giovedì 29 ottobre 2009

...e non ne rimase nessuno

12 piccoli indiani


Ma se domani, per dire, mi portassero davanti a una collaboratrice del ministro Gelmini, e mi chiedessero come la penso delle sue proposte sulle quote-stranieri nelle classi, ce la farei a organizzare un discorso coerente? Non ne sono così sicuro. Comunque direi qualcosa del genere:

 - Il Ministro Gelmini diceva in settembre che In alcune classi la presenza degli immigrati sfiorava il 100%: “queste”, diceva, “non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione”. Beh, in effetti no.

- Ma qui c'è qualcosa che non torna. In Italia ci sono tanti immigrati, ma non così tanti. Esistono davvero questi piccoli comuni padani letteralmente occupati da stranieri?

- Nel caso di Luzzara, che ha fatto un po' discutere (una scuola dell'infanzia ha dovuto istituire una classe di soli bambini di origine straniera), basta avvicinarsi un po' per scoprire che lì nei pressi c'è una scuola parrocchiale dove probabilmente gli immigrati non vanno. Ecco svelato il mistero: i bambini italiani ci sono. Ma i genitori li iscrivono altrove.

- I genitori. Quasi nessun genitore è razzista, ma tutti vogliono il meglio per i loro figli. I cognomi stranieri li spaventano. Almeno il primo giorno: di solito a ottobre sono già molto più tranquilli. Ma quelli che avevano veramente paura ormai hanno già iscritto il figlio altrove: per esempio a una paritaria. Però la paritaria è finanziata con fondi degli enti locali e coi buoni scuola dello Stato, per cui dovrebbe aiutare a risolvere il problema, non crearlo.

- Anche dove non c'è la paritaria, ti capita di trovare lungo lo stesso corridoio una classe con 12 alunni di origine straniera e una classe 100% italiana. Cosa succede? Succede che ogni scuola propone ai genitori avveduti, nel suo Piano dell'Offerta Formativa, qualche espediente per non infilare il proprio figlio in una classe troppo multiculturale (insomma, un negretto ogni tanto ci sta anche bene, ma che non siano troppi). Ad esempio: i corsi di strumento musicale, i corsi bilingue con una seconda lingua un po' più difficile, come il tedesco (mentre i nordafricani, si sa, scelgono tutti il francese...) Così già alle medie abbiamo classi col numero chiuso: è chiaro che lì arriveranno più facilmente bambini che non hanno problemi di integrazione. Di solito italiani, ma anche figli di immigrati ormai integrati che magari parlano italiano anche in famiglia.

- Ora, se io accetto che si formi una classe di 28 bambini senza problemi di integrazione (in in una pubblica o un una paritaria) sto anche accettando che da qualche altra parte si formi una classe di 28 bambini che hanno problemi di ogni tipo. Non solo di integrazione: potranno provenire da famiglie disagiate, o soffrire di particolari disturbi (a proposito, ci avete tagliato gli insegnanti di sostegno). Per cui non solo gli studenti stranieri tendono ad essere ammucchiati nelle stesse classi, ma anche gli italiani in quelle stesse classi sono già in partenza più problematici. È un sistema che si morde la coda: l'ansia dei genitori di non iscrivere il figlio a una classe ghetto finisce col creare una classe ghetto, nella quale l'anno successivo un altro genitore cercherà di non iscrivere il figlio, e così via.

 - Gli stessi genitori poi si scandalizzano se qualcuno comincia a proporre classi-ponte di soli stranieri da alfabetizzare. Però se si accettano criteri di preselezione degli studenti, è chiaro che per ogni classe d'élite da qualche parte si formerà un ghetto.

 - Se si vuole andare verso un modello di scuola autonoma in concorrenza con le altre (e lo so, Onorevole, che lei ci vuole andare), si accetta un modello preciso, di marca anglosassone. Ora, tra le tante cose buone e cattive che ci sono arrivate dagli USA e dalla Gran Bretagna, mancano ancora i riots razziali. Quelle rivolte che scoppiano nei quartieri-ghetti per mano di una gioventù che non si riconosce nella nazione in cui vive più o meno dalla nascita. Se laggiù le cose vanno così, perché non dovrebbe succedere anche da noi? Vi lamentate che rischiamo il Londonistan, e poi ci proponete una riforma all'inglese. Ehm.

 - Invece la scuola che abbiamo oggi, per quanto confusionaria e maldestra, è il primo strumento d'integrazione delle famiglie straniere, e in certi casi l'unico. Non buttiamola via. Facciamo anche scuole private finanziate da fondazioni, ma obblighiamole a prendere su di sé la loro quota di studenti immigrati e disagiati. Un 30% mi sembra ragionevole.
Però in tutte le scuole, comprese le paritarie (altrimenti cosa intendete fare, caricare il surplus di studenti stranieri sui pulmini e portarli nelle scuole di altri comuni? Suona un po' sinistro). Certo, molte delle scuole paritarie sono confessionali. Vorrà dire che dovranno esserlo un po' meno, nello spirito della Costituzione. E poi comunque il crocefisso al muro c'è anche nella scuola pubblica; per l'alunno musulmano non è che cambierà molto.

 - Invece se parliamo di quota di stranieri in una classe, il 30% mi sembra in realtà un tetto molto alto: 9 su 27, domani 10 su 30! Una classe così, a occhio, mi sembra già un ghetto potenziale. Meglio spalmare. Dove ci sono venti stranieri e dieci classi, due stranieri in tutte le classi. Tutte, anche le classi un po' 'speciali' con la lista di attesa. I genitori brontoleranno, ma dobbiamo essere consapevoli che è proprio la nostra inclinazione ad assecondare il brontolìo dei genitori che alla lunga crea il ghetto.

 - Il 30% comunque è un'imposizione dall'alto: non sarebbe il caso di lasciare una maggiore autonomia di scelta a insegnanti e dirigenti scolastici? A volte per evitare una classe troppo straniera si separa una persona dall'unico compagno che parla la sua lingua e può fargli da ponte.

 - Il 30%, infine, è uno slogan, pronunciato per giunta nel momento più sbagliato: le classi si fanno in luglio, il Ministro comincia a parlarne in settembre. Ma a settembre i genitori vanno a vedere l'elenco della classe del figlio nella bacheca della scuola, trovano un sacco di cognomi stranieri, e non capiscono perché il Ministro dica una cosa e la scuola ne faccia un'altra. Il personale scolastico andrebbe trattato con maggior rispetto: prima di lanciare slogan che giornalisti e genitori recepiscono immediatamente, bisognerebbe condividerli con dirigenti e insegnanti. Altrimenti di fatto l'insegnante è messo in mezzo tra un Ministro che a volte sta solo pensando a voce alta e un genitore convinto che il pensiero sia già stato tradotto in legge.

 - Perché poi a trasformare le boutades in realtà servono risorse, e voi le risorse ce le state tagliando. Una scuola che non ha più fondi per organizzare corsi di alfabetizzazione non fa più integrazione. Il personale ci sarebbe, le strutture anche: mancano i soldi. E allora in realtà di cosa stiamo parlando? Se siete convinti che l'integrazione sia necessaria, bisogna finanziarla. È senz'altro un investimento sul futuro, sui riots che avremo o non avremo, sui geni potenziali che potrebbero inventarsi il made in Italy di domani e che oggi stanno in una classe dove nessuno riesce a insegnar loro a spiegarsi in italiano.

 - A proposito, non è vero che un bambino infilato in una classe italiana senza che conosca una parola di italiano dopo un po' parla e scherza coi compagni. Ovvero, a volte effettivamente accade, ma il più delle volte no. C'è gente che rimane in silenzio a fissare una parete per anni interi. Vi rendete conto cosa sia rimanere seduti per anni interi a sentire una lingua che non vi è chiara? Perché è quello che stiamo facendo passare a questi bambini. È difficile pensare che in seguito ameranno la loro patria di adozione. Magari se ne torneranno in Bulgaria e s'inventeranno il Made in Bulgaria.

 Sullo stesso, annoso argomento:

5 commenti:

  1. Mia madre prima di andare in pensione (e quindi 6 anni fa) si lamentava che la classe in cui insegnava italiano sembrava una "classe differenziale": ragazzi stranieri appena arrivati, ragazzi "difficili", ragazzi con insegnante di sostegno, ragazzi lenti nell'apprendimento. Più della metà della classe risultava problematica.
    Questo perchè i genitori dei ragazzi più bravi erano andati dal preside e gli avevano chiesto di mettere tutti i loro figli nella stessa classe, minacciando di iscrivere questi ad altre scuole medie in città se non l'avesse fatto.
    Risultavano quindi due classi, una con i ragazzi più bravi e una con tutti gli altri (di cui un terzo figli di immigrati).
    Inutile dire che la classe in cui insegnava mia madre era quella più indietro col programma, non facevano gite perchè nessuno poteva permettersele, non facevano progetti speciali tipo teatro e cose simili, e quei 10 bravini che erano capitati lì per sbaglio ci rimettevano più di tutti.
    Scommetto che quei genitori che hanno messo i figli bravi tutti nella stessa classe avranno urlato allo scandalo quando si parlava un anno fa di classi per soli stranieri, senza rendersi conto che le classi per stranieri esistevano già, e per colpa loro..

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  2. quando ero piccola, la maestra disponeva in classe il bambino meno bravo accanto a quello piu' bravo.
    tutti abbiamo imparato qualcosa, chi a non fare errori di ortografia, chi ad essere paziente ed aiutare chi fosse in difficolta'.
    vorrei che un mio eventuale figlio avesse la possibilita' di crescere cosi'.
    sti bambini di oggi sono troppo sotto pressione, li si mette in competizione gia' dal nido invece di insegnargli la solidarieta'.

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  3. Insegno in una media di Vimercate con due sdi: una a vimercate, l'atra a oreno. A oreno nessun immigrato, a vimercate tutti gli stranieri. La nomeaè che a oreno si lavori bene e che c siano pi progetti. La realtà è che i genitori colonizzano oreno perchè sanno della sua purezza etnica. Io ho in classe un bambino italiano adottato. E' nato in Brasile: ovviamente tutti i genitori hanno paura della sua vivacità, temono che possa mnare i loro figli e che sia fattore di isturbo. Il bambino, manco a dirlo, è tra i più intelligeti e sensibili della clsse.

    Luca t.

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  4. Ci sono molte cose che appartengono anche alla mia esperienza, in quello che scrivi. Ho lavorato nella capitale, e ora lavoro in una provincia autonoma dove le risorse sono ben altre. Non è così vero che l'integrazione si fa solo con il volemosebbene: lì dove ci sono le risorse per sostenere l'alfabetizzazione in italiano i ragazzini si integrano in un modo, lì dove non ci sono e ci si fa in quattro, anche i risultati si fanno in quattro, ed è frustrante. In compenso, non sono tanto sicura di quante famiglie italiane davvero storcerebbero il naso all'idea della classe separata per gli stranieri: per il loro bene, eh. E sì, sembra sempre che là al ministero, ma anche qui in sovrintendenza, in quanto a tempismo sulle dichiarazioni, proposte di riforma, regolamenti, piani di studio eccetera, seguano il calendario lunare cinese.

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  5. Leonardo che ne dici di questa notizia?
    http://www.regione.emilia-romagna.it/wcm/ERMES/notizie/news/2009/ott/tavolo_crisi_scuola.htm

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