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martedì 31 gennaio 2006

- attenzione, spoiler

Nel campo da tennis del bene e del male
(appunti su Match Point)

Allen-Moravia
Qualcuno sicuramente avrà già provato a paragonarli. Entrambi stacanovisti (un libro all'anno – un film all'anno), stuccano il pubblico tornando ossessivamente sugli stessi temi.
Entrambi, visti in prospettiva, sgomentano. Dunque è possibile passare un'esistenza intera a descrivere lo stesso problema senza risolverlo mai. Sì, è possibile, anzi è questo il lavoro quotidiano dello scrittore o del cineasta. Per le soluzioni, rivolgersi all'autorità trascendente. Allen è noioso e inconcludente, Moravia è noioso e inconcludente, la vita è noiosa e inconcludente.
Consigli ai giovani scrittori? cambiare mestiere. Anche ammesso di arrivare, dopo un lungo apprendistato, a una completa padronanza dei propri strumenti, il rischio è trovarsi davanti a un impiego più noioso del brokeraggio finanziario. Una pagina al giorno. Un film all'anno. Sempre i soliti problemi. Al limite, c'è il tennis.

L'Europa è sopra le righe
Allen è un regista americano che fa film per il mercato europeo. E (se ho ben capito come va a finire Hollywood ending) è il primo a meravigliarsene. Non che lui non conosca e non ami il cinema europeo. Ma i suoi interpreti?
Gli attori americani sono felici di lavorare con Allen (sottocosto), perché le probabilità di conseguire una nomination all'Oscar sono curiosamente alte. Capita spesso, però, di vederli recitare sopra le righe. Ansia di strafare? O fraintendimento culturale? È come se l'americano, sapendo di lavorare a un prodotto d'esportazione, si sentisse obbligato a fare qualcosa di diverso. Mossettine, ammiccamenti… "Ho bevuto troppo", dice la Johansson al futuro cognato. Sembra effettivamente a un passo dal delirium tremens. In realtà noi europei preferiamo una recitazione più sobria, al limite legnosa, proprio come ce la passa Hollywood – ma questo è il punto: forse a Hollywood non lo sanno. Hanno una loro idea di Europa, smorfie e mossettine. Teatrale, in una parola. L'Europa è il continente dove si va a teatro.

Contemporaneo
Se non si evolve mai (e da un pezzo ha smesso di arrischiare esperimenti), almeno Allen invecchia. Con molta onestà, va detto.
Negli anni Novanta il suo protagonista preferito era il vegliardo svitato (su tutti, Deconstructing Harry). Un Dormiglione sempre più anziano e disperato. Dopo qualche tentativo disperato di rianimarlo, facendogli indossare panni di gangster o detective, da qualche anno a questa parte il vecchietto ha definitivamente ceduto lo spazio a una nuova generazione – alla quale non ha nulla da insegnare, come è stato messo in chiaro in Anything Else. Si tratta semplicemente di un passaggio di consegne: i nuovi arrivati vivranno, stanno già vivendo, i problemi che tormentavano il vecchietto (esiste il Bene e il Male, perché mi piace la ragazza del mio amico, eccetera). Ma naturalmente li vivranno a modo loro.
Per esempio: in Match Point non c'è un minimo accenno alla psicoanalisi. Niente. Negli anni Novanta i lettini erano ancora onnipresenti nelle sceneggiature alleniane. Stavano sullo sfondo, immarcescibili elementi di una natura eterna, come il ponte di Brooklyn e Central Park. I suoi personaggi andavano a consultarsi dall'analista come gli eroi omerici visitavano l'Ade: periodicamente, per informarsi sui propri problemi. Tanto che il lettino era qualche volta intercambiabile con lo studio di una maga (Brodway Danny Rose, Celebrity) e il risultato non cambiava. Ma adesso basta, l'analisi non c'è più. Usanza di una generazione andata. Il divano di Match Point si apre e contiene un letto: il trampolino di lancio dell'arrampicatore sociale. Per confidarsi basta una panchina in un parco e un amico tennista. Allen è un vecchio onesto, che continua a descrivere gli stessi problemi, ma almeno non ci annoia con le liturgie del passato. Vecchio, ma nostro contemporaneo. E dici poco.

La fine del perdente
In Crimini e Misfatti un uomo di successo deve far fuori l'amante chiacchierona. Qual è la differenza con Match Point? Che nel frattempo Allen si è chiamato fuori.
Nei suoi film l'istanza morale è sempre affidata al buffone, al clown, al perdente (non dico una novità). È una tradizione che viene da lontano. Ma nel corso degli anni l'immagine del clown si precisa sempre di più. Spesso è un artista (di scarso successo), e un fallimento con le donne.
In quel periodo Allen continuava ad accostare criminali 'naturali', che non si pongono problemi di coscienza (oppure smettono di porseli, come in Crimini e Misfatti, perché nessuna giustizia interviene a punirli) a simpatici perdenti che continuano a credere nel bene e nel male, ma che alla fine sono troppo deboli sia per l'uno che per l'altro. Quel che è peggio, è che non sono nemmeno grandi artisti, perché l'artista autentico per Allen è proprio il criminale naturale: il gangster di Pallottole su Broadway o il chitarrista di Accordi e Disaccordi (anche l'Harry-a-pezzi in fondo appartiene a questa famiglia di carogne istintive). Insomma, sul crepuscolo della sua produzione, Allen sembra aver concluso che il vero intoppo è lui. E si è cancellato. Ora la storia fila molto più liscia: non c'è più nessun intellettualoide a filosofeggiare di bene e di male e a consigliare libri e film.
La storia fila talmente liscia che fa paura: la cultura non serve più a stimolare le coscienze (che non esistono). È puro entertainment, lusso e pacchianeria, senza soluzioni di continuità. La "Super-Traviata", la biblioteca di libri antichi, la Tate Modern (solo quadri brutti, sarà voluto?), i Diari della Motocicletta, Lloyd Webber. Non c'è niente che dia da pensare. Fa tutto parte della vita e "la vita è meravigliosa", dice la moglie di Chris, "voglio goderne ogni momento". Mi ha fatto venire in mente quel che diceva Diane Keaton nel Dormiglione: Il mondo è pieno di cose meravigliose. Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto? C'è il globo, c'è il teleschermo e c'è l'orgasmatic!. Siamo già nel 2173. E ci annoiamo parecchio (da questa parte dello schermo, almeno). Cavalli, tiro al piattello, libri pregiati, Lloyd Webber, brutti quadri… Perché deve esserci qualcosa che vien fuori a guastare tutto?

L'arrampicatore
Perché Chris Wilton legge Dostoevskij? Solo per allenarsi inconsciamente ad ammazzare una vecchietta? Ma Wilton non è Raskolnikov. Non si fa nessuna illusione sulla moralità del proprio agire. Il suo vero romanzo è il Rosso e il Nero. Wilton si fa broker finanziario come Julien Sorel si fa prete – e ha lo stesso problema: le donne. Desidera quelle sbagliate. E siccome non riesce a zittirle (specie oggi con tutta questa telefonia), deve ucciderle.
Come Julien, Chris non è un ipocrita. È un arrampicatore autentico: chi ne ha conosciuti saprà cosa s'intende qui. Non fingono di provare interesse per l'opera o per Dostoevskij: ci credono davvero. Provano un rispetto sincero per ogni gradino che salgono e per ogni cosa che trovano lungo la salita. Per un'ora buona è impossibile capire se Wilton finga o sia sincero – se legga Dostoevskij perché gli piace o perché gli servirà a fare buona impressione sul padre della ragazza (per motivi analoghi Sorel leggeva Plutarco e ne discuteva coi suoi superiori). Sono vere entrambe le cose. Chris realizza il suo destino senza possedere una vera e propria coscienza, finché non commette l'irreparabile con la donna sbagliata. Da lì in poi avrà una coscienza. Cattiva (che è meglio di niente?)

Nel campo da tennis del bene e del male
Se l'Allen-attore non appesantisce più i dialoghi coi suoi dubbi e i suoi riferimenti, l'Allen-regista si attiene più che mai al suo tema preferito: il Dilemma Morale. Devo dire che questo è uno degli aspetti che capisco di meno.
È che non abbiamo la stessa idea di Male. Per me il Male è qualcosa di corpuscolare, tenace, corrosivo: dovessi evocarlo, penserei alla polvere, o alla ruggine. Non è qualcosa che si sceglie, è un tarlo che s'insinua. Per Allen, invece, il Male è l'alternativa secca al Bene, e viceversa. Forse non c'era immagine migliore del gioco del tennis per descriverlo. Ogni giocata di una partita da tennis può andare a segno per te o contro di te. Non esistono terze possibilità, zone grigie. Lungo il film assistiamo a una serie di episodi in cui Chris può decidere se agire Bene o Male. In quei momenti l'esitazione è fatale, l'istinto è subdolo, e il pronunciamento è decisivo: da ogni bivio imbucato non si può tornare indietro.

(7-6) (7-6)
Dunque il film consiste in due set. Nel primo (un po' lento) è in gioco l'anima di Chris. È un uomo di umili natali e di talento, gentile e sincero, combattuto tra due donne che ama? O è una schifosa canaglia, disposta a mentire al mondo e a uccidere se necessario? Impossibile capirlo. In realtà è entrambe le cose, fino all'ultimo punto.
Quando la moglie gli comunica che la vacanza in Grecia è saltata, Chris chiama Nola, poi mette giù. Di bugie ne ha già dette tante, ma questa è la decisiva. Da quel momento Chris non sarà più sincero con nessuno. Gioco, Partita.
Il secondo set (molto più divertente, secondo me) riguarda il destino di Chris. Andrà in galera o la farà franca? La trovata del film è mostrarci subito il punto decisivo (l'anello che non cade nel Tamigi), senza spiegarci da che parte è caduta davvero la pallina: è un punto per Chris, o per la Giustizia? Andate a vedere il film. Ma se conoscete Allen, l'esito è scontato.

La banalità del male (non in quel senso)
Secondo Allen la differenza tra il Bene e il Male è nitida: unico intoppo, il Bene non sarà premiato e il Male non sarà punito. Dio, che evidentemente ha creato il campo da tennis, ha dato buca la premiazione. Tutto avviene dunque per caso nel migliore dei mondi qualsiasi.
Ma cos'è, in pratica, il Male, per lui? Gira che ti gira, molto spesso si riduce al prurito di far sesso con la donna di qualcun altro (e in seguito alla necessità di farla fuori). Che sia Dostoevskij o Stendhal, comunque è Ottocento puro: adulteri e omicidi, omicidi e adulteri.
Questo è un altro aspetto che fatico a mandar giù. Ho la sensazione che esistano in commercio forme di Male non solo più corpuscolari, ma anche più interessanti e seducenti. Cito a casaccio: la corruzione, l'inquinamento, la dipendenza (i personaggi di Match Point dicono Droga con la "D", come se fosse una voce enciclopedica), la speculazione… Sono cose alla portata di sceneggiatori anche molto meno dotati.
Ieri per esempio ho visto In good company (ancora un po' e la Johansson mi darà la nausea, coraggio). Come film non mi è sembrato un granché: un'occasione mancatissima. Ma c'è comunque un'idea di Male molto più convincente e realistica del solito adulterio: l'incompetenza mascherata da marketing, la prevaricazione mascherata da sinergia, la svalutazione dell'etica del lavoro, la globalizzazione che si boicotta da sola… tutte idee che sono moneta comune, anche presso il pubblico tipico di un film di Allen, ma che Allen non ha mai messo in un film. Insomma, è probabile che esercitando la sua 'naturale' professione di broker, Chris si destreggi tra crimini e devastazioni molto più subdole di un semplice adulterio. Ma per il regista l'unico modo di raffigurare il Male è fargli ammazzare una vecchia e un'amante incinta con un fucile a canne mozze. Roba da Agatha Christie, in fin dei conti. E se Allen fosse, dopotutto, un autore reazionario?

lunedì 30 gennaio 2006

- autoreferenziato

Casual

Per me tutto questo è comunicazione, essenzialmente. Ma ho notato che per altri non è così.
Per molti è piuttosto una questione di identità.
Non trovo nulla di male nel cercare di costruirsi un'identità. Io stesso a volte ho giocato con l'identità. Devo dire che non sono bravissimo. Ho in mente quasi un solo personaggio – il perdente. Non sono neanche sicuro che sia un personaggio, forse sono davvero io. Per un anno ho provato a inventarne un altro – lo stesso perdente, con vent'anni in più. Non era il massimo.
In ogni caso non ci credo molto, a questa cosa della costruzione di un'identità. A volte mi sfugge proprio.

Ha qualcosa a che vedere col comprare solo scarpe comode. Ammesso di averne una, non ho mai pensato di doverla esibire, l'identità. Passi molti anni a credere che i vestiti servano a coprirti – poi scopri che per la maggioranza della gente è esattamente il contrario. è la cosa più sciocca del mondo e ti sono serviti vent'anni a capirla.

Per esempio, all'inizio non riuscivo a comprendere perché molti sentissero la necessità di infilare in cima al blog liste sui libri che stavano leggendo o sui dischi che stavano ascoltando. Per prima cosa non mi sembrava umanamente possibile ascoltare tutti quei dischi in simultanea con i libri – io a volte devo staccare la radio per leggere, beati voi – ma soprattutto, queste liste mi apparivano create allo scopo di attirarsi una spadellata di chissenefrega. Perché mi sfuggiva tutto l'aspetto di costruzione di un'identità.

Io non ho una gran voglia di costruirmi un'identità, men che meno in pubblico. Farvi sapere la musica che ascolto? ma sono il primo a vergognarmene. Mi sembra doveroso coltivare un sintomatico mistero. I miei cosiddetti studenti mi vedono arrivare a scuola col lettore e credono che le cuffie eroghino Mozart, io magari sto ascoltando Saturday Night Fever. Capite che conviene ad entrambi, il mistero.
(Poi arriva il bamboccione, che del mistero ha paura, e deve sapere chi sei, cheffai, chevvuoi, e dammi il cognome, non ti rispondo se non mi dici il cognome. E non si rende neanche conto di suonare mafiosetto, perché è il primo ad aver paura: e se sto insultando il cognome sbagliato? Ma no, rilassati: stai insultando un cognome qualunque).

E anche la grafica, per me è essenzialmente comunicazione. Pasticciare col codice è una gran fatica, ma la farei, se pensassi di poter migliorare le cose. Invece per me vanno bene così. So di avere contro una stragrande maggioranza di esperti di web: gli stessi che probabilmente cinque anni fa pensavano che le animazioni in flash sarebbero state il futuro della Rete. Ma come, ti fai un sito personale e non ci ficchi del Flash? Solo testo? Con qualche gif? Neanche animata? Ma sei nel medioevo!

Molti pensano che tutto debba essere colorato e luccicante. Dopo un po', riconoscono che può anche essere un po' meno colorato e per nulla luccicante. La cosa più difficile è fargli capire che non deve essere bello. Non deve farsi guardare. Deve farsi leggere. Non è esattamente la stessa cosa.

Dico questo perché Riccardo Bagnato mi ha dedicato una rubrica, su Vita di questa settimana, pag. 45, e a parte i complimenti di ordinanza (che mi fanno tantissimo piacere, etc.), ha scritto che "Certo, bisogna ammettere che la grafica e l'impostazione degli elementi in pagina sono a dir poco casuali". Ebbene no, Ric, non lo ammetto.

Secondo me il sito dev'essere essenziale: pochi colori, due al massimo. Il testo dev'essere in primo piano.
Nero su bianco: bianco, perché le immagini risaltano meglio; nero, perché su bianco è più nitido.
Il font è verdana, il più leggibile (C'è chi usa font graziati: secondo me usare le grazie su un testo a video è come attaccare un'automobile ai buoi). I testi automatici (quelli che compaiono ogni giorno) sono in courier. I commenti in elvetica, per far capire che non c'entrano nulla con il post. Forse tre font sono troppi. Ma non sono messi lì a caso.
Lo so che il testo sembra troppo stretto. Potrei spaziarlo di più. Ma i post sembrerebbero ancora più lunghi. Secondo me è meglio così.

L'altro colore cambia a seconda della stagione e dell'umore. L'anno scorso era grigio, adatto agli argomenti. Adesso è tornato nero: ho notato che la combinazione bianco-nero non è adoperatissima. Ci dev'essere senz'altro qualche manuale di webdesign che la sconsiglia. Ma secondo me rimane in testa di chi passa di qui per caso. (Nella retina, almeno).

L'archivio è a tendine, così spaventa di meno. Insomma, non c'è niente di casuale. Ah, sì, forse la testata. Volevo provare con qualcosa di 'fatto a mano' – il risultato è un po' "bianchetto sul diario", ma mi ci sto affezionando. Insomma, è quasi tutto sottratto al caso: tutto voluto e anonimo. Se vi sembra involuto, allora forse non è nemmeno così anonimo – non so se riesco a spiegarmi. Insomma, forse è brutto quanto me. È quel tipo di cattivo gusto che si difende mettendo in crisi la nozione stessa di gusto: perché dovrei essere bello? Chi lo ha deciso? Perché dovrei sottomettermi a un imperialismo del buon gusto? Queste e altre chiacchiere da secchione bruttino. Ma quest'anno ci sono i commenti: se avete consigli a buon mercato, sarà un piacere cassarveli.

venerdì 27 gennaio 2006

- help i'm a rock #357

Io, in realtà, non volevo. Ha insistito lui:
la prossima volta che l'orrido sito dice che qui si scrivono "cazzate", faccia degli esempi. Dove? Come? Quando?
E va bene. Hai scritto una cazzata, Camillo.
Quando?
Ieri, 26 gennaio.
Dove?
Ma sul Foglio, naturalmente, la prestigiosa joint venture tra Veronica Lario e noi umili contribuenti.
Come?
Diciamo che ti sei lasciato un po' trasportare. Succede agli ideologi, e tu, volente o nolente, quello sei. Quando la realtà ti delude, te ne fai un'altra su misura.
Per esempio, in questo pezzo hai scritto che i palestinesi hanno votato a Gaza. Proprio così. L'ho letto e l'ho riletto, e mi sembra proprio che di Cisgiordania non parli. Se abitassi in cima al mondo, e il mio unico contatto con i miei simili fosse il quotidiano mio e di Veronica (e se fossi uno che si fida di quel che scrivi), dovrei dedurne che l'altro ieri i palestinesi hanno votato solo a Gaza.
Ora, io non sottovaluto affatto l'importanza di Gaza: in quella strisciolina di costa un tempo ridente vive più di un milione di palestinesi. Però la maggioranza sta altrove: in Cisgiordania. E a Gerusalemme est. E hanno votato pure loro. L'hanno detto tutti i telegiornali, e tu li guardi i telegiornali, sì? No? L'avrà detto anche la Gazzetta di Los Angeles e il Corriere di Tulsa, Oklahoma. Insomma, è una notizia di dominio pubblico. Ma tu nel tuo articolo parli solo di Gaza. E io mi sono chiesto il perché. Cos'ha Gaza che, per dire, Hebron non ha? O Gerico ? O Gerusalemme est?
L'unica differenza che mi è venuta in mente è che Gaza è stata sgomberata dai coloni, e il resto dei Territori no. Come se tu volessi istituire un rapporto di causa-effetto tra le due cose – ah, furbetto!
L’ultimo rifugio di quelli che dall’11 settembre 2001 a oggi non-ne-hanno-azzeccata-una è un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. I palestinesi votano a Gaza? Un disastro, signora mia. La democrazia per gli arabi? Una pia illusione di quei pasticcioni degli americani. Trattandosi di ex territorio occupato da Israele, i nostalgici che scrivono sui giornali non arrivano a rimpiangere i carri armati con la stella di David. Restano però più che scettici sul futuro democratico dei popoli arabi, quasi fossero “unfit”, incapaci di vivere senza un bel dittatorone coi baffi che li educhi e li bastoni per benino.
Chissà chi saranno poi questi signori "non-ne-azzecco-una". Di sicuro è gente poco informata. Visto che i palestinesi stanno facendo elezioni democratiche da dieci anni. Dieci, esatto. Le prime elezioni presidenziali e legislative dell'autorità palestinese ebbero luogo il 20 gennaio 1996. È vero che furono boicottate da Hamas, dalla Jihad e da gruppi meno importanti ma storici, come il FPLP e il FDLP. Ma è anche vero che la partecipazione fu massiccia per gli standard medio-orientali: il 73% in Cisgiordania e l'86% nella Striscia di Gaza. Ci furono brogli? No, secondo i 650 osservatori internazionali sotto la responsabilità dell'Unione europea (c'era anche Jimmy Carter). È probabile che Camillo non si fidi di loro.
È probabile che si trovi più d'accordo con Joel Mowbray del National Review, secondo cui Arafat vinse le elezioni presidenziali del 1996 troncando il dibattito interno nella sua coalizione (rifiutò i risultati delle primarie dell'OLP), e occupando massicciamente i media. Ma è davvero il caso di fare così gli schizzinosi? Dobbiamo escludere dal mondo democratico tutti i paesi in cui un leader di coalizione blocca il dibattito interno e occupa massicciamente i media? Meglio di no, per ora, eh? Se ne riparla in aprile.

Badate bene: non è che Camillo contesti le elezioni del 1996; non ne parla proprio. Sembra che non siano mai esistite. Del resto Israele è "l'unica democrazia del Medio Oriente", no? La Palestina non conta, la Palestina non è neanche uno Stato.
Scorriamo il suo pezzo ancora un poco.
Quando, mannaggia a Bush e a Sharon, si è formata una nuova leadership palestinese, Israele si è ritirata dai territori, si è cominciato a parlare concretamente di Stato palestinese e a Kabul, Baghdad e Gaza si è votato veramente, gli editorialisti accigliati hanno convenuto che nella regione si sarebbero aperti foschi scenari teocratici.
Così giovane, e già così revisionista. La "nuova leadership palestinese" si sarebbe formata grazie a Bush e a Sharon. Camillo probabilmente allude a quella fase farsesca della roadmap in cui Bush decretò che Arafat era corrotto e che quindi doveva nominare un Primo Ministro, e che quel primo ministro doveva essere Abu Mazen. Forse che chiese d'indire le elezioni, Bush? No. Non c'era bisogno di elezioni, era sufficiente che il corrotto Arafat nominasse l'immacolato Abu Mazen. Si esporta così, la democrazia: a colpi di diktat. Funzionò?
Funzionò quattro mesi: isolato da Hamas, Jihad e dallo stesso Arafat, si dimise in ottobre (si era insediato in marzo), accusando Israele e gli USA di non avergli dato quel sostegno che si aspettava almeno da loro. Questo fu il concreto contributo di Sharon e Bush alla creazione della "nuova leadership palestinese" (tra parentesi, Abu Mazen è una degnissima persona, ma di "nuovo" non ha poi molto: è del '35 ed è stato uno dei padri fondatori di Al Fatah nel '57).

Però alla fine è chiaro quel che Camillo intende, no? La democrazia in Medio Oriente si può fare, a patto che lo voglia Bush. A patto che lo sottoscriva Sharon. Insomma, purché sia d'esportazione! La democrazia fatta in casa non ci piace. Al punto che se i palestinesi votano, per la terza volta in dieci anni (l'anno scorso ci sono state le presidenziali e le ha vinte proprio Abu Mazen), lui si trova a dover fingere che la vera novità siano le elezioni a Gaza. E perché solo a Gaza? Ma perché è l'unica strisciolina di terra da cui Sharon ha avuto la buona creanza di ritirarsi. Un ritiro unilaterale, senza nessun progetto comprensibile dietro. Ma per Camillo tutto ha un senso: muore Arafat, Sharon si ritira, e i palestinesi possono finalmente votare. Tutto sta andando per il meglio, nel migliore dei mondi eccetera.
Ma ora le forze democratiche mediorientali hanno l’opportunità di avere un impatto reale nel futuro dei loro paesi, un’eventualità che non avrebbero mai avuto se Saddam, Arafat e il mullah Omar fossero rimasti al potere.
In definitiva sì, credo sia il caso di dirlo: stai scrivendo cazzate, Camillo. Io non ho mai nutrito eccessiva simpatia per Arafat; ma infilarlo in un elenco tra Saddam Hussein e il mullah Omar è fare violenza alla complessità delle cose. Non era Arafat a impedire lo sviluppo democratico della Palestina. Era una cosa che si chiama occupazione. Militare. Dei territori occupati. Dura da quarant'anni, ormai, e rende oggettivamente difficile qualsiasi transizione verso la democrazia. Ieri spingeva i palestinesi tra le braccia di un rais corrotto. Oggi li porta ad abbracciare il credo di Hamas. Quella che poteva essere la culla del laicismo arabo è diventata la prima regione del Medio Oriente dove i Fratelli Musulmani vanno al potere con elezioni regolari. Che bel risultato, per Bush.
Secondo solo a quanto avvenuto in Iraq: tre anni di guerra e guerriglia per mandare al potere gli ayatollah. Ora, in franchezza, sei assolutamente sicuro che Bush stia esportando la democrazia, Camillo? Non è che stia piuttosto contribuendo a seminare un bel po' di fondamentalismo religioso? Una cosa di cui si sentiva il bisogno.

E tu ti congratuli. Si congratula anche Mahmoud Ahmadinejad. Avrete qualcosa in comune.
Sì, ma cosa? Beh, una certa impostazione ideologica, forse. Quando la realtà non vi piace, la cambiate. Certo, è peggio lui che pasticcia con l'uranio. Tu in fondo le spari solo grosse su un giornale. Che però è anche il mio giornale, ricorda (e di Veronica).
Forse dovresti trattarci con più rispetto.

(E a tal proposito: ma i permalink, ci fanno proprio così schifo?)

mercoledì 25 gennaio 2006

- il piano Hamelin

L'aggregatore del diavolo

Ricapitolando: basta parlare male del centrosinistra. Non è il momento. Se ho tollerato dieci anni di D'Alema, posso ancora sopportare cinquanta giorni. Dopo potrò sfogarmi; ma ora no, ora non ha senso.
Che altro posso fare? Predicare ai convertiti? Tempo perso.

Forse che dovrei anch'io puntare il mio umile cannoncino sul centro moderato? Mi basterebbe conquistare anche un solo incerto, anche solo un voto, e potrei dire di aver fatto il mio dovere… ma è impossibile, andiamo. Quella chimera che chiamano centro moderato non esiste, è il parto di una congiura di statistici buontemponi. Credere in Berlusconi, oggi, è come credere nello Jahvé di Freud: per farlo occorre un investimento psichico ingente e quotidiano. Bisogna avere fede nelle sue parole, chiudere gli occhi davanti alle sue gaffes, allenarsi a ridere alle sue battute, fingere di sfrecciare in un autostrada a quattro corsie mentre si è in coda al Cantiere-Grandi-Opere. Chi riesce a fare tutto questo (e sono tanti) non è certo un indeciso: la sua fede è costruita sulla dura roccia, e non sarò certo io a scalfirla, con due battutine o un link. E allora?

La verità è che le elezioni non si vincono al centro, ma si perdono ai fianchi. Nel 2001 non abbiamo perso perché Berlusconi ha conquistato il centro, ma perché il fianco sinistro, disilluso e stanco, votò Bertinotti - o nemmeno andò a votare. Nel 2006 dovrebbe accadere la stessa cosa sul fianco destro. Tutti quelli che hanno creduto in Berlusconi inutilmente, "ci hai detto vi alzerò la pensione e non ce l'hai alzata"; "vi calerò le tasse e non ce le hai calate", ecc.; tutti costoro non rinnegheranno mai pubblicamente il loro uomo. Vorrebbe dire ammettere di essere stati presi in giro, e questo, nel Paese dei bar sport, non si fa. È possibile però che quella benedetta domenica 9 aprile non si sentano molto motivati ad andare alle urne. Specie se non piove (è quasi imbattibile, Berlusconi sul bagnato).

Quello che mi preoccupa sono i blog di centrodestra. Negli ultimi tempi ne sono nati tanti. Sono giovani e pieni di entusiasmo. Ecco qualcosa che mi spaventa: la gioventù e l'entusiasmo. Loro sì che rischiano di cambiare le cose. Potrebbero fare cartello tutti assieme, e infondere fiducia in quel fianco elettorale che l'ha un po' persa. Una prospettiva, dal mio punto di vista, terrorizzante.

Forse… non so, sto pensando a voce alta… quel che dovrei fare davvero è sabotarli. Senza tanto fairplay: qui si fa l'Italia o si va a puttane. Basta con questa personalità buonista e politicorrect! Dovrei passare alla clandestinità, infiltrarmi. Presentarmi come un pirla qualunque – è un ruolo che mi riesce bene.

Si sa come funziona: ti spertichi di lodi su di loro nei commenti, lasci un tuo link in bella vista… e loro per forza prima o poi ricambiano, è una questione di gentilezza, di cameratismo (forse che non funziona così anche da noi?)
Gradualmente, passerei a gettare sabbia dialettica nelle loro ben oliate macchine da guerra. Impercettibilmente, ma inesorabilmente, devierei le loro intelligenze in questioni oziose… argomenti scemi, tipo la seduta spiritica di Prodi, o la "cosiddetta-superiorità-morale-della-sinistra" (ma non era antropologica? Fa l'istess). E tutti questi tormentoni che fan perdere tempo e neuroni. Potrei anche iniziare a fare bollini e patacche e a distribuirle. Cosa c'è di meno credibile di un blog pieno di patacchini e gif animate? Loro sono giovani, magari ci cascano, si mettono a giocare agli adesivi e mollano il caso Unipol...

Ma forse dovrei osare di più: organizzare… un aggregatore, ecco. Mi costerebbe fatica, e forse denaro, ma pur di veder Berlusconi sconfitto… la cosa però andrebbe preparata seriamente. Per esempio: si organizza un convegno sui blog e la politica e bla bla bla, magari chiamo anche Gg, capace che viene. E così intanto raccolgo un centinaio di mail.
Nei giorni successivi inizio a cinghiarli con catene di forward: stiamo organizzando un prestigioso aggregatore di centrodestra, hanno già aderito il celebre Tizio e il rinomato Caio, daaaaaai, vieni anche tu! Siamo già in duecento! Trecento! Trecentoventisei!
Quelli sono giovani, sono entusiasti, ma in fin dei conti sono bloggatori. Io lo so come sono fatti i bloggatori. Quale parente venderebbero per un picco di accessi? Quale parte del corpo, per un rank più commisurato alle loro ambizioni? Ed ecco che io mi presento e faccio loro balenare in mente l'idea di duecento, trecento, 326 link in più al loro sito! In termini di ranking, è come passare da un monolocale in periferia a una villetta nel quartiere-bene. Figurati se si pongono subito il problema dei contenuti! Loro sono entusiasti, pensano positivo, e poi ha aderito anche il celebre Tizio, una garanzia.

A quel punto, capite, li tengo in pugno. Posso scremare i loro contenuti, gettare il bambino e tenermi l'acqua sporca, schiaffare le scemenze più invereconde in prima pagina mentre la qualità scivola sul fondo. È una faticaccia, ma posso sempre iniziare a delegare ai più pazzoidi del mucchio. È chiaro che col tempo si creerà una gerarchia: dovrò sorvegliare affinché i più dotati di raziocinio restino in fondo alla catena alimentare.
E se qualcuno protesta? Ma è proprio quello che mi serve! Una grande rissa, una bella caciara, chilometrici flame su polemiche di condominio. Finché nessuno si ricorderà più di Consorte e Sposetti: tutti a litigare per uno strapuntino in homepage. Metto fin d'ora in cantiere scissioni e purghe. Gli uomini sono fatti così – i blogger, perlomeno. Perché a destra dovrebbero essere meglio che a sinistra?

Sarà faticoso, lo so, ma alla fine della fiera avrò screditato completamente tutto il bloggismo di centrodestra. Come il pifferaio della favola, li guiderò dalla città delle libere opinioni alla fossa della fuffa. Questo dovrei fare. Sennonché.
Sennonché, è già stato fatto.

E anche molto bene.

Per cui, capite, non c'è altro che io possa fare – a parte inchinarmi di fronte a tanta diabolica crudeltà concepita e messa in atto. Sciapò.

lunedì 23 gennaio 2006

- tanti auguri a me

Ancora autoreferenziale, chiedo scusa. Ma domani questa pagina compie cinque anni: sono tantissimi.

(And why do you torture me with leaves, eccetera)

Fa un certo effetto, ad esempio, trovarsi più o meno in 90esima posizione su una classifica dei blog italiani più lincati e scoprire (a prescindere dalla qualità, e dal senso della cosa) che a occhio il più vecchio sono io. Come se avessi ancora qualcosa da insegnare. Direi che molti hanno imparato meglio di me, ormai.

Quel che si matura, col tempo, è solo una certa vertigine ad aprire l'archivio. Per farmi coraggio ho provato a periodizzare tutto quanto. Vi farà un po' ridere, e io riderò con voi – ma è un ridere nervoso: i manoscritti abbandonati nel solaio e le lettere d'amore mai spedite mi hanno sempre fatto paura. Diciamo che tutto cominciò con un

Periodo criptico
All'inizio del 2001 il mio lavoro consisteva in dieci ore quotidiane davanti a un pc. Avevo perso il gusto alla scrittura privata e anche la piccola cerchia di scrittori-lettori-amici di paese si era ormai sfaldata. Così il 24 gennaio del 2001 apro un sito e decido di usarlo per scrivere le cose che mi vengono in mente. Mando una mail a qualche amico, ma non credo che nessuno abbia davvero seguito il link. Per un po' lo uso da blocco appunti – un blocco interlocutorio, perché non ho la minima idea di cosa fare da lì in poi: Rimettersi a studiare? Darsi al fundraising ministeriale? Restare semplicemente dove sono? Nel dubbio scrivo.
In maggio una sconosciuta da Chicago mi scrive per dirmi che le piace come scrivo. Anche lei ha un sito come il mio, si chiamano blog. Il suo si chiama anche La Pizia. Pizia, dove sei? Tutto questo è anche colpa tua!

Periodo epico
Il 13 maggio 2001 B. vince le elezioni e uno stormo di piccioni mi sbianca la macchina. Disperato, ma non domo, decido che farò tutto il possibile per cambiare il mondo – e il blog è il primo strumento che mi viene in mente. Tutti stanno già parlando del G8 di Genova in toni apocalittici, e io decido di andarci. In capo a pochi giorni divento una figura di riferimento – alle Diaz faccio funzione di portiere di notte, e intanto aggiorno il blog. La sera del 21 luglio sono in fila per aggiornare quando Glauco mi fa: vieni a bere qualcosa? Io avrei tanta voglia di lanciare al mondo i miei pensierini, ma inspiegabilmente lo seguo. Così, un quarto d'ora dopo, quando le camionette e le ambulanze arrivano (insieme) davanti alle due scuole, noi ci stiamo sbarrando nella birreria dietro l'angolo.
Dopo il G8 nasce Attac, con la sua sezione modenese; poi c'è l'11 settembre, la guerra in Afganistan, il Forum Sociale, un corteo al mese, e l'Iraq che si profila all'orizzonte. Succedono cose terribili e bisogna essere forti: cambio casa e lavoro, dagli ozi della new economy alla trincea della scuola media. Nel frattempo è tutto un fermento di idee, forum, discussioni… Ho messo anche un contatore, che nei giorni di Genova s'impenna: 80 accessi al giorno! Mi sembrava impossibile.

Periodo classico

Lentamente, ma inesorabilmente, questa idea del blog prende piede: nasce e prospera una comunità di persone unite solo dal vizio di postare, con le sue liturgie e i suoi punti di riferimento. Nell'ottobre del 2002 vengo lincato da Neri e Wittgenstein, e il contatore schizza su, su, duecento, trecento, quattrocento (e si ferma poco più su). Sviluppo una psicosi che m'impedisce di non postare una volta al giorno, cinque giorni a settimana. La vita sociale ne risente, ma chi se ne frega, il blog mi ha unito a una ragazza lombarda accessibile solo nei weekend.
Divento una piccola autorità nel settore. Rilascio interviste a Grazia e a Internet News. Finisco su tre libri. Mi monto la testa? Sì, probabilmente. Son pur sempre uno dei primi. Sputtano Camillo nel suo settore, anche se non lo ammetterà mai (perché è un bamboccione). Siccome un'idea al giorno è oggettivamente impossibile, imparo ad amministrarmi: sviluppo rubriche e tormentoni. Deriva populista, si direbbe oggigiorno. In realtà mi do via gratis; ma per un anno e mezzo è divertente.

Decadentismo
Smette di essere divertente nel 2004. In quel periodo sto vivendo di tre part time simultanei, più un ritorno di fiamma accademico, e sento che il livello delle idee nella vasca del cervello sta andando giù, giù, manca poco perché i miei utenti odano chiaro il risucchio finale. Anche il contatore flette un po' (ma nemmeno tanto). Indulgo in polemiche deliranti con personaggi improbabili, sto perdendo il controllo. Approfitto del nuovo menage con la mia donna per rallentare gli interventi: però non riesco più a capire a che mi serve il blog. Ormai ce l'hanno tutti, e scrivono di tutto: non è più la piccola arena di una volta, ognuno ha la sua stanza privata, come in chat. Perché dovrebbero venire nella mia? Cosa ho da offrire di diverso, di migliore, di più durevole? La speranza di passare a qualche tipo di professionismo letterario o giornalistico mi ha abbandonato, anzi ufficialmente non l'ho mai nutrita. "Forse", mi dico "il blogging ha esaurito la sua spinta propulsiva". Povero imbecille.

Futurismo
Decido di rompere il giocattolo, in modo che i pezzi non si possano più rimettere assieme. Mi metto in standby e poi faccio un salto di vent'anni nel futuro. Per un po' la vasca si rimette a pompare idee, ma in capo a due mesi sono di nuovo a secco. È un periodo difficile per mille altri motivi.
Nel frattempo tutt'intorno è un fiorire di blog professionali. Sì, c'è gente che dopo tanta fatica è riuscita a farsi pagare per lavorare al proprio giocattolone. Alcuni sono sempre stati più bravi di me, altri sono idioti patentati, a me non resta che sopportare virilmente e mangiarmi le mani in silenzio. Il blog dal futuro dimezza gli accessi, ma alla fine trova un suo pubblico: contenti loro.

E adesso
Non lo so. Mi sono stancato di guardare al futuro. Ma ho notato che più passano gli anni e più mi ritrovo sui blog. Ne scrivo meno e ne leggo di più.
Senz'altro qualcuno ci sopravvaluta. Google, per esempio, continua a fidarsi di noi in modo indecente. Ma col tempo comincio a pensare che si tratti di un modo per responsabilizzarci. Quando tutto quello che diciamo è indicizzato, forse dovremmo dire meno cazzate e più verità.
Fine dell'intimismo, insomma. E fine dei deliri autoreferenziali, come questo. Si tratta di procurare informazioni dettagliate e verificabili all'utente. Il modello è wikipedia: tutto è imperfetto, tutto si può migliorare, tutti sono responsabili. I risultati – per ora – sono una minibiografia di Sharon e una cattiveria su D'Alema. Funziona? Dal contatore sembrerebbe di sì, ma è una faticaccia. E il fraintendimento è sempre dietro l'angolo, come mi ha insegnato Libero. Insomma, non so quanto potrà durare. Tanti auguri a me.

A questo punto, come vuole la tradizione, debbo chiedervi quale post del 2005 vi è piaciuto di più. Di seguito vi allego un po' di proposte, ma voi potete sceglierne anche altri (il livello, rispetto all'anno scorso, è sceso nettamente).

Casa, dolce casa
“Papà, ti sanguina la faccia”.
“Tesoro, ti piacciono le carote?”

Il Trimonio spiegato a mia figlia, uno e due
"E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale".
"Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro".

Civilization VII: Lo Scenario Rutelli (e seguenti)
La sollevazione popolare nella città di Genova è stata sedata.
"Ottimo".
Perdite: una unità.
"Che significa?"


Democrazia abrogativa
"Oggi ho votato, nell'ordine: NO all'abrogazione del divieto di fumo nelle classi scolastiche, SI' all'abrogazione di all'enciclica De anima illa quam spermata quoque habent che sancisce che gli spermatozoi hanno un'anima, SI' alla rimozione di un condono edilizio per le case costruite sulla spiaggia di Torino; SCHEDA BIANCA al bilancio agricolo del mese scorso; NO…"
"La mente vacilla".

Il buon Pastore
perché non sono normale, la gente normale vede sparire il suo passato in nuvole rosee di rimpianto, mentre il mio passato è una piaga purulenta e vergognosa che puzza.

Agente CoPro, Operazione Stay Besides!
"Che la strage del Cermis era stata provocata da un kamikaze siriano che si era rotolato nella neve causando una valanga che aveva trascinato con sé i tiranti della funivia, malgrado l'eroico sforzo dei piloti USA di salvare i passeggeri…"

La fine??
Ogni umano è tuo figlio o tuo padre, ogni umana è tua figlia o tua madre. Ogni umano che muore, tu l'hai ucciso. Ogni umano che vive, tu l'hai generato.

La guerra dello stile di vita (su Piste).
Noi combattiamo per la nostra sicurezza, il nostro diritto a consumare tot petrolio a tot cents il litro, le nostre mensilità, il nostro traballante benessere. Per i piaceri della vita che i terroristi ci invidiano e che hanno intenzione di rovinarci. Ecco perché combattiamo.

Logo o non logo
Io Lapo Elkann, forse non è il momento giusto per dirlo, ma non l'ho mai capito veramente. (su Piste)

Ciao, come mi chiamo non ha importanza (su Sacripante!)
io non ho niente contro le grandi città, molte delle mie migliori amiche sono metropoli.

Albo d'oro
2001: ?
2002: Ungaretti
2003: Basic Culture Simulator 1.0
2004: Titicaca Lake

venerdì 20 gennaio 2006

- giorno difficile

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini

giovedì 19 gennaio 2006

- schietta autocritica

Ho creato un mostro

È interessante tornare indietro e rifare tutti i passaggi, e scoprire che il delitto è stato commesso con le migliori intenzioni. Come sempre.

La domenica sera è il momento più deprimente della settimana. La sera di domenica nove aprile, Astolfo Pigna, classe '58, nato e vivente a Belfosdignano (QL) operaio specializzato (ramo termoriduttori), juventino, capricorno, dà un'occhiata al suo destino dal divano del soggiorno. Il destino gli si delinea nel blu elettrico della grafica del televideo. Dalla cucina un vago rumore di lavastoviglie all'opera.
"E allora ci vai?" dice la moglie.
"Adesso ci vado".

Io pensavo di fare cosa buona e giusta, tornando al blog politico. Con la fantascienza, lo sapete, c'erano stati dei problemi, e tutti a dirmi: "dai, torna a fare il blog politico". Per giunta era l'anno delle elezioni, come facevo a sottrarmi. Era un modo di impegnarsi. O di dimostrare a me stesso che m'impegnavo. Che poi è la stessa cosa.

"Se non ci vai dimmelo subito, ché metto la pizza in forno".
"Ti ho detto che ci vado, ci vado".
"Me l'hai detto mezz'ora fa. Cos'è che guardi? Il televideo?"
Astolfo si vergogna ad ammettere di essere indeciso, ma le cose stanno così.
Ultimo di quattro fratelli, non si è trovato nella condizione di prendere una decisione autonoma fino a 22 anni, quando in un cinema sfiorò la mano della sua futura moglie (il film era Laguna Blu). Da quello contatto in poi fu lei a prendere saldamente il timone che era appena stato lasciato incustodito da madre padre e fratelli maggiori. Lei a stendere il curriculum vitae del perito tecnico industriale e spedirlo alla Bianchi Termoriduttori Srl. Lei a indicare l'anellino che Astolfo non riusciva proprio a scegliere da solo. In sostanza, lei stasera dovrebbe dirgli se andare a votare o no, ma non lo fa.
È il suo modo di farlo impazzire.

Mi sono accorto quasi subito che le cose stavano prendendo una piega curiosa.Mi misi a parlar male dei Diesse. Non era la prima volta. Erano anni che parlavo male dei Diesse, ormai avevo sviluppato dei veri e propri cavalli di battaglia.
Nel frattempo Berlusconi imperversava in tv e in radio, accusando gli avversari politici di qualunque cosa gli venisse in mente (scemenze, di solito). Ma io B. non lo reggevo più, da anni ormai.
È vero che nei primi anni era stata una specie di ossessione. Le sue cafonerie. Le sue gaffes. Quella volta che chiamò Kapò un europarlamentare tedesco. E gli antifascisti in vacanza a Ventotene. Sì, a quel tempo Berlusconi era almeno divertente. Ma nel 2006, io avevo smesso di divertirmi da un pezzo
.

Tradito dalla sua Grande Timoniera, Astolfo cerca conforto nell'unica altra cosa al mondo in cui abbia un po' fiducia: la doxa.
Se proprio deve credere a qualcosa, Astolfo crede nella Maggioranza. Sin da quando era il cucciolo di casa, egli è stato educato al rispetto per le opinioni più diffuse. Schierarsi con una maggioranza è sempre la cosa più saggia: intanto perché la maggioranza ha quasi sempre ragione, o comunque ha i mezzi per ottenerla: e anche quando non la ottiene, il torto va diviso con un maggior numero di persone. Aver torto in maggioranza è un mezzo gaudio.
Questa filosofia di vita ha portato Astolfo Pigna dov'è adesso: sul divano di casa sua, inebettito, davanti agli istogrammi del televideo, che indicano che l'affluenza è… normale. Se almeno ci fosse stato un record dell'astensione, pensa Astolfo. Mi sarei astenuto anch'io e buonanotte. Invece devo andare.
"E allora?"
"Vado, vado".

È difficile spiegare quello che è successo. È stata come una cateratta. A un certo punto il grigio ha prevalso: ho chiuso gli occhi e ho iniziato a pensare ad altro. Il biennio 2004-5 potrei descriverlo così. Oppure potrei dire che ho sentito il richiamo del privato: la famiglia, il lavoro, l'appartamento in affitto… insomma, Berlusconi è uscito dalla mia vita. Non era più divertente, era solo spiacevole rumore di fondo. Come i jingle pubblicitari delle telefonie, li ascolti due secondi e cambi canale.

Naturalmente questo non impediva a Berlusconi di rimanere lì dov'era, di farsi ancora approvare leggi ad hoc; di tagliare fondi alla mia regione e al mio ministero; di mandare truppe in Iraq; in sostanza, nulla gli impediva di farmi del male. Questo era inteso. Ma io ero mi ero stancato di parlarne, ne parlavano tutti! Basta! Quando mise la bandana, io non ci trovai niente di divertente. Quando il governo cadde e si rialzò, io non stetti in apprensione neanche per un attimo. E quando infine fu il 2006, e lui riapparve sui muri e su tutti i canali, io non avevo più niente da dire. Preferivo parlar male dei DS.

Mi sentivo più originale. I DS non mi avevano fatto un'oncia del male che mi aveva fatto Berlusconi; e tuttavia il loro modo di fare sinistra mi offendeva. Mi urtava quel loro oscillare tra machiavellismo e ingenuità, senza fermare mai per una volta la lancetta sul materialismo storico… voglio dire, un grande partito dei lavoratori che si trasforma nel "partito della gente perbene"? Ma scherziamo? Il "perbenismo" è una sovra-sovrastruttura borghese! I lavoratori non sono perbene, i lavoratori lottano per impossessarsi dei mezzi di produzione e non fanno sconti a nessuno! Sono la forza motrice della storia, non sono delle nonnine bianche che prendono il te' e i pasticcini! La definizione di "Partito Perbene" era un'offesa alla mia cultura. E al mio senso estetico.
Dovevo vendicarmi.


Astolfo, non crediate, si vergogna di essere così. Ma non ci può fare niente.
Quel che vorrebbe sapere, dal televideo, è: chi ha vinto le elezioni? Alle ultime regionali Astolfo ha votato Forza Italia. Pensava che avrebbe vinto. E ha perso. I tre comunistoni del reparto lo hanno sfottuto in mensa per tre mesi. Questo Astolfo non lo sopporta.
Il momento più grigio della sua intera esistenza fu il quinquennio seguente alla gestione Boniperti, quando la Juventus non vinse più nulla. Lui apposta si era scelto la squadra più tifata e più vincente d'Italia: e loro, vigliacchi, cambiavano Boniperti e Zoff con Montezemolo e Maifredi! Cinque anni d'inferno! Un inferno di milanisti ghignanti al bar, in mensa, in reparto… persino in casa gli era cresciuto un figlio milanista, persino in casa!
Astolfo ama il quieto vivere, e forse nella vita non ha mai sfottuto nessuno. Perché sa cosa si prova.
Gli piace Berlusconi; gli sembra un vincente. Ma di sicuro molte volte racconta delle palle. E chi non le racconta. Il più grande contapalle d'Italia, per fare un esempio, è Luciano Moggi. Ma sono palle a fin di bene (così ragiona Astolfo). In politica, come nel calcio, non conta la verità: conta vincere. Astolfo, fino a un paio d'anni fa, passava per berlusconiano di ferro. Faticosamente, negli ultimi venti mesi si è rifatto una reputazione di centrista indeciso. Ha fatto capire che Berlusconi lo aveva un po' deluso, che forse non lo avrebbe rivotato.
Sua moglie, invece, si è richiusa in un silenzio di sfinge.
"Il voto è segreto", ha detto, e non c'è stato modo di smuoverla. Astolfo ha il dubbio che sia passata ai comunisti.
Cosa che lui non farebbe mai, per principio. Sarebbe come passare dalla Juve al Milan. No. La squadra si critica, si boicotta, ma non si cambia.
O no?

Quel pezzo che ho scritto… era roba vecchia, d'archivio. In cinque anni mi ero fatto un bell'archivio, anche sulle stronzate dei DS. E insomma, i fatti erano inoppugnabili: la fondazione di D'Alema prendeva soldi da multinazionali pluri-inquisite. Soldi puliti, per carità. Ma era un dato che faceva a pugni con la nozione di "Partito perbene". Volevo far risaltare la dabbenaggine dietro al perbenismo.
Ma non volevo convincere la gente a votare Berlusconi! Questo mai! Io mi ero messo a scrivere per l'esatto contrario!

Sono le 19.50 di Domenica 9 aprile, e Astolfo Pigna è indeciso. Si tratta di votare Berlusconi o no.
Negli ultimi tempi sembra ringiovanito! È tornato in tv, sui muri, ovunque. Ha l'aria di uno che non può perdere. Certo, forse è solo scena. Ma pensa se vincesse! Cinque anni di gloria.
Il guaio (pensa Astolfo) è che domani saranno molto più veloci gli amici e i colleghi a chiedermi se l'ho votato, che gli istituti di statistica a dare le proiezioni. E comunque le proiezioni sbagliano una volta su due, peggio che Maurizio Mosca col pendolino, a momenti. Insomma (pensa Astolfo) non ci sono Santi. Devo scegliere da solo.
Per la seconda volta nella mia vita.
Driiin!

Mi scrissero quelli di Libero Blog, che il pezzo gli era piaciuto e lo avevano ripubblicato. Niente di che, era già successo quando scrivevo fantascienza, e nessuno ci aveva fatto caso. Prego, dissi, fate pure.
Lo tennero in home per un giorno. Ottenne più di 400 commenti. Una cifra che il mio cervello fa fatica a comprendere.
Quattrocento persone che avevano letto un mio post. 400 persone che avevano perso tempo a commentare.
E il più delle volte ringraziavano per aver finalmente fatto luce sull'immondo segreto dei Ds, questo partito di ladri, terroristi, infoibatori, persecutori dei poveri reduci della Repubblica Sociale, ecc., ecc., ecc., ecc..
Mi dissi: è normale. Un mio post, estrapolato dal contesto, scatena una tipicissima dinamica da forum. Tutto già visto. Niente di nuovo.


Driiin!
È Rinaldo, il fratello di Astolfo, che chiede in prestito la falciatrice per domani. Non ce l'ho io, dice Astolfo, ce l'ha nostro padre, devi chiederla a lui. Ah, dice Rinaldo.
E poi gli chiede: Hai votato?
Ahi ahi ahi, pensa Astolfo.
Da una parte è contento che il fratellone ultraforzista gli stia dando un consiglio, come ai vecchi tempi. È una cosa che gli fa piacere, istintivamente. Si vergogna ad ammetterlo, ma è così.
Dall'altra Astolfo non può fare a meno di pensare che i forzisti sono proprio messi male, se devono mettersi a telefonare in casa ai parenti domenica 9 aprile alle otto di sera. È così? Rinaldo sa qualcosa che io non so? In campana.
"Beh? Hai votato o no?"
"Non ancora, no. Non so se ci vado".
"Ma solo che non scherzi. Hai dei dubbi?"
"Beh, dei dubbi… diciamo che quel Berlusconi è…"
"È?"

Dinanzi ad Astolfo si spalanca l'abisso. Deve dare un giudizio. Da solo. Davanti al fratellone. E non c'è tempo. Dio mio.


"È un po' un contaballe, dai".
"Beh, su questo…"

(L'abisso! Astolfo precipita!)

"…c'hai anche ragione…"

(Ma il paracadute si apre, tempestivo, a cento metri dal suolo).

"…ma sono tutti dei contaballe, sai, è il loro mestiere. Almeno lui non ci ruba".
"Come fai a dire che non ci ruba, Rinaldo".
"Lui è già ricco di suo. Ma quegli altri… gente che non ha mai lavorato in vita sua… loro sono falsi e ladri, per di più".
"Sì, ma…"
"Prendi D'Alema. Quello che è andato in direzione del suo partito a dire: Siamo gente perbene!. Lo sai chi glielo paga il leasing della barca, a D'Alema?"
"…"
"Quelli della G****, lo sapevi? Ti ricordi della G****? Quella compagnia farmaceutica che corrompeva i medici e metteva in commercio valvole difettose. Lo finanziano loro, D'Alema".
"Ah sì? Questa non la sapevo".
"Ma è da un po' di mesi che è in giro – naturalmente i giornali non dicono niente. L'ho letta su Internet".
"Ah, beh, sai, internet".
"Internet è il futuro, altroché! Impresa, Inglese, Internet! Allora, ci vai a votare o no".
"Ci vado, ci vado".
"O, meno male".
"Ma dici che vinciamo?"
"Certo che vinciamo. Ti sembra che possa perdere, uno come lui?"

Col senno del poi, credo di essermi sbagliato. Non esiste il concetto di "estrapolato dal contesto", su Internet.
Internet è un libro dai mille fogli aperti – il contesto non esiste. Scrivere un pezzo anti-DS in campagna elettorale significa fornire un'arma in più a Berlusconi. Un'arma minuscola, certo. Ma un'elezione si vince anche con milioni di queste armi minuscole. E io ne ho messa in giro una.


Le elezioni politiche del 9 aprile 2006 videro l'ennesima affermazione del centrodestra – anche se stavolta il margine di vantaggio sul centrosinistra fu microscopico. L'ago della bilancia fu il distretto elettorale di Belfosdignano (QL), che rimase incerto fino all'ultimo. Si dice (ma forse è una leggenda) che Berlusconi abbia distanziato Prodi per un voto solo.

lunedì 16 gennaio 2006

- pasticcioni dell'umanità, 2

(Questa serie di post, che annoiano tutti, nascono da uno scrupolo: a un certo punto mi sono chiesto se, oltre a rivendicare il diritto di criticare Israele e la politica di Sharon, io fossi in grado davvero di criticare Israele e la politica di Sharon: citando fatti e date, senza le solite scappatoie da blog di opinione. È una gran fatica, ma ogni tanto qualcuno la deve fare. Perché è vero, un sacco di gente non sa di cosa sta parlando: e allora è tempo che chi qualcosa la sa informi gli altri. Che senso ha continuare a palleggiarsi degli "Sharon boia" e degli "Antisemita!" come se avessimo vent'anni – io non li ho più, vent'anni. E i ventenni ignoranti di adesso mi spaventano.

Questo non significa che dobbiamo smettere di scrivere battute su Sharon, se ce ne vengono in mente. E' solo che ogni tanto bisogna spiegare ai nuovi di cosa si parla: illustrare il perché quello che ad alcuni sembra un eroe e uomo di pace è ritenuto da altri un boia o un assassino. Tutto qui).

I disastri di Ariel Sharon (seconda parte)

1. La strage di Qibya.
2. Quel che disse Ben Gurion
3. Il passo di Mitla
4. "Immaginate di dover prendere la collina X..."
5. Eroe di guerra.

6. Nasce il Likud
Nel 1974 il nostro uomo compie il passaggio definitivo dalla vita militare a quella politica.
La traiettoria politica di Sharon, apparentemente, la conosciamo tutti: da caparbio promotore degli insediamenti nei Territori (1977-2003) a coraggioso artefice del ritiro dei coloni dagli insediamenti stessi (2003-2006). È una visione piuttosto schematica dell'uomo e della sua psicologia: come se dopo l'irruenza della gioventù, la cocciutaggine dell'età adulta s'intenerisse con la vecchiaia (secondo il vecchio luogo comune: battaglieri a vent'anni, moderati a sessanta…) Le cose per la verità sono più complicate. Per esempio, il primo incarico politico Sharon lo ottiene in un governo laburista: consigliere speciale di sicurezza nel primo gabinetto Rabin (1974-1977). Pochi sanno (e nemmeno io sapevo) che in un primo tempo "Sharon meditava di formare un partito con i pacifisti…
parlò dello Stato di Palestina, e prima che a destra nessuno avesse nemmeno il coraggio di pronunciare quella parola, lui era pronto a stringere un accordo. Quello che voglio dire è che sapeva come muoversi in tutte le direzioni almeno dal punto di vista retorico."
La testimonianza dello storico israeliano Avishai Margalit ci restituisce l'immagine di un politico più smaliziato e disinvolto. Resta da capire cosa porti in pochi anni Sharon dalle avances nei confronti dei pacifisti alla fondazione del Likud (1973), il blocco di centro-destra capeggiato da Menahem Begin che considera i Territori Occupati nel 1967 "Terra di Israele liberata". Forse l'ostinazione opposta e speculare dell'OLP di Arafat, che continuava la sua guerriglia dal Libano, rifiutando ogni progetto di spartizione tra il fiume Giordano e il mare (non già perché voleva cacciare gli israeliani, come qualcuno oggi pensa e dice, ma perché il programma di Al Fatah prevedeva la creazione di uno Stato unico, multietnico e non confessionale, in cui arabi ed ebrei avrebbero dovuto vivere con pari diritti e dignità: lo so, a dirlo oggi sembra fantascienza). Potrebbe anche trattarsi di una questione di opportunità: alla prova dei fatti Sharon sperimenta che il pacifismo in politica non paga, e si butta a destra. Quando il Likud va al potere, Begin lo nomina Ministro dell'Agricoltura. È un dicastero fondamentale, perché ha la delega sugli insediamenti.


7. La guerra della terra e dell'acqua
Gli "insediamenti" sono villaggi creati dagli israeliani (e in alcuni casi diventate vere città) nei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967): Gaza e la Cisgiordania. Fino al 1977 erano sorte per lo più in zone scarsamente popolate ma strategicamente rilevanti. La 'colonizzazione' vera e propria dei Territori inizia con l'avvento del Likud al potere. L'obiettivo è rendere i milioni di palestinesi, residenti e profughi a Gaza e in Cisgiordania, una minoranza, circondata da una rete di città e strade israeliane. Come avverte, a chiare lettere, il presidente della commissione per l'insediamento dell'Organizzazione sionista mondiale, Matityahu Drobless: "diviene necessario effettuare una corsa contro il tempo.
[…] le terre demaniali e le terre incolte di Giudea e Samaria devono essere immediatamente confiscate al fine di colonizzare le zone entro e attorno i centri di residenza delle minoranze per ridurre al minimo il pericolo di un nuovo Stato arabo su questi territori. Non deve esserci il minimo dubbio sulla nostra intenzione di tenerci per sempre la Giudea e la Samaria" (citato da Baron, I palestinesi (2000), pag. 369).
"Giudea e Samaria" è il nome biblico per la Cisgiordania. I progetti di colonizzazione avanzati da Drobless riprendono le idee avanzate da Sharon e costituiscono il proseguimento della guerra (della sua guerra) con altri mezzi. Il principio fondamentale è lo stesso: non c'è miglior difesa dell'attacco, non c'è migliore strategia di quella che consiste nel mettere il nemico di fronte a un fatto compiuto. Così, mentre Begin temporeggia e tratta la pace separata con l'Egitto, Sharon permette ai coloni d'impadronirsi della risorsa fondamentale: l'acqua. Dal 1967 le autorità militari hanno proibito ai palestinesi dei Territori di creare, possedere o fare funzionare una installazione idraulica esistente senza l'autorizzazione del comandante della regione. In compenso i coloni dei Territori hanno il permesso di trivellare i pozzi nei loro insediamenti. Del resto nel 1980 Sharon ammette che due terzi dell'acqua nelle tubature israeliane proviene dalle alture del Golan e della Cisgiordania. Nel 1982 il governo 'nazionalizza' l'acqua palestinese, affidandola alla compagnia idrica israeliana.
Quello che rende disastrosa questa strategia di accerchiamento è che paradossalmente ha funzionato, rendendo nei fatti impossibile la creazione di uno Stato palestinese dotato, almeno in Cisgiordania, di una contiguità territoriale. Come ben sa chi ha guardato una cartina del futuro Stato palestinese secondo Camp David, Oslo, o la Road Map. Ma se i palestinesi hanno perso terre e acqua, gli israeliani non hanno vinto la battaglia demografica: in pratica Israele si è dissanguata (nel 1982 l'insediamento di una famiglia di coloni costava a Israele e all'Organizzazione sionista mondiale 120.000 $) per creare colonie di ostaggi, nelle quali la sindrome di accerchiamento ha favorito lo sviluppo di una società alternativa, spesso ispirata all'ebraismo più ortodosso: refrattaria a qualsiasi idea di pace coi palestinesi, pronta ad accusare i fratelli israeliani di tradimento, come si è visto quest'estate. Un bel disastro. E chi lo ha combinato? Dovendo fare un solo nome, io direi… ma è solo una mia opinione, andiamo avanti.

8. Gli attentati del 2 giugno 1980
Fino al 1977 Israele aveva combattuto molte guerre: alcune contro eserciti regolari, altre asimmetriche e 'sporche', contro nemici non riconosciuti, fedayn e terroristi (del resto il terrorismo era stato praticato anche da fazioni israeliane, come l'Irgun di Begin).
Con la colonizzazione dei Territori, la guerra diventa demografica. Può sembrare un progresso: non si tratta più di respingere un nemico, ma di circondarlo; non di sopprimerlo, ma di essere più prolifico di lui. In realtà è probabilmente il più grande disastro commesso da Sharon: l'aver posto le premesse per la nascita di una generazione di israeliani nelle colonie, cresciuti nel culto della terra degli antenati e, inevitabilmente, nell'odio per "gli usurpatori" palestinesi. I coloni sono, naturalmente, 'costretti' a difendersi da soli: nella pratica formano una milizia paramilitare permanente (in compenso sono spesso esentati dal servizio militare, il che li allontana ancora di più dall'esperienza di vita dei loro connazionali). Con la colonizzazione dei territori il conflitto israelo-palestinese diventa definitivamente una guerra civile: non più un Esercito regolare contro un Fronte di liberazione, ma coloni coi fucili e i palestinesi con le pietre (all'inizio; e con le bombe, in seguito). Una metastasi sociale che complicherà le cose sia all'Esercito israeliano che all'OLP. Forse Sharon non aveva previsto tutto questo.
In ogni caso si tratta di un processo che egli ha contribuito più di altri ad avviare. Nel 1980, durante un duro confronto tra le autorità israeliane e i sindaci palestinesi (accusati di essere "direttamente responsabili della sovversione in Cisgiordania"), Sharon parla di non meglio precisati "mezzi non convenzionali" da adoperare per normalizzare i Territori. Il 2 giugno il sindaco di Nablus (da poco scarcerato) perde due gambe in un'esplosione, dopo aver messo in moto la sua auto. Pressappoco alla stessa ora anche il sindaco di Ramallah ha un incidente analogo (perde una gamba). Il sindaco di el-Bireh, informato, dà un'occhiata alla sua auto nel garage e vi trova una terza carica esplosiva. Per il quotidiano israeliano Haaretz "è praticamente sicuro che si tratti di opera di ebrei" (Baron, op. cit., pag. 377). Nel 1982 quattro importanti esponenti della colonia di Kyriat Arba vengono arrestati per detenzione di esplosivi: due di loro sono processati in Israele per aver occultato documenti utili sull'inchiesta relativa agli attentati del 2 giugno. Nessuno, naturalmente, si permette di attribuire una qualche responsabilità morale a Sharon. Che nel frattempo è già lontano, a Beirut, alle prese con nuovi disastri… (Continua)

giovedì 12 gennaio 2006

- perbenisti di tutto il mondo, unitevi

Il Partito Perbene (e chi lo paga)

Ma avete fatto bene a dirlo, che siete un Partito di Gente Perbene. Perché è giusto che la gente lo sappia.
Che non si giudica un partito da un'OPA irregolare dettata al telefono. Un partito lo giudichi dal carisma, dall'altruismo, dalla fantasia.
Prendi D'Alema, per esempio. Lui, i suoi finanziamenti li raccoglie fuori dal partito. I politici perbene le cose le fanno così. Può contare sulla Fondazione Italianieuropei, da lui presieduta, credo, sin dalla sua creazione (nel 1998; Giuliano Amato è il Presidente del Comitato Scientifico).

La Fondazione Italianieuropei è "un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, per contribuire alla vita politica con soluzioni di governo adeguate al nuovo scenario mondiale attraversato da potenti correnti di innovazione di cui l’Italia è stabilmente partecipe". Non vi sembra un progetto Perbene?

Ma, naturalmente, per fornire un luogo d'incontro alle diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, servono delle strutture. Sale riunioni capienti da noleggiare – e il catering, non scordiamoci del catering! perché forse nulla accomuna le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano come quel certo languorino allo stomaco che ti assale dopo un paio d'ore di convegno sulle privatizzazioni.
In breve, servono danari. Come dappertutto.
Ma non c'è problema, gli Italianieuropei sono gente Perbene, che si fa finanziare alla luce del sole. La lista dei Soci benemeriti è pubblicata sul sito. Un po' in piccolo, è vero, in grigio su sfondo bianco, ma c'è.
Tra i Soci benemeriti della Fondazione figurano esponenti del mondo imprenditoriale come, tra gli altri, Guidalberto Guidi, Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Claudio Cavazza, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto insieme ad aziende quali Pirelli, Gruppo Marchini, Philip Morris, Glaxo Wellcome, Pharmacia & UpJohn, Lega delle Cooperative, ABB ed Ericcson.
La pagina spiega anche cosa significa essere Soci benemeriti. Significa scucire per gli ItalianiEuropei, almeno cinquanta milioni di vecchie lire. Che per la Lega delle Coop o per Philip Morris sono ben poca cosa, intendiamoci. Ma anche con queste poche cose si può fare tanto, per il riformismo italiano.

Vi chiederete: come mai di questa storia non se ne parla? Ma perché tutto questo è assolutamente legale, trasparente e alla luce del sole. In un mondo di torbidi contatti tra Economia e Potere, possiamo dire che D'Alema ci mostra la via per entrare nel Terzo Millennio: fundraising puro, all'americana. In confronto Berlusconi ci fa una figura anni '60: il tycoon prestato alla finanza… roba da Kennedy, da Rockfeller. Pussa via.

Gli unici che si siano mai preoccupati di questa storia sono quegli svitati di Indymedia. Tre anni fa. A quei tempi scoppiò uno scandalo su un colosso farmaceutico che corruppe 3000 medici solo in Italia. Ve ne ricordate? No. Nessuno se ne ricorda. Strano. Beh, lo stesso colosso farmaceutico finanziava già da allora gli ItalianiEuropei. Qualcuno lo scrisse su Indymedia. Io andai a vedere e ci scrissi un pezzo. Poi, più nulla. Lo ammetto, ogni tanto andavo a controllare. Mi aspettavo che D'Alema o chi per lui togliesse dalla pagina dei Soci Benemeriti il nome del Colosso farmaceutico in questione. E mi sbagliavo. Perché D'Alema è una persona perbene, che non abbandona i suoi Soci Benemeriti nelle difficoltà.

Come quel colosso del tabacco, anche lui con tante grane legali in tutto il mondo… È curioso, ma ora che ci penso, il governo che ha inasprito sensibilmente la legislazione antifumo in Italia non è stato quello presieduto da D'Alema. È stato un altro. Per avere una legislazione antifumo che l'Europa ci ammira, abbiamo dovuto aspettare che D'Alema (e Amato) si schiodassero da Palazzo Chigi. Magari è solo una coincidenza – figurati se un colosso del tabacco non finanzia in parti uguali tutti i contendenti, in America si fa così – e poi, andiamo: D'Alema è una persona Perbene. E le persone Perbene, queste cose, non le fanno. Non le pensano. Già pensarle, significa non essere più tanto Perbene.

E poi se la prendono perché c'ha la barca – è una cosa che mi fa incazzare. Che provinciali, Dio. Finalmente abbiamo un politico che sa fare fundraising, che prende soldi puliti da Glaxo, Philip Morris, Pharmacia & UpJohn, Legacoop, Ericcson… ma voi ve la prendete perché c'ha la barca. Giurassici, siete. E per niente Perbene.

martedì 10 gennaio 2006

- emilia schizofrenica

Questa cosa delle coop rosse, per le destre, è l'uovo di colombo: bisognava picchiarsi in testa per non averci pensato prima (e aver speso soldi e tempo in scemenze come Telekom o Mitrokhin), o congratularsi per aver saputo pensarci nel momento giusto (a 4 mesi dalle elezioni).

Voglio dire che tutto sommato ha ragione Fini, "che chi è nato in Emilia certe cose lo sa come vanno", o Giovanardi, che dice che certe volte fai fatica a capire chi sono i dirigenti delle coop e i politici, visto che fisicamente sono le stesse persone o parenti prossimi: e un esempio è Giovanardi stesso, che ha un fratello gemello che dirige un'assistenza sociale (che ha la pseudo-gestione sanitaria del Centro di Permanenza Territoriale di Modena), per cui di solito se vedi il suo faccione in Rai, si tratta del politico; se invece è Telemodena, è più facile che si tratti del presidente della Misericordia; in ogni caso non c'è scampo, come accendi la tv te lo trovi in casa, un Giovanardi.

Hanno tutti ragione: esiste in Emilia un collateralismo storico tra amministrazione e cooperative; così come esiste una lottizzazione di ogni cosa che può essere umanamente lottizzata, tra coop rosse, rosa e bianche; è un sistema che pur non essendo del tutto legale, funziona abbastanza bene, nel senso che riesce a erogare servizi e a produrre consenso. Per dire, la Mafia in Sicilia non funziona altrettanto bene: gli ospedali pubblici cascano a pezzi, le intimidazioni sono all'ordine del giorno, e ogni tanto brucia un capannone o muore qualche persona onesta. Queste cose in Emilia raramente succedono, per cui tutto sommato è ingiusto accusare il sistema emiliano di tutti i mali del mondo: ma che sia un sistema perfettamente "legale", questo no.

In compenso, è un sistema perversamente "simpatico", in un modo che ho cercato di spiegare in un post di quest'estate. Lo ricopio qui, credo che abbia un senso.

Chi può darti di più?

Se in questo periodo avete guardato un po' di televisione - giusto per tenervi aggiornati sul caldo che fa - ormai avrete familiarizzato con la nuova pubblicità della Coop. E magari vi sarete già chiesti: ma che razza d'idea è? Perché quella distinta signora di mezza età sgraffigna un camice e si spaccia per un'inserviente? Chi mai, entrando in un supermarket, vorrebbe ritrovarsi degradato da cliente a commesso? Insomma, che è successo ai creativi della Coop? Si sono bevuti il cervello? Non sarebbero i primi.

Francamente non so, non sono addestrato per capire se lo spot porterà qualche cliente in più nelle Coop. Ma so che ieri - complice il caldo - mi ha riportato per un attimo alla mia infanzia. Quando ero bambino e a volte in questi afosi dopopranzo mio padre mi portava con sé al bar, anzi, al "circolo". E prima estraeva dal congelatore il gelato che avevo scelto sul tabellone; poi passava dietro il banco, si preparava un caffè e infilava due monetine nella Cassa (il registratore non era ancora arrivato). Quel passaggio dietro al banco, compiuto con la massima naturalezza (mio padre era un socio fondatore), aveva per me qualcosa di elettrizzante. Un momento prima il papà era un cliente; un attimo dopo, era il gestore: libero di pagarsi da solo, di prendersi il resto, di lasciarsi una mancia. Proprio come la signora dello spot, che si mette e toglie il camice, e prova così l'ebbrezza di passare da una parte all'altra del mondo della Grande Distribuzione. Perché "la coop è lei", esattamente come mio padre "era il circolo". Non un semplice barista o cassiere; neanche un semplice cliente: l'uno e l'altro, nello stesso momento. Un socio. Chi può darti di più?

Più tardi, quando io stesso ho iniziato a girare il banco e scambiarmi da solo le cento lire per il pac-man, non ho mai smesso di sperimentare quella strana sensazione, ogni volta che mi ritrovavo dalla parte della cassa. Per un breve istante l'intero bar era a mia disposizione, sotto la mia responsabilità: e tutto questo, senza nemmeno bisogno di lavorare.
Col tempo la passione per il pac-man è sfumata; non mi è mai passata, invece, la voglia di girare dietro i banchi. Così, senza avere nessun talento per la ristorazione, mi è capitato di fondare un circolo con alcuni miei amici. Dalle nostre parti è abbastanza facile (è più difficile restare aperti): e se sei un circolo, puoi far bere e ballare senza bisogno di licenze.
Per questo anche a me, come alla signora dello spot, è capitato di afferrare il primo camice o grembiule o tesserino e giocare per un'ora o un giorno a fare l'inserviente, il cameriere, il gelataio, il servizio d'ordine; senza chiedere un soldo, perché alla fine cambiar lavoro ogni giorno è perfino divertente. E - se togliamo il sesso - a una certa età forse non c'è nulla di più appagante di girare un banco, e trovarsi all'improvviso nel mondo degli adulti: sentirsi investito di una percentuale di responsabilità, sperimentare il sottile brivido del potere; avere per una notte a propria disposizione un frigorifero, una cassa, un mazzo di chiavi. Senza esagerare con le preoccupazioni: quando ci si stanca di tutta questa maturità, basta girare di nuovo il banco, e siamo di nuovo semplici ragazzini, semplici clienti. Ma con qualche complicità in più con l'amico o il cugino, che stasera fa il buttafuori e sarà felice di farti entrare.…

Forse una delle molle che spinge molte persone a darsi al volontariato è proprio l'opportunità di quel magico giro dietro un bancone. Che è più gioco che lavoro: nessuno si aspetta da te una vera professionalità; è sufficiente che tu sorrida e sia simpatico. Come la signora dello spot: non so se il suo comportamento sia concepibile in Sicilia o in Lombardia. Ma in Emilia, altroché. Sapere che il bar sei tu, il supermercato sei tu; la polisportiva, l'ambulanza, il cinema, il festival, sono altrettanti banconi facilmente aggirabili quando vuoi: ecco il sogno emiliano, che solo da lontano si può confondere col comunismo. Il comunismo era un ideale violento di collettivizzazione; in Emilia hanno prevalso la cooperazione, la cooptazione, e un'incarnazione singolarmente bonaria del potere, coi suoi sindaci paciocconi. È difficile prendersela con loro, anche quando aprono CPT o speculano sulle privatizzazioni delle municipalizzate: perché? Perché alla fine senti che anche il sindaco sei tu, la giunta sei tu, il consiglio comunale sei tu (non ti hanno già chiesto di candidarti? Strano, sarà per la prossima volta), e i loro difetti sono anche i tuoi. Si capisce, se il bar sei tu, non è il caso di lamentarsi troppo dei servizi. O rischi di trovarti con lo spazzolone in mano. Sul serio, da noi se protesti troppo rischi di trovarti sulle spalle un assessorato: chi può darti di più? La cooptazione non perdona.

Se dovessi scegliere un rappresentante politico di questa emilianità, non avrei dubbi per un istante: Romano Prodi. Che fa politica da una vita (trent'anni fa era ministro sotto Moro), eppure non ha mai dato l'impressione di farlo per mestiere; piuttosto un'improvvisazione estemporanea, una missione di volontariato; un grembiule da infilarsi e sfilarsi prontamente, proprio come quello della signora dello spot. Passava di lì, ha trovato una fascia da leader che non usava nessuno, se l'è infilata e ora gira indefesso tra gli scaffali, chiedendo i clienti di dargli una mano a scaricare, perché "lo Stato sono io, e siete anche voi". È impossibile prenderlo troppo sul serio - si vede che il grembiule non è il suo - ma in un qualche modo riesce simpatico, i suoi difetti sono troppo familiari. Per contro, un politico del tutto anti-emiliano mi sembra Sergio Cofferati, che invece di cooptare occupanti di case sfitte e pancabbestia, parla di "ripristinare la legalità". Legalità? Ma che c'entra la legalità con la gestione emiliana del consenso? Manca poco che dica "lasciatemi lavorare".

Io non so se il modello emiliano sia in un qualche modo esportabile: eppure è una domanda d'attualità, visto che in un giorno non lontano potremmo assistere a sfide al vertice tutte bolognesi (Prodi, Fini, Casini, Bersani). Sarebbe interessante. Gli emiliani non sono stati spesso al potere; per contro, un romagnolo c'è rimasto per vent'anni, con un modo di fare tutt'altro che bonario; eppure anche lui improvvisando è riuscito per un po' a farsi condonare magagne enormi.

Non lo so - forse sono troppo emiliano per capirlo. Del resto è un po' che ho smesso di girare intorno ai banchi, e di infilarmi grembiuli che non mi calzano. Forse sto invecchiando, mentre cerco impegni veri, vocazioni, carriere. La verità è che continuo a improvvisare (non so fare altro): ma con sempre meno fantasia.

Anche al vecchio circolo di mio padre, nessuno gira più il banco per versarsi da bere: è da anni che hanno assunto un barista. Ci sono in giro troppe facce nuove, facce strane, facce che non conosci e non si conoscono tra loro. Non è questione di pregiudizi, ma come fai a fidarti?

E anche al supermercato: in teoria, sei tu. In pratica, non riesci ad affezionarti a una commessa, tanto è il turn-over dei contratti a tempo determinato. Che importa, tanto tra qualche mese apre il nuovo iper.

lunedì 9 gennaio 2006

- pasticcioni dell'umanità,1

Sta scritto: fortunato il popolo che non ha bisogno di eroi. E scalognato oltre misura il popolo, aggiungo io, che dovendo ricorrere agli eroi non trovi di meglio che Ariel Sharon.

Non vengo a seppellirlo, grazie al cielo. Mi trovo per la verità in un paradosso piuttosto imbarazzante, per il figurante che dovrebbe giocare il ruolo di "blog filopalestinese": se un anno fa mi sentivo sollevato per la fine dell'agonia di Arafat (che sembrava perlomeno sbloccare la situazione), oggi mi trovo a dovere esprimere una sincera preoccupazione per le condizioni di salute del suo eterno nemico. Mi consolo pensando che molti palestinesi devono pensarla come me, perlomeno i più anziani – mi spavento ricordandomi che la Palestina è una nazione giovane. Una non-nazione, pardon.

Il suo ex avversario politico Barak, intervistato ieri sulla Repubblica, sostiene che la Storia ricorderà Sharon per quello che ha fatto negli ultimi due anni. È difficile crederlo, dal momento che le azioni effettivamente compiute da Sharon dal 2004 a oggi (in buona o cattiva fede, per ora non importa) non sono che un tentativo estremo di portare Israele fuori da un inferno che lui stesso ha contribuito a edificare, forse più di ogni altro cittadino israeliano. Queste naturalmente sono opinioni di parte. Quelli che citerò qui di seguito, però, sono fatti. Accaduti realmente, e verificati per quanto possibile. Se qualcuno meglio informato ha da propormi correzioni o integrazioni, lo ringrazio sin d'ora. Ma per favore, non usate i commenti per affermare la vostra contrarietà ai fatti. Neanche io sono d'accordo con i fatti, per quel che serve.

Sono stato molto incerto sul titolo da adoperare. "Crimini di Ariel Sharon" mi suonava un po' falso. Senza dubbio l'uomo ha commesso diversi crimini, riconosciuti anche da Israele; nondimeno bisogna tener conto di azioni odiose che definire "crimini" è esagerato e inesatto; per esempio, radere al suolo un villaggio con 69 civili è un crimine, senz'altro; incitare i coloni ad atti di terrorismo contro i palestinesi è ancora un crimine, forse; ma presentarsi sulla spianata delle Moschee per una passeggiata dopo il fallimento di Camp David non è un crimine, quanto piuttosto… un disastro. Ecco.

I disastri di Ariel Sharon, 1953-2003

1. La strage di Qibya
2. Quel che disse Ben Gurion
3. Il passo di Mitla
4. "Immaginate di voler prendere la collina X…"
5. Eroe di guerra

La strage di Qibya
La guerra di Ariel Sharon contro i civili palestinesi comincia nel 1953. Già comandante di Brigata durante la guerra del 1948, viene richiamato in servizio con il grado di Maggiore e la responsabilità del primo reparto israeliano di forze speciali. Si chiama Unità 101 ed è stata creata per risolvere il problema – ancora attuale – dell'infiltrazione dei palestinesi attraverso i confini.
Il 12/10/1953, in seguito all'eccidio di una madre israeliana e dei suoi figli, il ministro della Difesa Lavon ordina una rappresaglia contro il villaggio di Qibya. L'Unità 101 rade al suolo l'intero villaggio: la moschea, il pozzo, la scuola, 45 abitazioni. Nel corso dell'operazione muoiono 69 civili palestinesi. Gli altri 2700 "decidono" di evacuare Qibya. L'operazione viene condannata dagli USA, e dalla stessa opinione pubblica israeliana; la risoluzione 101 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la censura duramente; in un primo tempo il governo respinge ogni addebito e attribuisce la strage ai coloni esasperati.
Sharon sostiene di aver capito troppo tardi che molti abitanti di Qibya erano rimasti nascosti nelle loro case durante l'operazione. L'ispettore ONU giunto in loco il giorno dopo è di un diverso parere: i fori di pallottola sulle porte e la posizione dei cadaveri (sulle soglie delle case), indicherebbero che alle vittime fu interdetta la fuga.
Secondo Benny Morris, storico israeliano, Sharon ricevette quel giorno ordini per impartire una punizione più esemplare del solito. Non è chiaro da chi, dato che la direttiva dello Stato Maggiore prevedeva una 'semplice' rappresaglia. In seguito all'episodio Israele rinuncia ufficialmente a colpire obiettivi civili. Due anni dopo l'Unità 101 viene sciolta – o meglio, confluisce in una brigata di paracadutisti.
Nella sua autobiografia, Sharon, benché dispiaciuto per la strage, la considera come la prova dell'efficienza raggiunta dall'esercito nel respingere le infiltrazioni. E in effetti in quegli anni ci fu una drastica riduzione degli attentati ai civili israeliani (una media di 150 morti all'anno tra 1951 e 1953).

Quel che disse Ben Gurion
In un'intervista televisiva, Sharon ha raccontato che dopo il raid di Qibya incontrò (per la prima volta) Ben Gurion, che lo sostenne dicendogli: "Non importa quello che il mondo dice di Israele. L'unica cosa che importa è che noi possiamo resistere qui, sulla terra dei nostri antenati. E se non mostriamo agli arabi che c'è un prezzo salato da pagare per chi uccide un ebreo, non sopravvivremo".
È un tipo di logica che conduce alla decimazione – certo, è indimostrabile che Ben Gurion abbia pronunciato veramente queste parole. Ai tempi della lotta per l'indipendenza, il leader laburista aveva manifestato contrarietà per gli atti di terrorismo sui civili. Il discorso invece rispecchia abbastanza fedelmente la futura carriera politica e militare di Sharon. Ecco un altro piccolo grande disastro di Sharon (in buona fede o no): aver messo la legge del taglione e delle rappresaglie in bocca di uno dei padri fondatori di Israele.

Il passo di Mitla
Se riesce difficile credere a uno Sharon "che esegue gli ordini", è perché l'obbedienza non è mai stato il suo forte. Lo dimostra nel 1956, quando la sua brigata di paracadutisti è inviata nel Sinai, nel corso delle operazioni che precedono la crisi del Canale di Suez. Il comandante Sharon ha 28 anni ed è ansioso di mettersi in mostra. Chiede più volte al comando il permesso di entrare nel passo di Mitla, da cui teme possano attaccare gli egiziani: permesso negato. Alla fine riesce ad ottenere di mandare una squadra in perlustrazione: un loro veicolo ha una panne e cade sotto il fuoco nemico. A questo punto Sharon ordina l'attacco e riesce a conquistare il passo di Mitla: una quarantina di effettivi israeliani cadono in una delle più inutili battaglie della storia militare israeliana (il ritiro egiziano era previsto di lì a poco). Sharon è criticato da superiori e sottoposti; il suo vice, Yitzhak Hoffi (futuro generale e capo del Mossad) dichiara ai servizi segreti che Sharon soffre di paranoia e necessita di cure psichiatriche. Il capo di Stato Maggiore, Moshe Dayan, furioso, lo allontana dall'esercito e lo spedisce per un anno in un'accademia militare inglese. È un periodo difficile; la moglie gli muore in un incidente d'auto, forse dopo aver scoperto la relazione di Sharon con la sorella (che poi sposerà). Ma questi sono disastri privati; forse non dovrebbero interessarci.

"Immaginate di voler prendere la collina X…"
Restiamo invece al disastro di Mitla, che è poi l'applicazione di una famosa dottrina strategica di Sharon. Secondo la testimonianza di un paracadutista, Sharon la descriveva così ai suoi sottoposti:
"Immaginate di voler prendere la collina X, ma il governo vi autorizza a prendere solo la collina Y. Voi, naturalmente, prendete la collina Y, poi mandate un reparto in ricognizione alla collina X, per assicurarvi che "sia tutto a posto". Il reparto "cade sotto il fuoco nemico" della collina X, voi notificate al governo che il reparto è in pericolo e chiedete l'autorizzazione per soccorrerlo. E così, finalmente, potete attaccare e prendere pure la collina X".
In realtà a Mitla Sharon sembrò essersi giocato la carriera. Ma "il gioco delle due colline" anticipa già l'atteggiamento del movimento dei coloni: ricognizione, provocazione, richiesta di aiuto, guerra aperta, insediamento; ricognizione, provocazione, richiesta di aiuto, guerra aperta, insediamento. Così, all'infinito.

Eroe di guerra
Riammesso nei ranghi dell'esercito sotto Rabin, Sharon riscatta del tutto la sua immagine con la guerra dei Sei Giorni (1967), durante la quale conduce l'avanzata-lampo più fulminante della Storia d'Israele, sempre nel Sinai. Più controverso il suo ruolo nella guerra dello Yom Kippur (1973): subentrato a un generale sollevato dall'incarico (Sharon si era congedato da poco), riesce avventurosamente ad attraversare il Mar Rosso e stabilire una testa di ponte in Africa; disobbedisce una volta ancora agli ordini, ma salva agli occhi di molti connazionali l'onore di una guerra che per la prima volta Israele ha rischiato di perdere. Una celebre foto lo ritrae accanto a Moshe Dayan che passa in rassegna le truppe nei pressi del Canale di Suez: alla benda nera del grande generale, Sharon può accostare la sua bandana insanguinata. Un simbolico passaggio di consegne: Israele ha un nuovo eroico condottiero. Col senno del poi, è un disastro anche questo. Ma per il momento, è una vittoria. (Continua)