lunedì 29 maggio 2006

- bar bar 1

L'Invasione Baricco

Premessa: non sono venuto a criticare lo scrittore Baricco. In parte è troppo facile; in parte, nemmeno giusto. Peraltro io non lo conosco nemmeno bene. Il mio ambito di studi – l'ambiente in cui sono cresciuto "culturalmente", "professionalmente" – mi impone di liquidare l'argomento Baricco con sprezzante ironia, e nel corso degli anni mi sono adeguato, chi sono io per non adeguarmi. Lungo la strada mi sono anche fatto degli aneddoti, che in società funzionano abbastanza bene. Per esempio: "Baricco? Sì, beh, ho letto Seta. L'ho letto una mattina mentre aspettavo che il PC installasse la stampante".

Buffo, no? A me sembra abbastanza buffo. È anche abbastanza vero. C'è ironia, ma è ben distribuita: è il mio PC troppo lento, o sono io troppo veloce, o è Baricco un po' troppo lineare? Potrei trovare un aneddoto migliore? Non lo so, non ho mai trovato un aneddoto migliore. (Baricco potrebbe, è molto bravo in queste cose).

Baricco sta scrivendo qualcosa sulla Repubblica che lui chiama "libro", ma è paurosamente simile a un blog, di quelli prolissi. E per carità, può chiamarlo come gli pare, tanto i nomi non significano mai nulla di stabile: "blog" deriva da "log", che all'inizio in inglese significava "fare tacche sulla corteccia dei tronchi"; mentre "libro", migliaia di anni fa, significava, guarda un po', "corteccia": probabilmente tra qualche secolo libro e blog saranno sinonimi, e a nessuno interesserà conoscere la differenza (perché, adesso interessa a qualcuno?)

Baricco sta scrivendo un libro, dunque, sui barbari. Se ho ben capito l'idea è descrivere la contemporaneità come una fase di transizione, di decadenza, in cui si attendono questi barbari, che possono arrivare da qualunque parte, e avere qualsiasi forma. In questa puntata, i barbari sono gli americani, e i loro gusti in fatto di vino.

Parlare di decadenza è sempre molto delicato. Le decadenze sono un po' angosciose (in realtà sono gli unici periodi in cui valga la pena vivere). Molto spesso la decadenza è solo uno stato della mente – da che mondo e mondo c'è sempre stato un intellettuale vivente convinto di trovarsi in una fase di decadenza. Di solito, quando cominci a vedere le cose in questo modo, sei pronto per la svolta riformista moderata. Non c'è più religione, si stava meglio quando si stava peggio, eccetera eccetera. Io ho imparato che una persona di questo tipo si chiama laudator temporis acti. In tutti noi c'è un laudator temporis acti.

La cosa fantastica è che c'è anche nei barbari. Cosa c'è di più tradizionalista di un vecchio barbaro. Stilicone, Ricimero, Teodorico: ci credevano più loro, nell'Impero Romano, che i mediocri latinissimi senatori del tempo. Se l'arrivo dei barbari è la fine di un'era, di una tradizione, di una memoria, barbaro è, appunto, chi non ha memoria, e quindi non sa nemmeno di essere un barbaro – se l'è scordato. Nell'ambiente in cui sono cresciuto (senza divertirmi molto) Baricco è proprio questo tipo di barbaro. Si fa avanti a colpi d'ascia, dove passa lui non cresce più l'erba, ma non se ne accorge. È convinto che il vero barbaro è quello che arriverà dopo di lui (c'è sempre qualcuno più barbaro che incalza). Sentite come parla del vino americano:
non ha un nome, così, per capirsi, gliene do uno io. Vino hollywoodiano. Ecco alcune sue caratteristiche: colore bellissimo, gradazione abbastanza spinta (…), gusto rotondo, molto semplice, senza spigoli (senza tannini fastidiosi né acidità difficili da domare); al primo sorso c'è già tutto: dà una sensazione di ricchezza immediata, di pienezza di gusto e profumo; quando l'hai bevuto, la scia dura poco, gli effetti si spengono; interferisce poco con il cibo, ed è pienamente apprezzabile anche solo risvegliando le papille gustative con qualche stupido snack da bar; è fatto per lo più con uve che si possono coltivare quasi ovunque: Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Dato che è manipolato senza troppi timori reverenziali, ha una personalità piuttosto costante, rispetto alla quale la differenza delle annate diventa quasi trascurabile. Voilà.

Secondo voi se ne rende conto, Baricco, che parlando di mosto fermentato in realtà è di sé stesso che parla? Del suo stile rotondo, molto semplice, senza spigoli? Oppure qui, nel finale:
Se poi tornate al vino hollywoodiano, ne scegliete uno (magari esagero, ma sono talmente simili che potete scegliere quasi a caso) e tranquilli ve ne sorseggiate un bicchiere, seduti davanti a un'enoteca piacevole, capirete molte cose. Vi piacerà, sarete felici di stare lì, e, se non siete raffinati e colti bevitori, avrete perfino l'impressione di aver trovato il vino che avevate sempre cercato. Ma è indubbio che è un'altra cosa. […]
Vino senz'anima. Nel suo piccolo, il microcosmo del vino descrive l'avvento, a livello planetario, di una prassi che, salvando il gesto, sembra (ho detto sembra) disperderne il senso, la profondità, la complessità, l'originaria ricchezza, la nobiltà, perfino la storia. Una mutazione molto simile a quelle che cercavamo.

L'articolo (se vi va chiamatelo post, non cambia nulla) è interessante, vivace, si legge d'un fiato, e per cinque minuti risulta convincente. Poi ci ripensi, e ti rendi conto che tutta l'analisi socio-enologica di Baricco non sta in piedi. Ora però mi sembra di aver scritto abbastanza, se ne riparla domani. Con un'avvertenza: io non ero venuto a criticare Baricco, e cercherò anzi di parlarne bene, perché in fin dei conti è un modello per me, o almeno dovrebbe esserlo. Prendo tempo soltanto perché faccio fatica a spiegarmi (lui non farebbe tutta questa fatica).

mercoledì 24 maggio 2006

- questo sito annaspa


Questo sito annaspa un po', me ne rendo conto.

Non è solo la bassa pressione, l'ondata di graminacee, il mal di denti, gli esami di licenza media. Questo sito all'inizio dell'anno si era dato un obiettivo preciso: mandare Prodi al governo. Missione compiuticchiata (la cosa angosciosa è che è vero: con uno scarto così risicato, anche siti come questi possono essere considerati, brrr, decisivi).

A questo punto occorre darsi una nuova mission – la prima che mi era venuta in mente era: criticare il deludente governo Prodi. Ma a freddo, ora come ora, non ce la faccio: ci vuole dello stomaco per sputare su una creaturina così fragile. Così navigo a vista.

Vorrei rassicurarvi: non ho intenzione di ributtarmi in pericolosi feuilleton, per il momento, né di spalancare abissi di fatti miei. Ma per una volta vorrei usare questo formidabile mezzo per chiedere un parere.
Insomma, incrociando dita e tutto, sembra davvero che alla fine io dovrò passare almeno due mesi d'afa negli USA, quest'estate, per una ricerca.
Avrò naturalmente bisogno di un portatile (e di un miliardo di altre cose).
Ecco, vorrei chiedere: lo compro adesso qui, o aspetto di prenderlo là? Sempre ammesso che non ci siano problemi tecnici o doganali o quant'altro che m'impediscano di comprarlo là e poi riportarlo qua.

Scusate l'ignoranza, ma l'ultima volta che sono stato da quelle parti i modem andavano ancora, credo, a 48 k. Sì, non sono un gran viaggiatore.

Grazie a tutti.

lunedì 22 maggio 2006

- lo spettacolo nell'era in cui è da idioti pagarlo

Bisogna essere scemi

Scusate se continuo a parlarne come se me ne intendessi, ma il calcio è davvero una metafa potente. Come a dire che è tutta una finta, non è di calcio che si sta parlando qui.

Uno dei paradossi del calcio contemporaneo, ad esempio, è la selezione naturale degli utenti più scemi. Intendo dire che come molti altri servizi voluttuari, il calcio, nell'era della riproducibilità digitale e gratuita, è destinato a fare affidamento sugli unici che insistono ancora per pagare, vale a dire quelli che non apprezzano una partita di calcio per quello che è, ma ne fanno un feticcio, deformato da una serie di connotazioni extracalcistiche (attaccamento ai colori, campanilismo, cameratismo, non saper come passare la domenica pomeriggio, ricerca di un senso della vita). Ma i feticisti sono, per definizione, irrazionali e irresponsabili. Spero di non offendere nessuno se li definisco, per amor di brevità, scemi. Ebbene, l'industria del calcio oggi distilla i più scemi tra gli utenti, e ne diventa schiavo.

Cerco di spiegarmi meglio. Il grande problema dell'industria dello spettacolo, oggi, è farsi pagare. Questo, a causa delle tecnologie su cui viaggia lo spettacolo, autostrade dell'informazione, via banda larga o satellitare, che sono meravigliosamente efficienti e indispensabili, ma hanno un grosso difetto: sono insofferenti ai pedaggi. Appena individui un tratto dove mettere un pedaggio, tutt'intorno si mettono a fiorire le scorciatoie. Legali o meno. Di solito meno.

Ora, attenzione: fingiamo per amor di teoria che le persone siano catalogabili unicamente per la loro intelligenza: che non vi siano persone più o meno belle, simpatiche, abbronzate, stronze, furbe, ma solo più o meno intelligenti. Detto questo, chi saranno secondo voi i primi a trovare la scorciatoia per pagare meno un servizio (o non pagarlo affatto)? I più intelligenti e informati. È ovvio.
E chi saranno gli ultimi ad accorgersene e a smettere di pagare? I meno intelligenti.
Può darsi che lo facciano perché sensibili a un concetto di legalità, o per tradizione, per senso di responsabilità, attaccamento alla maglia, eccetera eccetera: ma tutte queste cose nel nostro modello non risultano, il nostro è un modello in bianco e nero in cui appare soltanto questo: chi continua a pagare per vedere una partita di calcio è un deficiente.

Naturalmente non è tutto bianco e nero, ci sono miliardi di sfumature: in alto (bianco puro) abbiamo l'ingegnere trafficone che guarda tutto via adsl sul sito pseudoclandestino – oppure ha clonato SKY – seguono sfumature di neve sempre più sporca (chi va al bar, chi ha approfittato della super-mega-offerta del mese), fino al grigio cupo di chi la partita la paga fino all'ultimo centesimo. E poi le varie sfumature di nero di chi la partita la va ancora a vedere allo stadio: tribuna, gradinate, curva. Nel nostro modello costoro sono i più scemi: pagano relativamente di più per usufruire di meno servizi (niente primi piani, replay, commenti) e per correre più rischi (fila al WC, pioggia, tafferugli, precipita dal terzo anello un ciclomotore). Nella realtà naturalmente non è così: non è idiozia quella che li porta allo stadio alla domenica, ma attaccamento ai colori, sano cameratismo, voglia di dare un senso alla vita… ma tutte queste cose nel nostro modello, purtroppo, non si vedono. Nel nostro modello, ripeto, l'utente che paga di più per usufruire di meno servizi è considerato il deficiente.
Si tratta anche dell'unico tipo di utente che porta soldi alla maggior parte delle squadre – i soldi di Sky e company, com'è noto, se li pigliano le grandi, quindi…

Quindi, diabolicamente, le squadre medie e piccole devono investire sugli utenti scemi: ossia quelli che invece di procurarsi un'adsl, una carta clonata, una carta vera, un amico che ce l'ha, un bar… preferiscono venire allo stadio, per tutti quei famosi motivi: attaccamento ai colori, necessità di passare il pomeriggio della festa scandendo cori a rischio di beccarsi ciclomotori e mazzate. Gli ultras, insomma. Gli unici abbastanza idioti da pagare per quel che vedono: le squadre si sono messe nelle loro mani.

Verso la fine, l'Impero Romano si basava su un tacito accordo tra Imperatore e plebe romana. L'Imperatore manteneva la pace tra i confini e continuava a distribuire razioni di grano gratis da tutte le regioni dell'impero: la plebe mangiava a sbafo e non rovesciava l'imperatore. In sostanza, il bacino del mediterraneo era soggetto all'appetito della plebe romana. Il calcio contemporaneo, che smuove miliardi, è nelle mani delle plebi di una ventina di città, che in virtù della loro idiozia (pagano per vedere ciò che è gratis su tutti gli schermi ad alta definizione del mondo!) possono fare e disfare squadre, cacciare presidenti e allenatori, addirittura creare bolle di illegalità garantita. Se io non posso saldare un debito, dopo alcuni mesi verranno a pignorarmi. Ma se sono il presidente della SS Lazio, posso saldare comodamente in una trentina d'anni. Perché? Perché il presidente ha un po' di plebe dalla sua parte, perché se la sua squadra fallisse quel po' di plebe ruggirebbe forte, e fa paura la plebe quando ruggisce.

Il paradosso, purtroppo, funziona per tutta l'industria dello spettacolo. Prendiamo la musica: perché negli ultimi dieci anni le major sembrano avere investito soltanto su sgallettate improponibili? Perché bisogna essere idioti per pagare una canzone, oggi, e gli idioti non sono sensibili a virtuosismi musicali, non hanno un grande orecchio per la melodia, ma sanno riconoscere un culo se gli balla davanti. Del resto è una corsa disperata: ormai anche un deficiente sa scaricare gratis un mp3 o una suoneria. Il settore musicale è più dinamico – il calcio è più lento. Ci sono un sacco di fattori cosiddetti 'culturali' (le tradizioni, l'attaccamento, il campanilismo) che ancora impediscono una manifestazione di idiozia pura. Ma la strada più o meno è tracciata: pian piano ogni riferimento vagamente culturale verrà via, come la farina dal setaccio, e sulle gradinate vedremo soltanto una congerie di scemi paganti. Giudicate voi quanto siamo vicini o lontani da quel giorno.

Spero di non avere offeso nessuno con questo pezzo, non era mia intenzione, mi state tutti simpatici. Ma mi è ancora più simpatica la realtà.

martedì 16 maggio 2006

- la fiaccola sotto Moggi


Eppure c'è gente che per il circo mediatico-giudiziario non riesce proprio a scandalizzarsi. Io, per esempio.
Lo confesso, è un mio limite, ci sono tante cose che non mi commuovono: le zingare ai semafori con preghiere di cartone, per dirne una, e un'altra sono i politici in manette. Massì, capisco, è un abuso di potere, lo so, però non mi commuovo. E anche Luciano Moggi può piangere tutte le calde lacrime che vuole, io resto di pietra. Sono giustizialista? Sono forcaiolo? Oppure semplicemente ho un'alta soglia di sopportazione.

Ognuno ha la sua, del resto. C'è fior di giornalisti, là fuori, che sapeva sapeva sapeva e nulla ha scritto, per anni, perché si sa come vanno le cose, finché ora basta, non se ne può più, la soglia di sopportazione è stata oltrepassata. Da chi? Da Moggi e Giraudo? Macché. Dai magistrati che torchiano, dagli intercettatori che non rispettano la privacy, dal circo mediatico-giudiziario.

Per contro, noi populisti forcaioli, è da vent'anni che ci scandalizziamo; da dieci che nel campionato italiano di calcio non ci crediamo semplicemente più: e oggi che c'è da inveire contro il circo mediatico-giudiziario, che ci volete fare, siamo un po' stanchi. Inveite voi, si fa un po' a turno.

Tutto questo in realtà non ha molta importanza. È molto più intrigante chiedersi: Luciano Moggi è un semplice accidente di percorso, o un difetto strutturale? Se è un accidente di percorso, è sufficiente farlo piangere ancora un po', interdirlo fino alla settima generazione, e poi passare ad altro. Ma siccome siete su Leonardo Blog, avete già capito dove voglio parare, vale a dire: secondo me Moggi è strutturale. Il che significa che il catrame e le piume non serviranno proprio a niente: cacciato con infamia un Moggi, ce ne servirà subito un altro. Perché il problema non è tanto Moggi, quanto… la struttura.

E che razza di struttura sarebbe il calcio, sentiamo. Beh, possiamo descriverla in vari modi. Struttura neoliberista: in un universo de-regolato, dove ogni squadra-società-per-azioni è libera di raccattare sul mercato qualsiasi giocatore a qualsiasi prezzo, prima o poi qualcuno doveva arrivarci: gli arbitri costano meno. E come investimento sono relativamente più sicuri. È proprio una semplice questione logica: perché svenarsi per i giocatori? Per gli sponsor, d'accordo, per il pubblico pagante. Ma se poi la squadra all-star non funziona? Se il Real Madrid galattico non quaglia? Se l'Europeo lo vince una squadra qualsiasi, tipo la Grecia? È il bello del calcio, ma comporta rischi economici che una squadra-società-per-azioni non può correre. E se intrallazzare con gli arbitri costa relativamente meno che procurarsi un paio di rinforzi a centrocampo, perché no? Sul serio, perché no? Morale: il calcio non può essere quotato in borsa. Una cosa è il professionismo, un'altra la speculazione, e Luciano Moggi è solo uno di quei manager che hanno agito per il bene degli azionisti, come i soldatini tedeschi obbedivano agli ordini del Führer. Fucilatelo se vi fa sentire meglio, ma il problema non è lui.

Questo in un universo neoliberista. Ma il calcio italiano è davvero in quell'universo? Qualche anno fa scrissi tre pezzi un po' naïf (1-2-3) in cui paragonavo il calcio inglese al calcio italiano, sull'unica base di un libro illustrato che stavo traducendo. La morale era questa: il calcio inglese è nato e si è sviluppato come una piccola industria, semi-artigianale. I calciatori hanno lottato per i loro diritti. Le squadre provinciali campavano costruendo dei campioni e rivendendoli alle Grandi. Le Grandi erano in realtà piccole ditte che si autofinanziavano con i biglietti negli stadi di loro proprietà. E tutto questo, fino agli anni Ottanta, generava ricchezza e la ridistribuiva.

Nel frattempo, in Italia, il calcio prosperava al di sopra delle sue possibilità. John Charles, “the first rich British footballer”, divenne "il primo calciatore britannico ricco" solo in Italia: la Juventus lo pagava quattro volte lo stipendio massimo consentito nel Regno Unito. Che senso avevano, questi ingaggi stratosferici?
Nessun senso strattamente economico. Il calcio non è mai stata un'attività veramente remunerativa in Italia – se così fosse le squadre sarebbero state società indipendenti, e non fiori all'occhiello dell'industriale, del petroliere, del palazzinaro di turno. Il calcio italiano del dopoguerra si è sviluppato come uno status symbol – un'attività in cui buttare un bel po' di soldi per dimostrare ai tuoi concittadini che ce l'hai fatta, sei in tribuna vips. E se avessimo dubbi sulla moralità e sull'effettiva intelligenza della nostra classe imprenditoriale, ci basterebbe fare i conti di quanti padroncini hanno rovinato sé stessi e i loro dipendenti con surreali operazioni di calciomercato. Da Zico all'Udinese all'Europarma di Tanzi, quanti soldi, quante energie buttate. E stiamo a prendercela con Moggi.

Moggi è semplicemente il capo dei briganti, e come tale lo considerava il suo padrone, Gianni Agnelli. Lo stesso che paragonava i suoi calciatori ai pittori del rinascimento: ecco cos'è il calcio in Italia, non un'industria, ma puro mecenatismo. Gli industriali contribuiscono alla pace sociale pagando la loro quota di circenses. Altro che neoliberismo. Stiamo ancora all'evo antico, ai Gladiatori. Oppure il guaio è stato passare troppo in fretta dal Circo Massimo alla Parabola, dal panem et circenses alla Società per azioni.

Rimedi? Si potrebbe cavar fuori il calcio italiano dall'evo antico, obbligandolo a diventare uno sport moderno, in cui tutte le squadre hanno rose di 22 giocatori e, udite udite, lo stesso budget: e si mantengono con il pubblico pagante.
Non c'è bisogno che me lo facciate presente, tutto ciò è frutto di un delirio, il tentativo di tornare a un modello europeo che non esiste più, perché a ben vedere è l'Europa che si sta italianizzando. È il calcio europeo che sta riscoprendo il modello pre-medievale del circo massimo: le squadre come brand mondiali, il calciomercato globale che serve anche a riciclare i soldi della malavita globale (pensare al Chelsea). L'Italia, che ha inventato il fascismo e il berlusconismo, continua ad esportare il peggio di sé. E c'è mercato.

venerdì 12 maggio 2006

- hybris!

Siamo stronzi, che sorpresa

Se adesso vi fermate a ragionare (che è poi l'unico motivo per venir qui, in teoria), non ci mettete molto a capire che stavolta abbiamo davvero esagerato. Con poche migliaia di voti di scarto ci siamo pigliati Quirinale, Senato, Camere e servizi, alla faccia dei buoni propositi. Siamo stati superbi, rapaci e infingardi, e senz'altro verremo puniti per questa… come si scrive… questa hybris. Questo peccato di superbia. E ce lo meriteremo.

Ma nel frattempo:
come ci si sente ad essere superbi, rapaci e infingardi?
Non è fantastico? Non vi fa sentire veri uomini/donne/altro? Non vi ha fatto venir voglia stamattina di partire sgommando dal garage, sorpassando a destra e fischiando alla mora/bionda/o/u sul marciapiede? Durerà poco, ma è fighissimo, diciamocelo. Cosa c'è successo all'improvviso?

Il problema con noi italiani e che ci manca il killer istinct. Come disse un celebre allenatore: quando l'avversario è a terra, siamo culturalmente restii a saltarci sulla schiena e a spezzargli la spina. Retroterra cattolico, troppi rosari, troppe mamme, prega per questo e prega per quello. Anche a sinistra? Anzi, a sx molto più che a destra (il vero cattolicesimo è a sinistra, non crediate: a destra c'è solo qualche confraternita e un po' di cricca ecclesiastica, gli apparati per matrimoni e funerali).

Ed ecco che improvvisamente un bel giorno il centrosinistra si scopre in possesso di un killer istinct persino eccessivo. Cos'è successo? Una mia teoria ce l'ho, basata su un postulato: quando si parla di "centrosinistra" e "centrodestra" come di due entità su un ring, costrette a pugilare ancora per molto tempo, di cosa si sta parlando, veramente? Di due intelligenze collettive.
Ebbene, io non credo molto nell'intelligenza collettiva. Non penso che equivalga alla somma delle intelligenze individuali che compongono la collettività. Per fare un esempio: l'intelligenza collettiva presente in una stanza sigillata, dove siano rinchiusi un astrofisico e un babbuino, per me sarà molto più prossima all'intelligenza individuale del babbuino che dell'astrofisico. Parimenti, l'intelligenza collettiva del centrosinistra sarà di molto inferiore dell'intelligenza di ogni singolo leader del centrosinistra.

In pratica, l'intelligenza collettiva della coalizione di centrosinistra (immaginatevi di sigillare nella stessa stanza Fassino, Di Pietro, Capezzone, Bertinotti… e aggiungete se vi va persino qualche babbuino) non dev'essere molto superiore a quella di un quindicenne. E qui scatta il killer istinct. Quand'è che un quindicenne si permette di fare il gradasso? Quando se lo può permettere? Sbagliato. Quando ne ha bisogno. Quando è insicuro e ha paura. Il centrosinistra sta facendo la voce grossa per dimostrare quello che non ha: il controllo totale del parlamento. Lo vuole dimostrare agli italiani, e ancor prima a sé stesso. L'arroganza è sempre spia d'insicurezza.

Quindi siamo nei guai? Senz'altro. Anche perché dall'altra parte non c'è un'intelligenza collettiva molto più sveglia, anzi. Il centrodestra è da anni in fuga dalla realtà, circondato da smandrappati fondali di cartone: il miracolo italiano, le grandi opere, l'Italia protagonista sulla scena mondiale, eccetera. La tentazione di rinchiudersi definitivamente in un mondo alternativo e irresponsabile è sempre più forte, e alimentata ad arte da tentazioni pruriginose (lo sciopero fiscale, che idea: chi perde le elezioni non paga più le tasse…) Ma mezza Italia non può fuggire dalla realtà – voglio dire, può benissimo farlo, ma alla lunga non è sano. Prima o poi dovrà svegliarsi. Cambiare leader e parole d'ordine. Ci vorrebbe una doccia fredda e salutare – ebbene, questa doccia non arriverà. Non domani e forse mai. Senz'altro non verrà dalle gerarchie del centrodestra attuale, a cui preme conservare lo status quo. Ma ora sappiamo che non verrà nemmeno dal centrosinistra.

Il centrosinistra attuale, in effetti, non ha nessuna convenienza a risvegliare il suo avversario. L'elezione di Napolitano ha dimostrato che se quest'ultimo si arrocca, il centrosx va avanti come un treno. Ha troppe anime da conciliare, troppe correnti da equilibrare, troppi sederi a cui trovare una poltrona, per preoccuparsi dell'avversario suonato. E dagli torto.

Nei prossimi mesi, e forse anni, assisteremo a un duello finto, puro wrestling. A sinistra un bellimbusto che fa bella mostra di muscoli vuoti; nell'angolo a destra, un piccoletto ringhiso aizza la folla con slogan fetenti, ma si guarda bene da tentare qualsiasi affondo. La finzione conviene a entrambi – a pagare, come sempre, sarà il pubblico.

mercoledì 10 maggio 2006

- se questo matrimonio s'ha da fare

Parlo adesso o taccio per sempre?

Naturalmente Napolitano andrà benissimo. Ha l'età e l'allure di un padre costituente, e non ha mai rubato la scena a nessuno. Un po' noioso, certo. Embè? È la somma carica rappresentativa, mica un piedistallo da circo. Gli unici che hanno reali motivo per tifare contro sono gli opinionisti politici, di qualsiasi risma e dimensione, a libro-paga o no, dai quirinalisti più stimati giù giù fino alla feccia di Leonardo blog, che più che del bene dell'Italia hanno a preoccuparsi di dover spremere commenti dall'attualità, tutti i santi i giorni, che i Presidenti siano persone interessanti o no. Sì, non c'è dubbio che un D'Alema al colle, nell'arco di un settennio, avrebbe fornito qualche migliaio di spunti in più.

Consoliamoci pensando che il volpone in libertà ha ancora infinite possibilità di far parlare di sé – c'è chi già plaude alla sua astuzia, e mi sembra il minimo: dopo aver perso la Camera, nel giro di dieci giorni è riuscito anche a perdere il Quirinale; probabilmente era tutta un'astuta manovra diversiva per poter succedere indisturbato a Kofi Annan – sempre che il fine ultimo non sia farsi eleggere presidente del Sistema Solare, un'incombenza non da poco per uno poco attaccato alle poltrone come lui.
Del resto con D'Alema è troppo facile: lo si sfotte se si fa avanti, e se si tira indietro lo si sfotte uguale. Sento che mi sto infeltrendo.

Uno spunto più originale forse ce l'ho. Avete notato che alla fine Napolitano andrà al Colle proprio perché è un (ex)comunista? Di nonnetti istituzionali come lui ce ne sarebbero parecchi – e forse anche più freschi: Amato, Monti, Padoa Schioppa, eccetera eccetera. Quello che ha reso Napolitano più papabile degli altri è proprio il difetto che fino a dieci anni fa pareva congenito: è stato comunista, e per quanto migliorista ha difeso i carri sovietici in Ungheria.

Com'è andata la storia lo sapete voi meglio di me (voi venite qui perché vi piace riascoltarla, come i bimbi con le fiabe): i diessini, contrariati per non aver ottenuto la presidenza di alcun ramo del Parlamento, si sono impuntati sul Quirinale. All'inizio la manovra sembrava finalizzata a trovare finalmente un posto di lavoro a D'Alema: ma quando D'A s'è tirato indietro, il puntiglio si è trasferito all'intero partito: il candidato unico del centrosinistra doveva essere un DS. A prima vista si tratta di un puntiglio perfino comprensibile: i DS sono il primo partito del centrosinistra.

E tuttavia a veder bene no, si tratta di un puntiglio assurdo, per un motivo molto semplice: i DS non esistono più.

Io non ce l'ho coi DS, non ce l'ho con Napolitano, non ho nessun problema a sentirmi rappresentato da un comunista-pidiessino-diessino al Quirinale (che probabilmente, come Pertini o Cossiga prima di lui, straccerà la tessera del suo partito appena insediato). Non voglio far polemica, ma semplicemente far notare un fatto sul quale mi sembra non si stia ragionando abbastanza: i DS non esistono praticamente più. Per esempio, non hanno un gruppo parlamentare né alla Camera né al Senato – alla Camera, peraltro, non si erano nemmeno presentati. Da alcuni mesi il partito già conosciuto come Democratici di Sinistra, con la storia lunga e controversa che tutti conosciamo, sta procedendo verso la fusione con altre forze politiche – tra cui la Margherita – e la creazione di un nuovo soggetto politico che forse si chiamerà Partito Democratico (e forse no). Questo processo, non rapidissimo – ma neppure lento – è dato ormai da tutti per irreversibile. Ergo, parlare dei DS oggi significa parlare di una crisalide ormai secca. E io volentieri rendo onore al bruco, e faccio i migliori auguri alla farfalla, ma non capisco le pretese della crisalide. Sul serio, non capisco perché Fassino sentisse la necessità di reclamare la presidenza di una Camera – non c'era già Marini Candidato unico al Senato? Ora, tra qualche mese Marini e Fassino saranno compagni di partito, è vero o no? Dovrebbero cominciare a pensarci seriamente.

Sul matrimonio tra DS e Margherita io ho un'opinione un poco delicata. Mi sembra di trovarmi al cospetto di due amici miei, che provano a mettersi insieme e dopo un po' ti mandano la partecipazione, e tu un po' sorridi un po' ti gratti la testa: secondo te non funzionerà, ma non hai nessuna voglia di dirlo. Non hai voglia perché rischi di passare per il solito pessimista menagramo e misantropo – ed è persino possibile che le tue obiezioni siano infondate, e che tu sia davvero il solito pessimista menagramo e misantropo, incapace di sperare nella felicità dei tuoi amici. Se il matrimonio funziona, perché non dovrei essere contento? Sono amici miei.

Però i giorni passano, e i cattivi presagi si accumulano. Per dire, non erano d'accordo nemmeno sulla lista di nozze. Uno voleva la Presidenza alla Camera e l'altro il Senato – impossibile accontentarli entrambi – e adesso uno vuole il Quirinale, ma tutto per sé, dice che spetta solo a lui per principio. Così non va, non va proprio. Insomma, questi due tra un po' si sposano, e non si sono ancora resi conto che dopo si dovrà vivere insieme, nella gioia e nel dolore e nelle puzze.

Probabilmente esagero, tutte le coppie hanno cominciato così. Il tempo smussa certi spigoli, e poi speriamo arrivino presto bambini, la famosa U-generazione. Ma che i DS conducano una campagna di bandiera sulle cariche istituzionali più prestigiose, mi sembra davvero un cattivo presagio. Non c'è niente di male in una bandiera, ma visto che avete deciso di seppellirla, per quale motivo Napolitano dovrebbe essere davvero preferibile ad Amato, o a Zagrebelsky? Tra sette anni, quando il suo mandato finirà, la Quercia sarà un ricordo quasi in bianco e nero. O no? Io a questo punto non so cosa augurarmi, francamente. Vorrei solo che gli amici – e i partiti – non si sposassero troppo a cuor leggero. È un passo importante, tutto qui.

lunedì 8 maggio 2006

- politologo un tanto al chilo

E se perdi anche stavolta, volpone?
"Con questo esito la sinistra incassa un enorme risultato politico. Per noi è una festa, altro che storie. E lo è anche per me, che non cercavo e non cerco onori personali"
Nell'Italia in cui mi sono formato, il Presidente della Repubblica era inutile, ma decorativo.
E andava bene così. Era un mondo fermo, con un solido baricentro: partiti di governo, partiti di opposizione, ben bilanciati anche al loro interno; ovunque centralismo, centralismo democratico. In mezzo a tutto questo immobile equilibrio stava il grande Nonno: fumava la pipa, tifava la nazionale, sciava col Papa, abbracciava persino i bambini. Il Grande Nonno era al di sopra della politica e del protocollo: solo Pertini ha avuto il coraggio e la faccia tosta di improvvisare a braccio i messaggi di capodanno. I leader politici dei primi anni Ottanta erano tutti a loro modo grigi e controllati: ma il Grande Nonno poteva straparlare, anzi, era lo straparlare che lo rendeva impolitico, che lo rendeva nonno. In un certo senso nel Pertini '78-'85 c'era un embrione di politica-spettacolo, come in Portobello c'era un embrione di tutti i format mediasetteschi che sono venuti dopo. (Questo discorso è molto antipatico, me ne rendo conto: non si parla male del nonno, non si analizza il nonno, il nonno si ama, nel nonno ci si riconosce).

In seguito c'è stato un periodo in cui il Presidente non era neanche più decorativo: era solo Cossiga. Attenzione, perché tra il Kossiga Boia che manda i tank a Bologna nel '77, e il picconatore scatenato '89-'92 c'è una zona d'ombra: nei primi quattro anni della sua presidenza, Cossiga sembrava seriamente impegnato a scomparire, le rare vignette lo ritraevano mentre sporgeva timidamente il naso da una davanzale quirinalesco. Poi cambiò qualcosa, e non è chiaro cosa. L'ordine mondiale, l'equilibrio dei poteri forti? Il dosaggio dei farmaci? fatto sta che l'alba degli anni Novanta fu vivacizzata (come se ce ne fosse stato bisogno) da una nuova figura: il Presidente-Mina-Vagante. Non si è ancora capito, non si capirà mai, se Cossiga stesse finalizzando le intuizioni pertiniane sulla politica-spettacolo a un disegno politico, o se stesse semplicemente buttando tutto in caciara. Il mistero rimane. Se lo porterà nella tomba, prima o poi.

Mentre Cossiga vagava e minava, la politica italiana svoltava verso quella logica bipolare che, a ben vedere, resta un mistero. Prima o poi qualche storico, qualche sociologo, qualche antropologo, qualche psichiatra, dovrà abbozzare una spiegazione sensata: com'è che fino agli anni Ottanta eravamo un popolo centrista ed equilibrato, e poi improvvisamente ci siamo separati in casa, il fratello leghista contro la sorella rifondaròla? E se vi sembra normale che un leghista e una rifondaròla non vadano d'accordo, come vi spiegate che per dieci anni un imprenditore leghista di Cadore è riuscito ad andare d'accordo con un postino postfascista di Latina (mentre un sindacalista di Ferrara scopriva affinità elettive con un prete di Licata?) Com'è successo che proprio mentre nel resto del mondo crollava una barriera, una nazione così varia di culture e di dialetti abbia deciso di spaccarsi? Cos'ha causato questa spaccatura così netta e così simmetrica – poche decine di migliaia di voti da una parte o dall'altra, bruscolini – che ha tagliato in due ogni paese d'Italia, ignorando quasi i graffi e le crepe che c'erano prima?

È stato Berlusconi, si dirà. Ma cos'aveva, cos'ha Berlusconi, per unire il postino che vota Fini e il leghista; e il sindacalista e il prete? È stato la causa, Berlusconi, o un semplice effetto di un sommovimento antropologico ben più profondo? Se non ci fosse stato B., forse ci sarebbe stato qualcos'altro. Ma abbiamo avuto B: e l'Italia si è divisa in pro e contro. Il peso della nazione si è spostato sulle estremità, e l'equilibrio si è fatto difficile. Il Presidente della Repubblica ha smesso di essere inutile e decorativo ed è diventato il perno – o l'ago della bilancia, se preferite. I suoi poteri effettivi restano pochi, ma oggi in Italia basta poco per essere indispensabili – come sa bene Mastella.

E tuttavia l'Italia scissa continuava ad avere un disperato bisogno di nonni in cui riconoscersi: e così ha avuto il nonno Scalfaro e il nonno Ciampi. Sul piano della nonnità, direi che Ciampi, col suo bricabrac risorgimentale è stato un po' meno noioso del baciapile precedente. I discorsi di fine anno si sono quasi dimezzati, per la gioia degli sponsor. Ma se dal Nonno passiamo al Presidente, dobbiamo pur riconoscere che i sette anni di Ciampi sono stati sette lunghi anni di offese alla Costituzione. Può essersi trattata di una coincidenza: ma mi pare che Scalfaro esca dal confronto a testa alta. Nonno per nonno, io avrei rieletto lui. In un periodo di oscurità e lampi, credo che sia stato uno dei pochi concreti salvatori dell'Italia, ecco, l'ho detto.

Adesso, per quel che ho capito, potrebbe toccare a D'Alema. Berlusconi lo considera ancora il migliore dei peggiori, l'unico con cui può seriamente patteggiare (probabilmente si sbaglia, e in realtà su D'Alema ha cambiato opinione più e più volte: ma non stiamo parlando di una persona lucida, stiamo parlando di B). Il suo obiettivo è farlo eleggere soltanto al centrosinistra, al quarto scrutinio: in seguito, se i negoziati non porteranno a nulla, potrà sempre gridare al regime per cinque anni. E avremo altri cinque anni di bipolarismo isterico, coi rappresentanti del partito della legge e dell'ordine che vanno a Rebibbia a visitare l'avvocato di B., colpevole soltanto di aver corrotto dei giudici. Se i comprimari del centrodestra fossero in grado di sottrarsi a questa trappola, l'avrebbero già fatto. Ma comprimari è una grossa parola, per Fini o Casini e persino per Bossi.

Toccava al centrosinistra cercare di smarcarsi, e con Napolitano ci hanno provato. Ma la tentazione di D'Alema fuori dai piedi al Quirinale è molto forte, per uno schieramento che negli ultimi tempi sembra ossessionato dal tentativo di trovare a D'A. una posizione adeguata all'alta considerazione che egli ha di sé stesso. Potrebbero rifarsi vivi i franchi tiratori del Senato, quelli che votarono D'Alema alla camera due settimane fa. Insomma, oggi come oggi se dovessi giocare dei soldi direi D'Alema al quarto. E dico anche che mi starebbe bene.

Proprio così. Su questo blog, negli ultimi cinque anni, sono comparsi più post esplicitamente critici nei confronti di D'Alema che nei confronti di Berlusconi – del resto B. non mi ha mai deluso, il deputato di Gallipoli sì. Eppure nonostante questo (e nonostante i finanziamenti di Glaxo e Philip Morris alla fondazione Italianieuropei, la tangente di venti milioni di lire dal mafioso Cavallari, la Missione Arcobaleno, l'appartamento in centro a Roma, la Banca 121, il sostegno alla cordata Telecom, eccetera), credo che D'Alema potrebbe essere un degno Presidente della Repubblica. Non penso che farà accordi sottobanco con Berlusconi, perché converrebbero solo a B., non più a lui. Non credo che sia effettivamente ricattabile, come sostiene per esempio Travaglio (Berlusconi sarebbe in possesso del testo integrale delle intercettazioni del caso Unipol: non a caso, cinque mesi fa, sulla graticola ci finì solo Fassino). Non credo nemmeno che sia il nonno ideale, ma forse è ora di piantarla, con questa storia dei nonni.
Credo che D'Alema possa funzionare perché tutto sommato non gli manca il senso delle istituzioni. Quello che gli manca è una certa simpatia, quello che gli rimprovero è di essere uno stratega disastroso. Ma al Quirinale non si fa più strategia – e in ogni caso, se riesce a farsi nominare a 57 anni, forse non era così disastroso.

Ma se non ce la fa? Se dopo aver perso la presidenza della Camera si fa soffiare pure il Quirinale da uno di seconda fila? Ci sarà ancora qualche diessino disposto a giurare sul suo fiuto, sulla sua abilità, sulla sua astuzia? Ci sarà ancora qualche seguace della volpe zoppa, del nobiluomo che scansa le poltrone perché le trova troppo acerbe? In altre parole: quante battaglie deve perdere, questo condottiero, prima di un generoso prepensionamento?

martedì 2 maggio 2006

- bruciare la legge 30

La repubblica fondata sul parcheggio

Se l'Italia fosse così fondata sul lavoro come pretende d'essere, detta Italia oggi traballerebbe su fondamenta sempre più precarie. Per fortuna (fortuna?) l'Italia è da un pezzo fondata su basi un po' più solide: mattoni e cemento, i risparmi di mamma e papà: una vita di fatiche e risparmi per una villetta, anche due, la seconda condonata, e speriamo che l'Italia non smotti nel frattempo. Speriamo anche che la bolla immobiliare sia un modo di dire, uno di quegli ossimori tipo parallele convergenti: avete mai visto due parallele convergere? E la bolla immobiliare, l'avete mai vista? Ecco, appunto.

E il lavoro? Massì, ragazzini, se insistete vi diamo anche il lavoro; ma sia chiara una cosa: voi non siete operai, avete studiato, siete la classe consumatrice, e quando i vostri genitori passeranno a miglior vita sarete la classe proprietaria: nel frattempo niente cantieri e fonderie, per quello ci sono i sommersi. Voi non avete bisogno di produrre: avete bisogno di un parcheggio. Voi cercate un lavoro creativo, stimolante, partime, la necessaria continuazione dei vostri cazzeggianti pomeriggi postscolastici: giocavate ai videogames? Arruolatevi nella new economy. Scrivevate poesie? Provate a fare i pubblicitari. Ascoltavate musica? Ci sarebbe un posto da diggei. Consumavate sostanze? Iniziate a rivenderle ai più giovani.

Tutto questo può sembrare un po' precario, ma non si tratta di una vera scelta di vita. Si tratta solo di non stare mani in mano in attesa dei 45-50 anni, quando finalmente entrerete in possesso del vostro ammortizzatore sociale, l'eredità di mamma e babbo. Se nel frattempo il babbo si è risposato con una tailandese – o la mamma è scappata con un nigeriano – o se entrambi, seriamente preoccupati per il vostro futuro si sono fatti convincere a comprare un bel pacco di bond argentini – sono un po' cazzi vostri, il vongole-welfare-state non può prevedere ogni cosa.

I giovani che si lamentano? I giovani che si lamentano sono quelli che non hanno capito il bello del sistema, che la vita comincia a 25 anni, quando hai ancora davanti a te 20 anni di allegra improvvisazione professionale. Ma pensa solo quanti uffici cambierai, quanti contratti, quanti TFR, quanti incontri con chissà quante commercialiste simpatiche e disponibili, e poi da cosa nasce cosa. Oppure sono i figli dei perdenti, quelli che non hanno nessuna villetta da parte: "i figli degli operai" che, come disse lucidamente il mai abbastanza compianto premier uscente, la sinistra vorrebbe mescolare ai "figli dei professionisti", probabilmente per creare un orrido ibrido antropomorfo trinariciuto.

I giovani che si lamentano di solito si scontrano con un muretto dialettico di di quaranta-cinquantenni opinionisti che li irride: ma come? Volete il posto fisso? La pappa pronta? Boulot-metro-dodo? Dove sono finiti gli ideali libertari della nostra generazione, l'immaginazione al potere vietato vietare e bla bla bla? Prego di notare un paio di dettagli:

(1) questi opinionisti sono, appunto, quaranta-cinquantenni: vale a dire che hanno appena ereditato. Se hanno mai nutrito serie preoccupazioni sul loro avvenire, le hanno appena dimenticate. Se è andata bene a loro, perché non dovrebbero svoltare pure i figli? Il pensiero che una certa fase di espansione economica (quella del trentennio che i francesi chiamano "les trois glorieuses": '50–'60–'70) sia definitivamente terminata – e che quindi i figli possano trovarsi in congiunture nettamente più sfavorevoli – non li attraversa nemmeno per sbaglio.
(2) questi opinionisti sono, di solito, giornalisti (= appartenenti a una casta professionale delle più protette al mondo) e spesso nemmeno freelance. Mi piacerebbe vederli, un bel giorno, ricevere la notizia che il giornale intende licenziarli il 30 luglio e riassumerli in settembre, senza pagare ferie, perché così si risparmiano un bel po' di soldi; e poi pensavamo di ri-licenziarti a Natale, e anche tra Pasqua e il primo maggio, ti fai un bel ponte, e puoi sempre chiedere un sussidio disoccupazione.
"Ma chi mi garantisce che mi riassumete?"
"Eh, che domande! Vuoi il posto fisso? Dove sono finiti gli ideali libertari della tua generazione?"

I giovani che si lamentano vorrebbero essere adulti, in un mondo che di adulti non ha molto bisogno.
– Ha bisogno di vecchi, che tengano al sicuro i beni-rifugio (case); vecchi impauriti che ogni cinque anni votino per la sicurezza e la legalità.
– Ha bisogno di stranieri, senza troppi diritti, che facciano il lavoro duro senza complimenti.
– Ha bisogno di giovinastri dediti al consumo di tutte le merci necessarie.

La legge 30, che qualcuno chiama Biagi, va più o meno in questo senso. La legge 30 non prevede una generazione di ventenni o trentenni già adulti. Li tratta alla stregua di ragazzini, desiderosi di rimanere il più possibile in casa dei genitori. Ognuno, naturalmente, può raccontare la storia che preferisce, sulla legge 30. Io racconto la mia.

Si dia una ragazza A, che abita diciamo a 150 km. da un ragazzo B.
Poniamo che A e B vivano in un mondo di comunicazioni istantanee, un mondo dove non è difficile anche a persone lontane incontrarsi e piacersi, e percorrere più volte in un mese il percorso da 150 km., finché detto percorso non viene a noia, il prezzo della benzina continua a salire (i treni locali sono improponibili) e alcuni orologi biologici stanno scampanando da un pezzo.

A questo punto, in un Paese qualsiasi, A e B dovrebbero mettersi d'accordo su un posto dove vivere. Non ha senso che entrambi abbandonino il posto di lavoro: dunque sarà uno solo a rinunciare. Mettiamo che sia la ragazza A.
A questo punto vi aspettereste che la legge 30, che qualcuno chiama Biagi, intervenga per aiutarla: abbandonare un posto fisso per amore, non è il massimo della flessibilità? E non ci piacciono tanto, i ragazzi flessibili?

Sbagliato. Alla legge 30, che qualcuno chiama Biagi, piacciono i ragazzi flessibili finché stanno a casa dei genitori. Se la ragazza A decide di abbandonare il suo lavoro, non ha diritto a nessun sussidio di disoccupazione, neanche per un mese, niente. Perché non è stata licenziata: se n'è andata lei volontariamente. Non per giusta causa, ma per amore – ergo, non ha diritto a un euro. L'aiuteranno i genitori, non hanno un tesoro da parte i genitori? Ah, non ce l'hanno? Si accomodi allora nell'ufficio interinale più vicino alla dimora del fidanzato, e si attacchi alla svelta al primo cocoprò. Svelta! Che il tempo è denaro.

Secondo voi lo farà? Rinuncerà a un posto fisso da millecinquecento euro più benefits per farsi un bel salto nel buio? Per amore? O se ne resterà a casa dai suoi, in attesa di un amore che richieda meno flessibilità?

Io lo so che tutto questo può sembrare buffo, a chi non c'è dentro. Se l'amore c'è, il lavoro, prima o poi si trova; pazienza se è interinale. Quel che vi posso dire è che una cosa è raccontarle, le storie. Siamo tutti Harrison Ford, quando le raccontiamo.
Un'altra cosa è viverle. Quel salto nel buio, è un salto vero. Magari non è così in alto, e il buio non è così buio: ma il salto c'è, e forse voi non lo fareste.

Oppure l'avete fatto, un salto simile, e vi stimo. Ma non ce l'ho con chi non ce l'ha fatta. Ce l'ho con chi non si è mai trovato davanti a una scelta così, e tuttavia ne parla, ne discute, pretende di giudicare una generazione di precari controvoglia. Ce l'ho con chi discute sui giornali perché, storia vecchia, in Italia scrivere sui giornali è roba da privilegiati – e ogni discorso da privilegiati suona falso: sia gli snob che scambiano il precariato per la bohème, sia i pauperisti di chi dice "non ce la fanno ad arrivare a fine mese". Io, per esempio, ce la faccio.
Fino a giugno. Poi da settembre. Nel mezzo m'inventerò qualcosa, finché c'è amore non mi manca il resto.

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