mercoledì 23 luglio 2008

O pace o deserto

Apro Repubblica e leggo:

Obama ai palestinesi: sarà pace


E subito penso: wow, forte Obama. Poi leggo meglio:

Obama ai palestinesi: sarà pace
'Israele, Gerusalemme capitale'

E comincio a pormi il problema. Perché, ecco, magari il lettore medio di Repubblica non lo sa (e non ha il dovere di saperlo - anzi forse ha il diritto di non saperlo già), ma quelle due frasi lì non potrebbero stare insieme. E' come se la prima dicesse: Bianco, e la seconda: Nero. In effetti la prima dice: "Pace". La seconda magari non ne ha l'aria, ma dice: "Guerra". Mi dispiace, davvero, non credo che Obama sia una cattiva persona, ma dice così.

A questo punto bisogna spiegare cosa c'è di sbagliato nell'indicare Gerusalemme Capitale. Gerusalemme è già la capitale di Israele, no? Non proprio. Cioè: per gli israeliani sì. Gerusalemme è la capitale israeliana "complete and united" per legge, dal 1980. Ma l'Onu, che per la città aveva altri piani, considera quella legge una violazione del diritto internazionale. Di fatto, le ambasciate risiedono a Tel Aviv. Nessun Paese membro dell'Onu, a parte Israele, riconosce alla città santa lo status di capitale israeliana. Nemmeno gli Stati Uniti di George Malvagio Bush. Finché un giorno arriva Obama. Incontra i palestinesi. E gli dice quel che ha detto. Chissà i salti di gioia a Ramallah.

Ma poi l'avrà detto davvero? E' estate, fa caldo, può darsi che l'istintivo entusiasmo per Obama abbia giocato un brutto tiro all'articolista, vediamo. Scorro l'articolo e ci capisco meno di prima. E sono uno che un po' di Medio Oriente lo mastico, figuratevi il lettore digiuno. Giudicate voi.
Sul futuro di Gerusalemme il senatore dell'Illinois ha però precisato: "Quello di capitale è uno status finale che dovrà essere deciso dai negoziati e in accordo con i palestinesi. La comunità internazionale, inclusi gli Usa, non riconosce la rivendicazione israeliana di Gerusalemme come sua 'eterna e indivisa capitale'"
Se ho capito bene: Capitale sì, Unita e Indivisibile no. Ecco, questo rappresenta una cauta apertura alla Palestina, o almeno ad Al Fatah, che ha sempre reclamato Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese. La dichiarazione è importante soprattutto se si confronta con una di Obama di inizio giugno, in cui Gerusalemme era considerata non solo capitale israeliana, ma anche unita e indivisibile. A questo livello, un palestinese moderato come Abu Mazen può ritenersi persino ottimista per il solo fatto che Obama sia andato a trovarlo a Ramallah - anche perché l'alternativa è un McCain che con i palestinesi nemmeno ci vuole parlare; poi bisognerebbe anche verificare quanti palestinesi ancora si sentano rappresentati da un moderato come Abu Mazen, dopo vent'anni di prese in giro: ma è un altro discorso.
Torniamo alla dichiarazione di Obama. Ce la leggo soltanto io, tra le righe, una certa arroganza? Da una parte il candidato sa già dove vuole arrivare: Gerusalemme Centro agli israeliani, e Ger. est ai palestinesi. Però, attenzione, quello è solo lo "status finale" a cui arrivare dopo tanti negoziati. Come a dire: discutete pure, basta che alla fine si arrivi alla conclusione che ho proposto io. In pratica si chiede ad Abu Mazen (e solo a lui: se Hamas vince di nuovo le elezioni, ciccia) di star seduto, stringer la mano al premier israeliano di turno e sorridere per altri 2-3 anni, per arrivare a un risultato che magari i consulenti di Obama hanno già messo nero su bianco in un dossier.

D'altro canto è abbastanza ingenuo leggere una dichiarazione così dal punto di vista dei palestinesi. In questo momento piacere ad Abu Mazen è l'ultimo problema di Obama. Il dieci per cento dell'elettorato americano dà l'impressione di credere alle storie che lo dipingono come un musulmano travestito da cristiano. In una situazione del genere un viaggio in Israele gli serve soprattutto per mettere una solida pietra sui pettegolezzi, per farsi inquadrare con la quippah in testa, per rassicurare gli israeliani, e soprattutto gli americani che a Israele ci tengono. Che poi ci possa scappare una cauta apertura ad Abu Mazen, è quasi miracoloso. Insomma, la dichiarazione di Obama vuol dir poco, ma poco è meglio di niente.

Forse, più che la dichiarazione, il problema è l'articolo che ci sta intorno; e ancora più dell'articolo, il titolo che ci sta sopra. Quando si critica il messianismo di Obama, si intendono casi come questi: non c'è un politico al mondo che a proposito della Palestina non si sia riempito la bocca della parola "pace". Ma se lo dice Obama, sembra che "pace" da parola debba diventare al più presto realtà. Obama dice "pace", e improvvisamente i palestinesi smettono di avere motivi per farsi esplodere o dirottare i bulldozer. Conta poco o niente che la "pace" proposta da Obama risulti alla maggior parte degli abitanti dei Territori un ultimatum inaccettabile; l'importante è accreditare Obama come uomo nuovo in possesso di soluzioni. Anche se a ben vedere sono soluzioni che rischiano di sorpassare a destra quelle di Bush. Ma Bush è il passato: Obama è il nuovo, e ciò che è nuovo è buono.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).