mercoledì 28 febbraio 2007

stanateli a brioches

Se mille euro al mese (in due) vi sembran tanti

Caro Augias,
sto leggendo con molto gusto i servizi di Concita de Gregorio sulla famiglia italiana, pubblicati sul retro della sua rubrica.

Martedì scorso, la sua collega ha coraggiosamente messo il dito sulla piaga purulenta della società italiana: i mammoni, i parassiti, insomma, i figli che non schiodano mai di casa. Le percentuali contenute nel pezzo sono agghiaccianti: in Italia 7 maschi su 10 tra 25 e 29 anni vivono coi genitori. I mammoni spesso hanno un lavoro, eppure non contribuiscono al bilancio famigliare: non puliscono, non fanno la spesa, hanno libero accesso al frigo, insomma protraggono scandalosamente i privilegi dell’infanzia.

Nei carruggi genovesi, la giornalista ha snidato un esemplare di giovane adulto italiano che a 27 anni, malgrado porti a casa uno stipendio (400 euro) e abbia una relazione seria con una “fidanzata”, inspiegabilmente non schioda. Il bilancio della famiglia rimane così tutto sulle povere spalle del padre gruista: 58 anni, 1800 euro al mese “arrotondati con qualche lavoretto” (un bel modo all’antica per dire che prende del nero, ma pazienza).

Caro Augias, non c’è dubbio che un 27enne che si porta la ragazza in casa e chiude a chiave sia qualcosa di squallido; qualcosa di cui dobbiamo cominciare a vergognarci; qualcosa su cui è giusto puntare il dito, come coraggiosamente ha fatto la sua collega. E tuttavia qualcosa non mi torna. Nel pezzo di martedì c’è un’affermazione un po’ curiosa. È scritta in corpo sedici, perché tutti la notino. La de Gregorio scrive che i due giovinastri che passano le serate “in famiglia”…

arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.
Prego?
arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.

Caro Augias, francamente non m'intendo molto dei prezzi di Genova. Ma i casi sono due: o è un’isola felice in tutta l’Italia settentrionale (nel qual caso mi ci trasferirò immediatamente con la mia compagna, abbattendo quasi del 50% le mie spese correnti), o c’è un refuso. Perché vede, d’accordo con la mentalità parassitaria e tutto il resto, ma nessuna coppia sana di mente, al giorno d’oggi, si cercherebbe una casa con mille euro al mese. Una casa? Un affitto? O magari un mutuo? E magari anche i mobili, la cucina, il posto
macchina? E dopo tutto questo… un figlio? Pannolini, pappe, culle, vestitini, madre probabilmente licenziata (a 600 euro al mese è difficile credere che il suo contratto la tuteli)?

Metter su famiglia con mille euro al mese… Qui non si tratta di essere poveri ma belli: qui è roba da folli o criminali. Qui dopo tre mesi i servizi sociali ti tolgono il figlio. Come minimo. E fanno bene.

Perché d'accordo, il mammismo è un problema: ma è inutile puntare il dito sul mammone. Lui non fa che incarnare il problema, e tirare a campare. Fingere che dipenda da lui, in un Paese dove qualsiasi buco con servizi costa come una reggia, è nascondersi dietro le cifre: come pretendere che i sanculotti si sfamino a brioches. Per quanto possa ingegnarsi o darsi da fare, il mammone non raggiungerà mai i 1800 euro più nero del padre. Ergo, chi glielo fa fare di crearsi un nido nuovo? Sarebbe persino irresponsabile, da parte sua. Non gli resta che attendere che i suoi vecchi gli smollino la casa, per consunzione. Del resto le probabilità che il padre nei prossimi anni venga colpito da un incidente professionale sono dannatamente alte.

Non vede come tutto si tiene? In Italia, la terra dei mammoni e degli infortuni sul lavoro, abbiamo scelto di aiutare le famiglie e stipendiare i padri; tuteliamo i pensionati e non finanziamo gli studi dei giovani: a questi ultimi non resta che attendere, economizzando le risorse e minimizzando gli sprechi. Il 27enne a 400 euro al mese non esce di casa perché sa che, dietro a tutta la retorica dell’indipendenza dai genitori, sarebbe soltanto un enorme spreco di soldi.

È vero che altrove è diverso. Nell’Europa del nord i figli evacuano a 18 anni. Questo ce lo hanno detto tutti. Quello che non sempre ci hanno detto, è che quasi sempre ricevono generosi aiuti dallo Stato, per lasciare i genitori e metter su famiglia. In quei Paesi, dopo la Mamma e il Papà, i giovani imparano a rispettare lo Stato e le sue leggi anche grazie agli sgravi, ai sussidi, alle borse di studio.

In Italia s’è deciso altrimenti, e non da ieri: è la Famiglia l’unico soggetto che ottiene aiuti. Ci sono motivi storici e culturali per cui è andata così, e forse è inutile lamentarsene. Sta bene: ma è altrettanto inutile prendersela col Mammone, in un Paese in cui gli unici soggetti riconosciuti sono le Mamme e i Papà. Lui ha semplicemente tratto le conseguenze: non si fa romanzi, arrotonda lo stipendio rubando dal frigo materno, e conta di andare tirare ancora avanti a lungo con la pensione di papà. Per quale motivo al mondo non dovrebbe?

E soprattutto, caro Augias, lei crede davvero che se potesse uscire di casa non lo farebbe? Sul serio: pensa che a 27 anni ritirarsi con la ragazza nella cameretta sia divertente?

martedì 27 febbraio 2007

scuola di brigatismo, 1

Effetti non collaterali

E continuano a parlare di Brigate Rosse. Tanto chiasso per un gruppetto che non era ancora riuscito a scassinare un bancomat.

Minimizzo? Beh, dipende. D’accordo, il brigatismo uccide. Quanto? Negli anni Zero direi una media di un morto ogni tre anni. Nel frattempo – sarà un po’ banale ricordarlo – abbiamo due o tre Regioni controllate da bande criminali spesso in guerra fra loro. In ogni caso non fanno in un anno i morti che fa il traffico.

Volendo restare ai morti ammazzati, ci sarebbe un'altra emergenza: le famiglie. Il posto più rischioso in assoluto, come sa chiunque ne abbia una (Ratzinger, per esempio, non lo sa). In realtà, se si potessero abolire, si salverebbero centinaia di vite all’anno. Peraltro, se non ti ammazza un parente, spesso è il vicino di casa. In confronto alla casa e al quartiere, lo stadio è un ambiente relativamente più sicuro – più o meno un morto all’anno. Sempre peggio dell’emergenza brigatismo, comunque.

Se comunque preferite discutere di quest’ultima, prego. Ci sono comprensibili motivi per cui periodicamente il brigatismo in Italia diventa un’emergenza più chiacchiarata di mafie, camorre, traffico, violenze domestiche e stadi in rivolta.

Da una parte è una questione politica: lo spauracchio rosso da agitare prima delle grandi manifestazioni. Ma non è solo questo. Il brigatista è quanto di più romantico la cronaca nera ti possa offrire. Infiltrazioni, agguati, complotti, cosa vuoi di più? Solo i padrini mafiosi potevano reggere il confronto; ma da quando hanno iniziato a prenderli si sono scoperti più simili allo zappatore di Merola che a Vito Corleone, e la fascinazione collettiva si è un po’ ammosciata. Meglio allora l’antico killer idealista e metropolitano, metodico e allo stesso tempo fuori del mondo, il che fa sentire un po’ più intelligenti noi che, in questo mondo, ormai ci siamo dentro.

E perché no, dopo tutto. Soltanto, non vorrei che si raccontassero storie ai ragazzini.

Perché il rischio è altissimo, e il tempo non aiuta. I ragazzini non sono copie conformi a quelli che eravamo noi: ormai sono nati a muro di Berlino crollato. Il comunismo è un concetto che dovrebbero imparare a scuola, se ci arrivano. E anche se ci arrivano, cosa vuoi che possano capire sui banchi di un concetto che tiene insieme Marx, Berlinguer, Guevara e Mao – per fare il nome di quattro persone che, se fossero vissute nella stessa unità di tempo e spazio, probabilmente sarebbero venuti alle mani o al Kalashnikov. Se poi pretendiamo di allargare la foto di famiglia per includere Curcio o Moretti, non facciamo che complicare un pastrocchio.

Si rischia, per amore di brevità, di avallare la favola del collateralismo: i brigatisti erano rossi, quindi collaterali a Pci e Cgil. Le cose sono assai più complicate. I brigatisti s’infiltravano e s’infiltrano nella Cgil: tante grazie, dove dovrebbero infiltrarsi? Nella Cisl? Nei circoli Acli? Ma questo non toglie che le Br, vuoi per strategia, vuoi per istintivo settarismo, abbiano sempre considerato la sinistra ufficiale come un obiettivo primario. Ed è vero anche l’inverso: la sinistra ufficiale – che era cosa ben diversa da quella che ci troviamo oggi – ha capito abbastanza presto che il brigatismo era il nemico.

Nei salotti era un’altra cosa, è vero. Lì una zona grigia c’era: del resto la rivoluzione era data per imminente, e non sarebbe stato un pranzo di gala. Lo slogan Né con lo Stato né con le Br tradiva l’atteggiamento di chi stava semplicemente aspettando il vincitore per attaccarsi al carro. Ha vinto lo Stato, e oggi le Br sembrano una banda di matti. Facile, col senno del poi.

Ma chi lo spiegherà ai ragazzini, che proprio il PCI era la bestia nera dei brigatisti, e viceversa? Con la litigiosità istituzionale, e l’ansia dei piccoli partiti di raccattare qualsiasi voto d’estrema sinistra, è diventato difficile capire l’atteggiamento del partito di Berlinguer. Gli si può rimproverare molto, ma certo non la connivenza col brigatismo. Addirittura gli si può rimproverare il contrario: il brigatismo si sviluppò e fece adepti nella sinistra estrema anche perché il PCI, in un decennio che complessivamente andava verso sinistra, intraprese una lunga e faticosa marcia nella direzione opposta, verso quell’impossibile Grossa Coalizione DC-PCI che crollò proprio nel giorno in cui le Br sequestrarono Moro. È quel che scrive per esempio Paul Ginsbourg, e forse stasera mi conveniva semplicemente copiare e incollare.

Un secondo fattore(*) è da ricercarsi nella frattura, sempre più marcata, che si creò tra il Pci e quel ceto giovanile urbano e universitario che gli aveva dato un appoggio cruciale nelle elezioni di giugno [1976]. Più il partito di avvicinava al governo rafforzando la sua alleanza con la Dc, più cercava di stabilire con forza le proprie credenziali come “responsabile” partito di governo. Qui Berlinguer compì uno dei suoi più gravi errori. Nei trent’anni di vita della Repubblica gli attivisti del Pci erano sempre stati presi di mira dalle misure repressive della polizia; dal 1976 in poi, invece, il partito divenne il più zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine, anziché farsi campione delle campagne per i diritti civili. Un esempio emblematico di tale atteggiamento fu l’appoggio acritico dato al governo per il rinnovo della legge Reale sull’ordine pubblico, contro la quale il Pci aveva votato nel 1975. Sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati – il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria – i comunisti mantennero un silenzio che non lasciava presagire niente di buono.
I più severi critici del partito imputarono al suo passato stalinista questo ritrovato autoritarismo. Quali che ne fossero state le cause, gli effetti erano indubbi. Qualsiasi opposizione al compromesso storico veniva spesso qualificata semplicemente come atteggiamento deviante. […] Si generò un terribile paradosso: i comunisti volevano prevenire l’estendersi della violenza, ma la loro politica creava un terreno più fertile per i terroristi.
L’anno 1976 vide infine un rafforzamento in termini numerici e organizzativi delle bande terroriste, in stridente contrasto con la caduta verticale della forza e delle attività di gruppi similari negli altri paesi europei interessati dal fenomeno.

(Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi Torino 1989, pagg. 512,513).

È una lunga citazione, ma credo ne valga la pena. Considerato che stiamo ancora scontando, a trent’anni e più, le conseguenze di una svolta centrista che lasciava troppo spazio scoperto a sinistra (non vi ricorda qualcosa?) Continuiamo a discutere di manifestazioni, detenzioni preventive e carceri allo sfascio; la legge Reale, più o meno, è sempre lì. Gli allievi di Berlinguer che oggi formano la classe dirigente dei DS dovrebbero meditare su quello che successe allora. Gli orfani di Berlinguer che ancora oggi oscillano tra manifestazioni antimperialiste e rimpianti per il vecchio PCI dovrebbero scrostare un po’ di nostalgia e ricordare quel periodo con più freddezza.

E tutti dovrebbero impegnarsi a raccontare meglio quel periodo ai ragazzini. Senza inutili nostalgie, e senza troppe storie: la Storia di per sé, con tutti i suoi errori, è già fin troppo interessante.

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(*) Il primo fattore era la crisi dei “gruppetti” extraparlamentari, Lotta Continua, PotOp, ecc.; anche di questo varrebbe la pena di parlare, perché i gruppi avevano costituito fino a quel momento una sorta di ‘tampone’ che aveva assorbito le energie di un pubblico che diversamente avrebbe potuto indirizzarsi alla lotta armata. Qualcosa di simile per certi versi a quello che oggi fanno i movimenti: quelli che portano la gente pacificamente in piazza a Vicenza. E attenzione: periodicamente vanno in crisi anche loro.

sabato 24 febbraio 2007

green banana republic

Cosa abbiamo fatto di male

Onorevole Rutelli,
ci sono state senz'altro cose più gravi su cui discutere, in questi giorni: e tuttavia prima o poi, dovremo anche cominciare a parlare di come hai speso i nostri soldi.
Sto parlando naturalmente di Italia.it, il portale di cui i turisti di tutto il mondo non potevano fare a meno. Sulla qualità e l’accessibilità del sito ti lascio nelle mani di esperti, e auguri. Io mi fermo al marchio.
Probabilmente a quest’ora hai già sentito dire che non piace a nessuno. Eh, son cose che capitano. Però fan male, capisco. Uno fa il possibile per mettersi al riapro da figure del genere: chiama i professionisti, non bada a spese, e poi? Perché, perché succedono queste cose?

E il solito problema dei grafici. Tutte brave persone, prese individualmente: ma come categoria, una manica di stronzi.
Hai senz’altro presente il tipo. Un giorno hanno venduto la madre per pagare un mutuo e da allora non si danno pace. Professionisti frustrati che avrebbero dovuto fare gli artisti, e si ritrovano a riposizionare il brand di un fustino di detersivo. La stessa psicosi dei pubblicitari, degli scrittori di fiction, degli editorialisti del Giornale: odiano l’umanità che non li ha capiti, e sono ben decisi a fargliela pagare.
In questo caso la squadra di grafici che hai scelto era reduce da imprese come la “brand identity revitalization” della sottiletta Kraft: cosa ti aspettavi? Questo logo, onorevole, non è soltanto brutto. È un logo minaccioso: trasuda odio. Vediamo dove e perché.

Font. Come a dire: i caratteri di stampa. È vero, quando cominci a usare il computer ti accorgi che ce ne sono tantissimi. E passi giorni interi a giocarci. Dopo un po’ però smetti, perché il bel gioco dura poco, e impari ad apprezzare i pregi della sobrietà. Un grafico adulto, di solito, cambia i font soltanto quando sia assolutamente indispensabile. Se può, evita di mescolare due font diversi nello stesso marchio. Se invece ne usa tre per una parola di sei lettere, evidentemente odia i suoi clienti, odia il suo lavoro, odia l’universo mondo e il suo cliente (l’Italia) in modo particolare.
Insomma, è chiaro? No? Facciamo così: gli adulti non mescolano i font. I font rimescolati fanno pensare ai bambini che giocano col PC di papà: non è andata così, vero? Non è che hai subappaltato il marchio Italia a qualche figlio di amici tuoi che ha vinto una tombola a una festa di compleanno, vero? Non vuoi che la gente pensi questo di te e del tuo Paese, no? Dal nepotismo al nipotinismo, povera Italia.
Ci sono due I, in quel logo, scritte in due modi diversi. Ti rendi conto? Come presentarsi a una riunione coi calzini spaiati.
I font rimescolati fanno pensare alle lettere anonime che si facevano una volta, quelle con tante lettere di giornale incollate una vicina all’altra. Fanno pensare ai delatori, agli infami, ai sequestratori, ai ricattatori, agli psicopatici, se va bene fanno pensare a Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, hai presente? Bel disco, eh, per carità, ma hai presente? Questo marchio non è un marchio: è la lettera minatoria di un grafico malvagio che ricatta l’intera nazione: dammi più soldi o ti posiziono un’immagine di merda. E io pago.

Si scrive Italia, con la I maiuscola
.
Per un po’ ho cominciato a sperare che si fossero estinti. I grafici anni’70, intendo, quelli che avevano abolito le maiuscole perché… mah, probabilmente perché erano imperialiste e arroganti. Gente che non si è mai ripresa da un 6 politico al liceo. Con questi vezzi finto-razionalisti hanno già reso un danno incalcolabile all’ortografia italiana: fu negli anni Ottanta, al tempo dei cartelli bianchi che indicavano i nomi delle strade tutti in minuscolo. Vaglielo poi a spiegare, a un bambino nato in via filippo turati, che sul tema deve scrivere Filippo Turati. Sul serio, lamentati perché a scuola non insegnano l’ortografia. Nelle città del nord ormai li hanno tolti tutti, ma quanti soldi sprecati. Si sperava almeno che avessimo imparato l’errore. E invece no! Il rivitalizzatore del fustino Bolt non poteva perdere l’occasione di mettere un bel pallino rosso sulla i d’italia! Metafora del sole, del pomodoro, del semaforo, della passione… con cui questa gente ci odia. Ci odia al punto da ficcare subliminalmente il vessillo giapponese nel logo Italia.

La T verde cosa sarebbe?
Richiama la forma della penisola, dicono. Beh, veramente no. Ma neanche un po’. Ci voleva dell’impegno per disegnare una t verde che non richiamasse la forma della penisola, ma il creativo del fustino c’è riuscito. In compenso, come hanno notato molti, la silhouette ha un che di fallico. Insomma è ufficiale: siamo il Paese del C…. attenzione, però: non solo è un fallo eretto, ma è pure rovesciato. Non so esattamente questo cosa voglia dire – bisognerebbe chiedere a un analista bravo – ma da quando l’ho notato non riesco a guardarlo senza contrarre qualcosa. Un pene eretto, in quella posizione, ha qualcosa di terribilmente sbagliato. Farebbe male. Fa male il solo guardarlo. Voltatelo, per l’amor di Dio. Altro che riferimenti al design, al futuro. Chi disegna un fallo così, odia tutti i falli del mondo.

I colori… Le ciarle sui colori, te le raccomando. Il nero esprime stabilità, il rosso passione (ma dai?), il verde, “secondo le nostre ricerche”, avrebbe un valore naturalistico. Insieme, fanno un totale di tre colori, più l’obbligo morale di usare uno sfondo bianco, perché altrimenti il logo non funziona. Qui l’odio è più sottile: è rivolto a tutti i colleghi che dovranno trovare un modo per infilarlo nei dépliant o nei manifesti. È chiaro che uno che ama i suoi clienti e i suoi lavori, il logo cerca di farlo in un colore solo, e facilmente appicicabile dovunque: anzi, se possibile cerca di svincolarlo dal colore, in modo che lo si possa usare con qualsiasi tinta o qualsiasi sfondo. Un logo che entra dappertutto e non dà noia: come una Panda. Ma per centomila euro non ti potevano mica vendere una Panda. Ti dovevano rifilare la fiat Barchetta…

Ma che idea, IT
… nella conferenza stampa il portavoce dei fustini, visibilmente imbarazzato, riconosce che è tutto cominciato da questa idea: It è il pronome neutro, in inglese. Come dire: per farci venire idee sull’Italia dobbiamo come minimo usare una lingua straniera. Perché la lingua italiana la odiamo! Non ci suggerisce niente. L’inglese è l’unica cosa che ci tira su il morale, quando arriviamo in ufficio e ci tocca fare un Perfumed Soaps Packaging. Che in italiano sarebbe rifare la carta alle saponette. E poi ti domandi perché ci odiano.

La frittata è fatta. Ora per qualche anno ci dobbiamo tenere la banana verde. Ma meno la stampigliamo in giro meglio è. Tra qualche anno, quando ce la saremo dimenticata, faremo magari un concorso nelle scuole. Da qualche parte in qualche scuola ci sarà ancora qualche studente dotato, ma troppo giovane per provare odio nei confronti del suo Paese. Sono sicuro che uno, da qualche parte ancora c’è. E disegnerà un brutto logo, ma meno brutto di questo qua. E andrà bene comunque: dopotutto abbiamo campato 60 anni con una stella a 5 punte incastrata in un ingranaggio, tra una foglia di ulivo e una di quercia.
E nessuno si è mai lamentato. Perché, vuoi sapere una verità? I loghi fatti bene, non li nota nessuno. Scivolano via. I grafici lo sanno, e ci odiano per questo. E si vendicando vendendoci loghi brutti, e facendoceli pagare salati. Ora lo sai, Onorevole.

venerdì 23 febbraio 2007

il mercoledì delle ceneri è finito

Metti via quel flagello, e cammina

Ieri, il buon vecchio pezzo di Serra sulla sinistra autolesionista. È piaciuto a tutti. Se lo strappavano di mano i colleghi, in sala insegnanti. Qualcuno ve l’avrà pure spedito via mail. Bello, per carità, giusto, giustissimo, sennonché.

Sennonché, continuare a raccontarci quanto siamo autolesionisti è parte integrante dell’autolesionismo. Non risolve il problema, anzi. A volte può essere fuorviante: in questo caso lo è di sicuro. Due voti in più o in meno in Senato non avrebbero risolto nulla: la maggioranza in Senato è inconsistente, e non da oggi. Perché l’autolesionismo idealista di Rossi e Turigliatto dovrebbe avere più importanza dell’opportunismo bieco di un De Gregorio, dell’ambiguità di un Andreotti, persino dell’influenza di Scalfaro? Anche questi erano voti su cui si contava. Ma noi insistiamo a guardare a sinistra, ai cavalieri dell’Ideale. Non è un obiettivo un po’ facile?

È vero, ce lo ricordiamo tutti il ’98. Fin troppo bene. Eppure la situazione oggi è diversa. Nel 1998 il Prodi Uno non fu abbandonato da un paio senatori intransigenti, ma da un partito intero (anzi, nemmeno intero: Rifondazione si spezzò in due). Il motivo non fu la guerra nei Balcani, come qualcuno continua a dire, ma una serie di rivendicazioni economiche oggi quasi incomprensibili (le 36 ore). Ad accostare il 1998 e il 2007, c’è da scoprirsi ottimisti: nove anni fa i Cavalieri dell’Ideale erano un’orda, oggi un paio di cani sciolti. Allora forse è il caso di piantarla, per un po’, con la favola dell’autolesionismo e dell’idealismo, e accorgersi di quanto è maturata nel frattempo la sinistra italiana. Sì: persino gli idealisti crescono. A furia di autocriticarsi, crescono.

Ieri le facce più arrabbiate erano quelle di Giordano e Diliberto: niente di paragonabile al Bertinotti duro e puro che mandava a casa Prodi nove anni fa. Ma non sono soltanto Giordano e Diliberto: è la base che non ci crede più, alla favola dei duri e puri. Così come non crede alla favole delle zone rosse. Se la piantassimo di intonare autocritiche a ogni infortunio, forse ci accorgeremmo che il movimento pacifista italiano non è solo uno dei più consistenti nel mondo, ma è anche uno dei meno violenti e velleitari. Prima o poi riusciremo anche a sfruttare questa forza enorme e tranquilla per qualcosa di buono. Ci vorrà del tempo e ci vorranno facce nuove. Ma le autocritiche infinite forse non servono più. (Anche perché di solito, le autocritiche a sinistra vanno così: si condanna D’Alema, si perdona D’Alema e si riassume D’Alema).

C’è un tempo per l’autocritica e un tempo per l’autoincoraggiamento. Stavolta direi che puoi andare tranquilla, sinistra: non è stata colpa tua. Non puoi pensare a tutto tu, mentre metà del Paese si crogiola nel desiderio infantile di mandare a casa il mortadella. Ci sarà sempre un’esigua percentuale di cani sciolti, di serpi viscide, di senatori influenzati. Tu hai fatto quel che hai potuto, e adesso dovrai fare molto di più.
Nei prossimi mesi (mesi?) avremo un governo ancor meno di sinistra di quello che c’è stato fino ad oggi. Uno spazio che fino a ieri c’era, per discutere di Dico o di Tav, si è chiuso. Colpa di Rossi e Turigliatto? Se vi fa sentire bene, potete prendervela con loro.
Ma è inutile prendersela con sé stessi. La maturità comincia dove finiscono i piagnistei: se volete comincia adesso. Dipende sempre e solo da noi.

giovedì 22 febbraio 2007

anche io corsivista

State arrivando in parecchi, qui, ma non è che ci sia molto di intelligente da dire, per ora.
Facciamo così: metto su il pezzo del 14 aprile, scritto mentre il governo Prodi scalciava ancora in grembo. Rileggerlo col senno del poi fa un certo effetto. Segue dibattito.
Muori giovane, lascia un bel cadavere

Le illusioni sono dolorose, io se posso cerco di farne a meno. Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere in questi giorni che il Grande Comunicatore era stato battuto da un nonnetto reggiano (come a dire, il Grande Chiunque). Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere che la decennale campagna elettorale permanente era finita: ma non è andata così. Io non credo che Prodi abbia vinto, non credo che governerà per cinque anni; e non dovrebbe nemmeno provarci. Ci sono persino precedenti: nella primavera 1994 Berlusconi formò un governo con una maggioranza in Senato di un solo seggio (e non era un seggio eletto nelle liste del Polo); e nell'autunno del 1994, ai primi capricci di Bossi, Berlusconi tornò a casa. A Prodi succederà lo stesso, prima o poi: gli alleati bizzosi non mancano. Volendo possiamo anche iniziare a scommettere su quando Bertinotti aprirà la crisi (ed è un bene che possa farlo solo Bertinotti e non Capezzone).

Quel che un governo Prodi dovrebbe fare, secondo me, è morir giovane e lasciare un buon ricordo. L'esatto contrario di quello che fece D'Alema nel 1998 proseguendo a oltranza la legislatura. Prodi non può vivacchiare per cinque anni blandendo alleati e pubblica opinione: ma se scontentando qualcuno riesce a darci, in pochi mesi o anni, un'impressione positiva, anche solo una vibrazione, l'idea che si può essere felici anche senza Berlusconi – allora sì, ne sarà valsa la pena, e potremo tornare alle urne con più tranquillità. Viceversa, se Prodi fa un guaio ci siamo giocati anche le rielezioni.

Con questo non voglio dire che Prodi debba tagliarci le tasse, perché non ha senso mettere in commercio una brutta copia di Berlusconi sperando che qualcuno lo preferisca all'originale. Gli elettori che nell'urna pensano all'ICI e al 740 sono il pubblico ideale di B., e c'è un limite oltre al quale non ha senso rincorrerli. Fortunatamente non tutti sono ossessionati dall'idea di pagare una tassa in meno. C'è anche chi guarda alla qualità dei servizi, e non sono necessariamente snob di sinistra. I pendolari, ad esempio. Se Prodi manda a casa quella cricca di sedicenti manager che ha spappolato le già non brillanti Ferrovie di Stato, molte persone ne trarranno un beneficio improvviso e quotidiano. Idem si potrebbe dire per le Poste, o per le scuole (ma la scuola è una macchina complicata, ci mette anni a migliorare, e Prodi tutto questo tempo non ce l'ha). E la televisione – lo so, ci sono cose più importanti, ma lo stralcio immediato della legge Gasparri e la scomposizione del duopolio televisivo potrebbe portare una ventata di novità nelle case di tutti gli italiani: insieme alla dimostrazione che si può fare tv anche meglio di come l'ha fatta B.

Un altro colpo sicuro è il fantasma di tutta la campagna elettorale, e cioè la guerra. Si sa come Berlusconi non ami parlarne. Anzi, credo che un confronto storico delle prime pagine dei quotidiani degli ultimi cinque anni ci dimostrerebbe che Berlusconi e la guerra erano due argomenti repellenti. Come l'acqua e l'olio: quando parliamo di Berlusconi smettiamo di parlare della guerra, e viceversa.
Tutto questo è paradossale, da parte di un Presidente che è stato per lungo tempo Ministro degli Esteri ad interim, e che ha trascinato l'Italia in una guerra contro l'opinione della maggioranza degli italiani. Il ritiro dall'Iraq (e dall'Afganistan) non piacerà agli americani e forse andrà contro alcuni nostri interessi economici (ammesso che gli interessi dell'ENI e delle industrie italiane d'armi siano i nostri). Però è un sistema spiccio per fare la differenza nei confronti degli elettori: se B. ci ha trascinato in una guerra, esponendoci al terrorismo islamico, P. deve essere quello che ci tira fuori in tempi brevissimi. Anche perché tra un poco rischia di cominciare la partita in Iran, ed è una partita molto più grande di noi.

Ai filoamericani vorrei ricordare, rispettosamente, che non è in ballo il destino della democrazia in Medio Oriente. Quello lo stanno difendendo [male] gli angloamericani. Noi stavamo semplicemente pattugliando qualche pozzo: tutt'intorno la Storia si fa con o senza di noi. Ma sul serio, non la trovate imbarazzante, questa nostra partecipazione omeopatica alla grande guerra al Terrore?

Migliorare alcuni servizi, toglierci dal vespaio mediorientale – privilegiare gli interventi che si possono fare rapidamente. Insomma, quello che io chiedo a Prodi è né più né meno che un governo elettorale. Precisamente. Perché siamo ancora in campagna elettorale, non c'è niente da fare. Prodi deve soprattutto piacerci.

E mi rendo conto che non è la persona più adatta a farlo. In effetti, lo avevamo scelto proprio come antidoto alla fascinazione berlusconiana. Dopo cinque anni di allegra anarchia, Prodi doveva ridurci a più miti consigli e riportarci in Europa, come dieci anni fa (lo schema dell'alternanza in fondo è questo: la destra ci fa sognare, la sinistra ci riporta coi piedi per terra, ma dopo un po' ci torna la voglia di sognare e rivoltiamo a destra, ecc. ecc.). Stavolta l'Europa dovrà capirci: siamo un Paese in difficoltà, un Paese in via di deberlusconizzazione. Serviranno anni e sono possibili ricadute, quindi è inutile fare gli schizzinosi coi bilanci. Tanto più che finché B. resta in circolazione, tutta l'Europa è a rischio contagio.

Infine vorrei poter dire che in questa strisciante opera di deberlusconizzazione, Prodi può contare su un alleato prezioso: Berlusconi stesso, che in questi giorni si sta accreditando presso gli italiani come un isterico che non sa perdere. Vorrei poter dire che altri due-tre mesi di questo Berlusconi antipatico in tv dovrebbero risolverci il problema: i perdenti non piacciono a nessuno, i perdenti isterici poi. Ma non ne sono del tutto sicuro. B. ormai è un veterano della politica: sa stare all'opposizione, c'è stato sette anni, anzi gli riesce meglio che governare. E c'è una metà del Paese a cui B. piace esattamente così: arrogante e meschino. E lui deve dare alla gente quel che la gente vuole, è la sua missione.


Il dibattito, dicevo. Beh, senza farla troppo complicata, in questi nove mesi:
* Le tasse non sono calate, (grazie tante).
* Qualche servizio cominciava timidamente a migliorare.
* Ma non certo i treni, anzi lì è aumentato soltanto il prezzo del biglietto.
* Ci siamo ritirati dall'Iraq (l'avrebbe fatto anche Berlusconi, lo sta per fare Blair), ma ci siamo fatti infinite masturbazioni mentali sul nostro ruolo in Afganistan.
* Prodi, essendo economista di formazione, ha messo molta enfasi sul rinsanamento del bilancio - l'eterno incubo italiano, da Ricasoli in poi. Continuo a pensarla come dieci mesi fa: il bilancio non è tutto. L'Europa doveva capire che in Italia c'è una priorità più grave dei bilanci. Si chiama berlusconismo ed è un virus pericoloso. Non glielo abbiamo saputo spiegare e lei non lo ha voluto capire.

La palla a voi

mercoledì 21 febbraio 2007

nati non il 20/2

Un governo appena appena decente è come l’acqua corrente.
Appena ce l’hai non ci fai più caso.

Io non so esattamente cosa stia succedendo in questo esatto momento: più che conclusioni, le mie son sensazioni. Può darsi che D’Alema, per la centounesima volta, abbia promesso qualcosa che non poteva mantenere.
Può darsi che qualcuno a sinistra abbia scoperto per la centounesima volta di avere una coscienza, una coscienza che trepida per la sorte dell’alpino in Afganistan ma se ne frega se Berlusconi torna a Palazzo Chigi. Questione di priorità, che dire.
Può darsi – ma questa è più una certezza – che la gran maggioranza del centrodestra se ne freghi degli Alpini, dell’Afganistan, della guerra e della pace, e di qualunque cosa che non sia la prospettiva di appoggiare l’onorevole sedere su una poltrona di maggioranza in tempi brevi.
Tutti questi sono pregiudizi, ovviamente, ma pregiudizi ben rodati. Non è la prima, non è la seconda volta che li vedo, gli stessi personaggi in azione. Non essendo nato ieri e neanche ieri l'altro, in effetti ho perso il conto.

Con un po’ più di tempo a disposizione potremmo anche tentare di fare un bilancio di questo governo appena appena decente. Certo, è passato da un pezzo il tempo in cui ci si svegliava al mattino ringraziando il Signore per Romano Prodi. Se mai c’è stato, quel tempo lì. Prodi era come l’acqua corrente: non si ringrazia, si paga. Forse si pagava un po’ troppo. Ma la puzza che c’era prima, ve la siete dimenticata?

Proviamo a fare un po’ di Scenario-Berlusconi: cosa sarebbe successo in questi giorni, se un anno fa l’unto del Signore fosse stato bisunto dagli Italiani?
Due settimane fa c’è stata una mezza guerra civile a Catania per il derby siciliano: Berlusconi non avrebbe chiuso gli stadi non a norma. Lo ha detto lui stesso, che è una misura illiberale. Forse non avrebbe nemmeno sospeso il campionato - in nome degli interessi degli italiani; soprattutto degli italiani proprietari di una squadra di Serie A, dei diritti TV e sponsor annessi.
Una settimana fa abbiamo scoperto che in Italia c’è qualcuno che ancora ci prova con la lotta armata. La polizia li ha fermati prima che riuscissero a svaligiare un bancomat. Vogliamo ricordarci cosa succedeva ai tempi in cui Claudio Scajola, l’incompetenza fatta persona, era ministro degli Interni? A quei tempi il governo toglieva le scorte agli obiettivi dei brigatisti. Del resto a quei tempi un giuslavorista a libro spese del governo poteva essere più utile da morto che da vivo. Specie se ammazzato a sangue freddo alla vigilia di una manifestazione nazionale.

Qualche giorno fa c’è stata una manifestazione nazionale. Non è successo niente. Non è una sorpresa, per chi non avesse passato gli ultimi 5 anni in apnea. Il movimento pacifista italiano è serio e maturo: ha imparato sulla sua pelle quanto sia importante non reagire alle provocazioni. Tre mesi di governo Berlusconi furono sufficienti per imparare: sono bastati i fatti di Genova a chiarire a chi convenissero davvero violenza e vandalismo.

Dal 2001 a oggi ci sono state decine di altre manifestazioni nazionali, alcune oceaniche. Tutte tranquille al limite della noia. Questo anche per merito del ministro degli Interni che subentrò a Scajola. Ma se Berlusconi oggi fosse al governo, chi sarebbe al Viminale? Un degno successore di Pisanu o un avventurista incompetente come Scajola? E perché non Fini, il ministro che nel luglio del 2001 si aggirava per Genova a incoraggiare poliziotti e carabinieri?

Il movimento pacifista italiano non tira sassi, non spacca vetrine, non inneggia al brigatismo – perché sa che tutto questo è controproducente. La polizia, da Genova in poi, non isola spezzoni di corteo, non carica, non lancia camionette allo sbaraglio come in Piazza Alimonda, non compie blitz cileni come alle Diaz, non fabbrica molotov false. Non lo fa perché nessuno glielo ordina, perché a nessuno conviene. Ma se Berlusconi fosse a Palazzo Chigi, o magari al Colle? Chi può dirlo? Possiamo dirlo noi, giusto perché non siamo nati ieri. Se anche fossimo nati a Genova, non sarebbe già più ieri. È passato del tempo, e le facce in giro sono sempre le stesse. Difficile che ci stupiscano a partire da domani.

martedì 20 febbraio 2007

...and Justice for all


Storia di uno Scalzacane

Ho fatto un sogno. Ho sognato che la legge era uguale per tutti...

Scalzacane Augusto non era nessuno. Feccia di feccia, gramigna che si rampica dai tombini a non spurgarli. Com’è possibile che premeditasse qualcosa Scalzacane, lui che nemmeno sua madre aveva premeditato? Sedeva su una cassetta di frutta quando gli dissero, ti piace questa moto? Ci porti un pacchetto ad amici nostri a Roma, ed è tua.

Nel pacchetto c’era tanta roba bianca da comprarsi la fabbrica delle moto; ugualmente a Scalzacane parve un affare. Lo pizzicarono in un autogrill nel Casertano, da tanto che sbandava. L’esame delle urine confermò la prima impressione della pattuglia: Scalzacane aveva testato parte del carico per saggiarne la qualità, o per farsi coraggio. A questo punto avrebbero anche potuto sbatterlo a Rebibbia o Poggioreale e gettare via le chiavi, ma la Fortuna a volte è ciecata proprio. O l’avvocato d’ufficio era in giornata. O il giudice s’era distratto. Fatto sta che Scalzacane, ritenuto un galoppino inconsapevole, in quanto consumatore abituale si ritrovò al ricovero coatto riuscì a ottenere un ricovero in Comunità.

Lì non si stava male. Ci incontrò un altro avvocato, un po' ruvido ma bravo. Tu in realtà non hai fatto nulla, gli disse. La moto non era tua, la roba nemmeno. Perché non ricorri in appello?
Scalzacane odiava la parola Appello: la associava a quel momento mattutino scolastico in cui la maestra lo chiamava per cognome e i compagni ridevano. Forse era stata l’ansia dell’Appello a determinare il suo abbandono scolastico, all’età di nove anni e mezzo. "Non hai capito niente", gli disse l’avvocato. "L’Appello è come il secondo turno in Coppa Italia, hai presente? Il primo lo hai giocato in trasferta, adesso ti tocca giocare in casa".
Scalzacane era scettico, ma non aveva nulla da perdere.

In sede di dibattimento tutto sembrava effettivamente contro di lui: colto in flagrante con un chilo di stupefacenti sotto la sella. "Ma", si chiese il nuovo avvocato, "se la moto fosse stata rubata? Non dico che il mio cliente l’abbia rubata, ma putacaso? Com’è che uno Scalzacane qualsiasi va in giro in Honda? Qualcuno ha si è dato la pena di cercare i documenti, il numero di telaio? Cos’è questa novità, che appena rubi un mezzo in Italia diventi penalmente responsabile per quello che trasporta? E se sull’Honda rubata dal mio assistito c’era una barra di uranio cosa facciamo, lo deferiamo alla CIA per traffico di Armi di Distruzione di Massa?"
"Si avvii alla conclusione", disse il Giudice.
"Certo. Dicevo che tanta approssimazione nelle indagini desta qualche sospetto. Qui si è voluto fare dello Scalzacane un capro espiatorio. Il processo di primo grado durò quarantadue minuti: 42? In Italia? In tanta rapidità, in tanta sbrigatività, Vostro Onore, non posso che ravvedere un Fumus Persecutionis".

Il Giudice borbottò qualcosa. Il processo fu spostato a Frosinone.
Nella nuova arringa, l’avvocato si profuse in una lode alle qualità umane di Scalzacane, questo umile ma non domo figlio del sud. Ammesso e non concesso che si fosse impossessato di una moto, lo aveva fatto sotto la pressione di un gruppo di loschi figuri. Spacciatori? Camorristi? E perché non un pool di magistrati camuffati, decisi a punire l’ignaro Scalzacane per educarne cento?
"Dunque", disse il giudice, "se ho capito bene la sua tattica è screditare l’intera magistratura. Ma funziona?"
"Dipende", rispose l’avvocato. "È una lotta di nervi. Io li ho ben saldi, e lei?"
Scalzacane fu assolto dall’accusa di spaccio per mancanza di prove. Restava il furto. "Ma quale furto, disse l’avvocato. Si ruba qualcosa a qualcuno. Qualcuno ha mai reclamato la Honda? Ha denunciato il furto? Il numero di telaio è limato: e allora? Mi dovete dimostrare che la moto era di qualcuno, prima che se ne impadronisse il mio assistito".
"Mi scusi – ebbe a dire il pubblico ministero – ma delle due, l’una: o la moto appartiene a qualcun altro, e quindi Scalzacane l’ha rubata…"
“Questo è un teorema!”
“...oppure appartiene allo Scalzacane, che quindi la usava per trasportare ingenti quantità di stup…”
“Obiezione! Non stiamo discutendo di questo! C’è una sentenza in Appello che dice che il mio assistito non è uno spacciatore”.

La moto intanto arrugginiva nel deposito dei CC: se prendi Otto in matematica ti ci faccio fare un giro, diceva il custode a suo nipote. Il nipote vegliò notti insonni sull’algebra ed alzò effettivamente la media dal tre-e-mezzo al quattro-meno, ma non cavalcò mai il bolide blu. Scalzacane fu assolto nel giro di due settimane.
“E mo’ che faccio”, si chiese. Il ricovero non gli dispiaceva, in fondo. Era entusiasta soprattutto di questa cosa dei tre pasti al giorno. Sono abitudini che se le prendi, poi non te ne liberi.
“Ma la giustizia è più importante”, gli disse l’avvocato. “Oggi hai avuto la tua rivincita, e se vuoi puoi giocarti la bella: terzo grado, assoluzione con formula piena. Ti servirà un nuovo avvocato, però: io lavoro gratis solo con i pazienti della comunità, lo sai”.
“E se ti pagassi come ti pagano quelli fuori?”
“Costo troppo, mi dispiace”.
“Ah vabbuò, peccato però, tu eri bravo. E dire che la prima volta che t’aggio visto non mi fidavo affatto, sai?”
“Lo so. Faccio questa impressione”.
“Non offenderti, eh? Ma è la faccia. Con quei segni che ci tieni, marò…”
“Si dice rughe. Profonde rughe mediterranee”.
“Come vuole lei. Allora arrivederci, avvocato Previti, e buona fortuna”.
“Addio, Scalzacane, buona fortuna a lei”.

Ho fatto un sogno. Ho sognato che la legge era uguale per tutti.
Che incubo.

giovedì 15 febbraio 2007

il lavoro rende...

Brave persone, gran lavoratori

In un mondo migliore non esisterebbe neanche il brigatismo.
Ma in un mondo dove si spara per controllare uno straccio di territorio, perché i colori della mia maglia sono più belli della tua, perché ahò, che cazzo guardi, insomma, nel mondo in cui viviamo: è così strano che ci siano 15 persone che per sparare preferiscono ancora vecchie giustificazioni ideologiche? No, dai, non è così strano. Direi che è quasi fisiologico.

E come tutte le cose fisiologiche, dobbiamo imparare a conviverci. Stando molto attenti ai dolorini. Magari sono malesseri di stagione, magari cose più serie. Prevenire è meglio che curare (e un Pietro Ichino vivo è cento volte meglio di un Pietro Ichino eroe).

Perciò attenti, attenti al virus del brigatismo! D’altro canto, come isolarlo? Come faccio a capire se il mio collega di lavoro, il fattorino, il vicepreside, il coniuge, invece di essere in riunione stanno seminando gli uomini digos nel traffico urbano? La redazione di Leonardo ha studiato per voi la casistica, giungendo a una conclusione sbalorditiva. Riconoscere i terroristi rossi, in famiglia o sul luogo di lavoro, oggi, è molto facile.

Sono quelli che non si lamentano mai.

Su questo, le testimonianze concordano. Sono quelli che lavorano a testa bassa e mai un problema. Sono quelli che vanno alle feste padronali e legano con tutti, anche coi crumiri. Sono quelli che se ti avvicini borbottando che 600 euro al mese è schiavitù organizzata, ti fanno un gran sorriso e ti dicono animo, animo! Le cose miglioreranno. Sono gli studenti nell’angolo in fondo, sempre a studiare, studiare, come se a vent’anni fosse la cosa più importante.

Sono infaticabili. Stacanovisti. Che poi nessuno sa più dirmi chi era, ‘sto Stacanovo. Frammenti di quel Novecento in cui era ancora il lavoro a renderti libero. Non il telefilm serale. Non la droga abituale. Non i colori della tua squadra. Neanche il blog. Il lavoro. E la p38, certo.

Questa cosa meriterebbe di essere studiata. Magari proprio da Ichino, rinomato esperto di assenteismo. Io ho ancora in mente questo pezzo di Brodo sulla fannullagine giovanile. Pare che non sappiano più cosa significhi, lavorare, i giovani: nessuna serietà, attese impossibili sulla retribuzione, eccetera eccetera. D’altro canto perché uno dovrebbe comportarsi seriamente, davanti a prospettive determinate a sei mesi? Se nessuno ti prende sul serio, perché dovresti prenderti sul serio proprio tu? Se non è un progetto di vita, il lavoro diventa solo il parcheggio tra una finestra di vita e l’altra. Inutile darsi troppa pena per farlo bene. Si tratta solo di far venire le sei.

Ma questi 15, un progetto di vita ancora ce l’avevano. Per una qualche dissociazione che ha dell’incredibile, credevano ancora nella lotta armata, quindi nell’insurrezione, quindi nella vittoria finale. La fede è una cosa che ti dà allegria. E tutta la forza che ti serve per andare avanti. Non hai più bisogno di droga, telefilm, tutto il calcio minuto per minuto.

È una cosa che fa pensare. Voglio dire, il brigatismo è una fede distorta come tante. Ma se è produttiva per le aziende, perché non coltivarla? Con molta cautela, certo. Si selezionano qua e là certi vecchi rottami della lotta armata. Li si rimette in un brodo di coltura – l’ufficio o il reparto o la biblioteca. E tac! La produttività aumenta. Poi, prima che riescano ad organizzarsi sul serio e a sparare, si arrestano i capi e qualche altro poveraccio. E si aspetta il prossimo giro.

Non è un’idea così malvagia.
Magari è già venuta a qualcuno.

martedì 13 febbraio 2007

"son pieni di energia gli uomini"

Alzati, Bordone

Anche noi, venerdì, invece di uscire e recarci in qualche covo di snobisti, siamo rimasti sul divano davanti alle Invasioni Barbariche. Così effettivamente non ci è sfuggito lo scoop più controverso dell’anno (il servizio di Matteo Bordone, travestito da Matteo Bordone, che passa un pomeriggio intero in un ipermercato e poi va a non-ballare la salsa).

E non ci è piaciuto. Forse per snobismo antisnobista di ritorno, boh. Ma sicuramente non per antipatia preconcetta nei confronti di Bordone, tutt’altro. Di tutto si potrebbe accusare la mia coinquilina, salvo di antipatia preconcetta nei suoi confronti. E tuttavia avreste dovuto vedere la tristezza nei suoi occhi.

Allora: ci sarà in giro chi odia Bordone per motivi suoi e ha voglia di parlarne male: ma forse c’è anche chi c’è rimasto male perché Bordone in radio e altrove sembra molto, molto più simpatico di quello andato in onda venerdì. Una simpatia che nel servizio non c’era più: annullata. La tv ha masticato Bordone e ha risputato l’ennesimo snob-demofobo alla Zecchi. Non doveva finire così.

Poi, per un colmo di snobismo, ha iniziato a pioverci in casa. Quando ho riattaccato il PC, ho visto che ne avevano già parlato tutti. A questo punto che faccio? Sono più snob se mi attacco anch’io, o se faccio finta di niente?


Ho finto di essere un laureando di scienze della comunincazzone e mi sono brevemente rivisto il servizio (via macchia), cercando di capire cos’è che rendeva Bordone così irritante. Il montaggio? Le luci? La fotografia? No, direi che è tutto ok. Ma sin dalle prime riprese è chiaro un fatto: non c’aveva voglia. Certo, sempre meglio che simulare finti entusiasmi. Ma per tre minuti il personaggio barbuto non fa che spostarsi da una poltrona a una panchina, sembra invecchiato di 30 anni. A un certo punto prova anche un divano automassaggiante e dice che sembra di stare sull’intercity (un treno da snob: ma anche i regionali non vibrano mica male). “A fine serata sono stravolto” dirà alla fine. Guarda, senza acrimonia ti giuro: sembravi stravolto da subito. Il servizio funziona male soprattutto perché non c’è trama: il personaggio nasce stanco e stanco muore. Ma la gente in tv vuole colpi di scena.

E poi vuole che tu faccia il primo passo. Cioè, lo sappiamo tutti benissimo che 6 ore in un centro commerciale sono da ricovero, ma almeno la prima mezz’ora ci devi provare. Devi prendere in mano un oggetto che ti piace. Solidarizzare col vecchietto o la commessa. E se ti chiedono un ballo, porco cane, devi ballare. Nella sua replica, Bordone cita il Battiato di E ti vengo a cercare,
e attraverso Battiato (non so quanto consciamente), Nanni Moretti: l’archetipo dello snob barbuto italiano. Moretti è molto, molto più irritante di quanto Bordone potrà mai essere; eppure Moretti non si è mai negato il primo passo. Ci prova sempre. Se c’è da ballare, Moretti balla. In un campo da calcio si gioca a pallone. In un caffè si chiacchiera. Sulla spiaggia, ci si bacia. Poi finisce sempre male, ma Moretti ci prova. Prima d’esser buttato fuori.

Gratta gratta, il meccanismo è lo stesso dei grandi film di Chaplin: nel labirinto disumano della città moderna il Vagabondo prova qualunque mestiere, qualunque esperienza di vita. Non è mai a suo agio, ma riesce sempre a regalare all’ambiente qualcosa di originale. E tutto, per un attimo, funziona: finché non arriva qualcuno a dire che non si può stare lì. Ai tempi di Chaplin era un poliziotto-con-sfollagente. Moretti di solito si fa cacciar via da qualche "persona normale". La banalità della prepotenza.

Io credo che la modernità debba essere esplorata con un po’ più di energia, di coraggio, al modo in cui lo faceva il Vagabondo: è un centro commerciale disumano in cui scavarti la tua nicchia, consapevole che l’estraneo, il poliziotto, la pioggia dai tegoli, può portarti via tutto in poche ore. Puoi lavorarci, ma puoi anche nasconderti, pattinarci, giocarci. Dopodiché capita anche a me di addormentarmi in piedi, se accompagno qualcuno lungo certe rotte dello shopping. E allora metto su una musichetta interna, uno di quei pezzi da pianoforte che accompagnavano i film muti. E guardo in camera e tiro avanti. Qualcuno, da qualche parte, ride di me: è una cosa che a volte consola.

domenica 11 febbraio 2007

roba da Amintore

Fanfani la metterebbe in questi termini:

Con il Dico, vostro marito potrà lasciarvi e fuggire col maggiordomo: e qualora l'insano connubio resistesse alla crisi dei 9 anni, al maggiordomo spetterebbe anche una fetta d'eredità. Sodoma e Gomorra.

venerdì 9 febbraio 2007

ma che Dico

3285 di questi giorni
J'ai l'honneur de
Ne pas te demander ta main
Ne gravons pas
Nos noms au bas
D'un parchemin

Allora, verifichiamo se ho capito bene. Dovrò vivere con una persona.
Dovrò amarla e rispettarla.
Dovrò passarle il telecomando, se me lo chiede. Per le pulizie ci organizzeremo, ma è facile che la rimozione della spazzatura tocchi a me. Anche quella sua. Che puzza in un modo diverso dalla mia. Dovrò farci l’abitudine.
Dovrò portarla al cinema, al teatro, ai concerti, e offrirò io. Curerò la puntualità, ma guiderò piano, perché il colpo di frizione la innervosisce.
Guarderò, a braccetto con lei, centinaia di migliaia di vetrine piene di vestiti inspiegabilmente più interessanti di altri. Sbarrerò gli occhi per non chiuderli, soffocherò migliaia di sbadigli finché non mi verranno i crampi.
Le farò da mangiare, se proprio non c’è alternativa. Le farò la colazione. La sveglierò con le buone o le cattive. Se è malata, veglierò su di lei, a casa o al Pronto Soccorso. Visiterò i suoi parenti con una certa frequenza. Andrò a matrimoni e funerali.
Dovrò desiderare solo lei. Dovrò perdonarla, se lei non desidera più soltanto me. Dovrò portare pazienza, tanta pazienza, per quanto? per nove anni.
Nove anni. 3285 giorni, più bisestili.
Dopodiché, avrò dei diritti.

Dei diritti. Ora, io non è che voglio la polemica a tutti costi. Siamo nel Paese in cui siamo, con la maggioranza che abbiamo, con l'affitto che dobbiamo al Papa, ecc. ecc.. Ma nove anni? Quando i matrimoni di Santa libera Chiesa in libero Stato ne durano ormai due o tre? E io, che ho pagato perfino più tasse, devo soffrire il triplo senza nessuna copertura, e alla fine mi date dei diritti? Ma io dopo nove anni io non voglio dei diritti.
Io voglio una medaglia.

giovedì 8 febbraio 2007

aspettando i treni, guardandosi in giro

A letter to Ivan

Caro Scalfarotto,
abbi pazienza per questo mio finto tono informale, in realtà non ci conosciamo. Non ho neanche votato per te alle primarie, mi scuserai.
Ho appreso con piacere del tuo nuovo incarico in Inghilterra.
Ti scrivo perché ho letto che l’altro giorno, mentre guardavi il notiziario BBC su uno schermo al plasma, a bordo del “carissimo ma efficientissimo trenino Heathrow Express che in 15 minuti ti porta in centro a Londra”, ti chiedevi che senso avesse, in Italia, continuare col campionato di calcio.

[...] non si capisce a cosa serva questa specie di circo putrido, incivile, sanguinolento e fallimentare. Davvero: a cosa serve? A chi giovano le devastazioni sui treni e negli autogrill? Chi è responsabile del fatto che da decenni si tollerano le peggiori manifestazioni di violenza e le più meschine apologie di nazismi, fascismi, forni crematori e quant'altro? Perché non lo si è ripulito fino ad oggi come è successo in ogni altro paese civile? Qual è il contributo del calcio professionistico alla cultura sportiva del paese? Che danno verrebbe alla nazione semplicemente levandolo definitivamente di mezzo?

Forse era una domanda retorica; o forse da lassù è davvero difficile capire queste cose, con tutto il movimento che c’è. In ogni caso lascia che ti spieghi, caro Scalfarotto, che levare il calcio agli italiani, a questo punto, sarebbe come sospendere la morfina a un malato grave (forse terminale). Non è detto che non sia la cosa giusta: ma bisogna andarci coi piedi di piombo. Qui da noi siamo riflessivi, lo sai. È un vizio che prendiamo da giovani, aspettando a lungo i treni.

Nello stesso pezzo ti chiedi perché non è mai venuto in mente a un nostro Ministro dell’Interno di telefonare all’Home Office britannico, per chiedere come si fa a risolvere il problema degli hooligans. Domanda più che legittima. Eppure, dopo attenta riflessione (tanto il treno non arriva), sono giunto alla conclusione che sarebbe inutile chiedere medicine agli inglesi: la nostra malattia è molto diversa.

È vero che i sintomi sono simili: folle in delirio intorno a 44 polpacci sudati. Ma la storia clinica che c’è dietro è assai differente. È qualcosa che ci portiamo dalla notte dei tempi, delle nostre rispettive civiltà. Semplificando: gli inglesi hanno inventato il libero mercato, noi siamo famosi nel mondo per alcuni antichi proverbi come Divide et Impera, Panem et Circenses, e più recentemente per prodotti doc come la mafia, il fascismo e il corporativismo. Ebbene, se hai pazienza ti spiego in che modo il calcio è lo specchio di tutto questo. Sì, lo so, tu a quest’ora sei già in riunione. Io invece sono ancora qui, l’espresso non arriva. Neanche a pagarlo col supplemento rapido. Non mi resta che rimuginare, su questa panchina, fingendo che tu sia qui con me.

Il calcio professionistico inglese è nato, ed è sempre stato, un’economia di mercato. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, per molti decenni è stato un piccolo mercato. I calciatori non guadagnavano molto più di un operaio specializzato. Tanto che iniziarono prestissimo (1908) a sindacalizzarsi.
Del resto le squadre non avevano moltissimo da offrire. Erano (piccole) società private, e possedevano gli stadi – quegli leggendari stadi proletari, dove si stava in piedi aggrappati a una sbarra. Le piccole squadre campavano vendendo biglietti ai tifosi e i gioiellini alle squadre più forti. Le squadre più forti, per mettere a libro paga i fuoriclasse, dovevano vendere più biglietti. Economia di mercato, senza tanti fronzoli.

Quando negli anni Cinquanta il calcio inglese si aprì al resto del mondo, alcuni di questi operai-calciatori scoprirono una cosa curiosa: che potevano far fortuna all’estero. Ti ricordi del gigante buono della Juventus, John Charles? Beh, lì da te Charles è conosciuto come “The first rich British footballer”, il primo calciatore britannico a far soldi. E non li fece in Inghilterra, no. Li fece qui da noi. Nel 1957 la Juventus gli offrì quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna per un calciatore.

Ora, dimmi tu: secondo la più elementare logica della domanda e dell’offerta, è possibile che negli anni Cinquanta l’Italia avesse un mercato così competitivo da attirare i calciatori britannici? No, non è possibile. Il fatto è che in Italia, già nel 1957, non c’erano squadre-imprese affidate a manager con l’ossessione di quadrare i bilanci. Ma c’erano gli Agnelli, che volevano offrire ai loro concittadini e sudditi un gioiellino. Eravamo ancora in un’economia da mecenati rinascimentali, capisci? Il signore della città che sborsa milioni per questioni di prestigio. Pensa a come il vecchio Agnelli chiamava i suoi gioiellini: Raffaello, Pinturicchio… O pensa, se preferisci, al questore edile che nell’antica Roma dilapidava le sue fortune in Circenses per farsi eleggere Console. Cinquant’anni dopo siamo ancora lì, alla Roma dei Cesari o alla Firenze dei Medici. Forse non ne usciremo mai, come questo Intercity che arranca, sul binario steso un secolo fa.

Ma del resto, c’è mai stata una vera economia di mercato, in Italia? Se togli le oligarchie del vecchio capitalismo famigliare, il sommerso di mafia e camorra, gli interessi corporativi e le storiche lottizzazioni tra partiti, cosa resta? Di sicuro non il calcio. Nessun imprenditore ha mai cercato di fare fortuna col calcio. Le squadre di serie A, B, persino C, sono quasi sempre in mano a qualche industriale che aveva soldi da sbattere via – letteralmente: da sbattere via. Quando Tanzi prese il Parma, Cecchi Gori la Fiorentina, Moratti l’Inter, non pensavano certo di lucrare. Il loro primo interesse era farsi belli davanti ai concittadini. Altri più avveduti, come Berlusconi, hanno utilizzato il calcio come veicolo promozionale per lanciare altri prodotti. Il calcio italiano non è autonomo, non se lo può permettere. Gli stadi sono in affitto: li mantengono i contribuenti. Anche la sicurezza negli stadi è a carico nostro. I tifosi non sono un pubblico pagante, libero di decidere se una squadra merita o no di essere seguita. La tifoseria italiana è l’erede della plebe romana: deve credere ciecamente ai suoi colori, acclamare i suoi tribuni o calpestarli.

Non che in Gran Bretagna sia sempre stato tutto rose e fiori: con tutta la nostra guerriglia domenicale, un massacro come Hillsborough in Italia non c’è ancora stato (forse è quello che ci manca per voltar pagina davvero). Ma dopo Hillsborough il sistema del calcio inglese ha mostrato gli anticorpi. I club hanno capito che per sopravvivere dovevano evolversi. Hanno tolto le sbarre e hanno montato le poltroncine sugli spalti. Hanno dimezzato i biglietti, e hanno scoperto l’economia dei diritti tv. Hanno investito in sicurezza, perché non potevano contare sui bobby della Regina per ogni minimo tafferuglio. È stato pesante, ma l’alternativa era fallire. E per chi fallisce non c’è perdono.

In Italia un perdono, un condono, c’è sempre. C’è sempre un padre amoroso, ansioso di rimetterti i peccati. Le stesse squadre non sono imprese, ma entità metafisiche che passano liberamente da un fallimento all’altro, da una proprietà all’altra. Per loro non valgono le regole dell’economia o del buon senso: non so quale altra società al mondo abbia il diritto di spalmare i propri debiti su una distanza di trent’anni. Perfino gli intellettuali si inginocchiano ai riti della plebe: guai se gli tocchi i colori, gli stendardi, i gonfaloni. Siccome sugli spalti non c’è vera economia, si fa il possibile per trovarci qualcos’altro: cultura, senso di appartenenza, e tutte le altre baggianate che servono a coprire la realtà più evidente.

E la realtà più evidente è che il calcio vive, da un secolo e più fuori dall’economia, finanziato dallo Stato, perché lo Stato ha bisogno di una valvola per il disagio del proletariato urbano. Quei vecchi pensatori oggi in disuso, che nell’Ottocento davano per imminente la rivoluzione, erano meno ingenui di quello che pensiamo. Vivendo nelle prime città industriali, si guardavano attorno e vedevano una rabbia, un’energia, che nulla sembrava poter contenere. Prima o poi quest’energia avrebbe trasformato il mondo. Era chiaro.
Ma avevano fatto i conti senza il calcio. Questa pesissima varietà di oppio dei popoli, di fronte al quale la Chiesa cattolica è solo un placebo per bambini e vecchiette. Chi poteva immaginarselo, a metà Ottocento. Proletari di tutto il mondo, fatevi la guerra. Palermo contro Catania, ultrà contro poliziotti, passatevi il tempo. Ché alternative, per voi, non ne abbiamo.

A meno che non ne abbia una tu, caro Scalfarotto.
Ma tu non mi ascolti. A quest’ora il tuo meeting è finito, e magari stai già prendendo un altro treno.
Anche il mio, finalmente, è arrivato. Saluti.
Solo, un’ultima cosa:
non crederti al sicuro.

No, cos'hai capito, non è una minaccia. È una constatazione. È vero che il calcio inglese funziona meglio. Ma certi problemi del calcio italiano sono sintomi di un malessere di tutta l’Europa occidentale. Dopotutto la Storia non ha sensi di marcia obbligati. E se quelli avanti, per una volta, fossimo noi?

La guerriglia urbana settimanale, la gestione camorristica dello sport, la società dell’avanspettacolo, non sono necessariamente retaggi di un passato. Forse sono il futuro: anche il vostro futuro.
Può essere una mia impressione, ma ultimamente è il calcio inglese ad essersi accostato al modello italiano. I grandi club stanno cominciando a monopolizzare il campionato: non era mai successo. Il Chelsea è in mano a un miliardario russo che sbatte via capitali per questioni di prestigio, e forse per riciclare un bel po’ di denaro sporco. Non è detto che tra un po’ non sia l’Home Office a telefonare al Viminale, per chiedere come si risolvono certi affari.
E al Viminale, gli eredi di una sapienza di generazioni di treni in ritardo, probabilmente gli risponderanno che certi affari non si risolvono: si gestiscono e basta.
Adesso ho veramente finito. Scusa per lo sfogo, e buon lavoro.

martedì 6 febbraio 2007

fate largo all'avanguardia


Amami, odiami; stringimi, stammi lontano
"Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri". Giovanni 13, 34

Che cos’è, l’avanguardia, esattamente? E a cosa serve?

Per alcuni si tratta di forare la quarta parete e cambiare il mondo. Non è mai stato facile, e da qualche decennio è anche demodé. Ma la chiameremo ancora Ipotesi Progressiva.
Per altri si tratta sempre e solo di ego. Sindrome d’onnipotenza dell’artista, che fa esplodere qualunque testo o partitura. Si urla, si balla, si tira cacca e sangue sul pubblico, che adora e applaude. In un certo senso si torna alla preistoria, quando l’artista era uno sciamano (e un ciarlatano, naturalmente). Chiamiamola Ipotesi Regressiva.

E poi c’è Lars Von Trier. Quando d’inverno cala Lars Von Trier, si sente in lontananza un coro, che bisbiglia sommesso e petulante, siamaosiodiasiamaosiodiasiamaosiodia. Balbettanti cinefili, marmaglia borghese, puah. Si ama? Si odia? Ma chi se ne frega? Mica dobbiamo portarcelo a letto, Lars.
Noi abbiamo domande più interessanti, noi. Noi siamo il tribunale della rivoluzione, e ci domandiamo: Von Trier è Progressivo o Regressivo? L’unica domanda interessante, quella che fa scattare la molla della ghigliottina. Il resto è brusio da borsette, per l’appunto.

Mi piace immaginare che la stessa domanda se la faccia lui. Quel tipo di domande che si fanno i nordici, no? Insomma, ci sono o ci faccio? Sono un rivoluzionario o un ciarlatano? Può darsi che io stia sacrificando l’estetica al messaggio: ma questo mio sacrificio non è forse esso stesso un messaggio, che dice “quanto sono figo?”
Ma sono davvero così figo? Tecnicamente, non valgo poi molto. Agli attori do istruzioni a caso, quando uso l’handycam mi trema la spalla, se affido i movimenti di macchina a un computer nessuno noterà la differenza. Si aggiunga che odio tutti, in particolare gli attori: egotici dannati, non ci parlo volentieri. Ma vorrei che mi amassero. Sì, vorrei che mi considerassero un loro amico. Però ho difficoltà a starci insieme. Nella stessa stanza.

Il Grande Capo è un viaggio nel cervello di Von Trier, dove fa parecchio freddo, ma ci si diverte. Matte risate, sul serio. Il protagonista dovrebbe essere Kristoffer.
Kristoffer è un artista, un attore d’avanguardia, un ciarlatano. Ama sé stesso, le sue teorie e le sue messe in scena astruse. In mancanza di scritture accetta di impersonare il Grande Capo di una dot com (tornano di moda, anche se tra un po' gli troveremo un nome diverso). È convinto di trovarsi davanti a un vile canovaccio da nobilitare con la sua arte. Invece farà l’incontro più importante della sua vita artistica: Ravn.

Ravn assomiglia al gangster di Pallottole su Broadway: è il vero Grande Artista, quello istintivo, che non sa nulla di teorie. Parte integrante del suo genio è l’assoluta amoralità. Non c’è bene né male, solo l’arte per l’arte. L’arte di Ravn è la sua impresa, la tecnica che padroneggia al meglio è la stesura dei contratti. Senza sborsare un solo soldo, Ravn ha costruito e dirige un’impresa di successo. Per difendersi dalle decisioni impopolari che prende continuamente, si è inventato un Grande Capo fittizio, di cui lui sarebbe soltanto un esecutore, incaricato di indorare le pillole. Più il Grande Capo è arbitrario e dogmatico, più Ravn si accredita come mascotte dei dipendenti. Perché dirigere l’impresa non gli basta: sopra ogni cosa, Ravn vorrebbe farsi amare.

In quell’orsacchiotto c’è una cosa che forse non avevamo ancora capito di Lars: il principio “o-lo-ami-o-lo-odi” non è un dilemma, ma una strategia. Devi odiare il dogmatico Von Trier per amare il rivoluzionario Lars. Ogni regola serve ad essere elusa, questo forse lo avevamo capito già: quello che non avevamo capito è quanto fosse importante per il regista agorafobico l’essere amato, l’essere abbracciato. Un film di danesi che si abbracciano e cercano di volersi bene è qualcosa che val la pena di vedere – anche perché c’è sempre un nord del nord: in questo caso il gelido cipiglio dell’acquirente islandese che esecra i sentimentalismi dei terroni di Copenhagen.

Prima di incontrare Ravn, Kristoffer non aveva idea di cosa fosse veramente un artista: un mangiatore d’uomini e donne, un killer. “Il testo è sacro, per me”, diceva a Ravn, all’inizio. “Anche se l’avesse scritto Hitler”. Sono le cose che si dicono gli avanguardisti, tra le quinte. Ma se fosse la vera vita? Cosa succede quando scopri che il tuo testo l’ha scritto davvero Hitler? Un dittatore insensibile, pronto a mandare la sua impresa al macello, travestito per di più da simpatico orsacchiotto? A quel punto Kristoffer ha un soprassalto: per un attimo sembra voler riscattare la sua mediocrità e il suo egotismo. C’è la possibilità di forare davvero la quarta parete: mandare a monte la recita, salvare l’azienda e i suoi dipendenti. Per ottenere un risultato, Kristoffer è persino disposto a sacrificare le sue teorie e ricorrere all'arma segreta: quel teatro borghese tanto odiato, con la sua untuosa ed esecrabile capacità di suscitare emozioni. E in quel momento siamo tutti con lui. È bravo, è commovente, il suo ego è finalmente funzionale al testo che si è scelto. È troppo bello per finire così.
E infatti non finirà così. L’ego è una brutta bestia: ti segue ovunque vai. È lui il nostro Grande Capo.

Vale la pena aggiungere che il film fa molto ridere; perlomeno ha fatto ridere me, molto più di Commediasexi. A questo punto io credo di amare Von Trier, anche se non vorrei mai stare in una stanza con lui. E con nessuno di voi. Però vorrei che mi amaste di più, sento che non mi amate quanto merito.

Idee più chiare su:
- Secondavisione ("o si ama o si odia").
- Marco Luceri ("l’amato-odiato furetto danese").
- Giulio Sangiorgio e Mauro F. Giorgio (sul fondo compaiono giochi di parole in greco, Derrida Deleuze e Guattari; Debord si era dato malato).
- Fenice ("Iniziamo dicendo che le scuole di pensiero sono due e ben nette: Lars von Trier si odia o si ama".
- "Un regista che è riuscito da sempre a dividere critica e pubblico: o lo si ama, o lo si odia!" (Cineblog)
- "Lars von Trier, o lo si ama o lo si odia! Sembra proprio che vie di mezzo non esistano" (Cinefile.biz su Manderlay)
- Sicuramente Dogville ha diviso gli spettatori; è comunque un film che difficilmente si può considerare godibile, e quindi o lo si ama o lo si odia.
- Potrei andare avanti ma è troppo facile.

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