stesse risorse economiche alle spalle. Eppure in Inghilterra i giocatori lottarono per cinquant’anni (la prima protesta, organizzata da Billy Meredith, è del 1907) per abolire quello che consideravano “un contratto di schiavitù” (Jimmy Hill). Ci riuscirono soltanto nel 1961. Da allora i giocatori – che fino a quel momento erano stati effettivamente commerciati sottocosto – videro lievitare i loro prezzi. Anche grazie all’introduzione della figura dell’“agente”. Gli ingaggi sarebbero ulteriormente lievitati a partire degli anni ’90, grazie a Jean-Luc Bosman.

Il giocatore belga più famoso del mondo (se la gioca con Vincenzino Scifo) è un centrocampista che non ha mai vinto nulla d’importante, salvo una sentenza alla Corte Europea di Giustizia. Bosman si era rivolto alla Corte dopo che la sua squadra (il Liegi) aveva rifiutato di cederlo al Dunkerque malgrado il suo contratto fosse scaduto. La Corte ci mise sette anni prima di deliberare, nel 1995, che il Liegi aveva contravvenuto alle leggi dell'Unione Europea sulla libera circolazione dei lavoratori (non delle merci, è importante) da uno Stato membro all'altro. In Italia la “sentenza Bosman” è famosa soprattutto per un suo corollario, che portò all’abolizione del tetto massimo di giocatori stranieri (comunitari). Da allora le grandi squadre italiane hanno fatto sistematicamente incetta di stranieri (anche perché a volte costavano meno e rendevano, in termine d'immagine, più degli italiani). Ma la “sentenza Bosman” ha fatto molto di più: ha messo il calciatore al centro dell’economia del calcio: specie il fuoriclasse, o quello che comunque attira l’attenzione. E' lui, da Bosman in poi, a decidere il proprio destino.

Se i campioni hanno avuto tutto da guadagnare dalla sentenza Bosman, chi ci ha rimesso? Le squadre medio-piccole, che fondavano la loro economia sul fiuto dei dirigenti: sulla loro capacità di trovare buoni giocatori, crescerli e rivenderli alle grandi squadre. Ma ora le grandi squadre possono aspettare il termine di un contratto per rilevare un “gioiellino”, senza pagare un soldo alla squadra che lo ha cresciuto. Così grandi squadre e “gioiellini” si spartiscono la torta. Ma la piccola squadra non ha più interesse a crescere nuovi gioiellini… sarà un caso, ma a partire dagli anni Novanta il campionato inglese, che storicamente era sempre stato più movimentato di quello italiano (l’albo d’oro registra tante squadre che emergono, vincono tutto, retrocedono, risorgono…) si è polarizzato nella sfida tra quattro-cinque grandi squadre (su tutte, il Man United di Ferguson): in un certo senso si è ‘italianizzato’.

Problema: se il mercato non finanzia più le squadre medio-piccole, ma solo i grandi giocatori e le grandi squadre; se nel frattempo il fenomeno degli hooligan rende necessaria il ridimensionamento degli impianti sportivi: dove troverà il calcio inglese i soldi per andare avanti? Risposta: i diritti tv. A partire dai ’90 il calcio cerca di vendersi sul piccolo schermo. È un processo a cui abbiamo assistito anche da noi: nel giro di pochi anni le trasmissioni televisive si sono moltiplicate. Nel Regno sono andati subito al sodo, cercando di piazzare i diritti del satellite. E ha funzionato?

Insomma. Con Murdoch ha funzionato. Ma Murdoch pagava solo le squadre della Premiership. Quelle delle divisioni minori si sono imbarcate in un affare con il canale ITV. È stato un disastro. Alcune squadre (Bury, York City) si sono trovate sul lastrico; la stessa sorte attendeva al varcale le squadre retrocesse dalla Premiership, che perdevano quindi i contratti con Sky (Derby, Watford); ma anche le squadre medio-piccole che lottano per restare in Premiership sono costrette a indebitarsi, perché i “gioiellini” costano troppo (è il caso del Leeds). Una delle ragioni della crisi è proprio questa: gli ingaggi dei giocatori. Le società si stanno indebitando per pagare la Porsche a Mario Antonietto.

Da che il mondo è rotondo (e la palla pure) ci si lamenta dei calciatori strapagati. Senza riflettere che in fondo guadagnano meno di molti banchieri e proprietari, sudando magari qualcosa di più. Ma proviamo a superare l’antico pregiudizio contro chi mette in mostra il suo corpo per vivere. Proviamo a pensare in maniera veramente aperta, moderna, liberale. È giusto che una persona che siede a una scrivania guadagni milioni d’euro al mese? Sì, se dalla sua scrivania fa girare miliardi. Se produce ricchezza, non importa se ne trattiene un po’. Se invece non ne produce, è solo un parassita: va rimosso.
E un calciatore? È giusto che Ronaldo prenda dieci, venti miliardi? (in realtà non so quanto prende). Dipende. Se il suo nome fa vendere abbastanza biglietti da mantenere uno stadio e chi ci lavora; se le sue giocate fanno vendere abbastanza magliette e scarpette da dare lavoro a migliaia di operai in tutto il mondo (un lavoro, si spera, umano e ben pagato), perché no? Ora, il problema è tutto qui: Ronaldo produce davvero tanta ricchezza? Il calcio è davvero quella gallina dalle uova d’oro su cui tutti hanno puntato negli anni ’90?

Negli ultimi anni abbiamo scoperto che non lo è, almeno non lo è in Italia (ma anche l’Inghilterra si sta allineando). Non produce ricchezza: anzi, non è nemmeno autosufficiente. Ha continuamente bisogno dello Stato, che continua ad accollarsi le spese degli impianti sportivi (negli altri Paesi occidentali, ricordiamolo, gli stadi sono proprietà privata dei club). In passato lo Stato gestiva questi impianti con gli introiti del Totocalcio: in questo modo si poteva dire che il Calcio finanziasse sé stesso, anche se aveva bisogno dello Stato per fare i conti e distribuire le risorse. Quando il rubinetto del Totocalcio si è ossidato, i grandi club hanno puntato su diritti tv e merchandising e, di conseguenza, sui fuoriclasse che attirano l’attenzione. Nella speranza che creassero ricchezza. Speranza vana. Oggi, come cinquant’anni fa, il calcio italiano è un’economia in perdita. Non è nemmeno un’economia: è un bene di lusso di poche grandi famiglie che possono permettersi di dilapidare milioni di euro in spese di rappresentanza.

Tutto questo Mario Antonietto ancora non lo sa (e non vorrei essere in lui il giorno che glielo spiegheranno).

martedì 16 marzo 2004

Il pezzo che segue dimostra in modo inoppugnabile che il blog aiuta a vivere meglio. Non tutti, ma alcuni sì, li aiuta.

(2001)

“Hai poi scritto la lettera?”
“Te l’ho spedita, non hai visto?”
“Aspetta… sì. Ehi…”
“Che c’è?”
“Non arrabbiarti, ma ho trovato un errore”.
“Io non mi arrabbio mai, lo sai”.
“Insomma”
“E posso benissimo sbagliare. Ma dove…”
“Lo hai visto?”
“Non sarà mica quello che credo che sia?”
“Terza riga dal fondo”.
…Non ci credo”.
“Hai scritto sé stesso con l’accento”.
Non ci credo, non è vero”.
“Vedi che ti stai arrabbiando?”
“Non ci posso credere. Tutti, ma non tu!
“Cosa?”
“Insomma, sei simpatica, intelligente, carina, laurea in lettere indirizzo classico, esperienze in campo editoriale, e un bel giorno scopro che sei di quelli con la fobia per l’accento su sé stesso. Dimmi che non è vero. Dimmelo”.
“Stai calmo”.
“… come un qualsiasi maestrino di provincia. E poi? Mi casserai le virgole dopo la e? M’impedirai di cominciare una frase col gerundio? Tutti quei trabocchetti idioti per fare odiare l’italiano a quelli che lo usano? Perché? Perché?”
“Siamo in un open space…”
“Ma lo sai, lo sai, non è vero… che sui dizionari la forma consigliata è quella accentata, che l’accademia della Crusca consiglia di accentare, e poi sei troppo intelligente per non sapere che tra una regola semplice e un’eccezione stupida…”
“…si stanno voltando”.
“… deve vincere la regola semplice. E invece no! Vince sempre la regola stupida! Un giorno un idiota s’inventò questa eccezione senza senso e adesso noi dobbiamo seguirla, “perché tutti fanno così!” E anche tu fai così? Togli l’accento su sé stesso? Lo fai?”
“Certo che lo faccio”.
“E perché?”
“Insomma… lo fanno tutti”.
“Ma tutti chi? Hai solo paura che qualcuno ti corregga, come tu ora stai correggendo me! È la società del controllo! Regole idiote e intelligibili, e delazione universale!”
“Sei paranoico”.
“No. Tu sei paranoica. Tu credi che qualcuno ti correggerà l’accento. Io no. Io non ho paura. E lo urlo anche…”
“No!”
“NON HO PAURA!”
“Sei pazzo”.

(Silenzio)

“Scusa, non so cosa mi prende a volte”.
“Te l’avevo detto che ti arrabbiavi”.
“Non mi sono arrabbiato”.
“Sei diventato rosso e hai sbattuto un pugno sul mousepad”.
“Non ce l’avevo con te. È che… che… questa cosa mi fa impazzire”.
“Se sapevo che ci tenevi tanto…”
“A volte passano anni interi… poi come sempre un bel giorno salta fuori qualcuno che mi rinfaccia quell’accento, e io impazzisco. Sembra che nel mondo la regola giusta la sappia solo io”.
“Bum…”
“Ma c’è sui dizionari. Sulle grammatiche. E poi basterebbe il buonsenso. E invece no. Basta una moneta cattiva a scacciare via tutte le regole buone. E il peggio è che è una tale sciocchezza che mi vergogno quasi a parlarne”.
“Non ti stavi vergognando un attimo fa, urlavi”.
“È come un simbolo del Male, sai? Chi è che ha detto che il demonio è nei dettagli? Ecco, secondo me il Male è nelle piccole cose. Quelle talmente piccole che non vale la pena di parlarne. E giorno dopo giorno… come la goccia d’acqua nel marmo… Tu credi davvero che io sia pazzo? Onestamente”.
“Secondo te l’accento su sé stesso è opera del Maligno?”
“Non l’accento, ma l’abitudine di toglierlo”.
“Pazzo non è la parola giusta”.
“Paranoico?”
“Eh”.

***

(2004)

“Ehi…”
“Sì?”
“Senti, ho notato che tu fai sempre lo stesso errore. Una sciocchezza, un accento…”
“Su sé stesso”.
“…Sì”.
“Non è l’errore, è la forma consigliata. Guarda su tutti i dizionari”.
“Ah sì?”
“Anche la Crusca”.
“Ma…”
“In ogni caso, se vuoi, falli togliere dal revisore: per me è solo una perdita di tempo. L’ho scritto anche sul mio blog la settimana scorsa, si è scatenato un dibattito”.
“Sul tuo blog?”
“Sì”.
“Si è scatenato il dibattito?”
“Sì. C’è chi mi ha dato ragione , chi mi ha dato torto, chi mi ha un po’ preso in giro, chi ha ha approfondito… ho trovato anche gente che ne aveva parlato prima di me. E una che ha detto che La morale, comunque, è che vanno bene entrambe le forme, ma è preferibile quella accentata”.
“Vuoi dire che sui blog per scatenare il dibattito…”
“Sì, ma è divertente. E dire che una volta pensavo di essere la sola persona al mondo ad appassionarsi al problema”.
“Un po’ egocentrico”.
“No, è che effettivamente nessuno che conoscevo poteva interessarsi al problema. Mica potevo andare al bar e attaccar pezza sull’accento su sé stesso. È un problema della provincia: che a volte non sai con chi parlare di una cosa che ti sta a cuore. Finisce che il cervello gira a vuoto, si surriscalda. Anche oggi, sarà si è no una dozzina di persone che ha seguito l’argomento. Non m’interessa mica far conoscere le mie idee alle folle: una dozzina è più che sufficiente”.
“Allora io lo faccio correggere”.
“Come vuoi, di sicuro non ci perdo il sonno..."
"Bene".
"...oggi".
"Eh?"
"Niente".

domenica 14 marzo 2004

La mia posizione
(se proprio vi interessa)

Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.
Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.

Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.

Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?

Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.

Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.

Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.

Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.

(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).

venerdì 12 marzo 2004

Oggi, a partire dalle 18, alla Tenda di Modena (Viale Monte Kosika, davanti al vecchio palazzetto dello sport), presentiamo due libri in compagnia dei rispettivi autori: Dalla parte del fuoco, di Romolo Bugaro (Rizzoli) e Gorilla Blues, di Sandrone Dazieri. E poi si va a cena con gli scrittori (si mangia anche piuttosto bene). Il ciclo d'incontri "Narrazioni in movimento" proseguirà venerdì prossimo.

Martedì 30, invece, presentiamo Blogout allo Juta (Via del Taglio, Modena). Ho come l'idea che ve lo dirò varie altre volte.

Qui sotto prosegue il pippone di ieri.
Descrizione di una battaglia

(Bozza. Continua da ieri)

Nel saggio conclusivo Paolo Ceri afferma che i movimenti…

…sono caratterizzati dall’insolita combinazione di mobilitazione e partecipazione. Tale combinazione […] è generativa del movimento, al punto che il suo attenuarsi o squilibrarsi provoca il dissolvimento o la trasformazione del movimento in qualcosa d’altro. Se a declinare è la partecipazione spontanea (alle decisioni e alla vita associativa), il movimento si radicalizza, fino a trasformarsi in setta, oppure diviene puramente rituale. Se a venir meno è la mobilitazione, esso subisce un processo di istituzionalizzazione, fino a diventare un attore del sistema politico. Date queste differenze, si capisce come per i movimenti la posta in gioco – la scommessa – sia quella della durata che, in luogo d’essere questione di purezza ideologica, è questione d’equilibrio vitale tra una partecipazione effettiva e una mobilitazione spontanea.

Partecipazione. Mobilitazione. Altrove si parla di “concezione funzionale” e “concezione processuale”; di “azione” contro “consenso”: io mi metto subito a immaginare un gruppetto di persone che dice: “dobbiamo fare questo e quello entro la tale data”… e un altro che replica: “un attimo, chi siete voi per dirlo? Fermiamoci un attimo e ragioniamo su come deve funzionare il movimento”. Il dialogo può proseguire per molto tempo: nell’ultimo stadio il gruppo “azione” viene accusato di leaderismo, e il gruppo “consenso” di paranoia. Questa esperienza l’abbiamo vissuta in molti. Ma forse le cose sono un po’ più complesse. Ceri soggiunge: “col tempo e le risorse intellettuali necessarie, una storia sociologica dei movimenti potrebbe essere realizzata proprio ricostruendo le dinamiche e i rapporti tra mobilitazione e partecipazione”.

Questa “storia sociologica” m’interesserebbe. Posso proporre un contributo? Per me sarebbe opportuno distinguere tra Movimento del 20 luglio e del 21 luglio. Cerco di spiegarmi.

Il Movimento non ha una vera data di nascita, ma indubbiamente ha una data “di esplosione”: il 21 luglio del 2001. Genova è un big bang. Ma tutta l’energia che si disperde nell’universo nei mesi successivi, da qualche parte esisteva già. L’anno precedente una serie di associazioni di volontariato e gruppi di base (di matrice non solo cattolica) si erano messi “in rete” con Lilliput: nella primavera del 2001 molti gruppi, per lo più della sinistra post-marxista (ma non solo), si erano ritrovati a una prima assemblea preparatoria di Attac; i centri sociali erano ormai parte del paesaggio urbano da vent’anni, e negli ultimi due o tre avevano anche iniziato a far parlare di sé come centri delle nuove “tute bianche”. Semplificando al massimo, si può dire che l’obiettivo di Genova aveva fatto sì che una serie di realtà frammentate si coagulassero in due o tre sigle riconoscibili. Questo coagulo accelera proprio nei giorni di Genova: i Disobbedienti, si sa, nascono allo stadio Carlini, dall’incontro delle tute bianche del nord-est e dalla Rete no global del sud (che in un primo momento si chiamava “Rete del Sud Ribelle”). Talmente eccezionale è l’appuntamento con gli “otto grandi della terra”, che questi grandi coaguli, appena nati e quindi fragilissimi (ma anche molto entusiasti) sentono subito il bisogno di connettersi tra loro, di formare un fronte unito. Questo incontro avviene sotto il “cappello” del Genoa Social Forum, che all’inizio era semplicemente il coordinamento delle associazioni che avevano partecipato al World Forum di Porto Alegre.

Questo è più o meno lo stato dell’arte del Movimento, il 20 luglio del 2001: una varietà enorme di sigle, associazioni, gruppi e gruppetti, coagulati in tre o quattro macro-gruppi “di affinità” (il termine è di matrice anarchica, ma credo che renda bene l’idea), che dialogano tra loro (e con il resto del mondo) attraverso il Genoa Social Forum. In realtà non è un fronte così unito: è una composizione ancora fragile e magmatica. Segno di questa situazione è la scelta, mai abbastanza biasimata, di dividere le manifestazioni del 20 luglio in più “piazze tematiche”, dove i macro-gruppi (Attac, proto-disobbedienti, Lilliput, Cobas…) possono rivendicare pratiche e identità diverse. Sappiamo tutti benissimo com’è andata. Le “piazze tematiche”, separate tra loro in una città blindata, sono facili prede per l’infiltrazione e la repressione. A un certo punto il GSF dà l’ordine di “rientrare a Piazzale Kennedy”: qui la maggior parte dei manifestanti scopre cos’è successo tra Corso Torino e Piazza Alimonda. Scopre che i portavoce della sinistra istituzionale stanno invitando a non partecipare al corteo del giorno dopo. La sera del 20 luglio del 2001 il Movimento è isolato e solo. E lo stesso GSF mostra crepe abbastanza evidenti.

Il big bang avviene il mattino dopo. Il lungomare di Genova si riempie di manifestanti arrivati solo quel mattino. Sono arrivati ignorando gli inviti di partiti e sindacati. Sono venuti malgrado le scene di violenza proiettate in tv. Sono centinaia di migliaia – non tantissimi, in realtà, negli anni successivi ci abitueremo ad adunate molto più massicce: ma sono sensibilmente molti di più che il giorno prima. E la maggior parte non rientra in nessuno dei grandi macro-gruppi. È così che il 21 luglio del 2001 ci accorgiamo che Attac, Lilliput, gli stessi centri sociali, in fondo non sono che piccoli luoghi di concentrazione di un movimento molto più vasto. E che non si può più pensare al Movimento, come si era fatto ancora il giorno prima, come un insieme di piazze tematiche collegate fra loro: se non bastasse il vecchio adagio, “divided we fall”, è stata la repressione poliziesca a insegnarcelo, sulla nostra pelle.

Dal 21 luglio 2001 al settembre dello stesso anno, assistiamo a un fenomeno curioso e impressionante: in Italia nascono i Social Forum. Senza che nessuno sappia, esattamente, cosa sono e come dovrebbero funzionare. Lo stesso nome è del tutto involuto: è un calco dal “Genoa Social Forum”, che si era dato un nome inglese perché a Porto Alegre e poi a Genova aveva co-ordinato gruppi italiani ed esteri. Da semplice coordinamento di associazioni, il GSF è diventato qualcosa di più importante (e più inquietante): un archetipo, come lo definisce nel suo saggio Gian Luca Fruci.
Ma in realtà i nuovi Forum hanno poco a che vedere con l’originale GSF: sono gruppi che in molti casi nascono dal basso, dall’iniziativa di persone che non si riconoscono in nessun altra associazione di riferimento.
Nelle province dell’impero la confusione è grande. In vari centri esistevano già molti gruppi sensibili ai temi del Movimento: molti avevano partecipato a Genova, e in quei mesi stavano organizzando i primi embrioni di Attac o Lilliput. Quando arriva l’onda d’urto dei Social Forum: ovviamente gli stessi personaggi sono investiti in pieno, né possono sottrarsi dall’opportunità di farsi conoscere a un pubblico più vasto. Succede così che al Movimento “20 luglio” (quello dei macro-gruppi, delle piazze tematiche, dei centri sociali) si sovrapponga il Movimento “21 luglio”, il movimento dei “social forum”. Nella sovrapposizione è inevitabile che ci siano tensioni tra i gruppi, ma in generale sembra che tutti abbiano da guadagnare: le prime assemblee si fanno in grandi sale, si vedono un sacco di facce nuove. È un’esplosione d’interesse che prosegue anche dopo l’11 settembre, anzi: la sensazione che “nulla sarà come prima” rende tutti un po’ più attenti ai temi del Movimento. Una serie di scadenze ben definite aiuta gli attivisti a non disperdersi. Per un po’ sembra che debba nascere un Forum Sociale Italiano. Poi la tensione si allenta, e di Forum Italiano si smette di parlare.
Nei mesi successivi, la spinta propulsiva del big bang si esaurisce. Le facce nuove smettono di affollare le assemblee: i forum esistono ancora, ma sotto i forum s’intravedono sempre più evidenti i gruppi pre-esistenti. Quelli del 20 luglio. A tre anni di distanza, questo libro lo testimonia abbastanza fedelmente: su otto capitoli, uno è dedicato a Lilliput, uno ad Attac, uno ai centri sociali, uno al Commercio equo e solidale, uno agli anarchici (e al black bloc). Nel sommario riaffiora così la vecchia distinzione in piazze tematiche.

Attenzione: questo non significa che i forum non esistano più; ce ne sono ancora parecchi. Ma non sono più le adunate assembleari dell’estate 2001: in alcune città esistono ancora come tavolo di confronto tra vari gruppi (si è tornati insomma al modello 20 luglio); in altri casi sono sopravvissuti specializzandosi su alcuni temi: in pratica sono diventati anche loro “gruppi di affinità”, che si incontrano periodicamente, seguono campagne e organizzano iniziative. In pratica, hanno smesso di essere luoghi di partecipazione: sono diventati, anche loro, gruppi di mobilitazione. Del resto anche in Lilliput, dopo l’ondata costituente, gli organismi che hanno dato più prova di funzionare sono i GLT, “gruppi di lavoro tematico”: piccoli tavoli di persone interessate a uno specifico problema. In Attac mi sembra di assistere a una tendenza analoga. Quanto ai Centri Sociali, ci si chiede se in fondo non abbiano sempre lavorato così.

Se c’è una “crisi” del Movimento, insomma, è una crisi di partecipazione. Per contro, le mobilitazioni riscuotono ancora qualche successo. Ha vinto il gruppo dell’“azione”, quello che sin dall’inizio pretendeva di dettare il calendario. E come ha vinto? Per sfinimento. La democrazia è una cosa sfibrante, specie quando è partecipata. Si salva soltanto chi è particolarmente motivato, chi ha il tempo per partecipare alle riunioni infrasettimanali, chi ha la possibilità di dedicare un week-end a un’assemblea, ecc..

Io però non me la sento di biasimarli. Temo che abbiano vinto anche perché avevano ragione loro. Io ero stato tra quelli che aveva sopravvalutato il 21 luglio: pensavo che dopo il big bang nulla sarebbe stato come prima. Pensavo che dopo la sfilata sul lungomare di Genova, in Italia ci fossero almeno 300.000 persone interessate a partecipare alle decisioni del Movimento. Non era esattamente così. Il popolo del 21 luglio ha frequentato, sì, le assemblee, ma non era così interessato a partecipare ai meccanismi decisionali. In realtà veniva soprattutto a informarsi sulle successive scadenze. Dopo il 21 luglio ci sono state due Perugia-Assisi, e il 23 marzo, la grande manifestazione della CGIL. Poi c’è stato l’anniversario di Genova. Poi il Forum Sociale Europeo a Firenze. Poi la marcia contro la guerra a Roma. Il popolo del 21 luglio non si è perso un corteo. Tanto ama i bagni di folla, quanto disdegna le assemblee. Per lui tutte queste iniziative sono, essenzialmente, una forma di protesta: ieri contro la globalizzazione, oggi contro la guerra. Che il movimento potesse essere anche altro, un esperimento di democrazia, è un pensiero che l’ha appena sfiorato.

Questa forma di partecipazione ‘debole’ è ben rappresentata, secondo me, da due realtà particolari: il negozio di Commercio Equo e Solidale e il Centro Sociale. Apparentemente hanno poco in comune: di solito li immaginiamo frequentati da persone diverse. Però, guarda caso, sono due “luoghi” inseriti nel tessuto urbano, dove la gente può entrare anche se non condivide gli assunti ideologici degli organizzatori. Non c’è bisogno di essere noglobal, anarchici, sandinisti: ci si può limitare a essere clienti. Così come il Commercio Equo è un negozio alternativo, il Centro Sociale è un locale alternativo (nei casi migliori è molto di più, ma la maggior parte degli ‘utenti’ lo considera in questo modo). Si può decidere di entrare a far parte della cooperativa, o del Centro Sociale: occorrerà entrare in una rete di relazioni complesse e non sempre formalizzate, e, soprattutto, lavorare: impegnarsi, dimostrarsi degni di fiducia, assumersi delle responsabilità. Ma si può anche decidere di non fare nulla di tutto questo, di limitarsi a entrare, comprare il tè biologico o ascoltare un concerto a prezzo politico. Ecco, secondo me molto spesso la dicotomia tra mobilitazione e partecipazione ha assunto questo aspetto: da una parte una minoranza di attivisti a tempo pieno, impegnatissimi e un po’ matti; dall’altra la massa, anzi, la moltitudine dei clienti: quelli del 21 luglio. (Quante volte in mezzo a un corteo ci è sembrato di essere a un concerto).

Capita a tutti nella vita di trascorrere alcuni anni navigando a vista. Non sappiamo esattamente dove stiamo andando, e ci aggrappiamo alle scadenze. Non chiediamo più la luna, ma di arrivare alla fine del mese. E anche al Movimento, non chiediamo più una rivoluzione, ma un calendario di iniziative. E forse biasimiamo con troppa leggerezza chi si fa in quattro per offrirci le nostre occasioni mensili di mobilitazione. In ogni caso la scommessa di far convivere mobilitazione e partecipazione era persa in partenza. Non lo dico io, lo dice Ceri:

Si tratta di una scommessa che, per loro natura sociologica, i movimenti sono destinati a perdere. Si tratta di una sconfitta che, beninteso, è condizione necessaria perché il loro potenziale di modernizzazione e di rinnovamento democratico possa trasfondersi nelle istituzioni. Tutto dipende, quindi, da come e quando si compie la «sconfitta».

Il Movimento, insomma, deve morire per dare un buon frutto. Ma che frutto sarà? In cosa consiste questo “potenziale di modernizzazione”? Ceri e i suoi colleghi guardano a tutte le pratiche di democrazia partecipativa, agli esperimenti fatti in questi anni. Io non sono altrettanto sicuro. Mi guardo indietro e ho la sensazione che il maggior regalo che il Movimento farà alla società saranno le persone. Persone che in questo periodo hanno partecipato a riunioni e assemblee, hanno sbandato tra partecipazione e mobilitazione, hanno sperimentato, hanno chiesto e dato fiducia, e si sono fatte riconoscere tra i loro compagni. E domani potrebbero ritrovarsi trasfuse nella nuova classe dirigente. Non sarebbe neppure la prima volta.

Purtroppo, queste trasfusioni di solito si fanno al netto delle ideologie. La classe dirigente non ha bisogno di idee, quanto di organizzatori capaci. E il Movimento, si è visto, sta selezionando proprio queste figure: gli esperti di mobilitazione. Oggi in piazza, domani nelle stanze dei bottoni?
È una prospettiva un po’ avvilente. Ceri e i suoi colleghi sono molto più ottimisti. Il futuro darà ragione a me o a loro: è uno di quei casi in cui preferirei avere torto.

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