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giovedì 28 settembre 2006

- bamboccioni superficiali a Berlino

Guardami, sono un artista
(ma non tagliarmi la testa)


Gli artisti sono un po’ bambini. I bambini sono un po’ artisti. Quante volte abbiamo sperato di essere un po’ artisti, e invece eravamo soltanto bambini. O viceversa.

I bambini non sono tutti uguali. Ci sono quelli (A) che cercano la tua attenzione – ovvio – perché hanno qualcosa da dirti. Un disegno, una canzone, una storia da raccontarti. Magari non te la sanno raccontare, questo è ovvio, sono bambini. Ma ci provano, e questo spesso è bello, è divertente.
Altri bambini (B), pur cercando la tua attenzione, non hanno veramente nulla da dirti. Hanno soltanto bisogno della tua attenzione, di un attestato alla loro esistenza. Se necessario ricorrono al turpiloquio, urlano, piangono, picchiano i piedi e trattengono il fiato. Questi ultimi bambini onestamente non li amo molto, li trovo molesti e al limite noiosi, ma ammetto che oggi vanno per la maggiore.

Io divido i bambini in queste due categorie, e faccio lo stesso con gli artisti. Ci sono quelli (A) che hanno un messaggio da spiegarti, una storia da raccontarti. Non importa che il più delle volte non sappiano come raccontarla (se sapessero come si fa, sarebbero ancora artisti?) E poi ci sono quelli (B) che non hanno sostanzialmente nulla da dire, a parte: “Ehilà, esisto anch’io, per favore, guardami. Ehi, dico a te: cacca, piscia, guardami. Cazzo, figa, guardami. Cristo, Maometto, Buddha, guardami, esisto anch’io. Sono un artista”.

Detto questo posso provare a spendere i miei 50 eurocent sul caso Idomeneo: è giusto decapitare in effigie Cristo Maometto e Budda sulla scena della Deutsche Oper di Berlino? Per me dipende. Se si tratta di un’operazione di tipo A, sì, forse ne varrebbe la pena. Idomeneo è un eroe Greco che, come Abramo, si trova nella spiacevole situazione di dover sacrificare il proprio figlio a un Dio esigente. E proprio come Abramo, Idomeneo sarà graziato all’ultimo istante. I due miti accennano a una fase cruciale della storia dell’uomo: la rinuncia al sacrificio umano, il passaggio dalla magia al culto religioso. Magari lo scenografo aveva in mente questo. Magari. Non lo so.

Purtroppo, dalle scarse immagini che ho captato via tg, mi sono fatto un’altra idea. Da quelle teste mozzate spira un’aria da grand guignol che mi ha fatto venire in mente tante brutte cose che volevo essermi lasciato alle spalle. La mia tarda adolescenza spesa a portare ragazze d’università in quei teatrini oscuri, off-off-off-off, dove magari un paio d’attori realizzava un remake del Re Lear sputando uova sode sul pubblico. Quella coazione a épater le bourgeois, sempre il solito bourgeois rassegnato a farsi épater da ogni bambino viziato di tipo B. Quell’estetica trasgressiva da Societas Raffaello Sanzio – talmente trasgressiva che ormai ha contagiato anche il prodotto teatrale più conservativo e borghese: l’opera lirica. Tanro che ormai uno un po’ le compiange, le povere signore in visone costrette a sciropparsi tre ore di provocazioni artistoidi con sottofondo di Mozart (e meno male che è Mozart).

Insomma, ho già buttato giù 3000 battute sul caso Idomeneo e non ho ancora centrato il punto: la provocazione antislamica. Ma vedete, il fatto è che stavolta gli integralisti islamici non si erano accorti di niente. Oh, naturalmente da domani il discorso cambia. Ora finalmente è scoppiato il dibattuto e la provocazione dell’Idomeneo è passata sui telegiornali di tutto il mondo: il capoccione mozzato di Maometto è entrato nel palinsesto mondiale e non mancherà di istigare chi è sempre alla ricerca di istigazioni (apprezzate il tempismo: aveva appena fatto in tempo il papa tedesco a chiedere scusa scusa e riscusa per una citazione). Ed ecco, in quest’ansia degli europei di farsi notare, di far scoppiare casi anti-islamici ad ogni costo, mi sembra di ravvedere un certo narcisismo di tipo A: ehi tu, Omar, Mustafà, Alì, insomma, guardami. Faccio delle vignette sul tuo profeta, eddai, incazzati. Gli taglio persino la testa in effige – se non t’incazzi ora, quando?

Naturalmente gli europei hanno il diritto di farlo – e se io ci trovo un sospetto di narcisismo infantile, pazienza, il narcisismo è una sindrome e non è perseguibile per legge.

E poi chissà. Forse, sotto sotto, la vecchia Europa non ne può più, di tutti i suoi figli di tipo B, narcisi e petulanti; isterici piantagrane, sempre pronti a bruciare il papà in effigie (sempre e solo in effigie). Un po’ di provocazione, all’inizio, ci stava anche bene. Ravvivava consuetudini sceniche ammuffite. Ma ormai Brecht è morto, Bene è morto, e gli epigoni riescono a scandalizzare appena i beduini del deserto (ammesso che i beduini captino al Jazeera, e al Jazeera si preoccupi dell’Idomeneo a Berlino). Forse alla fine l’Islam è solo una scusa per darsi un contegno, e cambiare una messa in scena che non funziona più. È un’ipotesi.

Certo si preannuncia una bella lotta, tra l’europeo tremebondo, che ha paura del musulmano cattivo e non osa prendere in giro i suoi profeti, e l’europeo bamboccione che passa il tempo a mozzare Dei di cartone per attirare attenzione. Forse non vincerà nessuno dei due: forse, semplicemente, i bambini cresceranno; smetteranno di avere paura dei mostri e di sollecitare aiuto e attenzione. Sarebbe anche ora.

martedì 26 settembre 2006

- spunti

La legge del Branco

Ringrazio tutti coloro che mi hanno votato come miglior fonte di spunti, portandomi sul podio dietro a Luca Sofri (complimenti) e davanti ad Akille (nyeah! nyeah! nyeah).
Anche se – adesso posso dirvelo – secondo me vi siete sbagliati. Voglio dire, dove sono tutti questi spunti? Io sto scrivendo sempre le stesse cose. Ho pochi argomenti e raramente cambio idea.

Insomma mi sembro il contrario di quel tipo di blog curioso, che spazia nello scibile umano quotidiano alla ricerca di perle e di porci. Tra l’altro mi piacciono i blog così. Ma io mi somiglio piuttosto a quel tipo di blog che andando avanti negli anni è sempre più selettivo e monomaniaco, sempre più preso da certi cazzi suoi, quel quarantenne che non chiama più nessuno e nessuno lo chiama, si coltiva le proprie personali ossessioni e fine.

Uno che ogni giorno disimpara qualcosa non solo sul mondo, ma persino su sé stesso – ci sono annate di me stesso che mia madre sta chiudendo in scatoloni, per via di un trasloco (i miei genitori crescono, adesso mettono su casa). “C’è qualcosa che ti serve, che t’interessa?” No. Meglio non buttar via, ma grazie, no, niente.

Io che anni fa mi piccavo di avere un parere su tutto, adesso vado in crisi davanti a un qualsiasi tg della sera. C’è tutta una serie di problemi di cui davvero, non saprei e non vorrei dir niente. Non è solo il processo Cogne che riapre e i reporter che si lamentano per lo scarso pubblico. È qualcosa di più profondo. È l’escalation di malati angoscianti che battendo le ciglia avanzano le proprie richieste. Uno vuole morire. Un altro - visto ieri al TG - vivrebbe anche, ma chiede un sacco di soldi. E io da che parte sto? Ho già cambiato canale, scusate. Sul serio, se il dilemma morale è Quanto Concretamente Scuciresti Per Tenere In Vita Uno Che Riesce Solo A Sbattere Le Ciglia, io passo.

È Prodi in Cina che fa quello che stanno facendo tutti i governanti italiani dal 1990 in poi, in perfetta coerenza con le direttive di Ciampi quando faceva l’amatissimo presidente: riallaccia relazioni industriali e chiede di sospendere l’embargo alla vendita di armi che penalizza i poveri armaioli della Val Trompia. Si noti qui per inciso che Prodi agli industriali deve permettere cose concrete, non si può permettere di stordirli a suon di puttanate come il caro vecchio Berlusconi. E quindi io cosa ne penso? Io passo.

E poi l’affare della bimba bielorussa. Che è una cosa tremenda sotto qualunque punto di vista – qualsiasi parere mio o vostro non ridurrà i tempi di dimezzamento delle radiazioni intorno a Cerbobyl, dove quei bambini vivono e continueranno a vivere anche quando l’ondata d’interesse si sarà spostata. Nel frattempo c’è una coppia italiana che ha messo il destino di una bambina al di sopra di tutto. Come forse è giusto che sia – salvo che in quel “tutto” c’è anche il destino di 28mila bambini come lei che non potrebbero più tornare in Italia per l’estate se la Bielorussia s’impunta. E se voi riuscite a formulare un parere voi, complimenti. Io, finché ho potuto, ho cambiato canale.

Poi la curiosità ha mangiato il gatto – a un certo punto mi sono chiesto: ma questi due, dall’aria così normale, come hanno fatto a improvvisarsi da un momento all’altro ladri di bambini e fregare carabinieri e polizia? È un’arte che non s’improvvisa. Ti serve una cappa di omertà irriproducibile in laboratorio, una rete di complicità coltivate per anni, decenni, generazioni. La capacità di comunicare attraverso canali informali e assolutamente sicuri (scordati ti poter usare un cellulare, ma anche un fisso; c’è da tornare al Morse). Non ti basta certo la seconda casa di un amico – occorrono basi logistiche in località sconosciute, covi, tane, insomma, come hanno fatto questi due? Mi sembrava impossibile.

Poi l’altro giorno, sfogliando un blog che è una fonte di spunti, ho scoperto l’arcano (ed è stato come ritrovare un pezzo di me in uno degli scatoloni di mamma). Sono due capi scout. Ok, allora è tutto chiaro. Non la troveranno mai. È un male? È un bene? Ditelo voi. Io non posso esprimere pareri, preferisco fingere di trovarmi davanti a uno di quei film americani primi anni Ottanta che spesso faceva Spielberg, quando gli uomini dei sobborghi erano ancora caparbi, fantasiosi e ribelli, e per una giusta causa fottevano di gusto l’ottuso sceriffo e l’FBI. Al tempo in cui ero un lupetto, appunto.

giovedì 21 settembre 2006

- teaching teachers 5

La Passione delle Sante Prof.sse
(Ovvero: perché la scuola italiana - che pure non è malaccio - è destinata a tornare all'età della pietra nel giro di vent'anni).

Gli insegnanti si lamentano, per definizione. Io a mia discolpa posso dire che non mi lamento per l’orario, o per i soldi, o per la burocrazia, o per l’alienazione. Tutti buoni motivi per lagnarsi, intendiamoci, ma io ne ho trovato uno più originale: la formazione. Nessuno mi ha insegnato a insegnare, e questo secondo me è molto grave.

Di solito, a questo punto, c’è sempre qualcuno che scuote la testa e dice: se ragioni così, non puoi essere un buon insegnante. Ti manca qualcosa, che nessuno ti può insegnare. Di solito si tratta della passione. Pare proprio che a me manchi la passione. E un po’ mi spiace, di andare in giro così frigido per le scuole del mondo. Per me insegnare dovrebbe essere una disciplina. Una pratica. Un metodo. Ma pare che non sia nulla di ciò.

Se ci fosse un modo per impararla, la passione; ma il punto è proprio questo: come diceva Louis Armstrong, se devi chiedere cos’è il jazz, non saprai mai cos’è il jazz. Così, se mi fermo a chiedere a una collega cos’è questa benedetta passione di cui tutti parlano, renderò evidente quello che invece dovrei occultare, e cioè che non ho la minima idea di cosa sia la passione per l’insegnamento.

Questo non significa, badate, che io non ami insegnare. Mi piace un sacco, anzi. Parlare coi ragazzini è divertentissimo. Se nessuno mi ferma posso andare avanti a contar palle per ore, senza neanche menzionare l’isola di Guam; ieri per esempio in una lettura siamo inciampati nella parola “estasi”, e ho cercato di spiegare cos’era l’estasi; ho frugato nello scaffale alla ricerca dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini, e non trovandola mi sono messo a mimarla: c’è l’angioletto che fa così, e c’è la Santa che fa così, con tanto di occhi sbarrati, da cui poi deriva tutta una moda di dipingere i Santi con gli occhi all’insù, in una smorfia d’estasi, appunto. Tutto questo è divertente per chi lo fa, a volte forse anche per chi assiste; ma un conto è movimentare una lezione, un altro conto è programmare, valutare, dialogare coi ragazzi, rapportarsi coi genitori, eccetera eccetera. Se si trattasse solo di contar palle ai ragazzini, la passione ce l’avrei. Ma sarei un bravo insegnante? No, sarei solo un appassionato contapalle. Ne ho avuti di insegnanti così, e non li stimavo poi molto. Mi sembravano un po’ persi nei loro piacevoli percorsi privati – come Santa Teresa, appunto.

Così, chissà, forse una certa passioncella ce l’ho. Ma non mi fido, non è una cosa che mi aiuti veramente a capire il mio mestiere; spesso anzi mi ha messo sulla cattiva strada. Quanto durano i matrimoni di passione? Secondo me è solo un totem che ci siamo costruiti. Quando ci siamo accorti che il sistema ci lasciava soli, nelle aule, davanti a torme di studenti esigenti, abbiamo sentito un profondo magone dentro il cuore e lo abbiamo chiamato “passione”. Ma noi non siamo mistici del Seicento. Siamo in mezzo alla gente, in una posizione delicatissima. Abbiamo una responsabilità oggettiva – se un ragazzo in gita cade da un cornicione abbiamo anche la responsabilità penale. Altro che passione. Professionalità, ci vorrebbe. Eppure.

Eppure devo ammettere una cosa. Che se nella scuola italiana c’è un po’ di professionalità – anzi, ce n’è molta – la dobbiamo tutta a una generazione di insegnanti che dalle cattedre di pedagogia o didattica ha avuto pochissimo aiuto; le babyboomers che sono entrate in ruolo a partire dagli anni Settanta, incassando una sfilza impressionante di riforme scolastiche, e traghettando la scuola italiana dalla penna bic a wikipedia senza quasi una piega. Anno dopo anno, la scuola l’hanno fatta loro; nessuno gliel’ha insegnato, nessuno era in grado. Se a voi il risultato non piace, vi garantisco che poteva essere molto, molto peggio di così. La scuola degli ultimi trent’anni non aveva un progetto; nemmeno una direttiva coerente; tutto quello su cui poteva contare erano queste signore, e tutto quello su cui queste signore potevano contare era… la loro passione. Un materiale umano fantastico. Sul serio.

Ma allora il problema qual è? Se abbiamo buoni insegnanti, chi se ne frega delle teorie pedagogiche?

Il problema è presto detto: queste insegnanti stanno per andare in pensione. Tutte insieme, tutte in una volta (il solito problema dei babyboomers: hanno fatto la maturità tutti assieme, la rivolta tutti assieme, il matrimonio e il divorzio, il lavoro e adesso la pensione).

Siccome se ne stanno andando tutte, non ci sarà molto tempo per il trapasso delle nozioni – che, come sanno gli antropologi, è un il momento fondamentale per la sopravvivenza di una civiltà. Se un vecchio cromagnon non si fosse ricordato di insegnare al nipote come si accende il fuoco, staremmo ancora nelle grotte.

Ma ammesso che ci sia il tempo, il problema è che queste eroiche babyboomers non saprebbero come insegnarci ad appiccare il fuoco dell’istruzione, perché… per loro era una cosa interiore, una passione. Come chiedere a Louis Armstrong come si suona il jazz. O a Santa Teresa come si decolla. Se devi chiedere, non lo saprai mai, dannazione. E questo significa semplicemente che la civiltà evoluta degli insegnanti italiani sta per estinguersi; e che nel giro di vent’anni la scuola italiana è destinata a tornare nelle grotte.

Me compreso.
Ah, che bel vivere. Che bel mestiere. Di qualità.

martedì 19 settembre 2006

- io respiro, e tu?

Cristo! Io non nego a nessuno il diritto di avere paura. Chi non ha paura della guerra è un cretino. E chi vuol far credere di non avere paura alla guerra, l’ho scritto mille volte, è insieme un cretino e un bugiardo. Ma nella Vita e nella Storia vi sono casi in cui non è lecito aver paura. Casi in cui aver paura è immorale e incivile. E quelli che, per debolezza o mancanza di coraggio o abitudine a tenere il piede in due staffe si sottraggono a questa tragedia, a me sembrano masochisti.

Branco di smidollati, addio.

Oriana Fallaci, negli uomini, apprezzava soprattutto il coraggio. Lo ha detto lei, in un'intervista che stanotte non trovo.

Tra tante cose che ha scritto, questa mi sembra essenziale: perché riassume molto bene quello che OF pensava di me che scrivo, di te che leggi, insomma di noi occidentali di oggi, che intorno ai discorsi di OF amavamo disputarci. Che la detestassimo, o che l'ammirassimo alla follia, una cosa è certa: lei, da parte sua, ci disprezzava.

E più della Rabbia, più dell’Orgoglio, forse quello che ci pungolava di più era questo enorme, massiccio Disprezzo, per una generazione di... mah, come ci chiamava, lei? Smidollati? Forse avrebbe usato un’altra parola, più anglo-vernacolare (Cazzo, strafottuti bastardi), ma ci siamo capiti. Oriana Fallaci negli uomini apprezzava soprattutto il coraggio, e il coraggio negli uomini d’oggi hai un bel cercarlo, non lo trovi. Effetti collaterali di una troppo lunga pace: così OF s’era ridotta a cercare il fiore selvatico del coraggio in esotici teatri di guerra, il Vietnam, la Grecia, il Libano. Laggiù gli uomini erano ancora uomini, e le donne pure. Ma da un po’ di tempo persino la guerra aveva perso il suo fascino. Nel suo bel coccodrillo Bernardo Valli ricorda la delusione della prima campagna del Golfo, quando Oriana si era trovata davanti la nuova guerra chirurgica, asettica, senza teatro e senza coraggio. La fine della generazione epica dei reporter di guerra, temerari e tutti d’un pezzo. La fine degli uomini. A quel punto, per Oriana, non restava che chiudersi nel suo studio e disprezzarci tutti quanti.

Questo disprezzo, diciamo la verità, è abbastanza fondato. Vogliamo riepilogare cos’è stata, Oriana Fallaci, dall’11 settembre in poi? La Cassandra dell’Occidente? La barda del conflitto di civiltà? Per me OF è stata, soprattutto, la resa del neo-fascismo occidentale. Cerco di spiegarmi.

Il vecchio fascismo, quello del 1919, all’inizio era ben poca cosa. Un giornalista impetuoso e uno spettro da agitare. Lo spettro era il comunismo, la rivoluzione bolscevica; il giornalista Mussolini: e all’inizio ebbe vita grama. Trombato alle elezioni, persino incarcerato. Ma alla lunga la spuntò. La fortuna ha qualche riguardo per i coraggiosi.

Il nuovo fascismo, nel 2001, aveva tutte le carte in regola per risorgere alla grande. Dopo decenni di riflusso, aveva finalmente trovato lo spettro giusto da agitare: l’Islam. Non restava che trovare l’Uomo. E in teoria sul mercato gli Uomini non mancavano; di aspiranti neo-mussolini e neo-hitler, coi loro nuovi Mein Kampf, ce n’erano parecchi. Ma all’atto pratico, tutto quello che ci siamo trovati è stata questa Vecchia Zia Rimbecillita, con la sua Rabbia, il suo Orgoglio, la sua personale Apocalisse. Se il neofascismo era tutto qui, possiamo tirare il fiato (ma attenti alle prossime generazioni).

La tempistica è impressionante. L’11 settembre un gruppetto di terroristi dirotta quattro aerei devastando World Trade Center e Pentagono; l’Occidente (smidollato) ammutolisce.
Due settimane dopo, in una provincia dell’Impero, un leader populista azzarda un paio di affermazioni da conflitto di civiltà. Si chiama Silvio Berlusconi, esalta la "superiorità" della "civiltà occidentale" su quella dei Paesi musulmani e afferma che l'Occidente è destinato a continuare ad "occidentalizzare e a conquistare i popoli". A quel punto il neofascismo poteva aver trovato il suo primo piccolo duce…

…Sennonché, nel giro di poche ore, SB si rimangia tutto. Non lo voleva dire. È stato frainteso. Non l’ha mai detto. Negli anni successivi, Berlusconi diventerà un timidissimo sostenitore della Guerra al Terrore di Bush, e più volte insisterà sulla necessità del dialogo ad oltranza con l’Islam. Perché a fare la guerra vera all’Islam ci vuole il coraggio, e il coraggio uno non se lo può dare. Per 5 anni Berlusconi si limiterà a presiedere il governo smidollato di un Paese di smidollati. La sua carriera di neoduce è già finita alla fine del settembre 2001.

Ai primi d’ottobre dello stesso anno, il Corriere della Sera aveva pubblicato La rabbia e l’orgoglio. L’operazione è subito chiara: c’è in Italia un ventre molle che non ne può più del politically correct, che odia l’Islam (ma soprattutto lo teme), che ha apprezzato le uscite neofasciste di Berlusconi ed è rimasto deluso dalla sua pronta smentita; una moltitudine di lettori che non hanno ancora il coraggio di affermare a voce alta che i musulmani sono cattivi e puzzano. Aspettano qualcuno che li sdogani, ma non c'è? Non c’è un solo giornalista in Italia che abbia il coraggio per cavalcare quest’onda d’odio, come Mussolini cavalcò l’incubo rosso nel 1920? Parrebbe di no. Siamo un popolo di smidollati, che leggono giornali scritti da smidollati. Per trovare un editorialista disposto a dichiarare il conflitto di civiltà, il Corriere si riduce a bussare all’attico di Manhattan, alla Vecchia Zia.

E la Vecchia Zia si sobbarca. Non per denaro, sarebbe sciocco anche solo pensarlo. Lo fa perché ci vuole coraggio, e coraggio la Zia ne ha avuto da vendere, fino alla fine. Alla sua età, poi, forse anch’io tra un cancro e una fatwa punterei sulla fatwa. Ma non faccio testo, sono un pacifista e i pacifisti, si sa, sono smidollati in partenza.

Sarebbe piuttosto il caso di notare, a Zia morta, quanto siano smidollati i suoi presunti fiancheggiatori - per i quali a dire il vero non ha mai avuto molte parole gentili. A partire da Bush, che prima lancia una Guerra Infinita e poi la finanzia col contagocce, trasformandola in un Vietnam a bassa intensità, senza gloria né infamia. Per continuare con i vari leader europei sempre con la scusa pronta: Berlusconi ieri, Ratzinger oggi – e sembra di sentirla dalla tomba, la Vecchia Zia atea, “Santità, tiri fuori le palle!”. Per proseguire coi Direttori e gli Editori, che alle spalle della Vecchia Zia hanno lucrato non poco, e oggi con un giro di parole sono già pronti ad accodarsi al governo nuovo, smidollato come quello vecchio. E per finire con le piccole Oriane Fallaci in trentaduesimo che nei forum e nei blog continuano a rovesciare improperi contro i pacifisti smidollati che non capiscono la necessità di una Guerra all’Islam – un popolo di guerrafondai che in 5 anni non ha mai pensato seriamente alla possibilità di arruolarsi: come se mancassero le trincee. Smidollati della peggio razza. Gente che amava Oriana, senza meritarsela. Non credo che lei li abbia mai veramente ricambiati.

Del resto chi se ne frega, adesso non c’è più. Magari è da qualche parte a intervistare uomini coraggiosi. Gente con le palle. Mohammed Atta, Al Zarqawi, tipi così. Nemici, certo. OF ha sempre intervistato i suoi nemici, gliele ha sempre cantate chiare. Mica come noialtri smidollati, che giorno per giorno, un respiro dietro l'altro, ci rassegniamo a vivere.
I'm breathing ... Are you breathing too? ...It's nice, isn't it? It isn't difficult to keep alive, friends - just done make trouble - or if you must make trouble, make the sort of trouble that's expected. Well, I don't need to tell you that. Good night. If we should bump into one another, recognize me.

venerdì 15 settembre 2006

- migliore fonte di sputi

MacchianerAward 2006: Nomination

Possibilità di vincere, minime; quindi la linea sarebbe snobbare. Io nei premi non ci credo. (Anche nelle classifiche. Nelle statistiche. In niente).

D'altro canto è per me un onore avere ottenuto due nomination per i macchianera blog awards 2006, come "miglior fonte di spunti" e "miglior blog di opinione". Se volete votare per me, io non mi offenderò, sono tollerante. Sarebbe bello trovarsi davanti a Di Pietro, sarebbe impietoso sorpassare Scalfarotto. Ma è già bello esserci.

Tanto più che vincere un macchianera blog award non cambia la vita: e se lo dico, è perché almeno uno l'ho già vinto, due anni fa, sempre come "miglior fonte di spunti". Che non si è mai capito bene cosa significhi - forse qualcuno aveva letto "miglior fonte di sputi" e pensò subito a me.

All'inizio pensavo di fare qui una lista di chi bisognerebbe votare e chi no, e quelli ingiustamente esclusi dalla nomination (polaroid!), ma la verità è che non voglio litigare con nessuno - ho poco tempo e quel poco non lo passo a leggere blog. Soprattutto non a scoprirne di nuovi. E' un mondo che conosco sempre meno, e mi dispiace. Come direbbe il cantautore, da qualche parte c'è una casa più calda, e sicuramente esiste una fonte di spunti migliore. Grazie comunque per la fiducia.

PS: ahem, avete tempo fino a domani (sabato).

mercoledì 13 settembre 2006

- teaching teachers 4

Il Lato Oscuro della Cattedra

Ricapitoliamo?
La SSIS è nata per colmare una deficienza dell’università italiana, che non è in grado di formare all’insegnamento. Ed è stata immediatamente appaltata all’università italiana: che continua a non essere in grado di formare all’insegnamento. È come se ai manager geniali che sono riusciti ad andare in rosso con la Tim, dopodomani fosse offerta la gestione di Vodafone, perché comunque sono ragazzi svegli che si meritano una seconda possibilità. Ma l’università italiana è sveglia? Si merita una seconda possibilità?

Le facoltà umanistiche italiane sono rimaste congelate a metà di un famoso percorso: quello da università di élite a università di massa. Per tanti docenti questo significava, semplicemente, allargare le aule (non il numero di lezioni), ridurre l’interazione tra professore e studente, e creare un centinaio di ricercatori invece che una dozzina.

Peccato che il mercato del lavoro non abbia nessuna necessità di centinaia di ricercatori in materie umanistiche (anche bravi). Avrebbe invece qualche necessità di insegnanti capaci. L’università, questa esigenza, non l’ha mai capita davvero. Comunque, se proprio insisti, con un sovrapprezzo e due anni di frequenza in più, oggi è in grado di abilitarti all’insegnamento senza farti passare attraverso l’odioso concorsone ministeriale. Gli esami finali delle SSIS sono in mano a commissioni interne, che come tutte le commissioni interne del mondo non hanno nessun interesse a bocciare i loro esaminati.

Di buono, nelle SSIS, c’è la possibilità di fare stage nelle scuole (che di manodopera sottopagata o non pagata hanno disperato bisogno): così almeno si torna a scuola prima di firmare il primo contratto. La scuola è un mondo che tutti pensiamo di conoscere bene, per averci passato più di dieci anni: ma nel frattempo ne sono passati altri 15; è cambiata (un po’) la scuola, e siamo cambiati soprattutto noi. Al di là di tutte le teorie sull’apprendimento (che nessuno t’insegna), il passaggio dall’altra parte della cattedra è sempre uno choc. Così, in mancanza di teorie robuste, almeno si fa pratica.

Ma a questo punto siamo daccapo. Prima delle SSIS, l’unico modo di diventare un buon insegnante era fare esperienza (pagata). Tanto peggio per le centinaia di studenti che si beccano l’insegnante inesperto ancora in rodaggio. Ora, con le SSIS, c’è la possibilità di fare qualche esperienzuola in più – non pagata. Non mi sembra un grandissimo passo avanti. Soprattutto, nel 2003 non mi era chiaro perché centinaia di sissine con qualche esperienzuola dovessero passare davanti a precari storici che avevano anni e anni di solida pratica tra i banchi.
Quanto a me, dopo due anni non avevo né un’esperienza veramente solida, né la spinta delle sissine. Il mio destino era vivacchiare nel fondo di una graduatoria di supplenti: girarmi la provincia per una manciata di punti, in attesa di un’assunzione a tempo indeterminato che si faceva via via più lontana. All’inizio ero un po’ spaventato, così feci una cosa inconsulta. Ribussai alla porta dell’università, dove credevo che nessuno mi conoscesse più. Feci un paio di concorsi e vinsi una borsa di studio. Così, capite, in questo momento sto mangiando in due piatti – e sto sputando in entrambi. Forse la vocazione di ciarlatano ha ripreso il sopravvento.

Quest’estate avevo un po’ di tempo, così ho voluto provare a fare il ricercatore sul serio: sono andato in Connecticut e mi sono chiuso in una biblioteca pressurizzata con 40 scatoloni di manoscritti. Stavo bene, finché non mi è arrivata una mail. Il Ministro dell’Istruzione, anzi della Pubblica Istruzione, aveva deciso di assumermi a tempo indeterminato.

“È impossibile. Sono in fondo alla graduatoria. Secondo i miei calcoli fino al 2010…”
“Se invece di fare dei calcoli ti leggessi il giornale, scopriresti che Fioroni non sta pescando dalla graduatoria, ma dalla vecchia lista degli abilitati del Concorsone ’99”.
“E le sissine?”
“Imparano a votare Berlusconi. Senti, qui c’è la lista delle scuole della provincia. Sembra proprio che tu possa scegliere dove andare. C’è una scuola dove passeresti volentieri tutto il resto della vita?”
“No. Io non posso scegliere. Non ho mai scelto in vita mia”.
“Ora puoi”.
“Ma non voglio. È troppo tardi. Io questa cosa del precariato ormai l’ho interiorizzata. Io voglio farmi delle avventure, un anno nel ghetto e uno nella scuola dei fighetti. Conoscere tante prof diverse. Arrivare al collegio docenti coi libri dell’università e strafottermi di tutto, perché tanto nessuno mi spiegherà nulla. Non voglio mettere radici! Io con la scuola ci faccio solo sesso, non ho la minima intenzione di sposarmi”.
“Invece ti sposerai”.
Per telefono.

lunedì 11 settembre 2006

- i want to be a part of it

11/9, easy and chic

Ma questo 11 settembre 2006, non vi sembra un po’ in ritardo?
In che senso? In nessun senso. Indubbiamente oggi è l’11 settembre 2006, eppure: cinque anni? solo cinque anni? In America sembravano almeno sette, otto. Quattro euro fanno cinque dollari, non sarà così anche per gli anni? Di là il tempo passa più in fretta. O succedono più cose. O c’è più tempo per pensarci sopra. O altri motivi che conosco.

Insomma, non ho la minima idea del perché, ma posso scommettere una cosa. Scommetto che stamattina capiterà a tutti voi, tra Internet tv e giornali italiani, di imbattersi nel Pezzo Autoreferenziale Tipico Sull’11 Settembre. Quello, per intenderci, scritto rispettando la seguente scaletta:

L’11 settembre di cinque anni fa io ero [da qualche parte] a [fare qualche cosa], quando mi dissero che le due torri erano crollate [oppure lo vidi alla tv, o il telefono, internet, l’autoradio] e pensai: niente sarà come prima.
Fine.


Oltre ad averne letti e straletti, di pezzi così, a volte li abbiamo pure scritti: in fondo a cosa serve un blog, se non puoi nemmeno raccontare dov’eri l’11/9/01? Qualche anno fa qualcuno organizzò persino un blog collettivo per raccogliere tutte queste cose autoreferenziali che, evidentemente, interessavano ancora a qualcuno. E oggi? Oggi credo di no: se il genere sui media va ancora forte, è per inerzia, o più semplicemente perché raccontare i fatti propri è un modo molto economico di riempire colonne. E anche in tv dopo i soliti filmati (più o meno gli stessi), qualche servizio sulle esequie ufficiali, qualche clip inedita o rara di Bin Laden, di spazio probabilmente ce n’è. Si potrebbe occupare con qualche riflessione (tenendo sempre presente che Niente Sarà Come Prima); ma il rischio di dire banalità è tale che forse è meglio sorteggiare un Vip a caso, telefonargli e chiedergli: Dov’Eri Tu l’11 Settembre?

Ecco, la mia sensazione è che oltre Atlantico questa fase sia abbondantemente superata. Nessuno si è dimenticato l’11/9 (anzi): ma l’autoreferenzialità sulla grande tragedia che ha inaugurato il secolo è finita – del resto i secoli, una volta inaugurati, devono andare avanti. E così, mentre in Italia continuiamo a tirar fuori i nostri vecchi album dell’11 settembre, negli Usa ci si interroga sulla più grande tragedia americana della storia recente: che non è più l’11/9, ma Katrina.

Qui non si tratta di stabilire quale delle due tragedie sia stata più grave, o più simbolica, o più luttuosa. Né di tifare per il documentario di Spike Lee contro il film di Oliver Stone. L’idea di un settembre 2001 e un settembre 2005 l’un contro l’altro armati, di una tragedia “di sinistra” (l’uragano) da contrapporre a una tragedia “di destra” (l’attentato più cruento e spettacolare della Storia), è una sciocchezza. Piuttosto val la pena di chiedersi: perché in Italia si continua a parlare così tanto di 11/9 (anche in mancanza di cose da dire) mentre Katrina ha forato così poco? È solo una questione di ritardo, come coi telefilm? Stiamo aspettando il doppiaggio? Due ipotesi.

Prima ipotesi: l’11/9 è semplice. Un grande vecchio cattivo decide di umiliare la nazione più potente del mondo con un diabolico piano. Il piano funziona, uccidendo migliaia di persone, ma la nazione attaccata reagisce compatta. Tutto qui. Qualunque storico o politologo potrebbe spiegarlo in modo più complesso, ma in sostanza l’11/9 si può ridurre a questo: una storia con buoni e cattivi che si può spiegare ai bambini. Pochi episodi della Storia si prestano a un’interpretazione così rassicurante. A me viene in mente soltanto la Seconda Guerra Mondiale: anche lì, gira che ti gira, buoni contro cattivi – coincidenza, di solito chi ha il pallino dell’11 settembre ha anche il pallino della guerra antinazista: buoni contro cattivi, e indovina un po’ da che parte stiamo noi.
Katrina, per contro, è la classica catastrofe postmoderna, con una lista di responsabili che non finisce più. Si va dal Padreterno – che poteva darci un pianeta meno turbolento – al Presidente Usa che misconosce il riscaldamento globale e taglia i fondi, al Governatore che non li investe in dighe, alla polizia che prima spara poi chiede, giù giù fino al singolo cittadino che, appena tagliano la luce, si sente autorizzato a rinnegare la civiltà e saccheggiare quanto può. Chi è il buono? Nessuno. Non è una storia che possa veramente piacere a noi bambini.

Seconda ipotesi: l’11/9 è chic. Mentre in fin dei conti, Katrina è solo un uragano. Sì, d’accordo, un uragano che affonda e getta nel caos una metropoli del Paese più potente del mondo ha qualcosa di eccezionale: ma un uragano per noi sarà sempre Terzo Mondo.
L’11 settembre rimane la nostra tragedia perché, alla fine dei conti, New York rimane la nostra città: l’orizzonte a cui aspiriamo. E questo spiegherebbe anche il nostro delirio autoreferenziale: perché continuiamo a raccontarci che eravamo in autostrada, o al lavoro, o dormivamo, e ci siamo fermati in un bar, o davanti a una vetrina di tv… chi se ne frega? Raccontarci serve a sentirci parte di una comunità ricca, affermata, improvvisamente minacciata nel suo simbolo più alto e prezioso. Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico.
Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta. Per un disastro da Terzo Mondo possiamo commuoverci, perfino mobilitarci (basti pensare al diluvio di offerte che seguì lo Tsunami): ma immedesimarci, questo no. Abbiamo ancora un certo contegno.
(Eppure intanto l’America va, e noi arranchiamo).

venerdì 8 settembre 2006

- teaching teachers 3

Riassunto delle prime perdibili puntate: in Italia c'è una tradizione umanistica che forma molti, troppi sventurati letterati, il cui unico sblocco è l'insegnamento... un lavoro difficile, a cui nessuno li prepara! Ma per fortuna è stato trovato un rimedio, la SSIS...

Non ce l'ho con le Sissine

La SSIS è la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario. È stata istituita pochi mesi prima del famoso Concorsone, quando si stabilì che non ce ne sarebbero stati altri. Io, in effetti, mi sono laureato nell’ultimo scaglione che aveva ancora il diritto di partecipare al Concorsone: dopo di me, per accedere all’insegnamento, occorreva iscriversi appunto alla SSIS. Faccio dunque parte di un’altra generazione rispetto alle sissine, anche se alcune di loro hanno praticamente la mia età.

(Ne parlo al femminile, perché il mondo della scuola è femmina. La lingua italiana – come tantissime altre – è incredibile: se in un’aula di cento maestre entra un maestro, di colpo nell’aula ci sono “101 maestri”. La sciocca rivalsa dei mille piccoli spermatozoi contro l’unico ovulo).

La SSIS, come dice il nome, è una scuola che ha il compito di formare gli insegnanti: di riuscire, cioè, laddove l’Università umanistica italiana ha fallito. Da questo punto di vista, la SSIS rappresenta la risposta al mio interrogativo esistenziale: perché nessuno mi aveva insegnato l’unico mestiere che il mio corso di laurea mi consentiva di fare? Perché nessuno aveva ancora pensato a istituire la SSIS. Perfetto. Peccato soltanto essermi laureato troppo presto.
D’altro canto, la SSIS dura altri due anni e – a differenza di gran parte delle università umanistiche italiane – costa. 1450 euro l’anno, se non sbaglio.

Questo è curioso. Non c’è nulla di male a pagare per imparare un mestiere – ma perché deve costare soltanto il biennio finale? Nei confronti degli studenti umanisti, lo Stato assume sempre di più gli atteggiamenti di un pusher. Il primo tiro è gratis – i primi quattro anni scorrono lisci, il livello generale d’insegnamento è buono, le lezioni sono affascinanti, gli esami sono relativamente pochi e non impossibili, persino il corso di studi è (o era) abbastanza libero. Come diceva un mio prof, ci sono corsi di laurea che sono impervi sentieri di montagna, ma Lettere è un autostrada. Già.
E come in ogni autostrada italiana che si rispetti, il pedaggio salato si paga alla fine. Dopo averti assuefatto alla cultura umanistica, dopo averti impedito di diventare nient’altro che un insegnante, il neolaureato scopre che per diventarlo davvero deve pagare. Ripeto, se c’è da pagare si paghi, ma perché soltanto nel tratto finale?

Il prezzo – in fondo non eccessivo – andava sommato agli altri due anni di probabile non occupazione. Sommati ai 4 anni di un corso di laurea in lettere, fanno 6: in realtà si arriva facilmente a 8, se non 9 o più. Questo ritardo assolve anche a una funzione economica: visto che comunque di insegnanti ce ne sono troppi, un modo per liberare dei posti è assumerli sempre più tardi. Si tratta di una pezza, naturalmente – specie se nel frattempo disincentiviamo i più anziani ad andare in pensione. Ma insomma, i due anni di SSIS funzionano anche come parcheggio. (Questa funzione di parcheggio si potrebbe estendere, a voler essere pessimisti, a tutto il sistema educativo umanistico italiano, dal liceo classico in su: siccome non sappiamo che lavoro insegnarvi, vi diamo una cultura di élite, così almeno sarete infelici con stile).

La SSIS, insomma, è una creatura insieme provvidenziale e diabolica. Riassumendo:
1. Insegna finalmente i laureati umanisti a insegnare.
2. Screma i candidati all’insegnamento meno motivati.
3. Parcheggia per altri due anni i candidati più motivati, in attesa che si liberi un posto.

La SSIS è un’invenzione di sinistra, che la Moratti non disdegnò. Ma non fu lei a permettere il sorpasso del 2003, quando io e molti altri reduci del Concorsone furono calpestati dalla prima ondata di sissine. Lei tra SSIS e Concorsone aveva cercato di barcamenarsi, in fondo eravamo tutti figli del buon Dio ed elettori. All’uscita delle prime sissine, cercò di tranquillizzarci regalandoci qualche punto in più. Fu il Terribile Tar del Lazio ad opporsi alla sua decisione, non so il perché. Il Terribile Tar è al di sopra del bene e del male.

Quella tra sissine e figlie del Concorsone è una guerra generazionale, ma soprattutto una guerra tra povere. Da una parte, trenta-quarantenni precari da una decade, eterni supplenti. Dall’altra giovani neo-laureate ferrate in pedagogia, ma senza trascorsi nelle aule. Naturalmente i primi tesseranno l’elogio dell’Esperienza, l’unica severa maestra di vita. Le seconde preferiranno far notare che hanno studiato didattica, loro, pagandola anche salata.

Io, che sto in mezzo, quasi quasi do torto a entrambi. Non mi fido così tanto dell’esperienza – ma mi fido poco anche della SSIS. Purtroppo, posso parlarne solo per sentito dire: chi l’ha fatta di solito non ne parla un granché bene, e più che porre l’accento sulla didattica e sulla pedagogia, tende a lamentarsi d’aver speso due anni e 3000 euro senza la certezza matematica di un impiego.

Io, ripeto, non trovo nulla di sbagliato nell’idea della SSIS. Preso atto che l’Università è incapace di formarti all’insegnamento, non restava che escogitare una formazione ulteriore. La mia domanda è: perché questa formazione ulteriore è stata affidata a chi aveva già dimostrato la propria incapacità strutturale – le Università? Se non sono state in grado di insegnarci a insegnare in 4 anni, perché dovrebbero riuscirci in altri due? Che credibilità hanno?

(Continua)

mercoledì 6 settembre 2006

- teaching teachers 2

(Riassunto: un giovane di medie speranze si diploma, si laurea e ottiene un'abilitazione all'insegnamento senza aver mai imparato a insegnare. Succede più spesso di quanto non si pensi).

Storia di un ciarlatano


Finché non venne un giorno – un momento della mia vita particolare – in cui tutto doveva cambiare assolutamente alla svelta, e un modo di cambiare era dire sì, accetto questa supplenza, non so il mestiere ma lo imparerò. Alla garibaldina. Del resto abbiamo tutti iniziato così.

Ho ricordi incredibili del mio primo incarico, terribili e stupendi, come dovrebbe essere il servizio militare (che non ho fatto). Sperimentare a 28 anni la sensazione del cedimento strutturale, sentire che il tuo corpo non ce la fa più, la gola non funziona, la fronte bolle, il sangue non arriva più al cervello – e notate bene che non ero sceso in miniera, ma in una normale scuola media, e avevo come colleghe certe sessantenni pimpanti.

Ero un ciarlatano. In fondo lo ero sempre stato, dal giorno in cui mi ero tuffato nel mondo del lavoro, dai primi farlocchissimi curricula: avevo tradotto un libro senza quasi sapere l’inglese, mi ero inventato project manager di qualcosa che neanch’io sapevo cosa fosse, e non mi ero mai vergognato, perché la new economy era il mondo dell’irresponsabilità. Era normale essere dei ciarlatani, era divertente, era cool.
E poi, di colpo, non lo era più. Ora stavo nel mondo reale, davanti a ragazzi veri, con genitori autentici. Immaginatevi per esempio davanti a un genitore autenticamente disperato che vi chiede: ma mio figlio è normale?
Che fate, voi, che gli rispondete? “Ma certo che è normale, ci mancherebbe altro”? E se non lo è?
Oppure: “Ho letto su Internet di una sindrome alla moda, mi sono detto, chissà, magari ne soffre anche lui”?

Sul serio lo fareste? Vi improvvisereste psicologi dell’età evolutiva? È una competenza che si acquisisce respirando suole di gomma strisciate nei corridoi? Ho insegnato a una classe di sordi per un anno intero, senza conoscere il linguaggio dei gesti. Le famiglie di alcuni di loro si erano trasferite nella mia città, apposta per mandare il loro figlio in una scuola di esperti: esperti che però se ne andavano in pensione, e venivano sostituiti da supplenti incompetenti come me. E certo era colpa dei tagli all’istruzione, dei programmi ministeriali, di mille altre cose, ma nel disastroso risultato finale la faccia ce la mettevo io.

In quattro anni ho fatto mille errori, non li posso ricordare tutti. Non sapevo dosare le nozioni, ne avevo in testa troppe. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a frenarmi e le rovesciavo continuamente su quei poveri ragazzini, a volte persino incuriositi, ma di solito sconvolti. Lo sapevo che era sbagliato, ma quando uno è in difficoltà si rifugia nei suoi colpi migliori, e il nozionismo era il mio unico colpo. Me ne resi conto il giorno che blaterando di Prima Guerra Mondiale toccai il contenzioso tra USA e Kaiser sull’isola di Guam, e un ragazzino m’interruppe.

“Prof, ma come fa a sapere così tante cose?”
Una domanda che da quel giorno mi tortura.
Perché so così tante cose? E perché tutte le cose che so non mi servono?

***

Dopo qualche tempo, il precariato ingenera una specie di schizofrenia. Da una parte il precario rifiuta di prendere confidenza col suo lavoro: è un meccanismo di difesa, non ci si può affezionare di qualcosa che può cessare da un giorno all’altro. Dall’altra, cosa vuoi mai, i giorni passano e dopo un anche il nevrotico abbassa le difese. Si rilassa. Che tanto lavoro ce n’è, basta andare a firmare un contratto pro forma ogni due mesi. Così tu resti un ciarlatano, ma nel frattempo ti scappa anche di metter su famiglia –

Ma il Destino era in agguato, pronto a mozzare ogni progetto con un solo colpo, dal suono barbarico e feroce: Tar.

Io credevo, nel 2003, di avere scalato abbastanza posti nella graduatoria supplenti da permettermi di programmare in agosto cosa avrei fatto nel giugno successivo. Un peccato di superbia, un'eccessiva confidenza nei confronti del Destino, che il Terribile Tar del Lazio si precipitò a castigare, levandomi un sacco di punti e spianando la salita a una folla di cento e più giovani neolaureate, che mi sorpassarono in una volta sola, calpestando ogni mio piano per il futuro. Ma da dove venivano? Dalle SISS, le Scuole di Specializzazione all'Insegnamento Secondario. E cioè?

(Continua)

lunedì 4 settembre 2006

- teachin teachers kidding kids, replica

(Questo è un pezzo di un mese fa, esatto. Lo ricopio paro paro perché m'interessa riprendere il discorso).

Chi insegna agli insegnanti?

Lessi una volta di un prof (un collega), che si lamentava delle ragazzine. Tutte uguali. Chiedi a una dodicenne: cosa farai da grande? Lei ti risponde: la modella. Poi ci pensa meglio e aggiunge: al massimo la parrucchiera.

In fondo tutti noi viviamo al massimo, purtroppo non nel senso di Vasco Rossi, ma in quello della ragazzina. Abbiamo tutti un piano B. Io per esempio, a 12 anni che avrei risposto? Probabilmente mi sarebbe piaciuto scrivere. Romanzi o canzoni o boh. Ma al massimo avrei fatto il prof. Di lettere, ovvio.

E come me ci sono milioni di persone, incoraggiate – contro ogni buon senso – dal sistema scolastico italiano. La scuola italiana ha sempre avuto un debole per la cultura umanistica, la letteratura, la filosofia. Ben prima che intervenisse il famigerato ministro Gentile (fascista!) Quanto prima? Non lo so. La prima Università del mondo è nata a Bologna. Per molti secoli non ebbe una cattedra di lettere, perché i letterati puri non fatturavano nulla. Carmina non dant panem, si diceva. Nel medioevo eran fatti così. Erano secoli avanti.

Oggi invece l’università sforna letterati a getto continuo. E quante cose può fare un letterato laureato, pensateci. Per esempio, può scrivere: libri, poesie, saggi, radiodrammi, blog, e quant’altro. Tutte cose che, curiosamente, non danno il pane.
Quando se ne accorge, sulle prime il letterato ci rimane male.
Poi però si ricorda che da bambino aveva un piano B.

Il mio piano B scattò del 1999, quasi a mia insaputa. Un mattino di gennaio mi trovai in una folla discretamente oceanica che attendeva l’apertura dei cancelli per quello che sarebbe passato alla storia come il Concorsone. L’imbarazzo di ritrovarmi di nuovo su un banco di scuola, dopo parecchi anni, con un dizionario un astuccio i bigliettini e tutto il resto, era parzialmente mitigata dal fatto che tutti sembravano più anziani di me: capelli grigi o radi, rughe, occhiali da presbiti. In effetti ero stato fortunato: il Concorsone era il primo dopo nove anni, e anche l’ultimo. Non ce ne sarebbero stati altri. L’Italia non aveva bisogno di tutti questi prof, dopotutto.

Gli scritti restano, a distanza di anni, un mistero. Sapevo tutto sulla crisi del ’29, persino il nome del Presidente, eppure mi bocciarono in Storia. Feci un tema pessimo, e mi promossero in Italiano. Ma quello che mi preoccupava era l’Orale.
L’Orale ci fu un anno dopo. Nel frattempo mi ero trovato un lavoro, e il Concorsone mi appariva sempre più surreale. Tuttavia mi sentivo in dovere di provarci: dopo 20 anni di esami, mi sembrava idiota demoralizzarsi proprio all’ultimo gradino prima di una Abilitazione. Ma avevo paura che mi chiedessero di pedagogia e didattica, materie a me del tutto ignote.
Mi sarei anche letto dei libri, se avessi capito quali leggere, ma nessuno sapeva dirmi niente. All’università erano materie facoltative, evitabili, evitate. Ma mi sembrava improbabile che uno potesse essere abilitato all’insegnamento in una scuola italiana senza conoscere nemmeno un rudimento di pedagogia o didattica. Come se all’esame di guida non ti chiedessero nulla sui cartelli stradali.

All’orale mi chiesero il rapporto tra fasi lunari e maree. Le ragioni dell’intervento USA nella prima guerra mondiale (mi soffermai sul contenzioso col Secondo Reich sull’isola di Guam). E passai. Abilitato. Potevo insegnare. Cominciarono a telefonarmi al cellulare: le va di fare tre ore a Medolla? Che ne pensa di sei ore a Prignano? Grazie, no, rispondevo. Un lavoro ce l’ho già, e non so se sarei capace di insegnare.

Il che, se ci pensate, è tragico. Venti anni di istruzione. Una licenza, un diploma, una laurea, e finalmente un’abilitazione a un lavoro. Che nessuno però mi aveva mai insegnato a fare.

E come me, milioni di persone. Il dramma del sistema scolastico italiano a mio parere è questo: non solo crea molti più insegnanti di quanti ne servano, ma non insegna loro nemmeno a insegnare. Tutto quello che fa è impregnarli di nozioni e rilasciare un pezzo di carta. Ma un pezzo di carta e un sacco di nozioni non fanno un prof, questo mi era chiaro persino allora.

(Fine della prima parte. Non perdetevi la seconda!!! Guest star: il Terribile Tar del Lazio!!!!)

venerdì 1 settembre 2006

- meglio un giorno da Leonessa (che 5 anni a Lecco)

Essere pirla, oggi

Voi leggete il titolo, e subito pensate a lui. Ma vi sbagliate. Vi sbagliate pericolosamente. Come sapete, c’è una sentenza che vieta di dare del pirla all’ex ministro Castelli.

Quindi il pirla non è Castelli. E allora chi è? Ma. Facciamo che… sono io, ecco. Il pirla sono io.
E perché sarei un pirla?

Vediamo. Sono un pirla perché… nutro una spaventosa invidia per il sindaco di Brescia, proprio in questo momento. Sì. Appena tornato in Italia, nel bel mezzo di una emergenza criminalità, tra spari e sgozzamenti, io vorrei essere lui, anche solo per un istante.

Magari proprio quell’istante che il sindaco Corsini – il mio eroe – ha sprecato per dare una felice definizione di Castelli; che non sarà un pirla, no, ma è senza dubbio "un inetto rancoroso”, “uno spacciatore d'odio". C’è altro da aggiungere? No. C’è qualcosa da contestare? Direi di no.

Non c'è nemmeno niente da perfezionare. Corsini è stato breve e preciso. Lo stesso Castelli, del resto, stavolta si è ben guardato dal minacciare querele – anche perché il rischio di vedere certificata la propria inettitudine da un tribunale probabilmente c’è.

Ma poteva incassare in silenzio? Non sarebbe stato l’inetto rancoroso che è. No, doveva replicare – e dimostrare, a chi nutrisse ancora dei dubbi, l’inettitudine sua. Giudicate voi:
''Si domandi [Corsini] come è riuscito a trasformare Brescia nella capitale della violenza mentre a Lecco, dove da anni governa un sindaco della Lega, gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.
Io pensavo di aver sentito tutto, dai leghisti, e invece mi ero perso lo spot comparativo Brescia-Lecco. Ora:

mi rendo conto che non bisogna nutrire aspettative esagerate, nei confronti dei leghisti.
Non mi aspetto che un leghista lombardo sia ferrato in Storia dell’Arte o Epistemologia. Non pretendo che mi sappia dimostrare la Teoria della Relatività Ristretta o spiegare le regole del Cricket. Lo scibile umano è vastissimo, e il cervello di un leghista è… quello che è.

Quello che però mi sarei aspettato da un leghista lombardo, è qualche nozione elementare su com’è fatta la Lombardia.

In Lombardia, come tutti più o meno sapete, ci sono grandi città circondate da hinterland, e piccoli centri arroccati tra alpi e laghi. Brescia è la seconda città della regione. Dal 2004 a oggi ha probabilmente superato la soglia dei 200.000 abitanti: con i comuni limitrofi dell’hinterland raggiunge il mezzo milione. Per farla breve, se non è la quarta sarà la quinta grande città dell’Alta Italia – Emilia-Romagna inclusa. Il fatto che un delitto a Brescia faccia più scalpore di uno a Torino, a Genova o a Bologna, non dipende tanto dalla criminalità, quanto dalla nostra percezione.

Lecco è una graziosa cittadina, di recente elevata al rango di capoluogo di provincia, che si affaccia sul ramo del lago preferito da George Clooney. Non raggiunge i 50.000 abitanti. Però è tranquilla, eh! Castelli, ex ministro della Giustizia, ci dice che “gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.

Siccome io so che Castelli sa che le dita di una mano sono 5, devo concludere che negli ultimi anni a Lecco sono morti ammazzati da un minimo di due a un massimo di cinque persone. Il tutto grazie all’amministrazione leghista. Che dire, bravi. Magari quelli che c’erano prima riuscivano a farne ammazzare un po’ di più. Vabbè, certo, se qui passa un siciliano o un calabrese non capisce neanche l’ironia: tocca spiegare. Il punto è che due, tre, quattro o cinque omicidi in 5 anni, in una cittadina lombarda che non arriva a 50.000 abitanti, sono parecchi. Se poi i lecchesi non si sentono coinvolti dall’emergenza criminalità, tanto meglio per loro. In una piccola città americana, al terzo omicidio in cinque anni scatterebbe il coprifuoco.

Brescia è una grande città, dove si lavora molto (anche troppo) e si guadagna bene.
A Brescia i pancabbestia hanno il cane di razza.
A Brescia c’è lavoro, e dove c’è lavoro ci sono gli immigrati. A Brescia ce ne sono di più che in ogni altra città d’Italia.
Brescia non ha mai avuto – correggetemi se sbaglio – un sindaco leghista. Molta gente non lo sa, ma da quando esiste un centrodestra e un centrosinistra Brescia è sempre stata a centrosx.
A Brescia ci sono i soldi. Li senti, li vedi, li annusi. E non sono tutti puliti. È fatale che si sporchino, quando ne arrivano troppi in un posto solo.
Tutto questo ci porta all’emergenza criminalità, ma anche qui, bisogna intenderci. Chi ha deciso che certi crimini fanno tendenza e altri no?
Il mese scorso il gestore di un famoso bar di Brescia è stato accusato di aver stuprato una sedicenne in un casolare mentre altre due (sempre sedicenni) la tenevano ferma. Non so nemmeno se sia stato trovato colpevole, poi. Non ne ho più saputo niente. Perché non ne ha più parlato nessuno?

Perché nessuno ha organizzato un corteo spontaneo davanti ai bar di Brescia, accusando indistintamente tutti i baristi bresciani di p e d o f i l i a ?
Naturalmente i baristi bresciani non sono tutti p e d o f i l i. E non tutti i padri pachistani sgozzano le figlie. Ma certe generalizzazioni sono ammesse, altre no. Certe persone hanno il diritto di generalizzare, altre no.
Io, per esempio, non credo di aver diritto di dire che tutti gli elettori di Castelli sono dei pirla. Ops, ormai l’ho detto. Maledetto computer, dov’è il tasto canc?