giovedì 31 gennaio 2008

Rispondete in silenzio o tacete per sempre

Cosa capirà la gente

Se tutto va come deve andare, stasera ad AnnoZero faranno vedere ampi stralci de La mafia è bianca, lungometraggio del 2005 sulla malasanità siciliana. È un documento importante, che dimostra (dimostrerebbe) i rapporti non occasionali tra Cuffaro ed esponenti mafiosi. Cuffaro è un po' sdegnato, perché sostiene che Santoro lo voglia processare senza contraddittorio. Però, attenzione: Cuffaro, alla trasmissione di stasera, era stato invitato. È lui che non vuole andarci, a causa di impegni presi in precedenza. (Impegni? Ti sei appena dimesso da Presidente, possibile che non trovi un buco per andare in diretta tv nazionale per rispondere ad accuse di mafia?) Insomma Santoro ha il gravissimo torto di averlo invitato ripetutamente una sera in cui lui è già affaccendato. E vabbè.

Cuffaro chiede a gran voce di spostare la puntata. O in alternativa, di far vedere stasera anche un documento di qualche anno fa: un contraddittorio tra lui e i due autori del documentario, Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini(*), moderato dal mio nuovo blogger di riferimento, Pierluigi Diaco. Quest'ultimo, giustamente lusingato, si unisce alla richiesta di Cuffaro e ripesca parte di quel contraddittorio da YouTube.

Per quel che vale, mi unisco anch'io: Santoro, fallo vedere, quel contraddittorio. Piglialo anche tu da internet, chi se ne frega se è un po' sgranato. È un documento meraviglioso, su Cuffaro e sui giovani giornalisti italiani.



Prendete i primi minuti: Diaco chiede a Bianchi e Nerazzini perché invece di inseguire Cuffaro per tutta la Sicilia con la telecamera in mano non gli hanno semplicemente chiesto un'intervista. Loro rispondono che gliel'hanno chiesta. Lui insiste: perché non gliel'avete chiesta a telecamere spente? Loro rispondono: gliel'abbiamo chiesta, varie volte, anche a telecamere spente. Lui continua a chiedere: sì, ma insomma, perché non gliel'avete chiesta? Loro non sanno più cosa dire, Cuffaro sogghigna, e a questo punto Diaco, infastidito, dà uno storico ultimatum: “O rispondete alle mie domande in silenzio, o la gente non capisce nulla”.

Ecco, secondo me il problema è tutto qui: in Italia ci sono dei giornalisti, anche bravi, che però non riescono a rispondere alle domande in silenzio. Di conseguenza la gente non capisce. Diaco questo lo ha capito, ma gli altri ancora no, ed è per questo che lo mobbizzano e non lo fanno entrare nelle costituenti dei nuovi partiti che contano.

(*) Sì, Alberto è stato mio compagno di banco, è tutta una conventicola, un magnamagna, ecc. ecc.

lunedì 28 gennaio 2008

7 fiasche di lacrime ho versato

La settimana scorsa non ve ne sarebbe potuto fregar di meno, ma questo blog ha compiuto 7 anni. La lagna su quanto siamo vecchi ve la risparmio per l'anno prossimo, quando lo saremo ancor di più.

Quel che posso dire è che più vado avanti, meno mi fermo a riflettere su quello che sto facendo e perché. Credo non valga solo per il blog: a una prima fase in cui ragioni molto sul senso di quello che fai (e metà dei tuoi discorsi sono metadiscorsi), subentra una certa insofferenza alle teorie. È anche abbastanza normale che tu faccia più fatica a ricordare i pezzi di quest'anno rispetto a quelli di tre anni fa: come diceva tra gli altri Coupland, la memoria è un bicchiere che si riempie nei primi anni, e il resto cola giù. Il risultato è che negli ultimi tempi, spulciando l'archivio, mi capita un'esperienza comune a voialtri lettori, ma che non avevo mai fatto: leggere un pezzo di Leonardo senza sapere dall'inizio dove vuole andare a parare. Vi dirò, a volte è una delusione.

C'è da aggiungere un dettaglio non irrilevante: negli ultimi 12 mesi il blog ha quasi raddoppiato gli accessi. Naturalmente non ho la minima idea di quanti di questi accessi siano lettori autentici (ai quali poi andrebbero sommati i sottoscrittori dei feed); l'unica cosa che posso dire è che il sito sta andando molto bene (ma andando bene dove? Boh). Anche la posizione in classifica per il momento è lusinghiera - qui però bisogna intendersi. Vedo che molti tendono a considerare una buona posizione come un attestato di qualità del proprio blog. Io - che grosse ansie di prestazione non le ho, o almeno le ho superate, salvo ricadute della mezza età - di solito faccio il ragionamento inverso, ovvero: valuto la qualità di una classifica dalla posizione del mio blog. Per me una buona classifica dei blog italiani deve avermi almeno nei primi 30 - facciamo 40, via: se non ci sono, non credo sia una buona classifica. Senza offesa, eh.

La cosa lievemente inquietante è che gli accessi aumentano soprattutto durante le crisi politiche: a febbraio dell'anno scorso, e adesso. In generale la politica è l'argomento che richiama più visitatori: tra i pezzi più apprezzati ci sono senz'altro un paio di requiem per Prodi, i commenti alla candidatura di Veltroni alla segreteria del Pd, e la mia dichiarazione di voto per Rosy Bindi. Purtroppo sono tutti pezzi un po' effimeri, che sulla distanza perdono quasi tutto il loro mordente. Mentre io, se non s'è capito, quando scrivo qua sopra ho sempre in mente lettori del futuro, e mi chiedo spesso se sarò in grado di appassionarli un poco, o perlomeno di farmi capire.

La verità è che di politica scrivo quando non mi viene in mente nient'altro, ma che il mio approccio a quei temi, negli ultimi anni, è sempre più superficiale. La nascita del PD da quel punto di vista lo ha dimostrato: nel momento in cui avrei potuto impegnarmi concretamente nella realizzazione di qualcosa, ho preferito defilarmi e continuare a scrivere questi commenti stizzosetti. La prospettiva di dover partecipare a lunghe riunioni in cui senz'altro avrei parlato troppo e sarei stato frainteso, e mi sarei assunto responsabilità di cui poi mi sarei pentito, mi ha preventivamente congelato. Di questo passo forse mi ridurrò come quegli opinionisti sgonfiati che continuano a dare addosso ai loro vecchi avversari per inerzia - con la differenza che loro almeno li pagano.

Però non è così che vorrei finire. Quello che in realtà vorrei pubblicare qui, quello che mi piace veramente scrivere, sono semplici raccontini sui fatti del giorno, più o meno come gli ultimi due che ho pubblicato. In realtà è da sette anni che ci provo, ma è frustrante. Se sono in palla me ne posso venire in mente due o tre in una settimana: e poi, per sei mesi, più niente. Invece la politica è sempre lì, a portata di mano.

Ora c'è il solito giochino del compleanno. Riassumo per i nuovi arrivati: dovreste scrivere nei commenti il pezzo che vi è piaciuto di più dell'annata 2007, senza paura di sembrare prevedibili o scontati o chissenefrega. Di solito il pezzo migliore è il primo che vi torna in mente. Se però non siete sicuri, ne ho selezionati alcuni che sono piaciuti a me. Per una buffa coincidenza, c'è anche il pezzo più breve e quello più lungo di questi sette anni. Grazie per l'attenzione. E' superfluo aggiungere che senza di voi sarei una persona ancora più insicura e depressa (riuscite a pensare a quanto sarei insicuro e depresso?)

Il meglio del 2007, più o meno:
- Edizione straordinaria
- La versione di PP
- Amare i bambini
- Storia di Mària
- Chi ha ucciso Goku
- Scampato alle Diaz
- Veltroni è un sogno
- Con o senza P
- Il mondo di Junior
- Giorni, nuvole e uomini verdi
- Deal or no Deal
- Ma quanto dolore per quel segno sul muro

domenica 27 gennaio 2008

Il futuro di chi ha memoria

Sabato a scuola non si trovava un videoregistratore, neanche a pagarlo. Tutti prenotati da mesi. Nei corridoi echeggiavano voci stentoree, gridi disperati. “Achtung Juden!” “H'raus!” “Tod und Verzweiflung!” E' un'altra Giornata della memoria.


Servirà a qualcosa? Questi ragazzi ricorderanno? O anche questi ricordi non sono destinati a perdersi come lacrime nella pioggia martellante di Scusa se ti chiamo amore e/o Alien vs Predator 2?

Dopo anni di martellamento a furia di Schindler's List e Il Pianista e La Caduta, credo di sì, credo che qualcosa resterà. In fondo sono piccoli, s'immedesimano in tutto.

Così a volte penso a me stesso più vecchio, mentre faccio una fila nella nebbia. A un certo punto un giovane seduto a un banchetto mi chiede COGNOME E NOME.
“Randolla Matteo”.
“Randolla... un suo parente non faceva il maestro alle medie di *****, per caso?”
“Veramente ero io”.
“Era lei? Il Prof Randolla?” Si alza di slancio, rivelando due metri di eleganza un po' marziale. “Professore, sono io! Galavotti Enea, si ricorda? La terza effe del duemiladieci!”
Queste cose io le odio, perché i nomi e i volti sono il mio punto debole, così corrugherò un attimo la fronte e poi la distenderò facendo finta di ricordare, e nel frattempo continuerò a frugare nei resti della mia memoria, alla ricerca dei medesimi occhi verdi, di un naso analogamente schiacciato, e di quel nome, Enea, Enea, Enea.
“Ah, bene, Enea, vedo che ti sei sistemato!”
“Se n'è accorto, eh?” E si tocca le spalle, indicando un distintivo o una mostrina di cui in realtà io ignoro il significato. “E se tutto questo va a buon fine ci dovrebbe anche essere una promozione”.
“Beh, in bocca al lupo”.
“Professore, devo dirle, in questi anni ho pensato molto a lei”.
“Ah, sì, beh...”
“Vede, ne ho discusso anche con i miei coetanei, e siamo arrivati alla medesima conclusione: gli anni delle medie sono stati i più formativi”.
“Ah, però. Chi se l'aspettava”. (Io, no. Io pensavo di gestire un parcheggio tra le elementari e il liceo).
“Sì, perché in quegli anni hai la mente e il cuore... come dire... teneri. Si plasmano su quello che trovano, capisce. E io ho avuto una grande fortuna a incontrare lei”.
“Ah, davvero?”
“Ho ancora vivide nella memoria le immagini che ci proiettava, tutti quei film... a volte penso che tutto quello di buono che ho fatto nella vita lo devo a quei film”.
“Tutto questo è molto commovente, Enea, ma fa un po' freddo, la fila è lunghissima e sento che dal fondo qualcuno ci sta maledicendo”.
“Ma non si preoccupi. Senta (mi prende sottobraccio, la sua uniforme di ufficiale si strofina sul mio pigiama liso). Noi adesso qui dobbiamo dividervi in gruppi di sei e poi mettervi in fila. Lei cerchi di stare in fondo alla fila. Sempre in fondo”.
“Ma perc...”
“Poi vi portano nel piazzale della palestra, e sparano al torso del primo della fila. La pallottola trapassa e ne ammazza altri quattro, ma a volte l'ultimo si salva, capisce? Se riesce a fare il morto fino a sera può scappare”.
“Ma farà freddo!”
“I cadaveri scaldano”.
“Ma Enea, posso farti una domanda seria?”
“Dica pure, prof”.
“Perché tutto questo orrore, perché?”
“Cosa vuole che le dica, stiamo esaurendo le munizioni, dobbiamo fare economia. O preferirebbe che vi strangolassimo? Converrà che questo è un metodo più pietoso”.
“Ma...”
“E lo abbiamo preso da un film, sa? Quello in bianco e nero lungo lungo, ha presente? Che gran film! Credo proprio che ce lo abbia fatto vedere lei”.
“Sì, però...”
“Aveva ragione, sa? Anche dai film si può imparare. E noi abbiamo imparato tutto. Ora, se non le spiace, devo esaurire questa coda. In bocca al lupo, professore”.
“In bocca al lupo, Enea, e grazie”.
“Ma grazie a lei. E si ricordi. Stia in fondo alla fila. Sempre in fondo”.


- Giornata della memoria 2004.

venerdì 25 gennaio 2008

don't know much about The Rise And Fall

Soffrire per uno scopo

Se fossi più furbo, il coccodrillo di Prodi l'avrei scritto e liofilizzato già 18 mesi fa. Invece oggi come oggi non ho molto da aggiungere a quello che ho scritto in novembre, per esempio, o un anno fa, o tante altre volte che neppure mi ricordo. Prodi ha avuto il torto voler mandare avanti un governo di minoranza: qualcosa che in molti Paesi un po' più civili si può fare senza patemi e isterie. In Italia no. Lo si sapeva. Ma si tifava lo stesso.

Di lui cosa resterà? Beh, poco. Probabilmente tra un secolo si parlerà del ventennio a cavallo dei due secoli come dell'“era di Berlusconi”, e solo pochi occhialuti studenti di un corso opzionale scopriranno, un po' perplessi, che a differenza di altri tiranni Berlusconi non rimaneva sempre al potere. Ogni tanto era costretto a cederlo a un'opposizione che aveva il compito di riordinare i conti dello Stato, spaventare il popolo bue con lo spettro delle Tasse, e in questo modo preparare la trionfale campagna elettorale di B., che era poi la cosa che gli riusciva meglio. Questo perché in effetti B. non era un tiranno, ma un semplice tribuno (qui gli studenti strabuzzeranno gli occhi perplessi), e più che a esercitare il potere ambiva a rappresentarlo; più che un governante, uno Sposo Mistico, come gli antichi Dogi che ogni anno sposavano il mare. Lui invece sposava l'Italia di nuovo, ogni due, tre, cinque anni: e ogni volta erano nozze bianche, nozze di vergini.

“Che roba, deh”.
“Ma perché ci siamo ridotti a studiare 'ste stronzate?”
“A me piaceva l'assistente, la moretta, hai presente? Il primo mese manco sapevo il nome della materia. E tu?”
“Io stavo lavorando a una tesi di laurea sulla fine dell'Impero Azteco come suicidio di una civiltà, quando a un certo punto il prof mi ha detto basta, se cominciassimo a impilare le tesi di laurea sul suicidio dell'Impero Azteco potremmo edificare una piramide a gradoni che supererebbe in altezza quella di Palenque, mi ha detto proprio così, perché non ti trovi un'altra civiltà che si è autodistrutta? A me sul momento non me ne venivano in mente altre, così lui ha fatto un sorrisino stronzo e mi ha allungato un antico volume incomprensibile, come si chiama, la Costa...”
“La Casta”.
“Non ci ho capito niente”.
“Devi provare con l'Anthologia Blogorum”.
“Che roba è?”
“Una raccolta di diari adolescenziali del periodo, fa un certo effetto. Si assiste a tutta la crisi in presa diretta, giorno dopo giorno, per anni e anni e anni”.
“Dev'essere struggente”.
“Per quel che ci ho capito, sì, abbastanza struggente”.
“Ma voglio dire – non potevano andarsene semplicemente via? Ce li avevano gli aeroplani, no?”
“Mah, non è chiaro, non sono mai riusciti a localizzare le piste di decollo. Sai, sotto tutti quegli strati di monnezza”.
“Forse non se ne andavano semplicemente perché amavano il loro Paese”.
“Buona questa. Secondo me amavano ancora di più il resto del mondo, e non volevano contaminarlo coi loro vizi congeniti: litigiosità, volgarità, superficialità, approssimazione...”
“Ah, ecco, sono andati in malora per salvare il mondo. Romantico”.
“Se la pensi così”.
“A proposito, e la brunetta poi che fine ha fatto?”
“Nessuna fine, è ancora lì”.
“Ci hai provato?”
“Ma no, per carità”.
“Ma hai detto che ti piaceva”.
“Ma sì, all'inizio mi piaceva, ma poi...”
“Poi cosa?”
“...”
“C'è qualcosa che non va? I tuoi pseudopodi oscillano in modo innaturale”.
“E poi un giorno tu ti sei sedutadifiancoame edicolponelmiocuore noncèstatospazio pernessunabrunetta almondo aproposito”.
“Come?”
“A proposito: se domani diamo l'esame, dopo ti va di festeggiare? Mi hanno detto che c'è un rito di fertilità al rettilario, è da un sacco che non ne vedo uno, e poi...”
“Mi stai chiedendo di uscire con te?”
“Sì, direi di sì, sì”.
“Rispondimi con franchezza. Hai frequentato sei mesi di Lingua e Cultura Italiana del Tramonto solo perché volevi uscire con me?”
“Potremmo dire di sì, sì”.
“Compreso il mesemmezzo che avevo un'inflorescenza al sonaglio destro e sono stata a casa e tu mi hai portato gli appunti di tutte le lezioni, tu che fino a quel momento non avevi scritto una singola riga, una?”
“Uh, te n'eri accorta? Buffo”.
“E quindi insomma valeva la pena che una civiltà di sessanta milioni di umani tramontasse e decadesse in un turbine di ignoranza e pattume, affinché secoli dopo su un altro pianeta ci facessero un corso universitario che tu potessi frequentare per incontrare me?”
“Se la metti su questo piano”.
“Ma non capisci l'orribile ironia di tutto ciò? Quegli esseri senzienti che vivevano sotto Berlusconi, e ne soffrivano, e pensavano che forse tutte quelle sofferenze avessero un misterioso Scopo... e alla fine di tutto si scopre che il misterioso Scopo apparecchiato dal destino era che tu m'invitassi fuori?”
“Ho capito, scusa, fa finta che non ti ho detto n-”.
“Baciami”.

mercoledì 23 gennaio 2008

Paracoolander

Sempre su Diacoblog - quest'oasi di professionismo giornalistico nel deserto dilettantistico del web italiano - trovate l'intervista di Pierluigi Diaco a Totò Cuffaro. In tutto, 1356 parole (8774 caratteri). 75 sono di Diaco, che anche in così poco spazio non rinuncia a offendere sintassi e ortografia. Le restanti 1281 sono farina del sacco di Cuffaro, che pure avendo tutto lo spazio per protestare la sua innocenza, non si abbassa a tanto. Si limita a riconoscere, bontà sua, che per non schiodare dalla poltrona dopo una condanna ci vuole molto coraggio, e lui ce l'ha: più o meno lo stesso coraggio di Gandhi. Ma non risponde a nessuna domanda in merito al processo. Anche perché queste domande Diaco non gliele fa. La domanda più cattiva è sui cannoli.

Presidente Cuffaro, se durante il dibattito d’aula dovesse percepire un clima ostile, ci vorrà più coraggio a restare al governo della Sicilia o a dimettersi? E lei cosa farà?
“Ci vorrà senz’altro più coraggio a restare che a lasciare tutto e ritornare a vivere da privato cittadino. Ma io come Gandhi penso che “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince”. Ed io che le mie scelte le ho sempre fatte apertamente avrò il coraggio di non fuggire e restare a governare la mia meravigliosa terra così come i siciliani mi hanno chiesto e continuano a chiedermi”.


Questo è Cuffaro. E questo è Diaco. Il piccolo grande padre costituente del PD che ci siamo persi.

martedì 22 gennaio 2008

sui vostri schermi nel 2018

La caccia al Cinghiale

È vero: in quell'occhio di animale braccato e non domo, si legge la stessa incredulità che affliggeva la smorfia altera del Craxi caduto. La domanda è la stessa: perché proprio io, per quale motivo dovrei pagare per tutti? Per aver fatto quello che fanno tutti, quello che tutti continueranno a fare? È giustizia questa?

La risposta non spetterebbe a me, comunque sì: è la giustizia degli uomini. Imprecisa, sommaria, disorganizzata soprattutto. Quel che risulta più difficile, in tanta umana imperfezione, è credere a un complotto di magistrati anti-Mastella, e magari anti-Prodi. Io (che non ne so niente, ricordo) preferisco pensare che anche stavolta i magistrati stiano agendo da inconsapevoli anticorpi di un sistema che c'è, ma è caotico e ingovernabile: i popoli, le nazioni, sono in qualche modo intelligenze collettive - anche se intelligenze nel nostro caso è una grossa parola. Non c'è nessun grande vecchio che da un tavolo di comando decida di amputare la corruzione italiana a partire da Mastella: non è così che funziona, pensate piuttosto all'Italia come a un'ottusità collettiva che si gratta i pidocchi, magari la rogna: e grattarsi non è sempre il rimedio migliore, ma indubbiamente dà un certo sollievo.
Può darsi che Mastella non sia davvero peggio di molti altri, ma la giustizia non è infallibile. Non persegue tutti nel medesimo momento: da qualcuno deve pur cominciare, e di solito inizia dai pesci più piccoli.

L'errore di Mastella, il suo peccato di superbia, è aver creduto di poter giocare per sempre nel ruolo di ago della bilancia. Mentre gli ex compagni DC d'ambo i poli inseguivano improbabili accozzaglie di centro, lui rifuggiva qualsiasi ecumenismo e si arroccava nelle sue fortezze campane, geloso di quel quattro per cento che avrebbe dovuto difenderlo da qualsiasi minaccia. Immemore del precedente di Craxi (e di Altissimo, Nicolazzi, Giorgio La Malfa: quei capipartito del due-per-cento che durante la recessione del '93 furono i primi a saltare). Incurante di quella semplice lezione di fisica empirica che dice: l'anello più debole è il primo a spezzarsi. In fondo l'errore di Mastella è quello di tanti industrialotti del nord, che a dispetto della retorica anti-terrona gli somigliano per temperamento, e che credevano di poter restare piccoli e impuniti in un mondo sempre più grande e sempre più controllabile e intercettabile. Mastella non l'ha capito, e cadrà per questo. Oltre che per il fatto di non essere, forse, un politico integerrimo. Ma questo non spetta a me dirlo.

Ai tempi di Craxi i magistrati rottamarono i vecchi arnesi della prima repubblica sorretti dalla volontà popolare, che di quella classe dirigente sentiva di non avere più bisogno. Alla rabbia dei primi anni Novanta subentrò la nuova religione berlusconiana, che polarizzò gli italiani in due schieramenti mai visti prima. Oggi che il berlusconismo, o almeno quel tipo di berlusconismo è sfumato (ma nuove versioni sono in cantiere), gli italiani si guardano in faccia alla ricerca non tanto di un capo, ma di un capro espiatorio, qualcuno di cui poter dire almeno “è colpa sua”. L'antipolitica è questa, e i tribuni alla Beppe Grillo la solcano solo in superficie: lo stesso Grillo ha più volte rammentato ai suoi che il problema non è un solo Mastella, ma non è servito a niente. Mastella deve pagare per tutti, perché si ostina a essere piccolo e riottoso, proprio mentre nella nazione si diffonde l'idea che i localismi siano la piaga da combattere. L'“Italia frammentata” del rapporto Censis, l'“Italia sfilacciata”, a “coriandoli”, del cardinal Bagnasco: il messaggio arriva da tutte le parti ed è univoco: le minoranze hanno rotto, i cespugli vanno trattati a diserbante. All'orizzonte c'è forse una Grossa Coalizione d'emergenza, una legge elettorale con uno sbarramento alto, o magari il referendum: che è forse il motivo vero per cui Mastella, dopo le dignitose dimissioni dell'altro giorno, ieri abbia improvvisamente silurato il governo. Per lui è l'ultima possibilità di andare alle urne con le vecchie alleanze, prima che il nuovo bipartitismo lo sradichi definitivamente. Probabilmente gli andrà male. E invece a noi?

Cosa ci accadrà, dopo Mastella? È lecito sperare che il suo esempio serva da monito ai colleghi, come se davvero colpirne uno ne educasse cento? Se ho dei dubbi, non è per pessimismo cosmico. Ma i veri cambiamenti riguardano il popolo, e il popolo non mi è sembrato mai così rassegnato. Non solo: ma noto che a tanti anni di distanza non ci siamo ancora liberati degli orfani di Craxi, che vanno in tv, fanno le fiction, e ostentano tuttora incredulità per la sorte riservata a quel grande statista un po' intrallazzone. Come se il passato fosse inarchiviabile: i rifiuti che credevamo di aver differenziato e reciclato, sono stati semplicemente nascosti in qualche discarica a cielo aperto dove qualcuno li andrà a ripescare per servirceli in tavola all'ora di cena. E pure a Mastella, tra dieci anni, dedicheranno una fiction. Una fiction non si nega a nessuno.

lunedì 21 gennaio 2008

diranno ogni sorta di male contro di voi

Sua Santità il Piangina

Vale la pena di ricordare, in questo tripudio di pace e tolleranza, che nessuno ha mai proibito a papa Benedetto XVI di tenere una lezione alla Sapienza: che la decisione di dare buca è stata sua, unicamente sua, e nemmeno dettata da particolari esigenze di sicurezza. Insomma, non se l'è sentita. Come diceva quel romanziere un po' datato, ma gran conoscitor di preti: il coraggio, uno non se lo può dare.

Certo, qualche professore non sarebbe stato contento: ma la petizione dei docenti era un documento interno, che (come scrive l'ottima Lia) avrebbe dovuto restare interno, e probabilmente è stato divulgato per complicare la carriera di un barone, in quel clima di amicizia e collaborazione che notoriamente caratterizza gli atenei italiani. La protesta degli studenti non è parsa mai particolarmente violenta, ed è comunque fisiogica, in un Paese dove esiste la libertà di pensiero e di associazione. Insomma, il Papa alla Sapienza poteva andarci: il Viminale lo dava sicuro "al mille per cento". Il massimo rischio era prendersi qualche fischio. Ma appunto: il coraggio, uno non se lo può dare.

Come rimproverare il pavido Benedetto, se ha preferito incassare la solidarietà dell'Italia intera alla domenica, invece di qualche fischio e molti sbadigli al giovedì? È un Papa, mica un politico. Già. I politici ai fischi ci si abituano. Lui nicchia, un Papa fischiato è effettivamente una novità. Lo posso anche capire.

Soltanto, trovo un po' fastidioso che quando alla fine ha fatto capolino dal balcone, mettendo fine a un'interminabile settimana di bieco oscurantismo laico, abbia voluto esortare i fedeli a cercare la verità, testimoniare la verità. Belle parole, per carità, e giustissime. Ma dette da uno che non ha nemmeno il coraggio di andarle a testimoniare dall'altra parte del Tevere. Il vicario di Cristo. Beh, Cristo al suo posto i fischi se li sarebbe presi.

Gesù, testimone della verità (se non proprio la Verità fatta persona), ebbe qualche problema con le autorità del tempo, e anche con la folla. A un certo punto alcune dichiarazione furono traviate al punto che si ritrovò inquisito come bestemmiatore, processato per sedizione, e crocefisso tra gli sputi. Cose che accadono ai testimoni della verità.

Stefano, il primo martire della Chiesa, era un altro testimone della verità. Anche a lui non andò molto bene: siccome insisteva a testimoniare la gloria divina di Gesù – nient'altro che un cadavere trafugato di fresco, secondo le autorità religiose del tempo – finì lapidato. Cose che capitano, appunto. Del resto Gesù lo aveva detto: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!" (Matteo 5,11-12).

Pietro, il primo capo della Chiesa, incontrò anche lui diverse difficoltà mentre compiva il suo apostolato. Finì crocefisso a testa in giù, a Roma. E sempre a Roma, duemila anni più tardi, il suo successore non ha il coraggio di prendersi qualche fischio, per testimoniare la verità. E poi incoraggia gli studenti delle scuole cattoliche “malgrado le difficoltà che incontrate”... come a dire: le difficoltà, incontratele voi, io tengo impegni. Naturalmente, se qualcuno venisse fischiato a morte, lui è pronto a beatificarli seduta stante. Ma pigliarsi i fischi in prima persona, eh no. Armiamoci e partite.

Torna in mente il caso di Andrea Rivera, quel comico che al concerto del Primo Maggio si permise di dire due cosette contro la Chiesa. Fosse stato Prodi, o Berlusconi, sarebbe stata ordinaria amministrazione. Ma era la Chiesa, e l'Osservatore Romano parlò di “terrorismo”. Copio e incollo quello che ho scritto in maggio: “quella di Ratzinger-Bagnasco è una Chiesa un po' arroccata, sì, ma soprattutto capricciosa, petulante. Sa tutto lei, ti cita a memoria i discorsi di Alessio Comneno, ma al primo fischio trema tutta e chiama i carabinieri”. Altri cercheranno di dimostrare che l'episodio della Sapienza è stato un trionfo per il Vaticano, che approfittando di un'ingenuità del fronte laico ha dimostrato ecc. ecc..
Sarà. Ma tra Bagnasco che alla prima scritta sui muri si fa mettere la scorta, e un Ratzinger che non ha il coraggio di parlare a dei docenti universitari, io questa Chiesa non la vedo tanto bene. E comincio persino a temere che dietro alle sue rivendicazioni (la 194, i soldi alle scuole confessionali, ecc.) non ci sia un vero disegno egemonico, qualcosa di serio a cui opporsi con altrettanta serietà... quanto piuttosto le lagne di un vecchietto terrorizzato che non vuole andare all'altro mondo senza che nessuno se ne accorga. Che dire. Wojtyla aveva un altro stile, indubbiamente.

giovedì 17 gennaio 2008

testimone, Passare il


Da Buoni Presagi:
Non ho il tempo per fare un post organizzato logicamente sulla faccenda del Papa e della Sapienza [.......] ps: probabilmente, tra un po' uscirà un post di Leonardo in cui ci sarà scritto tutto quello che avrei voluto dire sull'argomento, ma infinitamente meglio di come io saprò mai dirlo. As usual.
Ecco, invece no. Stavolta vi arrangiate. Sul caso non ho nulla di originale da dire, e non vedo l'ora di linkare le vostre intelligentissime riflessioni.

Scusate l'attimo di stanchezza, eh, ma l'archivio qui a fianco dice sette.
Sette anni di pensierini intelligenti e originali. Sette anni che servo pappa pronta gratis a chi ne vuole. Qui è necessario che cominciate a darvi da fare da soli, sennò la scena blog italiana non arriva agli anni Dieci, ve lo dico subito. Io di certo non ce la posso fare. Quand'è che si fa viva la next generation? Sarebbe anche ora.

E se da qui in poi cominciassi a scrivere solo battutine acide, più intonate alla mia età? Per esempio: avete notato che i ciellini imbavagliati sembrano più intelligenti?

E il Papa, il Papa, ma non avete capito che se l'è semplicemente fatta sotto, come Bagnasco ai tempi delle brutte scritte? L'idea di prendere due fischi sotto le videocamere lo ha terrorizzato.

Per dire il potere della Chiesa di oggi, l'enorme autorevolezza del Papa: lo inviti all'inaugurazione di un anno accademico e lui non ha altri impegni, raccogli un po' di firme per protestare, e lui si dà. Morale? Mi è venuta un'idea per svaticanizzarci: prendiamo quei cento che manifestavano oggi alla Sapienza, li trucchiamo da fedeli e li liberiamo in piazza San Pietro una domenica qualunque. Quando il piccione tedesco mette fuori il muso, gli facciamo tirare fuori i fischietti, e vedrete se si fa mai più vedere. Magari in mondovisione da Buenos Aires. Dove c'è l'aria buona, appunto.

mercoledì 16 gennaio 2008

il Grillo Supplente, 2

Riassunto della prece-puntata: siccome Grillo non vuole rispondere alle degnissime domande del giornalista Alessandro Gilioli, lo faccio io.

ALESSANDRO GILIOLI INTERVISTA BEPPE GRILLO uno sfigato qualunque


(L'immagine è ripresa (male) da Neuro).

GILIOLI: Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Internazionale non prende provvidenze. Il Manifesto – che ci fa ancora in edicola il Manifesto? Sul serio, senza entrare nel merito della qualità degli articoli... me lo chiedo spesso. Non costerebbe molto meno andare on line, senza spese di rotative e spedizioni, abbassando notevolmente anche l'impatto ambientale? Davvero i lettori del Manifesto non sono ancora pronti per passare al digitale? Non hanno ancora i computer in casa o in ufficio?

Io una volta ci andavo spesso, su ilmanifesto.it. Poi ho smesso. È un sito che fa tristezza... nessun link esterno, gli difetti dei grandi quotidiani on line senza nessun grosso pregio. È anche impossibile usarlo come fonte web, perché l'archivio dopo una settimana si cancella, ti rendi conto? Sul internet resiste tutto, ma l'archivio del Manifesto no. Significa che se linko un pezzo autorevole del Manifesto, dopo una settimana il mio link non vale più nulla. Ecco, quando ti trovi davanti a cose del genere, cominci a pensare che quelli del Manifesto siano ancora nella fase in cui io ero dieci anni fa, quando prendevo i computer a martellate. Non hanno ancora capito che il web è il futuro. Ma ti sembra giusto che al New York Times l'abbiano capito e al Manifesto no? Non dovrebbero essere loro l'avanguardia? Il fatto che siano una cooperativa in cui i rotativisti hanno voce in capitolo quanto i giornalisti potrebbe c'entrarci per qualcosa.

Questo è un discorso antipatico, però... forse è meglio se tagli.

GILIOLI: Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Ed entrambi, guarda caso, sono morti: e prima di morire hanno avuto grosse difficoltà coi loro editori. Montanelli ha litigato con Berlusconi, e Biagi... non dirò come il Cardinal Tonini che Biagi è stato ucciso dall'Editto bulgaro: sono esagerazioni. Non credo nemmeno in un'età dell'oro del giornalismo italiano: compromessi e distorsioni ce ne sono state sempre. Però la fine di questi due grandi vecchi del giornalismo italiano mi sembra altamente simbolica. Quella che se n'è andata con loro è una certa sensazione di dignità.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Come si dice in questi casi? "Passiamo pure alla prossima domanda..." No, seriamente: sai benissimo che ci sono giornalisti con cui collaboro, giornalisti che cito ampiamente, giornalisti che mi scrivono mezzo blog. Devo farti i loro nomi? Alcuni li sai già; altri rischio di metterli nei guai, trasformandoli in "quinte colonne" di Beppe Grillo all'interno delle loro redazioni... e sai benissimo che begli ambientini siano, le redazioni, o no?
Non ha senso. Non sto attaccando il giornalista tale e il giornalista talaltro. Sto attaccando una corporazione che è più interessata a difendere i propri privilegi che a fare il suo mestiere. Credo di avere delle buone ragioni e do per scontato che i giornalisti più motivati tutto sommato le condividano. Anche se non sempre possono dichiararlo.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Certo che no. Non solo: li considero l'altra faccia del problema. Le redazioni pullulano di sottopagati e precari proprio perché esiste una casta improduttiva che non produce e non schioda.
Se ci pensi, è come se mi chiedessi: "sei contro le fabbriche inquinanti anche se ci lavorano gli operai precari che muoiono come mosche"? Ebbene sì, sono contro le fabbriche inquinanti e i giornali fatti male. E la gente onesta che ci lavora? Si chiamano lavoratori sfruttati e io sono al loro fianco... però così suona un po' troppo communarda, aspetta... ITALIANI!

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Mi permetto di ribaltarti la domanda. Se il tesserino da giornalista non serve nemmeno a scontare un biglietto di treno, perché perdere tempo a procurarselo? Dite che l'iscrizione all'albo non vi favorisce in nessun modo? Allora l'albo è inutile? Ok, e allora cosa stiamo aspettando? Aboliamolo!

Vedi, finché ci sarà di mezzo quel maledetto albo, con quell'esame... quegli anni di gavetta passati a scrivere pezzi gratis... sarà molto difficile spiegare alla gente che non siete una Casta. I contadini non hanno un albo. Gli operai, nemmeno. Gli avvocati ne hanno uno. Anche i notai. Gli avvocati, i notai, e voi. Non ti suona un po' strano?

(Ah, scopro su wiki che adesso c'è anche l'albo dei promotori finanziari. Una bella compagnia, non c'è che dire).

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Sarò sincero. Non leggo molto i blog. Il blog lo concepisco come un organo d'informazione verso l'esterno, non verso l'interno di una cosiddetta blogosfera che non conosco molto e che comunque per me rappresenta un bacino molto limitato. Ammetterai che, a parte qualche giornalista come te, la maggior parte dei blog italiani sono scritti da gente che lo fa per hobby. Magari sono anche bravissimi, certo, ma sono hobbisti. Per loro riuscire a raggiungere istantaneamente centinaia o migliaia di lettori è già un degnissimo risultato.

Io invece sono un ex comico televisivo che ha fatto delle prime serate in Rai e riempie i palazzetti dello sport. E' chiaro che la possibilità di accedere a qualche altro migliaio di lettori qualificati attraverso un dialogo tra blog non mi può interessare più di tanto. Mi sembra di avere già fatto molto per sdoganare i blog in Italia: siamo onesti, io sono il primo vip che ha preso veramente il mezzo sul serio. Ma per me il blog resta un mezzo, non un fine.

Ma le domande cattive quando arrivano?

lunedì 14 gennaio 2008

il grillo supplente

La settimana scorsa il giornalista Alessandro Gilioli – che tiene un bel blog per l'Espresso – ha scatenato un vespaio. Cos'è successo? Ha osato proporre un'intervista a un vip italiano, uno di quelli che sono abituati a monologare senza contraddittorio. Quando il Vip, dopo aver letto le domande, ha risposto sdegnosamente di no, Gilioli ha raccontato la storia sul suo blog: e apriti cielo, perché il Vip in questione, spiace dirlo, era Beppe Grillo.

Spiace dirlo anche perché le domande che Grillo ha considerato “offensive e indegne”, non erano nemmeno così cattive. Magari Grillo era stanco, magari aveva fretta, magari aveva buoni motivi per non credere ai giornalisti anche quando bussano con lo zampetto d'agnello. Ma il risultato è un bel boomerang – per lui e per il movimento che ormai rappresenta. Non solo per la sua risposta, ma anche per il modo in cui ha reagito una volta che la faccenda è esplosa – ignorandola. Come ha scritto Mau su un commento a Mantellini, “se beppegrillo™ avesse un team di comunicazione un minimo intelligente, oggi avrebbe postato a casa sua (insomma sul suo sito) le domande di Gilioli, le risposte, e in più le domande che Gilioli secondo lui gli avrebbe dovuto fare, con relative risposte”.

Oggi, lunedì, continuo a pensare che rispondere a Gilioli non fosse così difficile. E per dimostrarlo lo faccio io. In fondo, se sono riuscito a immedesimrmi in Vittorio Feltri, non dovrei avere grossi problemi con Grillo.

ALESSANDRO GILIOLI INTERVISTA quasi BEPPE GRILLO

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio...

Radio e tv sono due media diversi, che interagiscono con gli esseri umani in modi diversi. La radio è ottima tutte le volte in cui non puoi assorbire input dagli occhi: ci serve per ascoltare musica mentre lavoriamo o per ascoltare discorsi mentre guidiamo in macchina. Il medium televisivo non potrà mai sostituire la radio in questo (la verità è che la Rete sta sostituendo entrambi, ma senza mescolarle: ci sono web-tv e web-radio, segno che gli utenti hanno voglia e necessità di entrambe le cose).

Ti ricordi i videotelefoni, sia fissi che cellulari? Hai notato che nessuno li vuole veramente usare, che tutti preferiscono parlarsi senza vedersi? È normale: col telefono possiamo interagire mentre andiamo in bagno, senza preoccuparci se abbiamo i capelli in disordine o la barba di due giorni (non è il mio problema, fortunatamente).

Dunque la radio è sopravvissuta alla tv perché dà qualcosa che la tv non può dare (audio senza distrazioni video). Ma esiste qualcosa che i giornali danno e la Rete no? Cosa? Autorevolezza? Spiegami in che modo un pezzo di carta è intrinsecamente più autorevole di un articolo su video. E allora cosa? Quel buon odore di piombo al mattino presto? La realtà è che già da anni il web è un veicolo d'informazione più efficiente e duttile della carta, e lo sarà sempre di più in futuro . Lo ha spiegato bene l'anno scorso l'editore del New York Times, quando ha detto che forse tra cinque anni il NYT potrebbe non uscire più su carta, e che la cosa tutto sommato non lo preoccupa: l'importante è governare il passaggio tra carta a web. Sai com'è, loro a queste cose ci devono pensare, perché sono in un'economia di mercato vera; non hanno mica la preoccupazione di stampare quintali di invenduto da mandare al macero per accedere agli aiuti dello Stato...

Se stessimo parlando del libro, sarebbe un altro paio di maniche. Il libro secondo me resisterà, perché è comodo: lo puoi portare a letto, spiegazzare, dormirci sopra, rovesciarci il caffè senza problemi di elettroconduzione... ma il giornale è sempre stato un affare molto scomodo. Ho sempre invidiato le persone che riescono a sfogliarlo senza distruggerlo: io dopo sei pagine ero prigioniero di un cartoccio deforme.

[Gli chiedo] se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog.

Lo so che sei in buona fede, quando parli della “buona saluta economica” come di un fattore necessario perché si facciano “ottime inchieste”. Ma è proprio questa mentalità a fregarci. Tu dici: un giornale ha bisogno di essere in salute per fare ottime inchieste. E come fa per essere in salute? In tutto il mondo i giornali succhiano da due tette: lettori e inserzionisti. I lettori vogliono informazioni, gli inserzionisti hanno bisogno di spazi pubblicitari. Ma attenzione: se i giornalisti fossero tentati di succhiare soltanto le tetta degli inserzionisti, se cominciassero a pubblicare marchette plateali e a omettere informazioni fastidiose per gli inserzionisti, i lettori non li comprerebbero più. Questo tipo di modello consente il fiorire di un buon giornalismo d'inchiesta. Quello italiano no. Perché in Italia i giornalisti di tette ne hanno tre: oltre al lettore e all'inserzionista, c'è anche lo Stato, che ti firma assegni per qualsiasi cosa tu stampi. Già il solo fatto che lo Stato ti aiuti a prescindere fa sì che le necessità dei lettori (buone inchieste) siano meno importanti: in fondo il lettore è solo una tetta su tre...

Il risultato è davanti agli occhi di tutti: i giornali italiani (anche i migliori) sono rigonfi di marchette: lo sai tu, lo so io, lo sanno i lettori. Sarà forse per questo che ne comprano pochi? Perché è raro trovarci cose veramente interessanti. Massì, certo, finché si tratta di dare addosso a Mastella... ma i potenti veri? Le aziende? Nessun quotidiano parlerà male delle aziende, sarebbe come sputare nella ciotola dello schiavo. C' è un piccolo blog – Giusec – che ogni anno organizza un sondaggio sull'azienda che ci ha fatto arrabbiare di più. Sei curioso di sapere chi ha vinto quest'anno? La telecom, ok, era facile. Non trovi che sia un'idea carina? Pensi che qualche quotidiano italiano lo promuoverebbe mai, un sondaggio così? Ecco, appunto.

Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.

Sì, è sbagliato mettere il Foglio e l'Unità sullo stesso piano. Sono su due piani diversi. Entrambi sbagliati.

Il Foglio lucra soldi pubblici fingendosi organo di un partito che non c'è – lo sappiamo. I tipografi dell'Unità “ogni notte sono costretti a produrre 16 mila copie di scarto per consentire alla Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A. di incassare dallo Stato, solo con esse, 250 mila euro annui di contributi, che concorrono a quelli che complessivamente le spettano (6,5 milioni di euro) per il fatto di stamparne ogni notte 120 mila, anche se potrebbe mandarne in edicola solo 80 mila, visto che se ne vendono meno di 60 mila. Una resa del 50% di copie non si era mai vista prima dell'avvento delle provvidenze per l'editoria”. Beppe Lopez, La Casta dei giornali, ed. Nuovi Equilibri

(Continua...)

venerdì 11 gennaio 2008

un Ottimista ben informato

Unicorni

Vivere in un regime di Campagna Elettorale Permanente non è tanto bello, lo sappiamo. Litigi continui in tv, il Parlamento sempre in bilico... è una vitaccia.
Ma ha i suoi lati positivi: per esempio, ci dà la possibilità di misurare la serietà dei candidati quando si confrontano con i problemi di attualità.

Prendiamo l'emergenza dell'ultima settimana, la crisi dei rifiuti. In un altro Paese i riflettori sarebbero soltanto sul Governo e sulle amministrazioni locali, che dovrebbero difendersi dalle accuse, giustificarsi, recriminare, ecc.. Tutto abbastanza scontato, e anche inutile, visto che Prodi ormai parla con la valigia in mano.

Invece, grazie alla Campagna Elettorale Permanente, abbiamo avuto la possibilità di sapere nel giro di poche ore cosa ne pensano i due candidati, Berlusconi e Veltroni, e cosa intendono fare non appena li eleggeremo (molto presto!) Ognuno ha potuto leggere le loro interviste e guardarli parlare dalle principali tribune tv, ognuno ha potuto confrontare le diverse soluzioni proposte dai due a questo enorme problema che ci angoscia tutti quanti.

E' confortante sapere che, quando esplode un'emergenza vera, sentita dalla gente, i due candidati se ne accorgono subito, smettendo di cincischiare di leggi elettorali ed altri tecnicismi interessanti per pochi. E' una cosa che dà speranza, e restituisce anche un senso di serietà alla competizione elettorale: ora che so cosa vuole seriamente fare Veltroni sui rifiuti, lo posso confrontare con quello che concretamente ha intenzione di fare Berlusconi sui rifiuti. Tutto molto semplice e molto chiaro.

Io non so voi, ma i due paginoni della Repubblica e del Corriere con le mega-interviste a Veltroni e Berlusconi sull'emergenza rifiuti le ho appese al muro della mia stanza, e le sto studiando intensamente da un par di giorni, perché voglio capire davvero chi dei due ha veramente preso le misure al problema. A sinistra ho messo Veltroni, a destra c'è Berlusconi, e in mezzo c'è un poster che ho ricavato da uno scatto su flickr, che mostra un rarissimo esemplare di unicorno albino mentre punta una zebra con evidenti intenzioni sodomite. Lo so, ho dei gusti un po' così.

Come dite? Gli unicorni non esistono?
Ma dai, impossibile, c'ho la foto.

giovedì 10 gennaio 2008

dal tuo amichevole superego di quartiere

Sradicati

A volte mi capita di chiedermi se questa città non sia un po' troppo piccola.
Perché forse mantenere un po' le distanze mi gioverebbe; e anche se qui in realtà conosco poca gente, e ho un paio di amici sì e no, ormai lo spazio libero mi si è ristretto intorno; incrocio i miei alunni al parco e i loro genitori al supermarket, e tutti hanno capito dove abito; e non è lontano il momento in cui mi troverò magari in questo stesso locale con la musica che suona, i ragazzi che ballano e qualcuno mi dirà

“Buon anno prof”

Ecco, ci siamo.

“Si ricorda di me?”

No. Troppo grande per essere stato mai alunno. Troppo giovane per fare il genitore. E in generale troppo scuro per frequentare questo posto con profitto. L'indiepop è roba da ariani, non lo sai?

“Tre anni fa”.

2008-3 = L'anno delle serali. Aaaaah, ecco, adesso ti riconosco, come stai? Bene. I tuoi colleghi? Bene. I miei colleghi? Non c'è male. Ecc.

La conversazione si sta già avviando serenamente al termine, quando mi sorprende la terribile illuminazione.
Avete presente quel brutto momento in cui, dopo aver parlato per cinque minuti con una vostra amica, vi ricordate improvvisamente che suo padre/fratello/marito è stato ricoverato tre mesi fa con una grave malattia, e vi rendete conto che in ogni caso dopo cinque minuti è troppo tardi per entrare nell'argomento, e che ormai lei ha concluso che siete dei maledetti insensibili, e stanno proseguendo la conversazione solo per educazione, dopodiché vi eliminerà dalla rubrica e scorderà ogni storiella divertente su di voi? Ecco, a questo punto mi viene in mente che il ragazzo viene da una nazione che è stata sulle prime pagine dei giornali con notizie tragiche per quindici giorni, e sicuramente laggiù ha amici e mezza famiglia, e che sono veramente un mostro a non essere entrato in argomento, e probabilmente lui sta pensando esattamente la stessa cosa, e...

“Senti, e... in Pakistan? Tutto... tutto bene?”
“Mah, niente”.
“Ma avrai qualcuno della famiglia?”
“Non so niente, prof”.
“Perché hanno oscurato le parabole, vero?”
“Non so niente, non mi frega niente, cazzi loro”.
“Ah, ok”.

(Musica. Io penso al Vangelo, chi è mia madre, chi è mio fratello, ecc.)

“Io ormai sono qui, e mi vivo la mia vita. Faccio male?”
“Sei qui da parecchio?”
“Dieci anni che sono andato via da là. Prima in Inghilterra, poi qui”.
“Prima in Inghilterra? E poi qui?”
“Sì”.
“Ma scusa, non stavi meglio in Inghilterra?”
“Troppi asiatici”.
“Ah”.

(Musica. Penso all'odore di un miliardo di cinesi che cucinano nello stesso fuso orario).

“Ma senti, no, scusa, sei asiatico anche tu, no? Come fai a dire...”
“Dove ci sono gli asiatici c'è casino, io non ne voglio sapere niente, si sta meglio qui”.

(Musica. Penso alla fuga dei cervelli).

“Gli asiatici stanno sempre tra loro, non mi piace. Io sto bene qui, ho due o tre amici, li vedo e sono a posto. Faccio male?”
“No, no”.

(Musica. Le ragazze ballano, le frangette oscillanti a tempo. I ragazzi guardano le ragazze. Qualcuno beve, qualcun altro intrallazza, nessuno si fa tentare da un dibattito sul Pakistan. Sono cose che possono accadere solo a me. Te l'immagini qualcuno al mio posto? No, appunto. Solo a me. Cosa c'è che non va in me?)

“Non è che posso sempre preoccuparmi degli altri. Qui ho la mia vita, lavoro, esco, sto bene. Così. Faccio male?”
“No, no. Allora ci vediamo”.
“Ci vediamo eh, prof? Ma lei come si chiama?”

Mi chiamo Leonardo, e faccio il supplente. Non è un mestiere, è un destino.
Giro per questa piccola città, e ogni volta che avverto una mancanza di qualcosa o qualcuno, io supplisco. Stasera per esempio supplisco alla tua coscienza.
Mentre vado via posso sentirti, che continui a chiedere al muro: “Faccio male?”
E poi allo specchietto retrovisore, nella nebbia, fino a Medolla (guida piano!): “Faccio male?”
E più tardi ancora, al tuo soffitto: “Faccio male?”
Ma non posso stare tutta notte a dirti: No, No, No. Sono solo un supplente. Nessun dio – né il tuo né il mio – mi pagherà mai abbastanza.

martedì 8 gennaio 2008

l'amico di famiglia

Ma il vero eroe pubblicitario del Natale '07 è stato un altro.

Non il bimbo-buono-bauli, quell'angoletto insopportabile. Non il rincitrullito ing. dott. Balocco, che fa la predica ai suoi mandorlati. Il più grande di tutti è stato lui: Mr. Findomestik!


In sottofondo l'orchestrina suonava un cantabile (sciallallallallallallà), e intanto lui aiutava papà e mamma a fare l'albero, il bambino a scartare i regali, non era adorabile? Non era un amore?

Con l'anno nuovo ha rimesso fuori i canini.

(c) M.

lunedì 7 gennaio 2008

ottima scelta?

Il mondo salvato dai camerieri

In effetti lo spot del gorgonzola (per cui vedi Wittgenstein) è indifendibile. Il testo sembra scritto da un grumo di forfora di Vanzina. “Ottima scelta bella topolona” è lo slogan che in nome dell'incisività sacrifica secoli di spirito italiano. Eppure.
Eppure non mi sento di buttarlo via. C'è qualcosa, in quello spot, che funziona nonostante tutto. È scritto male, da persone che evidentemente pensano male. Poi però è stato girato molto bene, da un regista bravo, e con un attore fantastico.

È volgare? Altroché se è volgare. Ma è una volgarità tutta verbale. In un palinsesto pubblicitario in cui si usano normalmente chili di donna nuda per venderti il silicone sigillante per infissi, in questo spot non si fa vero mercimonio visivo del corpo femminile. Nel senso che la “bella topolona”, in realtà, è una signora che si vede pochissimo. Giusto il tempo per apprezzarne le forme; poi il cameriere ha il suo raptus, si vede di sfuggita che la tipa sgrana gli occhi e spalanca la bocca, ma non riusciamo più a metterla a fuoco. Questa idea di lasciarla sullo sfondo, mentre il cameriere resta solo in primo piano con la sua vergogna, è quasi cinema.

Ma non sarebbe cinema se non ci fosse il cameriere – quel cameriere. Io non so come si chiami l'attore, e come stia vivendo questa situazione. Probabilmente ha studiato per anni, ha fatto teatro, ha fatto tv, e in questo momento rischia di passare alla storia come l'uomo che disse “bella topolona”. Molto peggio di Calindri col logorio della vita moderna. Eppure.
Eppure se lo meriterebbe, perché è davvero bravo. Riuscire a renderci empatici nei confronti di un personaggio con una sola battuta a disposizione non è facile. Se poi quell'unica battuta era “ottima scelta bella topolona” l'impresa è ai limiti del possibile. Eppure lui ci riesce. In poche sillabe riesce a passare, con un accelerazione graduale, dal tono ossequioso del maggiordomo di classe (“Ottima scel...”) al grugnito del vecchio porco represso (“...ta bella topolona!) E quell'occhiata finale di pentimento ed espiazione è meravigliosa.

Così, se mi chiedete segni di speranza per l'anno che verrà, io per ora non ho che da offrirvi questo: in Italia c'è ancora un sacco di gente come questo attore, in grado di realizzare con professionalità qualsiasi cosa gli si chieda. Se gli dai Shakespeare, ti recitano Shakespeare. Se gli dai “bella topolona”, te lo leggono con la stessa bravura con cui ti leggerebbero Shakespeare. Non importa quanto schifo facciano i testi, c'è sempre qualcuno in grado di nobilitarli con l'amore per il proprio lavoro. Vorrei poter concludere dicendo che è l'amore per il proprio lavoro che ci salverà.

Poi mi viene in mente che anche i boia nazisti amavano il loro lavoro ed eseguivano con professionalità un piano elaborato da un mitomane deficiente, e mi rendo conto di essermi fregato da solo. Che figura.
Pessima scelta, vecchio sbabbione.

sabato 5 gennaio 2008

Carpi Soda

Con le segnalazioni sono una frana.
Mi stavo dimenticando, per esempio, che stasera viene Soda Fountain Rag al Mattatoio di Carpi, ingresso gratis con tessera Arci, e dovremo spiegarle i passaggi del post di quest'estate che Alessandro non è riuscito a tradurre.

Naturalmente, a quest'ora, chi fosse interessato lo sa già, e gli altri non fanno più in tempo.
Oh, beh.

(Update: comunque Enzo fa sapere che il 10 è a Chieti e l'11 a Roma, regolatevi)

>>>(mp3) Pretty Girls Make Mojitos (live in Brescia, 2007/07/21)

venerdì 4 gennaio 2008

regalo di Natale

(Il pilota, al giornalista: "La cosa più difficile è schivare quelle bestioline nere che schizzano da un lato all'altro della strada")


Di abolire la Parigi-Dakar si parla quasi da trent'anni; più o meno quando nel 1988, in un villaggio del Mali, una bambina di dieci anni attraversò una strada e venne messe sotto da un motociclista. Si chiamava Baye Sibi. Sono state firmate petizioni, organizzati boicottaggi. Ma il rally non si è fermato.

18 anni più tardi, Mohamed Ndaw (12 anni) è morto nello stesso modo: attraversando la strada mentre passava un camion di supporto. La morte sua e di un altro bambino (Boubacar Diallo) ha portato all'ennesima mobilitazione di associazioni della società civile europea e africana, che per l'occasione si sono federate nel CAVAD, Collettivo per la Vittime Anonime del Dakar. E ancora petizioni, ancora richieste boicottaggio. Tutte inutili.

Secondo Wikipedia, dal 1979 al 2007 il rally del deserto ha fatto 50 morti. Tra loro, se ho fatto i conti bene, 32 concorrenti, 1 fondatore (Thierry Sabine, in elicottero contro una duna), 7 giornalisti, nove bambini: quasi tutti colti nell'atto colpevole di attraversare la strada.

Poi, la vigilia di Natale del 2007, è cambiato qualcosa. Un'organizzazione terroristica in Mauritania (“affiliata ad Al Qaeda”, come si dice in questi casi), ha ucciso quattro turisti francesi. Sarkozy ci ha riflettuto bene, e ha fatto sospendere la gara. Come possa il Presidente della République sospendere una gara organizzata da privati cittadini in territorio straniero resta per me un mistero, ma tant'è.

(Un turista osserva un souvenir realizzato con degli ossicini, e chiede: "Bello questo, come si chiama?" E l'africano: "Thierry Sabine").

Ricapitolando:

I bambini dell'Africa sud-sahariana si sono trovati la Parigi-Dakar tra le palle per vent'anni. Vent'anni di proteste formali, petizioni, boicottaggi, e altri inutili blablabla. Vent'anni di morti e feriti. Poi un giorno un gruppo di terroristi islamici in Mauritania ha fatto la pelle a quattro francesi. E di colpo la Parigi-Dakar ha smesso di esistere.

Non starò neanche a far la morale sul valore irrisorio sul peso che sulla bilancia globale ha la vita di un negretto rispetto a quella di un turista francese – tanto l'uguaglianza è una storiella che ci siamo lasciati indietro alle elementari, no?

Ma spiegatelo voi, adesso, ai bambini dell'Africa sud-sahariana, che il terrorismo è brutto, è dannoso, non si fa. Io, se fossi il fratellino di Diallo, o di Mohamed, a questo punto i terroristi islamici li adorerei. E voi datemi torto.

"Suggerisci una riforma costituzionale a caso", 2

Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.

Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.

Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?

"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".

giovedì 3 gennaio 2008

un italiano vero?

Mohamed

Il ragazzo che vedete qui a fianco è un italiano?
Chiedo a voi, io non lo so.

Nei termini di legge, direi di no. Anche se i suoi famigliari vivono e lavorano nel napoletano da vent'anni, e quindi lui potrebbe benissimo essere nato già qui. Per la legge, però, nascere in Italia non basta. Ci vuole un gotto di sangue italiano, che come è noto abbonda in Canada e in Argentina, ma in Mohamed e in suo fratello Karim, no. Questa è la legge.

E chi se ne frega della legge, d'accordo. Ci sono ben altri parametri. La lingua, per esempio. Mohamed parla l'italiano – eppure c'è qualcosa che non va. Niente di straordinario, ma neanche una sbavatura. Si muove nella lingua italiana con un'agilità che gli italiani della sua età di solito non hanno. Si vede che parla a braccio, eppure non dice sciocchezze e non si perde nella sua sintassi, come fanno ormai anche i vip in tv. Non sbaglia i congiuntivi – anche perché, saggiamente, non va a cercarseli. Insomma, parla bene l'italiano. Un po' troppo bene per sembrare un italiano.

Ma la vera nota stonata è un'altra. Mohamed è davanti a una telecamera. Qualcuno ha sparato a suo fratello per nessun motivo al mondo, per la necessità selvaggia di festeggiare coi botti, di far annusare al mondo il proprio fucile. Mohamed ha a disposizione il quarto d'ora della vita, e invece di fare una sceneggiata... parla. Non piange in camera, non maledice nessuno, non tira in ballo neanche la pena di morte che affratellò tanti telespettatori col marocchino Azouz. Un italiano, colpito negli affetti ed esposto a un microfono, ci tiene a mostrarsi il più possibile irrazionale. Mohamed invece ha soltanto un piccolo discorso da fare. Ha viaggiato un po' e si è accorto che l'Italia non è necessariamente così. Ammette di non aver dato troppa importanza all'“inciviltà”, finché non hanno sparato al fratello: adesso le cose cambieranno. E poi, con semplicità, chiede giustizia: secondo lui identificare il colpevole non dovrebbe essere difficile.

Chiedo a voi: tutto questo vi sembra italiano? A me no.
Ripenso a quando scesero i genitori di Meredith Kercher, la ragazza inglese uccisa a Perugia. Ci fu una conferenza stampa e i cronisti italiani scoprirono, allibiti, che i genitori sorridevano. Erano distrutti dal dolore, ma di fronte a una telecamera si sentivano forzati a un sorriso di cortesia. In Italia è esattamente l'opposto: se quando ti ammazzano un familiare non piangi verso l'obiettivo, sei freddo, insensibile, lucido, e nemmeno Taormina riuscirà a salvarti. Mohamed, seduto, chiede giustizia, quando un suddito italiano striscerebbe e invocherebbe la Vendetta.

Mi costa ammetterlo, ma quella stupida legge del sangue funziona. Mohamed è nato in Italia. Ha viaggiato in lungo in largo, ha imparato la lingua meglio di molti di noi. Ma non è italiano. Tutte queste cose non bastano per fare un italiano.
Mohamed è già qualcosa di più – un cittadino del mondo. Suo padre è nato in Tunisia, suo fratello a Napoli, suo figlio chissà. A Barcellona o Helsinki, o Tokyo, ovunque il mondo avrà bisogno di gente dignitosa e onesta. Gli italiani non sono così. Noi siamo i figli di quelli che non sono voluti andare via. Siamo quelli che non schiodano, anche quando la monnezza arriva al secondo piano. Ogni tanto qualcuno arriva, ci conquista e passa oltre. Passerà anche Mohamed, senza guardarsi troppo indietro.

mercoledì 2 gennaio 2008

Divertiti e/o Muori

Tanga rosso e maglia di lana

Ieri a Mantova è morto un ragazzo. Un egiziano 17enne, già senza fissa dimora, che viveva in una Comunità di recupero. Se ho capito bene, dopo i botti ha voluto fare un bagno nel porto, ed è annegato. Io lo so perché ne hanno parlato al tg1 delle otto.

Vedi come siamo, noi italiani. C'è uno straniero senza fissa dimora, e noi gli troviamo una comunità, cerchiamo di recuperarlo, ci preoccupiamo per lui. Se fa una cazzata, e muore, lo mandiamo al tg delle otto, e lo piangiamo con le stesse lacrime che usiamo per gli altri morti da botti di capodanno. Vedi che non siamo poi così male? E perché allora gli stranieri devono farci soffrire così, con cazzate del genere? Il bagno la notte del 31 dicembre, nel Mincio? Ma chi gli mette in testa queste stronzate, ai giovani?

Il servizio successivo parlava della tradizione dei bagni di Capodanno. Io fino a qualche anno fa non lo sapevo, ma poi i tg hanno cominciato a mostrarmi che c'è gente che assolutamente deve tuffarsi nei canali, in Capodanno. All'inizio erano immagini dall'Europa del nord, poi sono arrivate quelle dall'Italia, e da qualche tempo in qua comincio anche a sentirne parlare da persone in carne ed ossa: “c'è il mio-amico-tale” che a capodanno si tuffa dal ponte, “perché è tradizione”. E in fondo, gran parte delle feste “tradizionali” sono invenzioni degli ultimi sessant'anni: Babbo Natale, l'Albero, Halloween, San Valentino, l'8 marzo, il concertone del primo maggio, il bagno nella fontana appena la nazionale vince un ottavo di finale, eccetera. Che male c'è se ogni tanto ci inventiamo o prendiamo in prestito una “tradizione”? Di solito non c'è problema.

Finché qualcuno muore. Per una bomba carta, o una pistolettata nel cortile, o una congestione durante un bagno gelido. E allora i tg aprono i rubinetti della commozione. Ah, questi trafficanti senza scrupoli di botti abusivi . Ah, questi giovani a caccia di emozioni. E la società dei consumi, e la crisi dei valori, e qui e là. Tre minuti, e poi riparte il servizio sui meravigliosi fuochi artificiali del mondo, e sui vecchietti finlandesi che si tuffano nei laghi. Pura schizofrenia, tutte le sere a ora di pranzo e cena. Il direttore-tipo di un qualsiasi tg italiano è quel classico genitore frustrato – spesso separato – che ci tiene tanto che suo figlio si diverta, ma allo stesso tempo ha paura che prenda freddo; quello che gli fa una predica sui botti, e poi glieli compra; quello che si raccomanda guidate con prudenza, e poi riparte sgommando.

Da un lato è persuaso – poco giornalisticamente, in verità – di essere l'anima della festa: “cioè, lo capite, è capodanno! Ma no, che non capite, siete troppo stupidi! Probabile che ve lo dimentichiate, se non ve lo dico io, che sono il tg. Se non ti faccio vedere almeno 15 minuti di servizio sui fuochi d'artificio nel mondo, col veglione, gli oroscopi, e poi... che altro c'è? Il bagno di mezzanotte? Massì, mettiamoci anche il bagno, è una cazzata che fa colore”.

Dall'altro è totalmente privo di senso di responsabilità: se i teleutenti, cresciuti a servizi sui fuochi d'artificio e bagni di mezzanotte, si fanno del male da soli, sarà sempre colpa di qualcun altro. Molto spesso è la società (cattiva!), quasi sempre i genitori. Che non parlano coi figli, invece di guardare il servizio del tg1 sui meravigliosi botti di capodanno. E così via.
Se ti dicessero semplicemente: “divertiti, fregatene, spera soltanto che qualcun altro paghi i danni che farai”, sarebbero almeno sinceri. Ma no: ti mettono davanti agli occhi il divertimento, e poi pretendono di farti la morale. Auguri di buon 2008! Champagne! Ma guidate con prudenza. E poi tutti a fare il bagno... ma avete messo la maglia di lana?

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