lunedì 21 aprile 2008

i gelati sono buoni, ma

Caro Astensionista,
ti scrivo per rassicurarti (so che in fondo ci tieni): non mi ero scordato di te.

Se in questi mesi di campagna ho evitato di scriverti – rompendo una tradizione semidecennale – non è stato per dimenticanza o negligenza. No. L’ho proprio fatto apposta. Perché ti conosco, ormai. Più tutti ti scrivono, invitandoti ad esprimere una volontà qualsiasi, più tu ti arrocchi nella difesa del tuo incompromettibile gusto personale. Intanto passano gli anni, ma la scena non smette di apparire infantile: per quanto nobili siano i tuoi ideali e i tuoi intenti, l’effetto è quello del bambino che pesta in piedi al centro di una folla di parenti che gli supplica di collaborare. Ogni volta che penso a te mi viene in mente un vecchio pezzo di Gianluca Neri che – non me ne voglia – riassumeva così la sua astensione: se voglio un gelato al pistacchio, e il gelataio insiste per mescolarlo con la crema, io non lo compro, perché il mio ideale era il puro pistacchio. Il fatto che con tutte le metafore al mondo, Neri avesse scelto proprio quella del gelato, mi si è conficcata per sempre in un angolo della memoria fissa. Perché vedi, in fondo nella vita facciamo tutti dei compromessi. Vorremmo quella casa, quel lavoro, quel partito, quel parcheggio, ma non sempre li troviamo disponibili: e allora ci arrangiamo con una casa che costa un po' meno, un lavoro che è meglio di niente, un parcheggio un po' più lontano. Tutti compromessi più o meno dolorosi, ma necessari. Per l'Astensionista invece la scelta più dolorosa della vita fin qui pare sia stata la rinuncia ad un gelato.

Insomma, Caro Astensionista, nel momento in cui tutti guardano a te e ti supplicano di lappare il loro cono scadente, io questa soddisfazione non ho voluto dartela. Anche perché stavolta non mi sembravi così determinante: e questa era una buona notizia sia per me che per te.
Anche ora devo dirti che non ho molta voglia di farmi i fatti tuoi. Volevo invece raccontarti un po' di cose su di me. Mi sono accorto che sono cambiato, sai? Proprio rileggendo le vecchie letterine che ti scrivevo. Non ti dirò che sette anni fa ero più ingenuo: sarebbe banale, e poi no, non ero ingenuo: avevo ragione, già allora. Forse più allora che adesso, perché vedevo le cose più da lontano. Per esempio, alla vigilia delle elezioni 2001 ti supplicavo:

Non cerco di convincerti. Cerco di commuoverti. Vedi, se tu sei forte, io sono debole, e ho paura. Ho paura di cosa può fare Berlusconi, indisturbato, in cinque anni. Ho paura di come potrà conciare la scuola (non soltanto pubblica), l'assistenza sanitaria, la giustizia, in breve l'intera società. Ho paura di svegliarmi, tra breve, in un Paese dove sarò cittadino di serie B, condannato a usufruire di servizi statali o parastatali di serie B e a inquadrarmi nel target che una qualche tv commerciale avrà stabilito per me.

Quant'ero tenero, col cuore in mano: “ho paura, ti prego aiutami..” Eppure tutte le mie paure erano fantasmi vaghi, parole astratte: Scuola, Assistenza Sanitaria, Giustizia, Società... problemi enormi che sorvolavo da lontano. Ecco, Astensionista, io non sono più così. Man mano che gli anni passavano io calavo, calavo sempre più. Oggi non sarei più in grado di preoccuparmi di parole astratte, tipo, che so, la Scuola. Oggi la scuola è un edificio polveroso in cui lavoro, e la mia principale preoccupazione è un bambino (italiano, normodotato) che arriva dalla quinta elementare con buono in pagella e non sa leggere; un altro che avrebbe bisogno del sostegno ma è fuori budget; e un genitore a cui ho spiegato una cosa un mese prima che una circolare del ministro la cambiasse; e il mese dopo è cambiato anche il ministro. Oggi non penso più alla Sanità, penso alla mia colecisti e a quanto mi costerà nei prossimi mesi. E poi penso alla casa. Sette anni fa non la mettevo neanche in elenco. E alle spese, alle tasse. Qualche tempo fa ho scoperto di appartenere a una delle fasce che ha perso il maggior potere d'acquisto, e la cosa mi ha fatto una rabbia che non ti dico. È stato come... svegliarsi cittadino di Serie B. Sì, me lo aspettavo, eppure quando ti ci trovi dentro è sempre diverso da come te lo figuravi. Insomma, è come nell'atroce racconto di Buzzati: man mano che il paziente scende da un piano all'altro dell'ospedale, vede sempre meno cielo dalle finestre, e si concentra sempre di più su sé stesso e i suoi dolori. Questo sta succedendo a me, Astensionista. Sette anni fa mi preoccupavo dell'Italia, se non del Mondo. Adesso mi preoccupo del prezzo di un singolo metro quadro in periferia. Sto diventando sempre più piccolo, e forse meschino.

Che sia questo il vero motivo per cui non ti scrivo più? Sette anni fa ti supplicavo di salvare l'Italia, oggi avanzerei richieste meno nobili. Oggi vorrei essere salvato, io, da qualsiasi folle piano di costruire un ponte di Messina o un Hub varesotto a spese mie; non temo per la sorte di un martire per la libertà stile Biagi o Santoro, ma per le mie tasche, perché se aboliranno l'ICI i comuni dovranno ben rifarsi sulle tasche di qualcuno: e indovina chi sarà. C'è da vergognarsi, caro Astensionista, a venirti a disturbare con preoccupazioni così grette che tu, evidentemente, non condividi. Ecco, questo è curioso. Perché non le condividi?
Probabilmente possiedi una casa. Magari hai un'attività, e detassando gli straordinari riuscirai anche a metter da parte qualche soldino in più. Insomma, probabilmente per te Berlusconi è una gran rottura di palle, ma senza vere conseguenze per il portafogli. Ecco, dovevo capirlo subito. Io e te siamo diversi.

Forse sette anni fa non era ancora così, ma oggi sì. Io sono scivolato in serie B, tu no. Per me un Veltroni al posto di Berlusconi avrebbe fatto una grande differenza. Una differenza non astratta, ma economica, sostanziale. Non era il mio tipo, i suoi discorsi mi annoiavano, le sue strategie mi lasciavano interdetto, ma sapevo che avrebbe provato a fare qualcosa per me. Come so benissimo che Berlusconi non ci proverà nemmeno, e giustamente: lui rappresenta altre classi e altre categorie, che hanno vinto le elezioni, mentre io le ho perse. Le ho perse e pagherò per loro.

Capisci, Astensionista? Qui dalle mie parti chi perde paga. Da voi non è così.
Da voi in serie A ho sentito fare dei discorsi preoccupanti, non solo dagli astensionisti – anche da quelli che votavano PD. Il senso generale è: abbiamo perso, beh, pazienza. Pazienza? Almeno adesso ci sarà un governo stabile. Stabile? Da quando in qua una persona caduta in un pozzo di merda si rallegra di aver raggiunto una posizione stabile? Tra cinque anni, chissà... Tra cinque anni? Ma sul serio voi avete altri cinque anni da aspettare? Io tra cinque anni ne avrò già troppi: e non so nemmeno se posso permettermi un figlio o no. E poi una gran voglia di divertimento: finalmente è terminata la noiosa campagna elettorale, ora spassiamocela, andiamo ai concerti, conosciamo gente nuova... Astensionista, ti rendi conto? Questa è gente che ha la nostra età, va per i quaranta. Per di più la congiuntura economica non promette nulla di buono. Tutta questa leggerezza che senso ha? Non è un po' la stessa leggerezza con cui due mesi fa hanno mandato a casa Prodi e si sono inventati una gioiosa macchinina di guerra? E ora che vi siete giocati altri cinque anni della mia vita, non dico che mi aspetto una scusa da parte vostra, ma non potreste tenere la faccia contrita ancora per un po'? No? Beh, capisco, è primavera. E va bene, andate, divertitevi. E vai anche tu, Astensionista, secondo me troverai chioschi con tutti i gusti di gelato che vuoi. C'è solo un'ultima cosa che vorrei confessarti.

Per molti anni, anche se ti blandivo, ho pensato che tu fossi un utile idiota, inconsapevolmente alleato del nemico. Lentamente mi sono accorto di sbagliarmi. Vista da qui sotto, in serie B, la tua posizione è molto più chiara. Il nemico sei tu. La buona notizia è che hai vinto anche stavolta. E anche stavolta senza sporcarti le mani – neanche di gelato alla crema. Che eleganza, beato te.

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