martedì 30 settembre 2008

Veltroni uno e trino

La tripla V
A distanza di giorni sembra chiaro che l'appartamento a New York dei Veltroni è destinato a diventare un luogo comune dell'opinionismo, alla stregua della “Barca di D'Alema”. Così come non c'è niente di male ad avere una barca, allo stesso modo un investimento immobiliare a Manhattan presenta in questo periodo indiscutibili vantaggi; e tuttavia non c'è più scampo: da qui in poi WV sarà sempre “quello con il flat a Manhattan”. Si batte dalla parte dei ceti più deboli? Sì, però c'ha casa a Manhattan. Difende cautamente qualche principio di economia liberale? Per forza, cosa vuoi che faccia uno con la casa a Manhattan? E me li vedo già, corsivisti di Libero e Liberazione, divisi per credo e per stipendio, ma affratellati nel rinfacciare al leader della sinistra il suo salottino tra i grattacieli. Tutto ampiamente prevedibile: in fondo bastava studiare, appunto, il caso della “Barca di D'Alema”; il bello degli errori degli altri è che ti permettono di imparare, o no? No, pare di no. O vuoi negare a un leader della sinistra il diritto di sbagliare di testa sua?

Io lo so che dovrei piantarla, con Veltroni. Che sì, avrà fatto i suoi errori, ma non è Il Male. Non è lui che si è fatto le leggi su misura. Non è lui che mi taglierà le ore, e prossimamente la paga. Non è lui che si è preso editoria e tv. Insomma non è lui ad avermi costruito un mondo così brutto intorno. E prendersela con lui non risolve niente. Eppure non ce la faccio. C'è qualcosa che continua ad attirarmi a lui, come le ultime zanzare al faro incandescente. Il fatto è che mentre il fenomeno Berlusconi è stato descritto e interpretato fino alla noia, il fenomeno Veltroni ha ancora vaste zone d'ombra, e complessità che votandolo non t'aspettavi. Per esempio, negli ultimi giorni mi sono reso conto che Veltroni è uno e trino, proprio come Dio (un altro sul quale è meglio non fare troppo affidamento nel breve termine). Le tre persone di Dio sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; le persone di Veltroni le ho scoperte io e, con un certo risparmio di fantasia, le ho chiamate Wally, Vartere e Valter.

Wally è quello simpatico, alla mano, americano ma di Brooklin. Uno sciuscià cogli occhi lucidi di speranze e sogni... In realtà sappiamo tutti che dietro Wally c'è una strategia. Ma è comunque una strategia elaborata da Wally, mica da una commissione di sociologi ed economisti. Wally è cresciuto con il mito dell'America (quasi clandestino, perché nel frattempo Vartere e Walter frequentavano la scuola del PCI), e quando è crollato il muro di Berlino ha pensato di rivendersela come La Nuova Idea. Istintivamente, Wally ha centrato un bersaglio: esaurite le vecchie ideologie, non valeva neanche la pena di montarne di nuove. Bastava creare un certo immaginario, popolato di Personaggi Giusti: Kennedy, Martin Luther King, Don Milani, di arredi cool (il jazz, il cinema), con qualche concessione al Trivial (le figurine). Non una struttura: un fondale. L'idea era interessante, ma si è ritrovata a fare i conti con la corazzata Mediaset, che pescando nelle acque basse del desiderio collettivo stava creando un immaginario di livello assai più scadente, ma di più facile presa. Fu la battaglia tra il Cinema e la TV, e non c'è mai stato nessun dubbio su chi avrebbe vinto. In fondo, Wally la sua campagna elettorale la perse 12 anni fa, quando il suo partito montò un referendum al grido “Non si interrompe un'emozione”, e gli elettori gli mostrarono che le emozioni s'interrompono, eccome, anche con le televendite (che così c'è il tempo per sparecchiare e poi a volte si fanno buoni affari). Ma neanche quella batosta lo ha fermato.
Ancora l'anno scorso Wally continuava a snocciolare i suoi eroi, di fronte a una platea invecchiata con lui, e incredula di trovarlo tanto simile alla sua caricatura. Io comunque ho tifato Wally, fino alla fine. Perché sì, è facile sfotterlo quando cerca di mettere insieme due come Che Guevara e Bob Kennedy, che si sarebbero sparati a vicenda; però un'Italia con cinque canali nazionali in mano a Wally non sarebbe così male. Jovannotti finirebbe ministro dell'ambiente e i ragazzini scaricherebbero “I have a dream” come suoneria: perché no? In un'Italia così sarebbe facilissimo anche ritagliarsi il proprio spazio di bastian contrario: sfottere Wally e il wallismo è facilissimo, è come stroncare i romanzi di Baricco: non ci vuole niente e ti fa sentire super-intelligente. Se Veltroni fosse tutto qui, sarebbe simpatico. Invece no, questo è solo il primo terzo (ahimè, il migliore).

La seconda persona di Veltroni l'ho chiamata Vartere, forma romanesca, e qui la romanità è intesa come un mix di incompetenza e autoindulgenza – no, lettori romani, non sto dicendo a voi, che siete straordinariamente simpatici e vivete in una città meravigliosa, però... però un po' sì. Del resto se Veltroni è rimasto sulla breccia è colpa anche vostra, che per due volte lo avete eletto sindaco. Un buon sindaco, dicevate – anche se Roma era sporca parecchio, dai. Ma in generale, non vi sembra che Vartere abbia goduto di una certa condiscendenza? Dopotutto fu il segretario che portò i DS ai minimi storici – sette anni dopo gli abbiamo dato in mano la sinistra intera. E lui che ne ha fatto? A un anno dalle primarie, vogliamo provare a tracciare un bilancio?
Da una parte mettiamo le cose buone. Anzi mettetele voi, ché a me non ne vengono.
Dall'altra proviamo a mettere tutte le idee bislacche e perdenti... per esempio, il Loft. Che razza di strategia comunicativa, eh, annunciare a tutti che il partito aveva un Loft. Sì, sono dettagli, ma proviamo a metterli in fila. Chi ha scelto quel colore verde vomito? Chi ha escluso la sinistra per imbarcare Di Pietro e quattro radicali? E la raccolta firme, qualcuno si ricorda della gloriosa raccolta firme (vedi Zoro)? E tante altre piccole cose che si sentono dire e che spesso si preferiscono dimenticare... ma lo sapete che vuole chiamare il movimento giovanile PD “Young Democrats”? No, ma seriamente, Young Democrats? Ma che roba è? Ma quanti yesmen devi avere incontrato sulla tua strada per venirtene fuori con queste stronzate? E il balletto su Alitalia? Mi ero finalmente convinto – leggendo quotidiani di sinistra – che il progetto CAI fosse un papocchio berlusconiano irricevibile... quand'ecco arriva Vartere, ci mette il naso, lascia intendere che i sindacati non avrebbero fatto niente senza di lui, e pretende pure che tutti gli dicano grazie, e se Berlusconi non lo fa pesta i piedi. Roba da farti rivalutare Berlusconi nel 2008, almeno lui nel fotterti è coerente.
Insomma, Vartere è il disastro nascosto dentro Veltroni, che tutti abbiamo fatto finta di non vedere. Quello che s'inventa i piani più complessi pur di fallire. Dagli in mano un quotidiano, e lui lo trasformerà in una videocassetta, che fallirà comunque. Chissà cos'avrebbe combinato all'Africa – magari questo è il senso del nostro sublime sacrificio. E comunque no, Vartere non è il peggio di Veltroni.

Il peggio è Valter. Pronunciato alla tedesca. Con un'intonazione marziale e un sinistro rantolio. Dark Valter è il lato oscuro di Veltroni, quello che ancora oggi s'intravede a fatica. Quello che deve aver ceduto alla metà oscura, a un certo punto della sua carriera. Forse subito.
È quello che assorbe polemiche e proteste come un buco nero, senza riflettere niente.
Quello che si è preso il partito, tutto, e non lo molla più, nemmeno se perde le elezioni (e infatti le ha perse. Però ha mandato Franceschini a spiegare che è normale, che anche Zapatero e la Merkel hanno perso la prima volta. Menzogne spudorate).
Quello che le critiche interne non le concepisce, semplicemente.
Quello che in giugno si fa approvare una direzione nazionale su misura e poi manda a casa i delegati in anticipo.
Quello che con gli young democrats sfodera un'arroganza che si starebbe meglio indosso a un vincente
"Il vostro compito è riprendere lo spirito del Lingotto, quando mi sono candidato alla guida del Pd, lo spirito del pullman e delle primarie di un anno fa. Altrimenti, vi spengo la luce" (Lo spirito del Lingotto?)
Quello che in sostanza persegue un progetto preciso: gestire il PD come roba sua, in attesa che Berlusconi passi di moda o muoia. E tanto peggio se nel frattempo il partito sta diventando “Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi”. Del resto anche queste non sono che parole di Wally – uno che in fondo Valter lo conosce bene.

domenica 28 settembre 2008

Ma anche qualcuno quaggiù

E' un pezzo di 4 anni fa (5/2/04):

Maestri di vita (12): Paul Newman siede al tavolo.

Ognuno di noi è figlio, oltre che di una madre e di un padre, anche di una talvolta complicata, talvolta banale serie di circostanze che hanno fatto incontrare queste due persone invece di chiunque altro. Io, per esempio, sento di dovere qualcosa a Paul Newman.

Questa verità l’avevo sempre sentita tenuta dentro di me, senza riconoscerla, fino al ritrovamento, in un cassetto, di una fototessera di mio padre del 1970. Era come la tessera mancante di un puzzle. La verità, banale e sconvolgente insieme, mi investì di colpo. Tante domeniche pomeriggio d’infanzia, passate a giocare ai lego sul tappeto, mentre in tv davano un film di quell’attore un po’ sbruffone. Perché mi ricordavo solo i suoi film? Perché solo il suo nome? Di colpo tutto andava al suo posto.

Mia madre, da giovane, apprezzava i film di Paul Newman. Mio padre, da giovane, era l’articolo più somigliante a Paul Newman che la bassa padana potesse offrire. La somiglianza non aveva nulla di eccezionale, e soprattutto il formato era ridotto, perché l’altezza media di un popolo è proporzionale al benessere, e questa fu zona depressa fino al 1950.

Ora, prima che vi mettiate strane idee in testa, è giusto che lo sappiate: io assomiglio a mio padre, ma a Paul Newman neanche un po’. Ingiusto, ma è così.

E tuttavia a volte mi chiedo se questa assurda, banale circostanza, non potrebbe spiegare qualche aspetto del mio carattere. Io in fin dei conti potrei essere definito una persona pacifica e conciliante, proprio come mio padre (che non mi ha mai detto quei famosi No che aiutano a crescere). D’altro canto, è evidente che io non sono davvero una persona pacifica e conciliante, bensì un egocentrico sbruffone. Da chi ho preso? Da mia madre no, da mio padre nemmeno. E allora?

Credo che Paul Newman sia il mio attore preferito. Di lui ricordo molto bene due film. Il secondo, in italiano, si chiamava Lo Spaccone (The Hustler, 1961). Il ruolo perfetto per lui, no? Ma era uno dei suoi primi, in bianco e nero.
Lo Spaccone, a memoria, mi sembra il film più alcolico che io abbia mai visto. Ci si ubriaca solo a guardarlo, ti alzi dalla poltrona che ti gira la testa. Peggio di così c’è solo Morire a Las Vegas, ma a Las Vegas Nicholas Cage sa benissimo che beve per uccidersi; invece nello Spaccone la gente beve senza neanche rendersi conto che nuoce gravemente alla salute. Si fuma anche molto. È un film di altri tempi (ricordo un dialogo pomeridiano tra lui e lei: “Cosa fai oggi?” “Niente”. “Ti va di bere?”)

Lo Spaccone sarebbe un film sul biliardo, ma, come si dice in questi casi, il biliardo non è che una metafora della vita. All’inizio Newman è convinto di essere il più grande giocatore del mondo, e non smetterà di crederci per tutto il film. Ma gli va tutto male, perché? Perché è uno spaccone. A biliardo si gioca così: si invita un pollo e si finge di essere più polli di lui: si perde un po’, e quando il pollo è cotto a puntino lo si spenna. Ci vuole concentrazione, sangue freddo, killer instinct. Paul Newman non ha nulla di tutto questo. Invece di cercarsi polli giù al molo, va davanti al più grande giocatore di biliardo vivente e lo sfida a regolar tenzone. E per dimostrare che è sicuro del fatto suo, tra un colpo di stecca e l’altro beve bourbon come una spugna. E vince, stravince, e beve, perché è un genio. Finché dopo dodici ore di stecca non succede qualcosa. Il suo agente gli consiglia di ritirarsi, ma lui deve andare avanti. Non si è accorto che il vecchio maestro lo sta per spennare, da pollo che è.
Dodici ore dopo lo svegliano, abbracciato al termosifone, e lo avvertono che la partita è finita, e lui ha perso tutto. Ma tranquilli, questo è solo l’inizio del film.

Ora, però, visto che non siete degli sprovveduti, e film americani ne avete visti tanti, con un piccolo sforzo potete immaginarvi da soli come continua. È il solito canovaccio: all’inizio del film il giovane di belle speranze fa una brutta figura, cade in disgrazia, ma poi capisce quali sono stati i suoi errori, e verso la fine del film torna sui suoi passi e trionfa nel luogo dove era stato umiliato. In mezzo, di solito, incontra anche una bella ragazza.
Così vanno i film, in America, e così vorremmo che fosse la nostra vita: siamo persone eccezionali che hanno fatto degli errori, ma con qualche piccolo aggiustamento…

Lo Spaccone però non ce la fa. Resta Spaccone fino alla fine, e anche quando vince, in realtà perde tutto. Insomma, è un completo disastro. E un paio di volte alzandomi dalla poltrona traballante, mi sono chiesto: ma non avrò per caso preso da lui?

Per fortuna poi penso al primo film che mi ricordo di avere amato, che è La Stangata (The Sting,1973: abbiamo la stessa età). Per me non ci sono film più belli, ma è anche vero che sono anni che non vado a ricontrollare.
In questo film, se ci fate caso, Newman assume un ruolo vagamente paterno nei confronti del vero protagonista, che sarebbe Robert Redford: lo spettatore tende a immedesimarsi in quest'ultimo. All’inizio del film, poi, Newman non sembra altro che un alcolizzato di mezza età, come se avessero chiuso Lo Spaccone in una cantina e lo avessero tirato fuori dopo quindici anni. Ma poi c’è la scena del poker sul treno.
Newman e Redford sono saliti su un treno per tendere un tranello a un boss che gioca a poker in un vagone (ma che, ve lo devo raccontare?) È Newman che va a gettare l’esca. Prima però entra in una toilette e si mette a fare gargarismi col bourbon. Che fai, gli chiede Redford. Non lo vedi? Risponde lui. Ci metto un po’ d’acqua. Altrimenti non lo reggo.

Anche se so che non è vero, mi piace pensare che La Stangata sia il seguito dello Spaccone. Che il protagonista sia sempre lo stesso, solo che ora ha finalmente capito il trucco fondamentale della vita: allungare il bourbon. Nella vita non bisogna essere sbronzi. Bisogna sembrare sbronzi. Chi non lo capisce è un fallito, anche se è il miglior giocatore di stecca del mondo. Chi lo capisce non ha più nient’altro da imparare.

Quando Paul Newman arriva nel vagone del poker, col colletto aperto e scravattato, la bottiglia di bourbon in mano e l’aria da imbecille, la partita è sua.
Nello stesso modo (occhi socchiusi, aria da scemo, vestiti spiegazzati: e riflessi pronti, sangue freddo, e lo stesso freddo nel cuore) vorrei sapermi sedere anch’io un giorno al tavolo della vita.

venerdì 26 settembre 2008

No more remote control

Il giorno che cambiatte l'italiano

Adesso che abbiamo salvato gli steward, possiamo dare un'occhiata anche agli insegnanti?
Tira una brutta aria. Stasera, cercando informazioni sull'ultima bozza Gelmini, mi sono bloccato davanti a queste righe:

La scuola media è al centro di un autentico tsunami che si pone come obiettivo quello di scalare le classifiche internazionali (Ocse-Pisa) che vedono i quindicenni italiani agli ultimi posti. L'orario scenderà dalle attuali 32 ore a 29 ore settimanali.

Se ho capito bene, il problema di noi insegnanti è che siamo scadenti. E quindi la soluzione al problema è... far uscire prima i ragazzi. Sul serio, l'idea è che riducendo l'esposizione degli studenti al corpo docente si potrebbe risalire qualche gradino nella scala ocse. Naturalmente bisognerà tagliare i programmi, che però sanguinano ancora dei tagli dalla riforma precedente.

Ora, sono buoni tutti a criticare, ma bisogna essere anche costruttivi. Così, invece di mettermi a scrivere il solito pezzo antigelmini, mi sono preso un quarto d'ora per riflettere seriamente su cosa potrei tagliare, per esempio, del programma d'Italiano. Metti la grammatica: a prima vista sembra tutta imprescindibile, eppure a cercare bene qualcosa d'inutile ci sarà.
Senz'altro non la punteggiatura. Quella serve, altroché se serve. Anzi, se la prendono tutti con noi perché non ne insegniamo abbastanza. I congiuntivi? Per carità. È da 50 anni che li danno per finiti, e invece eccoli lì, se la passano meglio di me...

Alla fine, pensa che ti pensa, ho avuto un'illuminazione. Come ho fatto a non pensarci prima? Eppure era qui, davanti a me. Ho trovato l'argomento inutile, il ramo secco che ci farà risparmiare ore e ore di inutili sforzi mnemonici. È lui.

Il passato remoto. 

Il tempo verbale più irregolare che ci sia, il terrore dei fanciulli e delle vedove. Pensate a quante ore passaste a memorizzare “io bevvi”, “noi mangiammo”, “voi apparecchiaste”, e il più stronzo di tutti, “io cossi”. Quanto tempo sottratto alla trigonometria, alla tavola degli elementi, al genitivo sassone, all'Iliade. E il tutto per cosa? Per ricordare un verbo che non usa più nessuno da Viterbo in su? Via, via. Se almeno fosse semplice, come il simple past. Ma è veramente solo un ginepraio di anomalie.

I grammatici avrebbero dovuto pensarci prima. Gli accademici della Crusca hanno avuto quattro secoli a disposizione per proporre una forma di passato remoto regolare buona per tutte le coniugazioni. Non ci hanno pensato? Adesso è tardi. Io sono stanco di correggere ragazzini che scrivono “ebbimo” e “fecimo”. In fondo quello che stanno facendo è esattamente quello che gli accademici non hanno voluto fare: una bella razionalizzazione. Se si dice “ebbi” al presente, perché non si dovrebbe semplicemente aggiungere un suffisso per ottenere un plurale? Perché tra anomalisti e analogisti, in italiano debbono sempre averla vinta i primi?

Vi sento già: “ma nei romanzi...”
Ecco, sì, se uno deve scrivere romanzi, magari è bene che impari a maneggiare anche il remoto. Ma la maggior parte degli studenti non deve mica scrivere romanzi (e vivaddio): al limite dovrà leggerli.

Torna in mente Linus Van Pelt quando legge i fratelli Karamazov: “Come fai a pronunciare tutti quei difficili nomi in russo?” “Mi limito a guardarli”. Ecco, per leggere i romanzi non c'è bisogno di saper coniugare i remoti: basta riconoscerli. Si può leggere tranquillamente Balzac senza aver mai imparato il passé simple francese; impossibile sbagliare, ogni volta che c'è una forma verbale “strana”, quello è un remoto. E questo ci porta alla mia proposta.

Pensavate che volessi abolire il passato remoto? Ma no, anzi, non saprei proprio far senza.
E non ambisco nemmeno a razionalizzarlo; anche se riuscissi a creare una fazione di analogisti, la guerra contro gli anomalisti ci porterebbe via anni di polemiche feroci, e i ragazzini nel frattempo non saprebbero più cos'è giusto e cos'è sbagliato. Una cura ben peggiore del male.

No, io propongo qualcosa di ben più innovativo. Qualcosa che in grammatica nessuno ha mai tentato fin d'ora. È l'occasione per ritrovarsi all'avanguardia. Sul serio, se funzionerà, verranno linguisti da tutto il mondo a osservarci - magari su aeroplani della CAI. Insomma, la mia proposta è l'introduzione del Passato Remoto Libero.

Cos'è il Passato Remoto Libero?
Il passato remoto libero è il passato remoto. Si usa nelle stesse situazioni in cui prima si usava il passato remoto normale: per parlare di eventi lontani del tempo e per sfottere i siciliani.

Come si coniuga il Passato Remoto Libero?
Come ti pare.

In che senso?
Hai capito benissimo. Puoi coniugarlo come ti pare. Vuoi scrivere “fecimo”? Accomodati. Vorresti scrivere “tacque” ma hai tanta paura di sbagliare? Scrivi pure “taccue”, o “taqque”, o “tacebbe”. Tutte le desinenze vanno bene.

Ma in questo modo non si capirà più niente.
Sicuro? Prova a leggere queste righe, e dimmi se c'è qualcosa che non capisci.
Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venette arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venibbe. Ciò non era mai accaduto. K. aspettosse ancora un po', guardé dal suo cuscino la vecchia signora che abitava di fronte e che lo osservava con una curiosità del tutto insolita in lei, poi però, meravigliato e affamato a un tempo, suonacce. Subito qualcuno bussocchio, ed entrabbi un uomo, che egli non aveva mai visto prima in quella casa.
Stai massacrando Il processo di Kafka, smettila.
Ma dimmi: c'è qualcosa che non hai capito?

Ho capito perché era una pagina che conoscevo già, ma come farò a riconoscere flessioni verbali che non ho mai visto prima in vita mia?
Senti, non ti devi preoccupare, sul serio. La lingua è fatta per comprendersi. Sì, qualche volta per tirarsela, ma il più delle volte per comprendersi. Se davvero qualcuno vorrà approfittare del passato remoto libero per non farsi capire dai lettori, peggio per lui. Vedrai che la maggior parte degli scriventi continuerà a usare forme abbastanza riconoscibili. Anzi, col tempo probabilmente finiremo per usare più o meno tutti le stesse flessioni. Ma ci saremo arrivati attraverso l'esercizio della libertà, non attraverso la coercizione scolastica! Non è fantastico? Io lo trovo fantastico.

E il correttore automatico?

Si fotta! Ma ci pensi? Cosa c'è di più vivo di una lingua che manda in tilt anche il correttore automatico, la diabolica gabbia dorata di Microsoft Office? Viva la libertà!

Non stai parlando sul serio.
Scherzi? Tu non hai veramente idea di quante interrogazioni risparmiate, quante penne rosse che rimarranno dal tabaccaio, quanti errori in meno, e quante risate ci faremo. Non fubbi mai più serio in vita mia.

giovedì 25 settembre 2008

Il veglio Reloaded

L'Eletto

E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fa' cotale cosa; e questo ti fo perche' ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna.

Si riparla di Bin Laden ultimamente – a propos, voi ci credete, in Bin Laden? Non il personaggio storico, no: ci credete in Bin Laden vivo, oggi 25/9/2008? Riuscite a immaginarlo respirare in questo esatto istante, in un bunker da qualche parte sotto il vostro stesso suolo? Perché io, con tutta la più buona volontà, non ce la faccio. Per anni mi avete raccontato che era braccato, bombardato, dializzato, scomparso, poi eccolo rispuntare con la barba più tinta di prima. Più che la fiducia, è il mio buon senso che vien messo a dura prova.

Si riparla di Bin Laden perché tra un mese si vota negli USA, e metti che lo prendano proprio adesso; oppure (più credibile) metti che l'abbiano preso già da un po' e decidano di levargli il cappuccio a dieci giorni dalle elezioni: per i Repubblicani sarebbe un bello spot. Ma sarebbe anche la fine della Guerra al Terrore: bisognerebbe reimpostare la politica estera, trovare nuovi nemici, e non è detto che McCain sia pronto. Forse conviene tenerlo in fresco ancora un po'.

O ancora: metti che Bin Laden sia (come ci raccontano) vivo e libero, e persino operativo: in questo caso i tempi sono maturi per un altro attentato, come quello di otto anni fa che fu sufficiente a impostare la politica estera per due mandati presidenziali. A quel punto ha poca importanza chi vincerà a novembre, così come aveva poca importanza chi vinse nel 2000: sia Obama che McCain per ora non vorrebbero ricalcare le orme di Bush, ma è un dettaglio. Anche Bush voleva preoccuparsi soprattutto di politica interna, fino al dieci settembre. Tu mandagli una mezza dozzina di kamikaze e vedrai quanto ci mette il futuro presidente Obama/McCain a infilarsi l'elmetto di Commander in Chief (conquistandosi anche un'opzione sicura sulle presidenziali del 2012). Forse ci siamo rimessi a parlare di Osama perché in tutti questi anni è stato il primo responsabile della politica estera di Bush, una specie di Ministro del Terrore, molto più influente di Cheney e della Rice, e siamo curiosi di sapere se avrà un posto nel nuovo gabinetto. O non sarà rimpiazzato da giovani promettenti, come Ahmanedinejad.

Da noi si riparla di Bin Laden anche perché ci manca. Dopo di lui, certe sensazioni non ce le ha fatte provare nessuno. Tra un po' ci ricorderemo di Riva del Garda 2008 soltanto perché durante un dibattito un creativo ha definito l'11 settembre come la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni. A prescindere da ogni considerazione morale, naturalmente. Ne è seguita una lunghissima polemica con alcuni astanti che di prescindere non se la sentivano proprio, certo, è comprensibile, però vi rendete conto? Finché Stockhausen lo considerava un artista, Osama rimaneva almeno nella sfera del sublime. Ma se addirittura nel 2008 lo abbiamo degradato ad art director, significa che l'occidente ha vinto! Lo abbiamo macinato, digerito, infilato nella stessa categoria di quelli che per mestiere s'inventano le avventure dello scoiattolino scoreggione.

Anche se.
Anche se in fondo Bin Laden è sempre stato più occidentale di quanto non apparisse. Certo, ai tempi di Tora Bora sembrava ormai trasformato in un archetipo medio-orientale, il Veglio della Montagna che trasforma i giovani in Assassini. Senonché, anche il Veglio della Montagna è leggenda occidentale, almeno da Marco Polo in poi. E cosa c'è di più occidentale di Mohammed Atta che aspetta l'undici settembre in un locale di lapdance? Un uomo che pensasse di andare in paradiso dopodomani, uno assolutamente convinto di entrare in possesso di 72 vergini nel giro di 48 ore, pensate che perderebbe tempo con le lapdancer? Un martire islamico no, Atta sì. Atta sembra un personaggio scritto in ascensore da uno screenplayer di Hollywood. Tutto l'11 settembre sembra il secondo tempo di un action movie anni Novanta: vi ricordate come ci siamo sentiti in quel pomeriggio? Cosa abbiamo provato esattamente: paura? Panico? Quel pizzicorino ai piedi, sospetto che alla fine fosse soprattutto euforia. Improvvisamente, quando non ce l'aspettavamo più, eravamo entrati in un film. Come comparse, ovviamente; nella solita scena di massa in cui qualcuno urla: “Moriremo tutti” e gli altri scappano; non importa, ce l'avevamo fatta. E se questo è un sogno, è un sogno tutto occidentale.

Di Al Quaeda, dopo anni, continuamo a saperne poco. Sappiamo che, a differenza di altre organizzazioni islamiche, non reclutava i suoi uomini tra i poveri delle campagne o delle periferie. Atta e compagni erano figli di quella classe media che è sotto pressione in tutto il mondo, e che nei Paesi islamici non ha avuto nemmeno molto tempo per svilupparsi. Gente che dopo anni di lavoro, o di studio (o di semplice vagabondaggio per il mondo) si rende conto di essere fuori dai giochi. Non ha potere, non ha rappresentanza. Tutto quello che la tv satellite e internet sembravano dare per scontato, il famoso “tenore di vita occidentale”, non sarà mai alla loro portata. È la stessa situazione in cui mi sono trovato io, e forse anche voi. A questo punto uno cosa fa? Voi cosa avete fatto?

Giochino. Vi racconto una storia che sapete già, e vediamo quanto ci mettete a riconoscerla.
C'è un giovane che vive la sua vita in una città al centro del mondo. O alla periferia: tanto ormai il mondo è tutto uguale. Le cose non gli vanno né troppo male né troppo bene, ma lui si annoia. Ha come la sensazione di non potersi esprimere per quello che è veramente. È una cosa difficile da spiegare, i suoi amici non capiscono. L'unico che gli dà retta è un tale misterioso che incontra su Internet, e che dopo una lunga attesa gli dà un appuntamento.
È una specie di sacerdote: nelle sue parole si sente un vago retroterra religioso, parole orecchiate nelle preghiere dell'infanzia. Al giovane che lo ha trovato spiega che il mondo in cui vive è pura apparenza, creatura di Satana che inganna gli uomini per succhiare energia tra loro: occorre trascendere, chiudere gli occhi e ritrovare la realtà. Che non è un nirvana, al contrario: la realtà è un mondo durissimo, dove gli Eletti combattono Satana e se necessario sacrificano la loro vita. Devo andare ancora avanti? Stasera daranno Matrix 3 in tv, fateci caso: Neo ha una mantellina nera da ayatollah. Non arriverò a dire che Bin Laden si è ispirato ai fratelli Wachowsky: lui è più vecchio, si dev'essere fermato a Die Hard 3. Ma dico che Al Quaeda e Matrix si sono sviluppati nello stesso brodo di cultura, che è 90% occidentale, con qualche spezia esotica: che l'impulso che ha portato molti musulmani di classe media nelle braccia di Al Quaeda è simile a quello che ha portato noi al cinema a guardare a bocca aperta una storia più sconclusionata di altre, che però in qualche modo ci toccava più di altre; che sapeva toccare corde che nemmeno noi sapevamo di possedere.

(Tutto questo avevo già provato a spiegarlo nel 2025, con risultati non proprio limpidi).

domenica 21 settembre 2008

Ma dove avevo messo l'alba, ah... ecco.

Si riparla in questi giorni della Scoperta dell'alba, un libro che tutti hanno comprato e letto tranne i bloggers, questi fighetti insopportabili che hanno tempo solo per i saggi di DF Wallace. Tutti uguali.

Tutti tranne me. Sì, perché io l'ho letto, La scoperta dell'alba. Comprato in edizione Rizzoli Oro a 6€. Letto in un cesso a Rotterdam, un anno fa, proprio nella speranza di trovare qualche spunto per un pezzo su Veltroni. A questo ti riduce, un blog. 
Qui ci sono i miei appunti per una recensione, abbozzata due anni fa e mai terminata, perché fino a qualche mese non aveva molto senso pubblicare cattiverie gratuite su WV; e poi evidentemente avevo roba migliore da farvi leggere. E adesso? Adesso no.

Giovanni Astengo di mestiere legge le biografie delle persone normali, quelle che non hanno ancora aperto un blog e pubblicano i libri a loro spese. C’è un archivio a Roma dove li conservano (deve essere un pozzo enorme, che arriva fino al centro della terra), e lui li legge nel suo ufficio, con la musica classica in sottofondo. Anche a lui piacerebbe avere una storia da scrivere, e alla fine del libro ci riuscirà.

Intorno a lui il mondo dà segni di cedimento strutturale (terremoti e carestie alla tv), la moglie è in Europa per affari, il figlio primogenito è in California, disperato per essersi portato con sé la sorella, afflitta da sindrome di Down, che ha sviluppato un affetto morboso per lui, ma tutto questo è secondario, perché Giovanni Astengo sta finalmente per avere una storia, di quelle che si leggono sui libri.

Giovanni ha 40 anni, ed è orfano da quando ne aveva 9. Suo padre, già sessantottino in carriera, poi giovane barone della facoltà di architettura, sparì nel 1977, proprio la mattina che doveva portare il piccolo Giovanni allo stadio; e se non è un trauma questo. Ma forse il mistero di quella sparizione può finalmente essere risolto, perché nella vecchia casa al mare Giovanni ha trovato un vecchio telefono nero grazie al quale è in grado di comunicare con… sé stesso nel 1977, quand’era bambino! Giovanni, si capisce, avrebbe una gran voglia di parlare di figurine e di carosello, di John Lennon che è ancora vivo, ma si contiene, perché per prima cosa vuole capire cosa è successo al padre. Fingendosi lo zio di sé stesso, riesce a convincere il bambino che era a fare qualche indagine nei cassetti del padre appena scomparso. Quello che scoprirà, lo guarirà per sempre dalla morbosa attrazione per il suo passato. Meno male, perché nel frattempo c’è stato un altro tornado, il figlio californiano sta quasi per strozzare la sorella, e la moglie è sempre in giro.

Quello che volevo fare a Rotterdam era intrinsecamente stupido. Se avessi voluto farmi un’idea sul politico Veltroni, non avrei avuto che da scegliere un volume: ne ha scritti sei. Invece volevo affidarmi all’unico romanzo che ha scritto, vale a dire a quell’unico testo in cui senz’altro non dice la verità, ma racconta una storia. Mi fido più di un bugiardo, perché il bugiardo è costretto a inventare, e dove troverà il materiale per le sue invenzioni, se non nella sua… anima? O nel suo inconscio, sì, è uguale. Ero convinto che Veltroni si fosse scoperto di più nel suo romanzo che in tutte le sue interviste e relazioni; e poi speravo che da narratore fosse meno noioso. Ecco, non è proprio così. La scoperta dell’alba è un libro breve e deprimente. Ci ho messo un poco a capire perché il protagonista non riuscisse a ispirarmi neanche un briciolo di umana simpatia, finché verso la fine ho avuto un’illuminazione: non ride mai, non ha il minimo senso dell’umorismo. La cosa mi ha un po’ atterrito, perché ho cominciato a pensare se avevo mai visto o sentito Veltroni fare una battuta divertente, e mi sono accorto di no.

Poi però ho pensato: cos’è il senso dell’umorismo, se non un meccanismo di difesa? Io l’ho sviluppato quando i miei compagni di classe hanno cominciato a crescere mentre io restavo in fondo alla fila. Ma Veltroni è cresciuto regolarmente, diventando ogni anno sempre più alto e più potente: capoclasse, segretario di sezione, segretario di partito, sindaco, che bisogno ha di fare le battutine? Corollario: i romanzi lasciateli fare ai perdenti, che hanno un sacco di humour.

Quando lo humour non ce l’hai (o non vuoi usarlo), il rischio è sempre quello di scivolarci sopra involontariamente. E in effetti ogni tanto La scoperta dell’alba strappa un sorriso suo malgrado. Alcuni esempi: verso la fine Giovanni va a incontrare un’ex terrorista, assassina pentita, che fa la bibliotecaria. È convinto che c’entri qualcosa con la scomparsa del padre, e le tiene il seguente discorso:
“Lei con quelle pallottole non ha spezzato una sola vita. Ne ha spezzate molte. Il suo proiettile ha superato il corpo di quel pover’uomo, è uscito da lui, ha superato angoli di strade, attraversato piazze, salito scale, sfondato porte [sfondato? Non bastava forarle?] ed è arrivato alle gambe di una donna e di una bambina. Poi è proseguito ancora. Ha fatto ancora chilometri, indisturbato, è entrato nella mia casa e ha spezzato altre gambe, quelle di mia madre e le mie”.
Sì, va be’, la pallottola intelligente. Le manca solo di impattarsi con un sasso e rimbalzare nella testa di un manifestante. Certo, ho capito, è una metafora dell'eterogenesi dei fini, in quella pallottola ficcanaso c'è senz'altro il ritratto di tutta una generazione che ha smarrito la sua direzione rettilinea ecc. ecc., ma io riuscivo solo a pensare alle pallottole messicane di Roger Rabbit col sombrero e i mustacchioni, olè olè, gringo.
“Che fai, ti fermi ancora?” mi disse un collega che stava andando via dal piano deserto.
“Sì, un po'”. Nel computer avevo messo la mia musica preferita, le romanze più famose reinterpretate al pianoforte da Danilo Rea e la nona delle Enigma Variationis di Elgar, il brano che più di ogni altro mi stringeva il cuore.
[A questo punto parte la musichetta di Mission: Impossible, e il collega si leva la maschera: è Renato Brunetta! Fermo, Giovanni Astengo, ti ho sgamato: in luogo di lavorare in modo produttivo passi le ore a sviluppare gusti musicali radicalsciccosi. Licenziato in tronco! Va' a scoprir l'alba a ca' tua, va']

[Cose che proprio non mi piacciono]:
1. Il Forrest-Gumpismo. Dicesi Forrest-Gumpismo la tendenza a rivisitare il passato recente in una collana di momenti topici, infilando a forza i personaggi in tutti gli avvenimenti storici rilevanti (vedi il fondamentale contributo di Manu). In Italia ci sguazzano un po’ i vari autori di noir, ma l’oggetto forrest-gumpista in assoluto è La meglio gioventù di Giordana, dove se due ex coniugi si danno un appuntamento durante gli anni Ottanta, dev'essere per forza la sera di Italia-Germania al Santiago Bernabeu con le comparse che ascoltano la telecronaca di Martellini alla radio, cioè, hai capito spettatore scemo? Siamo negli anni Ottanta! Rossi! Tardelli! Altobelli! Gli autori forest-gumpisti di solito raccontano sempre la stessa storia: eravamo giovani e pieni di speranze, a Firenze ruppe l’Arno, poi occupammo l’università, poi i più bravi si laurearono e si misero a lavorare nella stessa università, mentre i più nervosi si infilarono nella lotta armata, che fu brutta brutta brutta. La scoperta dell’alba è una delle cose più forrest-gumpiste che ho letto: sembra che la storia d'Italia si sia dipanata esclusivamente nell'isolato dove vive il protagonista. Il papà di Giovanni conquista la cattedra proprio nel ’68 (sei mesi dopo non sarebbe stato abbastanza simbolico) e si disillude definitivamente nel ’77, mentre gli autonomisti gli sparano sotto casa. Tutto plausibile, ma noi che nel frattempo vivevamo in provincia lo troviamo un po' stiracchiato.
2. Dal Calvinismo al Baricchismo. Le piccole epifanie del quotidiano. I grandi exploit degli eroi dello sport, celebri e sconosciuti. Le persone che c’hanno delle storie da raccontare. L’autore è convinto di rifarsi a Calvino, ma gli riesce tutto così terribilmente Baricco. Forse il baricchismo è il destino degli emuli di Calvino. Forse a furia di far leggere Calvino a scuola abbiamo trasformato Calvino in un mito adolescenziale, meno nocivo di Kurt Cobain, ma non è detto... il figlio di Astengo è un maniaco del tardo Calvino, quello combinatorio che presso i critici è caduto un po' in disgrazia, ma lui ne va matto. Se non è indaffarato a gestire la sorella down che i genitori ignorano, potete essere sicuri che è in camera di suo padre a disturbare il suo flusso di coscienza raccontando la struttura del Castello dei destini incrociati o, in alternativa, le grandi imprese di sconosiuti cestisti NBA. A un certo punto gli scappa detto che Michael Jordan e Marcovaldo “sono un po' la stessa persona”. Eh? in che senso? Va bene, sei un ragazzino, anch'io magari alla tua età amavo Mohammed Ali e Guido Gozzano, ma mica li pasticciavo assieme.

[Cose che (un po') mi sono piaciute]:
1. La trama sembra un episodio di Twilight Zone (in italiano: Ai confini della realtà). Quei brevi racconti con un'idea fantastica, veri esercizi intellettuali, ma sempre con l'umanità in primo piano. Di autori italiani capaci di scrivere un episodio di Twilight Zone non ce ne sono poi così tanti.
2. Di buono c’è la scoperta finale: il passato non è tutto rose e madeleine, il passato è una truffa, una finzione, una cosa schifosa. Giovanni distrugge il telefono magico e torna alla vita. Il problema è che il libro si ferma proprio lì: è un libro che dice “guarda in avanti”, ma per un centinaio di paginette ha guardato quasi soltanto all’indietro. Oddio, però con un argomento del genere si potrebbero anche stroncare Les liaisons dangereuses, Le anime morte, la Bibbia, ecc. 

Ma insomma, il finale ha qualcosa. Piantiamola col culto del passato, piantiamola di frignare perché il papà non ci ha accompagnato alla partita, rompiamo i vecchi giocattoli e preoccupiamoci del mondo che va in rovina. Sono d'accordo. È il libro che consiglierei a Veltroni.

mercoledì 17 settembre 2008

Martiri della sintassi

La scuola che non c'è
(e la riforma che nemmeno)

Criticare la riforma del ministro Gelmini non è facile, per me, per due motivi.

Il primo è che non esiste. Tutto quel che esiste, per ora, è una necessità di risparmiare soldi, tanti soldi, per cui si prova a levare un pomeriggio qui, un maestro qua, un bidello lì, un anno là, senza neanche più preoccuparsi di fornire spiegazioni che sappiano vagamente di pedagogia, o di buon senso. Più che una riforma è un pignoramento. Faccio un esempio piccolo, uno fra tanti: dopo aver rispolverato a giugno le tre I, tra cui Internet, a settembre ci ha annunciato la scomparsa di Educazione Tecnica. La notizia non turberà chi come me in tre anni è mai riuscito a completare una sola assonometria cavaliera; resta il fatto che per molte classi l'ora di "Tecnologia" era l'unica occasione di toccare un computer da vicino. E la I di internet? Irreperibile. E i prof di tecnologia? Verranno immessi nella graduatoria dei prof di matematica. Avete capito bene. Passeranno in blocco davanti a laureati in matematica più giovani, col cervello più fresco, molti dei quali avranno un motivo in più per abbandonare la professione. Ma non avevamo i peggiori risultati europei in matematica? Sì, qualcosa del genere. E allora? E allora niente, il punto non è mica migliorare il livello dei nostri studenti; il punto è risparmiare tot-mila cattedre, e tanto peggio se la scuola pubblica si sfascia, tanto è la bad company: chi se lo potrà permettere manderà il figlio dai preti. Tanto più che è probabile che sforbiciando qua e là la Gelmini riesca anche a preservare qualche buono scuola per lorsignori. Amen, dopo tutto hanno vinto.

Il secondo motivo per cui almeno io fatico a criticare la Gelmini è che non ho, a differenza d'altri, un modello di scuola ideale, da contrapporre a questo sfacelo. Anzi, a volte mi capita di fissare lo sfacelo con occhi rapiti, perché anche in mezzo alle rovine c'è sempre da cogliere qualche opportunità. Insomma, sì, la scuola crolla, ma non è che fosse poi granché. Per molti – mi rendo conto – non è così.
Spesso si tratta di persone che a scuola non ci lavorano. Magari ci accompagnano i figli, sgommando via il prima possibile. La scuola che conoscono loro, per farla breve, è la scuola della loro infanzia e adolescenza. E quindi è la scuola più bella del mondo, esattamente come la mia compagna di banco dai capelli lunghi era la ragazza più bella del mondo, e nessuna foto scattata in seguito potrà convincermi del contrario. Di solito è gente che ha fatto il liceo. E guai se glielo tocchi, il liceo. Insomma, quelli che si ritagliano i fondi di Francesco Merlo. Ma voi ci arrivate mai, in fondo a quel che scrive Merlo?

La Gelmini ha proposto di ridurre il quinquennio di liceo a un quadriennio. Perché? C'è dietro una teoria educativa? No, dietro c'è solo Tremonti con la calcolatrice che scuote la testa ("Di più, Mariastella, tagliami di più"). In questo modo però finisce per scandalizzare Francesco Merlo, che dalle colonne di Repubblica di ieri prorompe in un severo monito: "Stia attenta la Gelmini a toccare il meglio dell'Italia e della sua memoria, la nostra eccellenza, il modello nazionale per il quale ancora, ogni tanto, ci distinguiamo nel mondo". Eh? Stiamo parlando della stessa cosa? Il liceo italiano? Il meglio dell'Italia? La nostra distinzione nel mondo?

A Merlo basterebbe dare un'occhiata all'archivio del suo giornale, per trovare qualche statistica che non piazza il diplomato italiano tra i migliori del mondo, anzi. Se abbiamo mai avuto un'eccellenza, in Italia, forse è stato nel campo delle elementari e delle scuole dell'infanzia. Il che ci dovrebbe far pensare: se i nostri figli frequentano scuole elementari tra le migliori del mondo, e otto anni dopo si diplomano con un bagaglio di competenze tra i più scarsi, dov'è l'intoppo? La scuola media avrà la sua parte di responsabilità: ma anche il liceo. Se in questi anni gli ordinamenti del liceo sono stati più volte stravolti, non è stato soltanto per la superbia dei ministri riformatori. La verità è che il liceo gentiliano non è credibile più da un pezzo; che per iscriversi a un classico che ti insegna il Greco per cinque anni e l'inglese per tre bisogna essere masochisti; che se non fossero arrivate le (brutte) riforme ministeriali, ci avrebbero pensato le scuole a rinnovarsi da sole, in autonomia; nella mia piccola città stava succedendo già negli anni Ottanta.

Mi rendo conto che questo sia duro da mandare giù per Merlo, come per Citati e per tutti quei tromboni che parlano di scuola senza averne vista una da decenni. Come reagiresti se ti dicessero che la tua giovinezza è stata una finzione? Che la tua pregiatissima scuola non valeva un granché, e nel mondo nessuno la considera un modello interessante? Impossibile. Se non fosse stata una buona scuola, oggi Citati o Merlo non riuscirebbero a scrivere gli eleganti editoriali che tutto il mondo invidia, autentici capolavori di stile. A dimostrazione di ciò accludo la frase che vince il Trofeo Sintassi Involuta 2008 (albo d'oro: 2002, Umberto Galimberti; 2004, Gianni Letta).

E poi, andiamo!, avvocato Gelmini: l'adulto italiano che ripensa al liceo non si ferma alle manifestazioni, alle occupazioni e al 6 politico, ma si abbandona al ricordo della scoperta dei libri, della capacità di resuscitare i morti, dell'universo pieno di miti e di simboli, di quei professori ai quali i maestri che lei umilia devono per esempio l'ironia e l'arguzia di vedere in lei non il nemico di classe, ma la linguaccia lunga di Santippe che, surrogando il linguaggio intelligente, importuna Socrate e infastidisce la decenza (anche se per la verità si sospetta che Socrate si sia convinto a bere la cicuta proprio per liberarsi dalle angherie di Santippe).

Ci sono errori, qui? Non proprio: però c'è tutto quel barocchismo sintattico che rende i nostri giornalisti e professori i più parolai, e i nostri libri e giornali i meno letti del mondo. Sul serio, cos'hanno fatto di male i lettori italiani, per ritrovarsi davanti periodi sintattici di 550 battute? Davvero dobbiamo tutti pagare perché un prof rincoglionito apprezzava le lunghe frasi contorte con cui il giovane Merlo riusciva ad arrivare in fondo al foglio protocollo? Il tutto per dire cosa, che la Gelmini non è il nemico di classe ma Santippe? Come dire Abbasso Marx, viva la versioncina di greco col filosofo e la moglie antipatica? Massì, non c'è niente come le lunghe ore pomeridiane trascorse a sfogliare dizionari per tradurre storielline: è così che si è formata la classe dirigente che il mondo c'invidia, che ha portato l'Italia ai vertici da cui il resto del mondo sbigottito la osserva. Pensate, se ci sfasciassero il liceo, Merlo potrebbe essere l'ultimo editorialista al mondo a scrivere cose come "Brunetta che sogna l'ipercinesi mercuriale del colore aragosta o del blu elettrico" o "abbiamo imparato ad usare la gobba di Leopardi contro quella di Andreotti" e tutte quelle scemenze che da anni piazza nella seconda metà del fondo, nella speranza che qualcuno arrivi fin lì.
Ma non ci arriva mai nessuno. Neanche il suo vecchio prof, probabilmente: lui leggeva le prime venti righe e passava oltre. Va bene Merlo, sei da otto, lo sappiamo.

martedì 16 settembre 2008

Grazie

...lo dedico a questo straordinario pubblico

Un blog si può seguire perché setaccia le notizie che t'interessano, perché trova cose che non sapevi; oppure perché dice esattamente le cose che già sai e proprio nel modo in cui ti piace sentirle. Un blog si può seguire perché è insopportabile. Perché scrive cose davvero fuori del mondo. Per migliaia di motivi, all'inizio. Ma dopo qualche mese – qualche anno – c'è solo un motivo per cui si segue ancora un blog. Non è tanto una questione di affinità. È proprio una questione di affetto.
Quanti amici hai, che leggeresti tutti i giorni?

Quando ho sentito che organizzavano la Blogfest, onestamente non ho mai pensato che avrei potuto assistere a conversazioni interessanti. Quelle potevo leggermele da casa - ma a una blogfest non ci si va per le conversazioni; ci si va perché si ha voglia di vedere le persone. Anche se incontrarsi tra reciproci lettori quotidiani è notoriamente frustrante. Si rimane sospesi in mezzo a cento discorsi che ci siamo fatti da casa, e nessuno si ricorda più bene; di solito non sappiamo bene cosa dirci, però in fondo a tanti puntini di sospensione si sente che l'affetto c'è. A volte ce n'è in quantità imbarazzante.

A Riva l'unica conversazione ufficiale a cui sono riuscito ad assistere è stata quella su blog e informazione – una discreta palla, a detta di molti. Ho sentito le lamentazioni di Facci sulla qualità dell'odierno giornalismo on line, e le condivido, perché no. Io del resto dopo dieci anni ho rinunciato a usare repubblica.it come homepage, non ce la faccio davvero più. Non è una questione di snobismo, è che quella colonna morbosa si sta davvero prendendo tutto. Su trenta scemenze messe in fila, prima o poi una la clicco anch'io, e poi me ne vergogno. Coi blog che leggo di solito non mi capita. Non perdono tempo a solleticare i miei più bassi istinti, loro, non hanno nessuna ragione di farlo. Se vado su Repubblica dopo mezzo minuto mi ritrovo a sfogliare brutte foto di tizie che nemmeno m'interessano – almeno i wallpaper di Macchianera non erano sgranati. Per cui ok, posso convenire che il giornalismo on line italiano faccia schifo, oggi più di ieri. Ma c'entrano i blog? È in qualche modo colpa nostra? Di fronte a un modello di giornalismo che si abbassa ai livelli dei vecchi portali, tutto "clicca", "guarda", "scarica", è così strano preferire un ambiente più confortevole, dove la gente ti parla soltanto delle storie che le interessano, e che crede possano interessare anche te? Prima o poi i quotidiani on line diventeranno web tv, forse è destino. Nel frattempo c'è qualcosa di male se qualcuno prova a difendere uno spazio di conversazione, di dialogo, e riesce persino a farsi volere bene? Eh, sì, ma bisogna farlo gratis. Sennò non funziona.

Quando vi ho chiesto di votare per me, mi sentivo abbastanza patetico. Alla mia età una persona non dovrebbe avere bisogno di chiedere manifestazioni di affetto in questo modo. Però vincere un premio in questo modo – all'ultimo momento, quando ne avevo già persi tre, e i professionisti avevano fatto man bassa – è stato bello. Io l'ho sentita come la rivincita del blog fatto in casa, quello che avete deciso di votare perché istintivamente vi è simpatico. Anche se a volte è insopportabile, o scrive cose fuori dal mondo, ma ugualmente vi capita di passarci spesso. Perché vi ci siete affezionati. È il blog che non cerca di vendervi nulla, che non è sponsorizzato da nessuno, e non porta a casa niente se non una targa bruttina e tanto affetto. Veramente tanto affetto, che dopo un po' m'imbarazza, e non so cosa dire. Grazie, è il minimo. E dovevo proprio scriverlo. Invece da domani cercherò di scrivere qualche altra cosa di originale e interessante. Però grazie, ancora, davvero.

(Per una cronaca di tutta la Blogfest, vi rimando a Ludik)

domenica 14 settembre 2008

No



“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”

David Foster Wallace, Infinite Jest (ma l'ho ritrovato su Malvino).

venerdì 12 settembre 2008

Solo due precisazioni

1. Sì, la prima finta homepage di Repubblica con la fine del mondo l'ho messa on line io, il primo agosto.
2. Però la versione comparsa su Diario dei naviganti è più bella e divertente.

mercoledì 10 settembre 2008

ump ta ta, ump ta ta

La strage alla sagra d'Autunno
("La voce di Rimini", estate 2000)

Brigadiere, Fischio non era un tipo cattivo. Lo lasci dire a me che lo conoscevo.
Faceva il deejay, sì, ma che vuol dire? È un mestiere come un altro, peggio di tanti altri, coi tempi che corrono. La fiera d’Autunno del 2015 finiva quella sera; cominciava a far fresco. Tra un po’ la gente avrebbe cominciato a passare le serate nei locali al chiuso, ma quell’anno Fischio non aveva nessun contratto con nessun locale. Insomma era l’ultima volta che metteva su i suoi dischi, e a nessuno gliene fregava niente. Nello Stand Giovani della fiera ci saranno state una ventina di persone si e no.
32, dice lei?
Ah, lo dice il comunicato ufficiale.

Non so, forse qualcuno da fuori ha sentito il casino e ha cercato di intervenire. Cosa crede, non si sono mica tutti arresi senza combattere… io? io quando ho visto che perdevo sangue dalla testa mi sono gettato a terra, ho fatto il morto. Lei cos’avrebbe fatto? Erano cinque a uno, Brigadiere.

No, Brigadiere, no, mi stia a sentire, non ci fu nessuna provocazione. O meglio. Io penso che sia stato un errore mettere lo Stand Giovani così vicino allo Spazio Ricreativo Terza Età. Quelli hanno un sacco di soldi e fanno il pienone tutte le sere – ma soprattutto hanno un sound system, mi permetta, della madonna. Fischio doveva portare le casse sue da casa, e poteva anche averci della roba buona, ma senz’altro era il liscio romagnolo a sovrastare la techno, non il contrario. Quel maledetto tre quarti tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… faceva uscire di testa. Già si era in pochi, e sempre gli stessi, come si faceva a farsi venire voglia di ballare? Venivamo solo per fare piacere a Fischio.

Brigadiere, non mi guardi così, lei mi crede fatto o chissà che, ma è solo stanchezza. Io dopo i funerali ieri sono andato al lavoro, cosa crede?
Sì il turno di notte. In casa di riposo, naturalmente. È un interinale. La settimana scorsa facevo la vendemmia, e la sera si e no mi tenevo in piedi, secondo lei mi ci sarei buttato di mia volontà in un casino così? Senta, ho 28 anni, due lauree brevi e un diploma di specializzazione. L’altro giorno ho fatto il calcolo e ho scoperto che andrò in pensione a centovent’anni. Non è male, guardi, conosco sì, , certo, se la speranza attuale di vita è 135… Ma lei, mi permetta, brigadiere, quanti ne ha? Ottantasei? E ci va l’anno prossimo? Ah, però.

Io me la vedo male, Brigadiere, sa? A casa mi devo nascondere. Mio padre non mi vuol vedere, mio nonno mi disprezza, e la bisnonna mi chiama a voce alta dalle scale: fannullone, parassita, mammone. E cosa ci posso fare? Tra due anni ci sarà il concorso, e con un po’ di fortuna finirò in graduatoria, diciamo tra i primi duecento: altri dieci anni e mi sistemo. Un bilocale con la mia ragazza… chi lo sa, magari un figlio… Ma nel frattempo debbo vivere coi miei, non c’è rimedio…

…mi chiede questo cosa c’entra… beh, Fischio era nella mia stessa situazione… o peggio. Vivere coi genitori (e i nonni) per un deejay è una vera umiliazione… tutto il giorno, sentirti interrompere da una voce che ti dice tesoro, per favore abbassa il volume, stiamo cercando di vedere la milleseicentesima puntata di cuorinfranti o chennesò… esasperante… e so per certo che la settimana scorsa la ragazza lo aveva mollato: è andata a vivere con un sessantenne del ramo import-export, un tipo sportivo… uno col porsche coupé, ha presente… Fischio, per dire, era uno che si faceva prestare l’apecar del nonno, che a trasportare l’impianto gli servivano due giri…

No, apparentemente non l’aveva presa male, però chi lo sa, magari dentro ci moriva. Sono cose difficili da sopportare, alla nostra età… Per di più dal giorno dopo sarebbe stato ufficialmente disoccupato. Brigadiere! per un disoccupato alla nostra età non c’è speranza, non c’è sussidio! Sì, sì d’accordo, se al posto della patente da tecnico del suono avesse preso, per dire, quella da conducente di carrozzine, il lavoro non gli sarebbe mancato: ma i giovani devono seguire i propri interessi, non è quello che si dice sempre a scuola?

E poi i giovani devono divertirsi finché hanno il tempo. Si sente dire anche questa. E io faccio il possibile per divertirmi, per esempio l’altra sera mi sono sforzato di uscire per andare a sentire il mio amico Fischio deejay. Anche se lo sapevo già che lo Stand era un mortorio, mi perdoni la battuta orribile. Le solite facce arrabbiate – no, neanche arrabbiate: stanche. Tante smorfie non erano che sbadigli repressi.
E a pochi metri da noi, quei vecchi – pardon – quegli anziani scatenati, in centinaia a strusciarsi senza ritegno con le loro polche e le loro mazurche, tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… tra cent’anni vivranno ancora e ascolteranno ancora la stessa musica, mi diceva sempre Fischio. Non si schiodano. Certo, per quel che devono fare domattina, diceva ancora… svegliarsi a mezzogiorno e andare a tirare la pensione…

Brigadiere, era l’ultimo pezzo della serata. Era l’ultima serata della fiera. Era la Fiera d’Autunno. Può anche darsi che Fischio abbia alzato un po’ il volume, può anche darsi che lo abbia tirato un po’ in lungo, e allora? Ricordo che ho dato un’occhiata al mio orologio ed era un quarto dopo mezzanotte. Ma lo sa che neanche dieci anni fa nello Stand Giovani si ballava fino alle tre? Me lo racconta sempre mio fratello più grande… ma è vero che a quel tempo eravamo più forti, più organizzati…

Insomma quand’è arrivato quel tappetto, come si chiama, Prosperi Alcide, non ci volevamo credere. Senza dire beo questo tizio, avrà avuto un’ottantina d’anni, si mette davanti alla consolle di Fischio e gli stacca la spina. Silenzio, di colpo – silenzio per modo di dire, perché in realtà si sentiva un Ump ta ta ump ta ta incessante. E poi la voce stridula dell’Alcide si mette a rovesciare insulti su Fischio, sul tono di: drogato di merda, hai visto che ora è? va a lavorare, non ti vergogni, sei la disgrazia di tua madre e tua nonna.

Brigadiere è vero, a quel punto Fischio l’ha toccato.
Può persino darsi che lo abbia spintonato un po’. Ma è stato il gesto di un attimo, e poi il Prosperi lo abbiamo aiutato in tre a rimettersi in piedi, e ci siamo assicurati che stesse bene prima di lasciarlo andar via.

Ecco, brigadiere, il fatto – la provocazione, come dice lei – è tutta qui. Chi se lo immaginava che il Prosperi se ne sarebbe tornato di lì a cinque minuti, con un po’ di amici suoi, un’ottantina? Tutti armati di stampelle e cagnole? Dai settantenni ai centenari c’erano tutti i signori dello Spazio Ricreativo Terza Età, e secondo me si erano messi d’accordo prima. Io ho visto anche volare delle bocce, brigadiere, in particolare ne ho vista una che aveva preso la mia testa per il boccino. Venivano da tutte le parti, eravamo circondati. L’ultima cosa che ho visto è stata Fischio cadere sotto i colpi mentre cercava di difendere le casse, che erano proprio sue, se le portava da casa. Poi ho chiuso gli occhi e non ho più voluto veder niente. Ma non potevo fare a meno di sentire quel maledetto Ump ta ta, Ump ta ta, che scandisce i tre quarti in eterno.


(Ogni volta che a settembre provo ancora a uscire, e andare a un concerto, mi sembra che la balera diventi sempre più grande, e ripenso a questo raccontino. Ha già otto anni).

lunedì 8 settembre 2008

Cinque cinquine

Macchianera Blog Awards 2008: NominationVi ricordate quando vi chiesi di votare per quei famosi premi di Riva del Garda? Beh, lo avete fatto. Anche troppo.

Questo blog ha ottenuto la nomination come:
* Miglior blog 2008 (concorrenti: Grillo, Dave, Gilioli e Zoro. Poche speranze).
* Blogger dell'anno 2008 (non è tanto chiara la differenza col premio precedente, comunque se la giocano sempre Dave, Zoro, Mantellini e PaulTheWineGuy).
* Miglior blog di opinione (Sempre Zoro! poi Grillo, Wittgenstein e Voglioscendere, che detto così sembra niente, ma è il blog di Travaglio, Gomez e Corrias).
* Miglior blog giornalistico (stranamente non c'è Zoro, però c'è Gilioli, Wittgenstein, Voglioscendere e, udite udite, Camillo).
* Poi c'è il Miglior post dell'anno, dove avrei dovuto organizzarmi meglio. Il post che ha ottenuto la nomination è Midsummer's nightmare, avete presente, quello con Napolitano che entra in una banca, ecc.. Secondo me quest'anno ho scritto molto di meglio, comunque per una volta i concorrenti mi sembrano abbastanza abbordabili.

Cosa dire.
Prima di tutto, grazie: anche solo la mia presenza in cinque cinquine è un riconoscimento importante, che mi riempie di orgoglio.
Detto questo, le probabilità di vincere anche solo un premio su cinque mi sembrano scarse: ed è triste venire nominati cinque volte per non beccare niente, non trovate?
Così vi chiedo di portare pazienza e di votare per me di nuovo: la scheda è qui ed è molto, molto più facile della prima volta.

Potessi scegliere, mi prenderei il premio Telecom Italia come miglior blog di opinione, anche se gli altri quattro sono senz'altro più bravi di me: però sarebbe bellissimo salire sul palco e dire: "Wow, ho vinto un premio Telecom! Come Scipione a Cannes! A proposito, mia suocera sta aspettando da 16 mesi che le attacchino il telefono, mi appello a Luca Luciani, non potrebbe mandarmi qualcuno dei suoi valorosi pretoriani?"

(Poi, se avete pazienza, ricomincerò anche a scrivere cose divertenti e interessanti. A settembre è sempre un po' più difficile, scusate).

giovedì 4 settembre 2008

One people one vote

E poi un bel giorno, all'improvviso, Veltroni batte un colpo.

Non è chiaro perché proprio adesso. È comunque tardi, ma sarebbe stato tardi anche tre anni fa. Il voto agli immigrati. Ha ragione anche Di Pietro a dire che per ora è un annuncio a vuoto. Uno slogan. Ma almeno è uno slogan. È chiaro. E riporta alla luce una verità sacrosanta. Se sono regolari, lavorano. E se lavorano, perché non possono votare?

La senti, la forza della verità che mette all’angolo gli avversari? Non c’è una sola risposta che essi possano dare a una domanda del genere. Non una che non riveli grettezza, egoismo, paura. Qui non c’è destra o sinistra, ci sono semplicemente due modi diversi di considerarsi italiani. Chi sono gli italiani? Quelli che hanno ereditato un cognome dal papà, e col cognome i diritti, i privilegi, i posti fissi e al limite i treni gratis per la partita? Oppure italiano potrebbe essere chiunque viva qui, chiunque tra Ventimiglia e Trieste si dia in qualche modo da fare per tenere in piedi questa penisola traballante. Che è più o meno quello che c’è scritto nella carta costituzionale, art. 1. Ma quella è carta, si può usare in tanti modi, ormai lo abbiamo capito. Si tratta di scegliere: che italiani vogliamo essere? Bianchi, vecchi, micragnosi attaccati ai nostri minuscoli privilegi, o un po’ più scuri e un po’ più giovani, e un po’ più aperti a un mondo che comunque ha fretta e non chiede il permesso? Ci ha messo un bel po’, Veltroni, ma ha scelto. È la prima buona notizia.

Per molti anni la Sinistra è stata accusata di favorire l'immigrazione perché voleva sostituire la classe immigrata alla vecchia classe operaia. Magari una vera sinistra avrebbe operato così, ma certo non la nostra, timida e arroccata nella difesa di privilegi di corporazione. La battaglia per il voto agli immigrati è sempre stata relegata a questione secondaria, così secondaria che a un certo punto se ne impossessò persino l'inutile Gianfranco Fini. In mala fede si dipingeva come un complotto terzomondista quello che era il primo effetto della tanto osannata (a quei tempi) globalizzazione: è stato il libero mercato del lavoro a cambiare il colore della pelle agli operai e ai braccianti, così come è stato il mito borghese dell’ascesa sociale a portare i figli bianchi degli operai sui banchi dell’università. È andata così e non c’è nulla da recriminare. Ora si tratta di ricordare che non ci sarà vera democrazia, in Italia, finché i nuovi braccianti e i nuovi operai non avranno gli stessi diritti degli altri. Questa è la vera campagna sui diritti civili.

E quando avranno il voto, magari voteranno Lega. E allora? Io me lo sogno, il giorno in cui la Lega comincerà a fare i conti con una base di elettori dalla pelle scura o dal cognome strano. Sarà il giorno in cui smetterà di essere un partito di cialtroni, in mano di pagliacci trucidi alla Borghezio. Il giorno in cui in Parlamento nessuno oserà più parlare di “reato di immigrazione clandestina” o di “reato di associazione in famiglia Rom”. Quel giorno potrei farmi leghista anch’io – perché no? Il partito che oggi candida Obama, era il partito dei segregazionisti del Sud, neanche un secolo fa. Tempo al tempo.

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