mercoledì 29 aprile 2009

L'annosa questione smaltimento

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d'Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei.
Ma Berlusconi, chi lo scuote più?
Una scossa magnitudo 7 gli fa il solletico: va persino a farsi fotografare tra le macerie; regala la dentiera alla vecchietta, e tutti gli vogliono più bene che prima.
Contro il nuovo blocco al potere, nemmeno l'emergenza rifiuti può nulla. Ve la ricordate? Sembrava che dovesse inghiottirsi Napoli. Ma è bastato spiegare ai leghisti del nord e ai masanielli del sud che gli inceneritori andavano rimessi a regime, e voilà.

No, non sarà un terremoto, né lo smaltimento di rifiuti. In questo momento l'unico punto debole del Pdl, il tallone vulnerabile che potrebbe costargli qualche punticino alle Europee, è

lo smaltimento della gnocca.

Perdonate il sessismo – anzi, no, perché mai dovreste perdonarlo? Accusatelo, fatelo risuonare nei lobi frontali come gesso spezzato alla lavagna, saggiatene la volgarità ottusa alle ironie. La gnocca è un annoso problema di questa maggioranza, di questo premier. Ne consumano troppa, non sanno più dove smaltirla. La spatolano sui palinsesti tv fino all'esaurimento, e ancora ne avanza. Ne hanno stoccata un po' a Monte Citorio, ma adesso per cinque anni il sito è pieno e non possono riaprirlo – e quindi? Si sente parlare di un convoglio che dovrebbe partire, un treno per Bruxelles. Ma non sarà facile spiegare agli europei che il loro parlamento è stato individuato come sede di stoccaggio.

Il principale responsabile, una volta tanto, è lui. Berlusconi adora la gnocca, è cosa nota: ma la passione che fino a qualche anno fa poteva ancora avere un significato virile, a settant'anni suonati ha assunto aspetti parossistici, inquietanti. Un uomo che da molti anni dovrebbe aver soddisfatto qualsiasi desiderio, realizzato qualsiasi fantasia, si circonda di gnocca, ci si avvolge, se ne fa schiacciare. Non è più *sesso* nel senso che diamo alla parola noi monogami malsicuri. Berlusconi sembra aver trasceso da un pezzo il regno animale, per approdare a una dimensione vegetale in cui la gnocca gioca il ruolo di fertilizzante: si sparge tutt'intorno, e la pianta riprende vigore. Tutto bene, anzi no, perché il fertilizzante esaurisce in fretta le sue proprietà, e va sostituito costantemente. In mancanza di dati certi, è ragionevole supporre che la stessa portatrice di gnocca non possa essere riutilizzata che tre, quattro volte: dopo basta, fine, non serve più, andrebbe sbattuta via. Ma lo smaltimento comporta grossi rischi.

Non importa che sia ancora giovane, bella e ambiziosa. Importa molto di più che sia in grado di parlare, di comporre un banale numero di telefono e contattare questo o quel giornalista incauto. Tra qualche anno forse il problema non si porrà più, i giornalisti saranno tutti sul libro paga giusto e capiranno che non è cosa: ma fino a quel momento la possibilità di alienarsi qualche voto (e la simpatia dei preti) è concreta, più concreta delle polemiche sulla Costituzione. Da qui la necessità di uno smaltimento compatibile con le esigenze e le aspirazioni delle signorine. Per esempio, hai sempre sognato di fare l'attrice, la presentatrice, la soubrette? E come si fa a negare una carriera tv a chi è stata adoperata per fertilizzare Berlusconi (o per comprare uno dei suoi collaboratori, succede pure questo)? Lo scambio di favori tuttavia è estremamente sproporzionato. Se devi assicurare dieci o più anni di carriera a tutte le signorine che hanno passato un week end col capo, o coi suoi alleati più influenti... ti rendi conto rapidamente che sei, sette frequenze nazionali non ti bastano. E si arriva a programmi-monstrum, come Bellissima.

Bellissima era un programma del Bagaglino senza i due comici del Bagaglino, ma con... quattro quintali di gnocca in più. Cioè, muore il grande Oreste Lionello? Compensiamo con la gnocca. Il grande Gullotta dà forfait? E noi ci sbattiamo dentro altra gnocca, non importa se over 40 e un po' fanée. Si capisce che tutta questa gnocca crea problemi strutturali, ovvero: prima tra un balletto e l'altro ci stavano le scenette, ma adesso? Adesso ci mettiamo la lapdance, in prima serata, per la gioia di vecchi e bambini. Il tutto nella settimana del terremoto, perché ci sono priorità che vengono sopra ogni considerazione di audience, e una di queste è l'allocazione di gnocca in surplus. Poi hai voglia a dire che è stato un flop – non credo che si aspettassero un successo di critica e pubblico. Hanno tagliato una puntata su quattro, ok, ma intanto per tre serate abbiamo potuto rifarci gli occhi con, con, con... Pamela Prati. Dico, voi ce l'avete presente Pamela Prati? Piantatela di dire che Berlusconi è immortale, concentratevi su Pamela Prati. In una soffitta di casa sua deve custodire il ritratto di un cadavere purulento. Io non mi ricordo di averla mai vista giovane, era una milf quando frequentavo le elementari, e adesso guardala, dà punti alla Novic. Se davvero non vogliamo più programmi come Bellissima la dobbiamo abbattere, non c'è altra soluzione.

No, una soluzione ci sarebbe: riconvertirla in parlamentare. Un vero uovo di Colombo, anche perché di solito le onorevoli portatrici di gnocca sono docili e non creano problemi. Certo, qualche caso imbarazzante c'è stato e tuttora c'è (ex presentatrici che vogliono chiudere internet, ecc.), ma di solito attirano l'attenzione di un pubblico di nicchia e non provocano nessuna crisi di governo; nel contempo, accrescono l'immagine di Berlusconi-galletto nel pollaio, che piace ai giovani. In questi casi, più che di smaltimento della gnocca, si potrebbe anche parlare di riciclaggio: le scorie della gnocca vengono riconvertite in consenso politico. A Bruxelles questo potrebbero anche capirlo, e provare a venirci incontro. In fondo Berlusconi sta facendo quel che può in direzione di un consumo della gnocca eco-sostenibile...

...ma non ci cascheranno. Nessun tipo di riciclaggio politico, cinematografico o televisivo, può davvero reggere i ritmi attuali di consumo. Pensate a quella ragazza che ha appena avuto Berl. al suo 18mo compleanno. Non so cosa B. abbia fatto o intenda fare con lei o la di lei mamma, e nemmeno m'interessa, ma facciamo due conti: questa vorrà essere sistemata prima o poi, e comprensibilmente. È convinta di essere brava ("perché io so fare tutto"), una nuova Cuccarini, e chi si prenderà la briga di dirle di no? Va messa a contratto. A Cologno, a Saxa Rubra, Monte Citorio, Strasburgo, vedete un po' voi, dipenderà anche dalle inclinazioni. Ma non hai fatto in tempo a sistemarne una così che tutt'intorno te ne sono spuntate altre cinque, è una gara persa in partenza.

E allora? Che fare? Si potrebbe semplicemente attendere che Berlusconi ci resti – in fondo non c'è fine migliore da augurare a un nemico. Ma l'impressione è che la gnocca, lungi da indebolirlo, lo tenga in vita. È il bromuro che lo schianterebbe. Il che vuole anche dire che l'uomo che ha comprato l'Italia, in fin dei conti non sa che farsene. Non è mai veramente riuscito a sublimare in brama di potere le sue banalissime pulsioni carnali. Qualcuno ha detto che comandare è meglio di fottere, ma non pensava a lui.

L'unica soluzione in vista è l'irrigidimento. Quel che rende instabile il sistema non è l'insaziabilità di B., ma i margini di libertà e di espressione che ancora vengono concessi ai cittadini, comprese le portatrici di gnocca. Bisognerà concentrare un po' di più l'editoria, ed educare le giovani generazioni a darla a B. per il gusto di farlo, senza pretendere contropartite televisive o parlamentari. Tempo al tempo, e intorno al Palazzo fioriranno leggende: il mostro che vi abitava pretendeva due vergini ogni primo giorno del mese.

martedì 28 aprile 2009

Anonimo ad Anonima


Gentile Onorevole XXXXXXXXX XXXXXXXX,
chi le scrive, come noterà, non ha un cognome. Lo ha perso diversi anni fa, quando ha iniziato a scrivere su Internet, e non voleva grattacapi. Malgrado questo, non credo di aver mai fatto male a nessuno. Non ho mai plagiato minori o sottratto dati bancari: nonostante ci sia chi dice che su Intenet sia più facile, non me n'è mai venuta la voglia.

Il motivo per cui ho lasciato il mio cognome all'ingresso è che all'inizio non volevo legarlo a qualcosa di estemporaneo, di cui dopo qualche anno avrei potuto vergognarmi. Credo che possa capirmi. Le poesie che abbiamo scritto da ragazzini, grazie al cielo, sono da lungo tempo cadute dai muri ai quali qualche vecchia amica le ha appese. Su internet no, questo mi fu chiaro da subito, su internet sarebbe rimasto tutto, e questo mi spaventava.

Il secondo motivo per cui non ho voluto inserire il mio cognome è che volevo essere un po' più libero di scrivere quel che pensavo, senza l'ansia di dover tirare in ballo gli avvocati per una battuta – com'è successo a tanti. Per quanto possibile cerco di usare questa libertà correttamente, senza profittarne e senza diffamare nessuno; ma dopo tanti anni so quanto sia sottile il confine e quanto facile perderlo di vista.

Scrivere a lei, Onorevole XXXXXXXX, è una delle cose più pericolose che mi sono arrischiato a fare: so bene quanto Lei tenga al suo buon nome, e quanto tempo trascorra alla polizia postale cercando di rintracciare chi la insulta on line. E sono tanti. E io potrei benissimo essere tra loro, tanto evanescente è il confine tra “insulto” e “opinione” per chi ha tutto il tempo e l'agio di denunciare il prossimo. Mi scuserà se nel mio piccolo mi cautelo un po'. E se non mi scusa, fa niente.

Onorevole, a quest'ora avrà saputo che l'emendamento D'Alia (articolo 50bis del decreto sicurezza), approvato a febbraio con una maggioranza schiacciante, e in seguito sconfessato un po' da tutti, è stato soppresso. L'emendamento prevedeva la possibilità per il governo di chiudere qualsiasi sito o piattaforma sulla quale comparisse un'apologia di reato. Per intenderci, Onorevole: su facebook arriva un video di writers (=scrittori sui muri)? Ma scrivere su un muro è reato: a quel punto sarebbe bastata la richiesta di un magistrato il Governo avrebbe potuto 'chiudere' facebook. In che modo, non si sa, l'emendamento D'Alia non lo spiegava. In effetti, nessuno lo aveva ancora spiegato a D'Alia.

La soppressione dell'emendamento è da considerarsi anche una pietra tombale per il suo disegno di legge, Onorevole, che prevedeva forme di censura ancora più repressive e, in sostanza, inattuabili: a meno di non voler eguagliare o superare la Repubblica Popolare Cinese, e per ora non vogliamo. Questa è un'ottima notizia per me, e per centinaia di migliaia di altri abitanti italiani della Rete: ed è pessima per Lei, me ne rendo conto.

La consapevolezza che l'emendamento stava per essere soppresso potrebbe spiegare in parte il nervosismo da lei manifestato giovedì scorso, quando durante un incontro pubblico alla Camera ha interrotto un giornalista (che stava cercando di spiegarLe cosa fosse Internet) con le parole (testuali): “le auguro che appena suo figlio avrà accesso a facebook venga intercettato dai pedofili, e che lo incontrino sotto scuola”. Una battuta, Onorevole, che estrapolata dal contesto suona se possibile ancor più agghiacciante, e che naturalmente è rimbalzata su Internet per tutta la settimana, liberamente accessibile a chiunque digiti il Suo nome. Questi sono i veri danni che fa internet agli sprovveduti: altro che approcci pedofili (più facili da tracciare delle profferte di caramelle ai giardini).

Tutto questo è quindi abbondantemente noto, Onorevole: e allora perché le scrivo? Cosa voglio aggiungere al biasimo universale? Nulla. Volevo semplicemente ricambiare il suo augurio.
Non so quanti figli lei abbia (sul WWW l'informazione ci sarà, ma non ho voluto cercarla). Non importa: qualunque età abbiano, voglio augurarLe che su Internet si trovino bene almeno quanto mi sono trovato io.
Le auguro che imparino a maneggiarlo presto, e che lo usino per arricchire il loro bagaglio culturale di tutta quell'attualità che anche nelle migliori scuole fa fatica ad entrare. Le auguro che lo usino per divertirsi, correndo anche qualche rischio, e imparando alla svelta (come abbiamo imparato a tutti) le elementari norme di prudenza.
Le auguro che Internet serva loro a confrontarsi con persone di altri Paesi e segmenti sociali che diversamente non avrebbero frequentato. Magari con alcune di queste persone si fidanzeranno, com'è successo a me (e a me è andata piuttosto bene). Se vivono in luoghi lontani, Le auguro che su Internet possano trovare le migliori offerte per viaggiare e dormire, a prezzi che i loro genitori (come i miei) non avevano mai sospettato.

In breve, Le auguro di avere figli meravigliosi, in grado di abbracciare quella contemporaneità che Lei, come tanti padri e madri, non può non guardare col sospetto con cui si squadrano gli sconosciuti che presto o tardi si porteranno i loro bambini in un luogo lontano; migliore, ma lontano.

Anche se, Onorevole, rimane un problema: l'imbarazzo che avranno ogni volta che qualcuno, cercando il loro cognome su Internet, s'imbatterà nelle pubbliche figuracce della mamma. E così torniamo al solito problema: non tanto la pedofilia, ma la nostra stupidità. Internet la amplifica, la diffonde, la rende indelebile. Cosa possiamo fare per impedirglielo? Non si sa, per ora non si è ancora trovato un rimedio che non sia peggiore del male.

Fino a quel momento, Onorevole, io non scriverò il Suo cognome sul mio sito: non mi aggiungerò al coro che la critica, anche comprensibilmente, ma che lascia ovunque tracce volgari e incancellabili che la fanno seriamente soffrire.
Lo so, è una ben piccola foglia di fico, l'omissione di un cognome: ma è tutto quello che ho per difendere me e i miei amici, e Glielo offro volentieri. Suo affezionato, XXXXXXXX XXXXXXXX.

lunedì 27 aprile 2009

Ci rivedremo al piazzale

S. meets B.M.

La non esistenza di Dio fu inoppugnabilmente dimostrata, tra gli altri, da un giovane conferenziere socialista, ad Airolo (Canton Ticino), nel 1902.
Era una grigia serata d'aprile – la pioggia picchiettava la locandina all'entrata del dopolavoro ferroviario:

DIO C'E'?
GIBT ES GOTT?
Y A-T-IL UN DIEU?


All'interno il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Era chiaro che i trentatré spettatori paganti non si erano radunati per lui, ma per sentire il suo avversario, quel tizio italiano di cui si dicevano cose mirabolanti, come si chiamava?

“Ringraziamo Padre Schuester, che ha portato alcuni argomenti a favore dell'esistenza di Dio. Diamo ora la parola al professor Benito Mussolini dell'Università di Losanna”.

Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla.
Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva:
“Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto”.
Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era.

La notte stessa Dio mandò un suo emissario alla pensione dove dormiva il conferenziere. Nell'oscurità, a Benito sembrò che il tabarro liso appeso alla seggiola ai piedi del letto si animasse, e cercasse di discutere con lui – che però non riusciva a parlare, le sue labbra serrate in una morsa d'acciaio.

“Ho sentito che adesso sei dell'Università di Losanna. Fai carriera, eh”.
“...”
“Lo so, lo so, è stata un'idea dell'organizzatore, per darsi un tono. Tu a Losanna andavi solo a sentire le lezioni di Pareto – grand'uomo, tra parentesi, Vilfredo. Anch'io lo frequento, ogni tanto gli chiedo qualcosa, gliene suggerisco un'altra, è uno spirito libero”.
“...”
“Certo, io sono quello che appare agli intellettuali. La cosa ti dovrebbe fare onore, Benito. Ai pastorelli si manifestano di solito quelli con le ali di piume o il volto luminoso. Io invece sono un tipo un po' più ombroso, lo hai notato? Mitteleuropeo, decisamente. Del resto ero io che sussurravo al tuo Nietzsche mentre lui sussurrava al cavallo. Non chiedermi cosa, non sei autorizzato”.
“...”
“Lo so, lo so, si dicono cose molto sbagliate sul mio conto. Calunniose e inverosimili. Quando basterebbe leggere la Bibbia. Dico, non chiedo mica molto a dei cristiani: leggete un po' di Bibbia! E ditemi dove trovate le corna, il codino e gli zoccoli. Quella è chiaramente roba greco-romana, non trovi? Ma se leggi Giobbe, lì ti fai un'idea più o meno esatta del mio mestiere. Io sono l'Accusatore, lo dicono le etimologie. Vado in giro per il mondo in cerca di colpevoli, e ne trovo, ah, ne trovo sempre. In questo periodo, per esempio, non mi perdo una data della tua tournée. Conferenze sull'esistenza di Dio, che idea. Non renderanno molto, ma per un emigrato italiano... sempre meglio che la miniera, eh? Certo, a vederla così può sembrare una puttanata, e invece... sei in anticipo di un secolo almeno”.
“...”
“Oggi però hai battuto la fiacca. Del resto non era una gran serata. Tu ti meriti ben altro pubblico, hai ragione. Ma in ogni caso anche stasera hai dimostrato che Dio non esiste. Complimenti. Certo, rimane da spiegare il fatto che io sia qui”.
“...”
“Potrei essere un cattivo sogno. Hai mangiato pesante. Oppure... potrei esistere soltanto io, non Dio, io soltanto. Pensa che buffo! Ma non avrebbe senso. Se esisto io, deve anche esserci qualcuno che mi manda”.
“...”
“No, non puoi vedere Dio, no. È proprio una questione di percezione, capisci. Cosa può vedere un pidocchio? Tu sei molto meno di un pidocchio davanti a Dio. Se Dio stesse davanti a te, tu di lui riusciresti a vedere a malapena... un'unghia, un pelo, capisci? E un pelo di Dio non è abbastanza rappresentativo di Dio perché ne valga la pena. Non che Dio abbia i peli, tra l'altro, è solo una metafora che serve a spiegarti perché Dio non si può vedere. Dovrai accontentarti di me”.
“...”
“Eh, già, siamo all'interrogativo principale: se Dio c'è, perché non ti ha ancora fulminato? Risponditi da solo”.
“...”
“Benito, in questo mi deludi. Sei un ragazzo intelligente, quando vuoi; non è possibile che ti accontenti di un pensiero così rozzo. Tu davvero pensi di poter ricattare Dio coi tuoi mezzucci? Che Dio possa muovere anche solo un mignolo perché tu lo sfidi a farlo? Hai un'idea di quanto tu sia piccolo di fronte a Dio? E sai cosa rivela, questa tua puerile richiesta di attenzione? Sei come un bambino che gira per la Svizzera gridando ad alta voce mamma, mamma!, te ne rendi conto? Questa è più o meno la figura che ci stai facendo con Dio. Bene, lascia che io ti spieghi una cosa su Dio: non ha mai preso nel lettone un bambino, mai una volta. Lo lascerà piangere per tutta la notte, per tutte le notti, per tutta l'eternità, finché il bambino non si sarà calmato – e solo allora, se gli va, verrà a dare il bacio della buonanotte. Sì, anche questa è una metafora, in realtà Dio non bacia nessuno”.
“...”
“Non capisci. Non importa quanto siamo piccoli e insignificanti, a Lui interessiamo lo stesso. Tu, per esempio, non credere di poterlo sfidare impunemente. La tua punizione è già pronta. Niente fulmini, si capisce – folgorarti sarebbe un modo di cedere alle tue patetiche sfide. No, ti puniremo con qualcosa di molto più devastante di un fulmine. La Storia, Benito”.
“...”
“Beh, non vedo perché non dirtelo subito. Abbiamo grandi progetti per te, non invecchierai tenendo conferenze blasfeme. Diventerai un grande della Storia, senonché per diventarlo tradirai tutto quello in cui credi”.
“...”
“Ah, ma noi possiamo fare quel che vogliamo con te. Ti trasformeremo nel contrario di quello che sei. Per esempio, sappiamo che sei scappato in Isvizzera perché non vuoi fare il servizio militare – abbiamo un obiettore di coscienza qui, un pacifista ad oltranza, un socialista rivoluzionario, eh? Bene, senti un po'. Tradirai il socialismo, ne ucciderai i padri e ne ruberai i figli. Ti farai pagare dagli industriali un giornale dove spiegherai ai giovani rivoluzionari che la guerra è bella. Ah, e poi farai il tiranno. Schiaccerai i sindacati, quelli in cui ora credi tanto, sotto un tacco lucido, con l'aiuto del Re; ma il Re non ti basterà, e allora sai cosa farai? Passerai il Tevere, a baciar le pile al Papa! Proprio tu, Benito. E scatenerai guerre su guerre, in posti che nemmeno sapresti trovare sull'Atlante – l'Etiopia, l'Albania, l'Ucraina, e ovunque perderai, ovunque il tuo nome sarà fango indelebile sulla bandiera italiana. Ma non è solo questo. Il tuo esempio farà strada. La tua retorica da quattro soldi, la tua mimica da imbonitore, faranno scuola. Sarai la sorgente di un fiume nero che inonderà l'Europa, milioni e milioni di morti, che ne pensi?”
“...”
“E questa che razza di domanda è? Non c'è un perché, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, è inutile che chiedi. Se vuoi un parere, secondo me con questa storia dell'orologio svizzero lo hai divertito. Avrà pensato toh, guarda che pidocchio estroso, voglio divertirmi con lui. Giocherà a disorientarti, a farti perdere ogni certezza che avevi. Pensa al resto della tua esistenza come a un colossale gioco del gatto col topo. Il topo sei tu. Ma non prendertela. Hai pur sempre l'onore di essere stato un trastullo di Dio”.
“...”
“Posso prometterti solo una cosa: quando sarai morto, ma caldo ancora, e gli italiani che ti hanno riverito per vent'anni isseranno il tuo cadavere a testa in giù per bersagliarlo di sputi. Solo allora avrà pietà di te, e verrà a darti un bacio. Buona notte”.

venerdì 24 aprile 2009

Carpi (che è un posto come tutti gli altri)

Forse fan come gli etruschi
(che non hanno mai documentato la loro esistenza)


(Incollo da Polaroid): Sabato, 25 aprile, in occasione della Festa della Liberazione del Mattatoio, a Carpi suoneranno i Lomas. Un gruppo di cui ho paura che non sappiate molto.

Ne ho paura perché nel 2009, quando ormai a colpi di google e wiki ci si può fare una cultura di qualsiasi cosa, dei Lomas su Internet non c'è quasi praticamente niente. Tant'è che al Mattatoio mi hanno chiesto il permesso di ripubblicare un vecchio pezzo che avevo scritto io qui. Cosa che, per carità, non può che farmi piacere, ma si trattava della cronaca di un concerto non proprio esaltante, e davvero non è giusto che i Lomas siano ricordati per questo.

Io poi quando parlo di queste cose divento un campanile insopportabile, ma in mancanza di cd (ormai introvabili) e di fonti scaricabili, vi tocca fidarvi: i Lomas sono stati grandi, nel loro punk minimo non minimalista. In un decennio ('90) generalmente mediocre, in cui in mancanza di niente ci siamo affezionati a tanti chissàchi, la voce sconsolata di Fox ci ha fatto intravedere una poetica decente, provinciale senza troppo menarsela, e ci ha tenuto su il morale molto di più di quanto promettesse. Voi poi non potevate sapere, voi eravate persi in cazzate e mancanze di tatto (come si usa qui), ma non è colpa vostra.

Va bene, metto su un esempio, ma chissà se è quello giusto.

Lomas: Tre giorni (1997)

La vita è stata in discesa,
ma quando colpisce colpisce pesa, e a caso
e non c'è niente di nuovo, e chi t'ha aspettato
forse non ti aspetta più
e quando andrai tu in salita, e finisce la vita, li vorresti lì

Forse aspetta le scuse, ma da voi non le avrà:
le avrà tardive e confuse, forse lui non s'aspetta più niente
da noi che lo prendemmo in giro in campeggio
nell'ottantotto, ma questa è mancanza di tatto
e io non credo affatto che lui ci crederà

Forse fa come gli etruschi,
che non hanno mai documentato la loro esistenza,
ma non c'è niente di nuovo, e fai senza,
e la vita a volte ha colpito e sconfitto,
e forse ti avrebbe cercato
ma non t'ha più chiamato e mai più chiamerà

Quando sei andato a Caserta nei carristi
lui venne al tuo Giuramento e sarebbe voluto venire con te
ma non sapeva niente,
con certa gente non chiedeva il perché.
Perché era un illuso,
e quando lo avete escluso non lo vedeste più

Ma cos'è che succede qui a Modena: brucia una casa nel centro e nessuno la vede?
E non vede nessuno... e la strada è piena di fumo

Andammo su il giorno prima della festa in piscina
e per tre giorni restammo lì, ma voi non veniste,
ma voi siete persi in cazzate
e mancanze di tatto come si usa qui,
e noi caricammo la vespa con un gran mal di testa
e tornammo giù.

Quando tornammo da un viaggio venimmo ai cortili e incontrammo
la Silvia che ci disse che non c'era niente di nuovo
e che t'ha visto in piazza parlare con Giulio e con Colby
e con Colby passare la sera,
ma lei non c'era e non ci sarà più

Ma cos'è che succede qui a Modena: brucia una casa nel centro e nessuno la vede?
E non vede nessuno... Ma la strada è piena di fumo!


La vita è stata in discesa,
ma quando colpisce colpisce pesa e a caso
e non c'è niente di nuovo e chi ti aspettato
forse non ti aspetta più (sotto casa)
e quando andrai tu in salita, e finisce la vita, li vorresti lì

mercoledì 22 aprile 2009

Bastard Sons Of Television

Solo per distrazione ho accettato quest'invito

Ma io, ma voi, quando avevamo 17 anni e suonavamo in un garage, con tanta voglia di sfondare nel glamuroso mondo del rock (che ai miei tempi era impersonato da biondi striduli in stivali di pelle) ma anche molta integrità artistica (impersonata qualche mese dopo da depressi in camicie di flanella); ma io, ma voi, ci saremmo andati ai provini di X-factor? Se avete i miei trent'anni-e-rotti la risposta è no, perdio, no.

E questo è interessante. Cosa sta succedendo ai ragazzini? No, non ai tamarri e vari gangstarappa, cosa sta succedendo al nerbo morale di ogni generazione, ovvero i ragazzini che suonano nei garage? Ai miei tempi l'ipotesi provino televisivo era impensabile. Era anche impossibile, non esistendo i talent show; ma se fossero esistiti li avremmo incendiati, a causa di quella rigida compartimentazione socio-generazionale per cui da una parte esisteva il mondo dei vecchi, con il loro Sanremo, poi esisteva il mondo dei giovani stronzi, con le loro radio gommose e impasticcate; e infine il mondo vero, quello della musica vera, perlopiù d'importazione; e in Italia era rappresentato da pochi gruppi che in tv ci potevano finire soltanto in un attimo di distrazione dei produttori, come i GazNevada al Festivalbar.

Ma basta parlare di noi, generazione insulsa. Parliamo dei ragazzini. I Bastards Sons Of Dioniso. Non sono la cosa migliore che sia capitata alla tv di Stato negli ultimi, non so, tre, cinque, dieci anni? E com'è potuto succedere? Dev'essere stato un attimo di distrazione, anche stavolta.
Il format del programma non lo prevedeva. Tutto sommato Xfactor aveva tutte le premesse per diventare il solito carrozzone. Se si è rivelato un bel programma, è stato per una serie di (s)fortunate circostanze.

La prima circostanza è la decisione (suicida) di lanciarlo contro il Grande Fratello, nella speranza che il timido successo dell'anno scorso segnasse l'inizio di un nuovo trend, l'alba del talent-show di qualità nel tramonto dei reality tamarri. Errore. Come se la gente si fosse stancata di Berlusconi semplicemente perché fa lo stesso personaggio da 15 anni. Macché, chi guarda GF ha continuato a guardare GF. Ma questo ha fatto sì che intorno al programma concorrente si creasse un pubblico un po' diverso da quello che all'inizio ci si aspettava; uno zoccoletto duro di gente non proprio giovane (35 in media), non proprio meridionale (Veneto e Trentino), non proprio defilippizzata. Uno zoccoletto che ha perso quasi tutte le sfide auditel, ma che ha ottenuto un piccolo successo: è riuscito a rendere migliore il programma che guardava.

Raramente in tv questo succede: di solito da una parte del video c'è chi prepara la sbobba, dall'altra chi la mangia e zitto. Stavolta il solito carrozzone è diventato nel tempo uno spettacolo del tutto dignitoso. Merito (mi costa parecchio dirlo) del televoto, che ha impallinato deliberatamente i concorrenti che il pubblico di Maria o del GF avrebbe portato in finale; e ha prolungato la permanenza davanti ai riflettori di personaggi che in tv potevano finirci solo per un incidente di percorso: un quartetto di artisti dalla Patagonia, un trentottenne con due figli, un trio, boh, diciamo garage-prog-punk della Valsugana.

A un certo punto persino i membri fissi del carrozzone hanno iniziato a rilassarsi senza perdere la concentrazione, come succede quando hai la rara esperienza nella vita di lavorare in un gruppo che funziona. Non è che siano diventati improvvisamente migliori. Non è che Morgan abbia perso di vista il suo ego, che la Ventura abbia imparato di colpo l'educazione, che in Facchinetti sia maturato un presentatore professionista. Ma a un certo punto tutti i difetti hanno quagliato: le digressioni di Morgan avevano un senso (era l'unico giudice a prendere il suo ruolo un po' sul serio), Facchinetti ha preso un ritmo che Maria se lo sogna, persino la Ventura si riusciva a seguire. Questo è interessante. Significa che la tv italiana potrebbe diventare migliore in qualsiasi momento; basterebbe saper mescolare meglio ingredienti che nella sbobba ci sono già, non valorizzati, o in dosi sbagliate. E fare entrare nella scatola artisti veri, non pescati dalle file di tele-maniaci che bivaccano davanti ai cancelli dei provini; guardare appena appena qualche metro più in là, dove c'è gente meno omogeneizzata, come i Bastardi. Ma sarebbe tutto inutile se i Bastardi non si fossero fatti trovare. E questo ci fa tornare al punto di partenza: che ci fa un gruppo rock a Xfactor?

La seconda circostanza fortuita che ha determinato il loro successo è l'annoso problema dei gruppi vocali. In Italia non funzionano, pare (ma perché, nel resto del mondo sì? I Manhattan Transfert riempivano gli stadi? Boh). Il format di Xfactor prevede che una delle tre squadre sia composta esclusivamente di gruppi vocali: gente per lo più brava, che in tv fa anche la sua porca figura, ma difficilmente vende dischi qui da noi. Com'è successo a quelli che hanno vinto Xfactor l'anno scorso (no, non ha vinto la Ferreri, no).

Quest'anno la selezionatrice dei gruppi vocali era la rappresentante del malmostoso mondo discografico, Mara Maionchi, che piuttosto di mandare al macello altri gradevoli Quartetti Cetra ha deciso (anche lei sorpresa in un momento di grazia) di puntare sui gruppi normali. Quelli che a Xfactor in teoria non avrebbero potuto partecipare, perché nel carrozzone è vietato l'uso di strumenti, si canta sulle basi e punto.
E così dal Trentino ti spuntano questi tre ragazzini ancora imberbi, un power trio con una caratteristica curiosa: cantano tutti e tre, armonizzando. Oddio, ci provano. Stonano anche, ma in birreria ci sta. Hanno un nome impossibile che la Maionchi, orgogliosamente anglofoba, non riuscirà a pronunciare per tutto il corso del programma. Questi al primo provino non sapevano neanche perché ci fossero andati. Nella possibilità di arrivare in tv ci credevano così tanto che, una volta promossi al secondo livello, di fronte alla Maionchi allibita che aveva chiesto qualcosa d'italiano, sfoderarono un testo medievale. Lei smadonnò un po' ma poi li prese lo stesso. L'episodio secondo me è sintomatico. I giovani stanno cambiando. Anche la tv.

La tv più per disperazione che per altro. Chi ha lanciato i reality truzzi può anche turarsi il naso e proseguire, ma gli altri ormai sono costretti a cercare qualcosa di diverso. Qualsiasi cosa. Anche un trio rock della Valsugana che fa roba medievale, chi lo sa ormai cosa piaccia alla gente. Si aprono prospettive interessanti.

E i giovani. Beh, i giovani chi li capisce. Anche quelli che suonano nel garage; il rock è più o meno sempre rock, i garage non saranno molto diversi dai nostri, ma i giovani sì. Io alla loro età rifuggevo la tv, e il mainstream, come la mosca sociopatica rifugge la zuccherosa carta moschicida. Ai miei idoli di allora bastava poco, un contratto con una major, un video troppo programmato, per trasformarsi in odiosissimi “venduti”. Per i Bastards questo discorso non vale più, non sembra neanche mai esistito: hanno preso tutto con una leggerezza e un'allegria che ha contagiato tutti.

Si sono sottomessi senza fiatare alle coreografie più umilianti; siccome nel cervello della discografica l'operazione “Rock”+”Italia” dava immancabilmente come risultato “45 giri evergreen degli anni Sessanta” questi nati a fine Novecento si sono dovuti mettere indosso i pezzi di Rokes e Dik Dik, altro che musica medievale: come se al giovane Vasco qualcuno avesse chiesto facci Nilla Pizzi. E loro, senza una piega, si sono lasciati fare tutto, senza sembrare nemmeno puttane. Omnia munda mundis, chi lo sa. Ma è quasi miracoloso il modo in cui sono passati attraverso l'ingranaggio televisivo senza farsi stritolare, schiacciando a rete tutte le polemiche che gli autori gli lanciavano, i siparietti con le fidanzatine e tutto il resto. L'unica volta in cui hanno alzato la testa è per chiedere ai giudici qualche critica in più. Si era in effetti capovolto il rapporto di forze: i giudici, ligi al principio per cui ciò che piace al pubblico è buono e giusto, si erano messi a lodare qualsiasi stecca dei Bastards, che non sono nati cantanti e lo sapevano. A riequilibrare il tutto ci hanno dovuto pensare i ragazzini.

E questa è una buona notizia, secondo me. Una delle migliori dell'anno fin qui (pensate come siam messi). Le generazioni vanno avanti. Non importa quanto egotici e cialtroni siam venuti su noialtri, non dureremo sempre: verrà gente dopo di noi, gente migliore di noi, perché no. Sicuramente più allegra. Ci spero parecchio, grazie Bastardi.

lunedì 20 aprile 2009

Giurassico-Polimorfo-Giustappunto

L'autoreferto

Stavo riflettendo sulla celebrità dei blog, ammesso che si possa chiamare tale.
Ammesso che si possa chiamare tale, si tratta della forma più sfigata di celebrità mai esistita – ovvero, no: un gruppo punk che avesse una base di un centinaio di fan sparsi in una intera nazione, che macinasse periodicamente centinaia di chilometri per andare a prendersi bottigliate in testa da codesti fan, forse soffrirebbe di una forma di celebrità ancora più sfigata, ma non è poi detto.

Del resto, giudicate voi: rincaso dopo cinque ore di lezione e quattro di corso di aggiornamento antincendio, poso i sacchi della spesa e rifletto pensoso sul pacco di compiti che ho promesso di consegnare corretti per domani, metto su un caffè, vado su internet, c'è gente che scrive Ciao! Ti posso fare un'intervista? Come ci si sente a essere blogger dell'anno (ancora?) Cosa rispondi a chi ti accusa di cospirare con Luca Sofri per il potere del Macchianera Award? Perché non fai cash quando potresti farne tantissimo, sei uno duro e puro eh? Eh? Ragazzi, se non è uno scherzo c'è qualcosa che non va.

Corsi e ricorsi: dopo mesi di dimenticatoio, per una mera coincidenza, oggi sono state pubblicate due interviste al “blogger straconosciuto praticamente per tutti”. Che sarei io, eh. Una, più telegrafica, su Liquida; l'altra, una classica deriva delle ore piccole, su Manublog.
Oltre a segnalarle farò qui una cosa orribile: citerò alcune cose che, rileggendole, mi sono piaciute (“toh, guarda come gliele canta bene questo”).

Sul tuo blog non è presente alcuna forma di pubblicità, eppure potresti monetizzare cifre interessanti. Come mai questa scelta idealistica?

Un momento, da quand’è che si monetizzano cifre interessanti? Che io sappia non si tira su praticamente nulla, ti vendi la faccia per niente.
Bisogna in effetti smitizzare questa idea dei blogger duri e puri che non si vendono… io lo dissi anche a Riva del Garda, fatemi un prezzo decente e io mi vendo (zanzanzan), non ho un concetto così sacrale della roba che scrivo. Ma finché le cifre sono quelle che girano oggi non mi pare che valga la pena.

Tu sei anche (anzi soprattutto) un insegnante. Come spiegheresti un blog ad una classe di ragazzi delle medie?

Fa parte di quelle cose che non c’è bisogno di spiegare: quelli a cui interessa lo hanno aperto già (su msn, di solito). Ai ragazzi delle medie bisogna spiegare il fascismo e l’aids, mica internet, che è una delle cose più intuitive al mondo. Ti sei mai chiesto perché non c’è un corso di bicicletta? Eppure la bicicletta è ancora assai più pericolosa di internet, te lo diranno in qualsiasi pronto soccorso. Però te l’immagini una lezione sulla bicicletta? “Oggi faremo la teoria del freno anteriore”. No, si monta sulla sella e si cade fin quando non si cade più. Con Internet è più o meno la stessa cosa.

Che consigli daresti a un blogger agli inizi?

Non pensare mai, assolutamente mai, per nessun motivo, che il blog possa essere anche solo per qualche istante una seria fonte di reddito. In tre parole: va a lavorare.

venerdì 17 aprile 2009

Verso Severgninia

Italia sì, Italia no, se cede la faglia
(ti manderò un vaglia)

AAA: Signori e signore, volevo comunicarvi che io stavolta ai terremotati non darò nulla. (Silenzio). È dal 1908 che faccio bonifici, e i terremoti non cessano, adesso basta (qualche segno di assenso). Dove sono finiti i soldi del Belice? E dell’Irpinia? (applausi sparsi) Non pago già abbastanza tasse? (Giusto!) Quello che ci ha fregato, noi italiani, è questa cultura dell’obolo, dell’elemosina (Cantagliele!); lo Stato se ne frega e noi ci mettiamo una pezza, ebbene, è ora di dire no (Scrosci di applausi). Meno elemosina, più organizzazione. Grazie per l’attenzione.

BBB: No caro amico, non sono d’accordo (silenzio). Parli da uomo ferito. Tutti vorremmo uno Stato più attento, meno sprecone, meno ladro. Ma il terremoto è qualcosa di più. È una catastrofe, un evento straordinario, qualcosa che sfida l’ordinaria amministrazione (In effetti…) Non possiamo fingere che tutto sia prevedibile, il terremoto semplicemente non lo è. Ma è proprio di fronte a catastrofi come queste che gli italiani dimostrano la loro volontà di reagire, di essere migliori, e si organizzano: dal basso, non dall'alto! (Applausi) Senza aspettare il sorriso di ottone e la stretta sudata di questo o di quel politico (Sììì). L’Italia che spalò il fango di Firenze, l’Italia delle centomila pubbliche assistenze, che inventò la Protezione Civile, l’Italia migliore è quella che ha chiesto le ferie per andare a montare le tende all’Aquila (Scrosci). Mentre tu, che nel giorno della disgrazia incroci le braccia e aspetti che sia lo Stato, sempre lo Stato, a risolvere i problemi, lasciatelo dire: tu incarni proprio quell’Italia che vorremmo lasciare sotto le macerie (Boati di approvazione. Timidi tentativi di linciaggio nei confronti di AAA).

XXX: Scusate entrambi, ma forse quello che veramente ci frega, noi italiani, è questo tipo di discorsi.
AAA: E questo chi è?
BBB: Boh, non è uno dei tuoi?
AAA: No, pensavo che fosse venuto con te.
XXX: Voglio dire, non è che ogni volta che ci si pone un problema debba scattere l’istinto a scrivere un temino sui difetti degli italiani. È una cosa che alla lunga stucca, non trovate?
AAA: Ma che sta dicendo?
XXX: Non avete a volte l’impressione che tutto questo concentrarsi sui nostri difetti storici sia un po’ esagerato? Ci dev’essere per forza una motivazione storico-sociologica per tutto quello che facciamo? Uno non vuole mandare un vaglia in Abruzzo, e subito si mette a spiegarci come i vaglia ai terremotati abbiano reso l’Italia peggiore. Un altro insorge e scrive che l’italianità consiste nel mandare un vaglia. Stiamo diventando un popolo di severgnini, non so se ve ne rendete conto…
AAA: Ho capito. È un terzista.
BBB: Un ma-anchista, intendi?
AAA: Forse più un cerchiobottista.
BBB: Quel che è, io mo’ lo sprango. Tienimelo.
AAA: Eh, no, non ci siamo. Tu lo tieni, io lo sprango.
BBB: Ma tu non eri quello che incrociava le braccia e aspettava l’intervento dello Stato?
AAA: Dello Stato, appunto, mica il tuo. Questa tua tendenza a sostituirti allo Stato, te l’ho detto, è inquietante…
BBB: Ma se ti sostituisci tu è la stessa cosa, no?

(Nel frattempo XXX si allontana su un autobus, senza timbrare il biglietto, e l’Italia è tutta qui).

mercoledì 15 aprile 2009

Il condominio tra i vulcani

Attenzione, questa non è un'esercitazione
(è l'Italia)

Si dice di noi italiani che siamo sospesi fra Europa e Africa; il concetto merita un approfondimento geologico. Europa e Africa in effetti non sono due signore che si incontrano pacificamente in un meeting interculturale: si tratta di enormi placche tettoniche che si sfregano contro, e l'Italia è il risultato di questo morboso strusciamento tellurico. Una terra sismica, con centinaia di terremoti storicamente accertati, e noi siamo quelli che ci vivono sopra. Non l'abbiamo scelto noi – ma è vero che molti di noi, lungo i secoli, hanno deciso di andarsene: verso terre più ricche, più accoglienti, e magari più prevedibili.

Allora è possibile che in un qualche modo nel corso del tempo l'Italia si sia scelta i suoi italiani. Voglio dire (forzando parecchio il povero Darwin) che alcuni caratteri nazionali che siamo abituati a identificare come “pregi” e “difetti” sono semplicemente i più adatti a farci vivere qui piuttosto che altrove.
Fate finta che l'Italia sia un condominio. In una zona sismica. Con qualche vulcano nei pressi. Voi lo comprereste un appartamento? Magari al quinto piano? Magari no. Eppure, se ci pensate bene, lo avete fatto. O lo hanno fatto i vostri genitori per voi. Può darsi che infatti stiate pensando di andare altrove: avete i vostri buoni motivi. Ma questo significa che il vostro appartamento resterà sfitto, finché non arriverà da un rione più povero (e ce ne sono, tutt'intorno) qualche persona un po' più rassegnata di voi. Col passare degli anni, e dei secoli, il condominio tra i vulcani avrà selezionato un certo tipo di umanità.

Di questa umanità si possono dire alcune cose buone: essa è generalmente solidale. Per forza, convive con disgrazie ed emergenze. È generosa, anche nella penuria di mezzi. L'Italia non è il posto migliore dove passare una serata, ma non diventa il far west appena qualcuno stacca la luce (come può accadere in Paesi più “civili”).

L'altra faccia della medaglia sono le superstizioni, i piagnistei, utilizzati come valvola di sfogo ogni volta che ci va male, e ci va male spesso; l'affidarsi alla Provvidenza, non tanto come principio metafisico ma più spesso come statua di gesso o uomo di bronzo (o, più recentemente, cerone) da portare in processione. Tutto questo siamo liberi di trovarlo insopportabile, ma è un fatto che lo sopportiamo, tant'è che siamo qui; magari poi ce ne andremo, o sarà nostro figlio a farlo, dopo averci chiesto conto dell'appartamento che gli abbiamo lasciato al quinto piano.
“Ma siete stati pazzi a comprare qui”.
“Però c'è un bel paesaggio”.
“Che bel paesaggio? È un vulcano”.
“Ma è spento da 60 anni”.
“Perché l'eruzione è in ritardo! E sarà esplosiva! Ci sono resoconti storici! Scappate con me finché siete in tempo!”
“Ma no... ma che modi... vedrai che per altri vent'anni resiste...”
“E dopo?”

Ecco, a caratterizzarci è soprattutto l'incapacità di farci questa domanda: “e dopo?” Può darsi che il vulcano non erutti per un po', che la terra non tremi, che la frana non frani: ma dopo? Perché se non succederà a mio figlio succederà al suo – ma io non sono geneticamente selezionato per farmi questa domanda, altrimenti mi sarei già trasferito in Germania da due generazioni, mi chiamerei Leonhardt e verrei solo in agosto a scuotere la testa di fronte alla sagoma del Vesuvio: quanto ziete pazzi foi italiani a costruire qvi. Appena fulcano tremare, zeicentomila perzone da efacuare? Dofe? Però ziete tanto pitoreski.

"Nessuno ha offerto istruzioni calme, rassicuranti, civili, informate", scrive dall'Aquila il dottor Massimo Gallucci
La mia piccola storia assieme alle centinaia di storie di amici, mi ha insegnato che se avessi avuto una torcia elettrica sul comodino non mi sarei fratturato la colonna vertebrale, se avessi avuto un cellulare a portata di mano avrei chiesto aiuto per me e per il palazzo accanto, se molti avessero parcheggiato almeno un’auto fuori dal garage ora l’avrebbero a disposizione, se in quell’auto avessero (e io avessi) messo una borsa con una tuta, uno spazzolino da denti e una bottiglia d’acqua, si sarebbero tollerati meglio i disagi. Se si fosse tenuta una bottiglia d’acqua sul comodino, se si fosse evitato di chiudere a chiave i portoni di casa, se si fosse detto di studiare una strategia di fuga…. Pensate a chi è rimasto incarcerato per ore senza poter comunicare con l’esterno perché aveva il cellulare in un’altra stanza, o perché non trovava al buio le chiavi di casa, come le ragazze di un palazzo a fianco a me già semi sventrato: 6 ore sotto un letto, con la terra che continuava a tremare, perché la porta era chiusa a chiave, senza una torcia elettrica e senza cellulare per chiedere aiuto!
Aggiungerei: pensate a chi non è stato e non sarà mai trovato perché aveva un affitto abusivo (stranieri e studenti, forse il 90% del centro dell'Aquila) e non aveva un cellulare caricato sul comodino. E quindi? Caso Giuliani a parte, perché la popolazione non è stata allertata per un semplice principio di precauzione?

C'è una risposta sgradevole: la popolazione non è stata allertata perché gli italiani (e gli aquilani in particolare) devono considerarsi sempre allertati. Il cellulare sul comodino, la torcia elettrica nel cassetto, sono precauzioni che ognuno di noi dovrebbe prendere ogni notte. Da un punto di vista razionale potrei dire che uno sciame sismico non anticipa necessariamente una scossa come quella dell'Aquila; da un punto di vista emotivo (di italiano emotivo) aggiungo che lo scorso inverno mi è bastata una scossetta da nulla per dormire sul divano col telefono in mano. Vivere in Italia è questo e lo sappiamo: ci sono le regole (e non le applichiamo), le esercitazioni (e le prendiamo per buffonate)... ma se fossimo persone più razionali e apprensive forse non abiteremmo qui. Perché questa non è una terra per persone razionali e apprensive.

Dovevate comunque allertarci, dicono. Anche in assenza di una previsione scientificamente accettata: per un principio di precauzione. Ma un aquilano che viene avvisato via tv o telefono della possibilità di uno scisma imminente non andrà a letto con un telefono e una torcia a portata di mano: più probabilmente abbandonerà la casa, scenderà in piazza (come s'era visto a Sulmona pochi giorni prima). Il tutto in attesa di una scossa che forse non ci sarebbe stata. O sarebbe potuta arrivare a 100 km. di distanza, in una località dove gli aquilani si fossero rifugiati. O qualche giorno dopo, proprio nel momento in cui gli aquilani decidevano di tornare a casa. A meno che gli aquilani non decidessero di andarsene definitivamente. Ma questo nessuno osa pensarlo. Già, perché nessuno osa?

Osiamo noi. In base a un principio di precauzione, perché deve esistere L'Aquila? Una città di quasi centomila abitanti appoggiata su una faglia. Insediamento medievale, va bene, ma molte rocche medievali le abbiamo pian piano svuotate o trasformate in musei. L'Aquila invece è capoluogo regionale e sede universitaria. Venivano studenti da tutta Europa: anche lì, perché? Ok, gli erasmus sono inconsapevoli, ma gli italiani? Chi, potendo scegliere una sede un po' lontana da casa, opterebbe per una falda sismica?

Qualcuno prima o poi deve aver pianificato di mantenere un grande insediamento lì; la scelta di portarci la Regione e l'Università (fondamentale per l'indotto) l'avrà pur presa qualcuno; qualcuno quindi deve aver fatto uno di quei calcoli che sembra che gli italiani non facciano mai (perché c'è qualcosa di effettivamente osceno in un calcolo del genere). Il calcolo diceva che abbandonare quella terra sismica sarebbe costato di più di sopportare qualche catastrofe ogni tre-quattrocento anni; tanto la gente dimentica presto, e al limite chiederà conto al politico che si è appena insediato. Tanto peggio per quel signore; sempre che non sia abbastanza furbo da farsi inquadrare mentre soccorre la vedova e l'orfano, rivoltando la frittata in suo favore. E cosa vuoi che siano trecento morti, se tre secoli fa erano stati seimila: lo vedi che anche noi col tempo miglioriamo?

Ma ora non vi basta più, volete essere pre-allertati. La terra vi tremava sotto i piedi e siete andati a letto, in case costruite con la sabbia: ma se Bertolaso vi avesse detto qualcosa un'ora prima... non resta che pre-allertare Napoli, a questo punto.
In base allo stesso principio. Il Vesuvio nei prossimi anni esploderà, è chiaro. Nessuno può dirci quando, ma non ha senso restare lì ad aspettare il panico dell'ultimo momento. Ci sono testimonianze storiche abbastanza esplicite: intere città sommerse dai lapilli, nubi di gas roventi. Nei comuni alle pendici bisognerà intensificare le esercitazioni per l'evacuazione. Ma anche in città sarebbe meglio cominciare a dormire con cellulare e torcia a portata di mano. Naturalmente in tutta la provincia va verificato il rispetto delle norme antisismiche, perché vulcano e terremoti vanno a braccetto. Occorre cominciare a pensare a tutto questo e farlo subito.
Oppure fingere che tutto sia sotto controllo e lamentarsi dopo, con le statue di gesso di turno. Ma forse è una falsa scelta, forse è l'Italia che ha scelto noi.

giovedì 9 aprile 2009

Solidali sì ma quanto

La quota Schifani

Preso atto che la Protezione Civile non ha bisogno di “volontari non formati” (un modo elegante per dire che dopo che avete perso una pala nell'alluvione in Piemonte e scheggiato un muretto del '400 a Foligno non vi vogliono più fra i piedi);
preso atto che nessuno ci chiede di inviare vestiti, latte e persino il sangue;
preso atto di tutto, per testimoniare un po' di solidarietà umana ai terremotati non ci resta che lo strumento meno umano di tutti, il Bonifico;
e di fronte al Bonifico, la terribile domanda che nessuno osa farsi in pubblico: quanto? No, perché se vi ricordate fino alla settimana scorsa c'era la crisi: e al giorno d'oggi uno ha delle responsabilità, e così come non può piantar tutto e andare a spalare calcinacci senza formazione, non può neanche mettersi a scialare i propri risparmi senza copertura così, per il gusto di sentirsi buono: ehi, sono i risparmi per la casa, per le medicine, la badante dei nonni, l'università dei figli, e così via.

In ogni caso, tra la spontanea generosità e la taccagneria prudente ognuno di noi dovrà trovare il giusto mezzo. In questo può aiutarci l'esempio della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Renato Schifani, che insieme a Fini ha proposto ai parlamentari di versare sul “Fondo per le popolazioni terremotate dell'Abruzzo” mille euro a testa. Una bella dimostrazione di generosità, che ho deciso di prendere come esempio, destinando allo stesso Fondo la quota proposta da Schifani... rapportata però sul mio reddito, che è (giustamente, per carità) un po' inferiore al suo. Vi propongo di fare lo stesso.

Il calcolo è semplice, si impara alla scuola media (infatti io l'ho imparato l'anno scorso). Se la quota che dobbiamo destinare è “x”, questa x sta a 1000 euro come il nostro reddito annuale sta a quello di Schifani (160.000 euro). In pratica dovete dividere il vostro reddito annuale per 160. Facile. E a questo punto la coscienza dovrebbe essere a posto.

Ma se non vi sembra affatto a posto, se anzi vi viene da urlare vaffanculo Schifani, siete evidentemente incurabili. A quel punto non so cosa dirvi, provate a raddoppiare la quota, i vostri figli capiranno.

martedì 7 aprile 2009

Noè sotto il Gran Sasso

La storia non vi è nuova: uno Scienziato un po' originale, non troppo integrato nella comunità scientifica, va avanti per la sua strada finché non si imbatte negli indizi di una catastrofe prossima ventura. A questo punto fa il possibile per avvertire la popolazione, ma in questo modo incorre nelle ire del Potere, che vuole a tutti i costi evitare il panico. Proprio quando sta per finire nei guai, la catastrofe prevista accade, nei tempi e nei luoghi stabiliti, e lo Scienziato Solitario che aveva previsto tutto è in prima linea a portare i soccorsi. Sì, l'avete già visto questo film.

L'ultimo che mi viene in mente è The Day After Tomorrow; il regista che ne ha messi più insieme è probabilmente Spielberg; il periodo in cui andavano più forte, gli anni Settanta – ma ci sono antecedenti in letteratura più o meno a partire da Noè.
Chiamiamoli archetipi narrativi: non c'è disgrazia imprevedibile che possa impedirci di raccontarci storie. Che saranno simili a centomila storie che i nostri padri si sono già raccontati, eppure ci sembreranno abbastanza nuove da crederci (giacché di credere in qualcosa, evidentemente, abbiamo bisogno). Ed ecco lo scienziato solitario Gioacchino Gianpaolo Giuliani, il profeta del radon.

Ne avete sentito parlare per tutto il lunedì. Lui, rinchiuso nel suo laboratorio sotto il Gran Sasso dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, il terremoto l'aveva previsto, grazie a una sua originale ricerca sul gas radon sprigionato dai sismi. E il potere, incarnato dal rude Bertolaso, lo aveva trattato da “imbecille” e fatto denunciare per procurato allarme. Come fai a non crederci? È tutto su internet: le dichiarazioni, l'intervista, la pagina dei sostenitori su facebook.

Ma è proprio su internet che, con un attimo di pazienza, è possibile smontare la storia pezzo per pezzo: G. G. Giuliani al Gran Sasso fa il tecnico, la sua ricerca sul radon è un hobby (peraltro il collegamento tra radon e terremoti è accettato dalla comunità scientifica da più di trent'anni), e soprattutto, il terremoto non lo aveva previsto per lunedì, ma per la scorsa settimana. E non alle porte dell'Aquila, ma a Sulmona: sessanta chilometri di distanza, anche questo è su internet. Non solo, ma dopo l'ondata di panico generata a Sulmona domenica scorsa (e che gli era valsa la denuncia per procurato allarme), in un'intervista aveva tranquillizzato gli abruzzesi: lo sciame sismico era destinato a scemare copo il mese di marzo.

Dico la mia: Giuliani non sarà un imbecille, ma è un irresponsabile in discreta percentuale. Se durante uno sciame sismico cerca particelle di radon, è probabile che ne troverà; ma il suo tentativo di triangolare i dati e trovare l'epicentro di un sisma prima del sisma stesso non regge per ora la prova dei fatti. Sessanta chilometri sono la distanza tra Milano e Varese. Prevedere un terremoto a Varese una settimana fa non significa mettere in guardia i milanesi oggi; tanto più che molti sfollati da Varese potrebbero accorrere proprio a Milano – e se la scorsa settimana nessun fuggitivo da Sulmona (AQ) si è fermato nel capoluogo, lo dobbiamo solo alla fortuna e magari un po' a Bertolaso, che ha pubblicamente trattato da mitomane il Noè di turno. Che probabilmente è in buona fede, e chissà, nei prossimi anni metterà davvero a punto quel sistema di previsione dei sismi che nessun laboratorio al mondo è ancora riuscito a trovare. Glielo auguro di cuore.

Nel frattempo continuo a stupirmi per la rapidità con cui nell'emergenza una voce filtrata male – anche nell'era di internet, dove i filtri sono trasparenti – si trasforma subito in Mito. Su facebook, come si dice, spopolano i gruppi pro-Giuliani. Questo per ora ha solo duecento iscritti (altrove pare siano migliaia):
GIAMPAOLO GIULIANI QUALKE GIORNO Fà AVEVA PREVISTO IL TERREMOTO CHE STANOTTE SI è VERIFICATO IN ABRUZZO...TRAMITE SUOI STUDI E UN RILEVATORE DI GAS "RADOM"(PENSO SI SCRIVA COSì) LE NOSTRE POTENTI ISTITUZIONI NON GLI HAN DATO RETTA E ANZI L'HANNO DENUNCIATO XPROCURATO ALLARME...GRAZIE A QUESTE ISTITUZIONI DI MERDA SONO MORTE PIù DI 100 PERSONE,PIù DI 2000 FERITI,E PIù DI 60000 SFOLLATI...A ME QUESTI PAPPONI MAFIOSI CHE RAPPRESENTANO NOI COME STATO ITALIANO MI HANNO ROTTO I COGLIONI...MA PESANTEMENTE...

Il messaggio non rende giustizia al fenomeno. Il mito di Noè-Giuliani non è prerogativa di ragazzini con la k facile. Ha intaccato il senso critico di persone intelligenti, informate, dalle quali passo quotidianamente ad abbeverarmi di razionalità. Ma questo è il punto, la razionalità ha dei limiti. Uno di questi limiti è il terremoto: una tragedia ingiusta, imprevedibile, che ti toglie la terra sotto i piedi e non ti spiega nemmeno il perché. E l'uomo può costruire sismografi e scavare tra le rocce con le unghie, ma devi dargli un perché, specie se è piccolo. È andata così, dal diluvio in poi: quando i nostri cuccioli ci chiedevano conto di un fenomeno spiegabile, glielo spiegavamo; quando era inspiegabile, ci ricamavamo sopra una storia. La storia non spiega, non risolve, e probabilmente nemmeno consola: ma in qualche modo è meglio di niente; e niente sarebbe quello che avrei dovuto scrivere stavolta, ma mi sarei sentito anche peggio.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).