venerdì 31 luglio 2009

Parlare per non capirsi

Mi me son fato 'na lengua mia

(2013. Il mondo non è finito, purtroppo, e così i leghisti sono rimasti al potere. Trieste, sede della Regione, Assessorato alla Pubblica Istruzione:)

“Ventiquattro. No! Daccapo. Per uno, sette; per due quattordici; per tre ventuno, per quattro... per quattro... Maledigne!”
Toc, Toc.
“E adesso chi è?”
“Commissario, avremmo un problema”.
“Adesso no, sono impegnato. Sto ripassando la tabellina del set...”
“Il fatto è che tra gli aspiranti insegnanti per la regione Friuli Venezia Giulia c'è un candidato che ci sta dando dei grossi problemi”.
“E alore bocciatelo, che problema c'è”.
“Ecco, il punto è proprio questo. Non possiamo bocciarlo. Ha superato tutti i test senza fare un errore”.
“Non capisco. Se è così bravo che problemi vi dà? Come si chiama?”
“Totò di Gennaro”.
“Ah, forse ho capito. Totò sta per Salvatore?”
“No”.
“Per Antonio?”
“Neanche. Totò sta per Totò e basta, ci ha fatto vedere i documenti, lui si chiama così. E pretende che lo assumiamo”.
“Eh, certo, poi quando si ritrovano in classe un maestro di nome Totò la colpa è nostra... va bene, ai casi estremi, estremi rimedi. Fategli il test sul dialetto”.
“Ma commissario...”
“Lo so, di solito non si fa, ma questo è appunto uno dei casi. Chiedetegli due frasi in triestino e mandatelo a casa. E se verranno i giornalisti, pazienza”.
“Commissario, non creda che non ci abbiamo già pensato”.
“E quindi?”
“Il punto è che il triestino non lo sa nessuno in commissione. Lei ne parla un po'?”
“Ma che razza di triestini siete?”
“O soi furlan, o ven di Udin”.
“Eh?”
“Dicevo che sono friulano, di Udine”.
“Ah! Ma che lingua parli?”
“Friulano”.
“Ma non mica una lingua quella lì”.
“Come no, certo che è una lingua”.
“Ma no, lo sanno tutti che vi capite a gesti, come i macachi... va bene, vengo io. Voglio proprio vedere come se la cava, il Totò Esposito”.
“Totò di Gennaro”.
“Esposito, di Gennaro, stessa roba. Faccia strada”.

(Entrano nell'aula. Al centro, una fila di esaminatori terrorizzati – tutti rigorosamente nativi della regione Friuli – Venezia Giulia. Davanti a loro, Totò di Gennaro si sta pulendo l'angolo di un'unghia con studiata non chalance. Ha appena finito di illustrare il teorema di Fermat, con una meravigliosa dimostrazione che per amor di sintesi qui vi risparmio).


COMMISSARIO: “Di Gennaro Totò?”
TOTO': “Songhe io”.
“Lei mi sembra molto determinato a conquistare una cattedra nella nostra bella regione”.
“E cosa vuole mai, commissario... se debbo scegliere tra il Friuli e la disoccupazione...”.
“È meglio il Friuli”.
“Della disoccupazione? Mmmsì”.
“Però, vede, per insegnare qui da noi non basta conoscere le materie, anche alla perfezione, come lei... ci vuole un certo attaccamento che forse, da parte sua, ancora non abbiamo riscontrato... insomma, è sicuro di riuscire a interagire con gli studenti?”
“Ma sì, penso di sì”.
“Per esempio, metta che le chiedano che tempo fa... in triestino”.
“Sùfia 'n'arieta cruda e piovarà diboto: se se sera el capoto, se fica le man drento”.
“Eh?”
“Le ho risposto in triestino: soffia un'arietta cruda e pioverà fra poco: ci si chiude il cappotto...”
“Ma sì, sì, ho capito... più o meno... ma i triestini di solito non parlano così”.
“Dice di no?”
“Dico di no”.
“Sulla base di quali elementi?”
“Elementi? Non c'è bisogno di elementi, sono di Trieste e lo so”.
“Mi dispiace che lei triestino sconfessi in questo modo i versi di Virgilio Giotti”.
“E chi sarebbe questo Virgilio...”
“Il massimo poeta in lingua triestina del Novecento”.
“Poeta in lingua triestina?”
“Eh, sì”.
“Ma scusi, un conto è la poesia scritta, un conto è... il dialetto”.
“In che senso?”
“Il dialetto non è mica una cosa che si può imparare a memoria sui libri... è una cosa viva, mobile...”
“Può anche darsi: però un esame è una prova oggettiva, in cui lei mi fa una domanda e io le do una risposta. E c'è un verbale scritto, dal quale deve risultare che lei mi ha fatto una domanda in triestino e io le ho risposto”.
“E lei si aspetta che noi la promuoviamo semplicemente perché ha mandato a memoria due versi di un poeta triestino che...”
“Me 'speto senpre, 'speto incora, che fassa l'alba, che fassa aurora, e che la vegna a dame un baso, a ufrime el so geranio in vaso”.
“Ancora questo Virgilio...”
“No, questo è Marin”.
“Marino chi?”
“Biagio Marin, uno dei più grandi poeti...”
“Triestini?”
“Ma no, non lo sente? Marin è di Grado, provincia di Gorizia. Non si parla solo triestino, nella vostra bella regione”.
“Ah, perché se io le chiedessi di parlarmi in friulano, lei...”
“Na greva viola viva a savarièa vuèi Vinars”.
“Stop. Non ci ho capito niente, ma non m'importa. Lei non può fare così”.
“Così come? Sapevo che durante l'orale era previsto un esame di dialetto e me lo sono preparato; che altro avrei dovuto fare?”
“Lei non può fingere di conoscere i nostri dialetti”.
“Io non fingo niente. Ho solo imparato le vostre poesie”.
“Le nostre poesie, fantastico, adesso solo perché stiamo a Trieste o a Grado queste sono le nostre poesie”.
“Non lo sono?”
“Per esempio, io non le avevo mai sentite”.
“Ma sono sui libri, sulle maggiori antologie della letteratura italiana, e insomma io per superare la prova di dialetto cosa avrei dovuto fare? Studiarmi quindici grammatiche diverse che non sono neanche in commercio?”
“No. No. No. Il dialetto non s'impara”.
“O bella, e perché?”
“Perché... è la lingua che uno si trova in casa... ci nasce dentro, non ha bisogno di nessuno che te la insegni, capisce? È una radice. Uno ce l'ha o non ce l'ha”.
“E quindi non c'è neanche bisogno di un maestro che ve l'insegni a scuola, no?”
“Giusto. Però comunque i maestri li vogliamo tutti radicati”.
“Comincio a capire. Vi serviva qualcosa che fosse il contrario della cultura. Qualcosa che non si può insegnare, non si può imparare, non si può comunicare. E avete trovato il dialetto”.
“Appunto”.
“Ma è solo una vostra idea di dialetto. Bastava guardarsi un po' in giro per rendersi conto che anche i vostri dialetti sono lingue, con le quali sono stati scritti libri, che tutti possono leggere e apprezzare... persino un neolaureato avellinese, perché no”.
“Certo che voi meridionali siete tremendi. Facciamo una legge e trovate un inganno”.
“Credete che il triestino sia solo quello delle bestemmie dei bar, e ci hanno scritto poesie d'amore. Il più famoso poeta in friulano è nato a Bologna, è morto a Roma. E poi siete arrivati voi, che non sapete un cazzo”.
“Ehi, come si permette?”
“È un'espressione dialettale. Significa che vivete in una dimensione di non comprensione di sé e dell'altro”.
“Cioè in parole povere...”
“Non capite un cazzo, a un punto tale che vorreste fare esami sul cazzo che non capite. E pretendete pure di avere delle radici, le radici, ma dico io, del concime tossico sparso tutt'intorno ne vogliamo parlare?”
“L'esame è finito, può accomodarsi, grazie”.
“Un giorno o l'altro mi tornarò, / No' vùi fra zénte strània morir, / Un giorno o l'altro mi tornarò / Nel me paese”.
“E adesso che fa... scenda da quella cattedra”.
“Dentro le pière che i gà inalzà / Su le rovine, mi cercarò, Dentro le pière che i gà inalzà, Le vecie case”.
“Dobbiamo chiamare le camicie verdi? Scenda giù”.
“Sarò pai zòveni un forestier, / Che varda dove che i altri passa, / Sarò pai zòveni un forestier, / No' lori a mi”.
“Ma in che lingua sta parlando, qualcuno ci capisce? Sembra arabo”.

mercoledì 29 luglio 2009

Divincolare il vulture

Gli incubi del prof. Esso, 1.

Drin drin, drin drin
“Ma chi è... pronto”.
“Pronto, parlo col professor Esso?”
“Sì, ma sono le quattro del mattino”.
“Professore mi dispiace, qui è la banca”.
“La banca?”
“Vede, come sa domani è il grande giorno, andiamo tutti dal notaio per le firme, ebbene –
“Giusto, il notaio, vi ha chiamato?”
“No, non ci ha chiamato”.
“Me l'aveva promesso”.
“Promessa di notaio. Ma il punto è che stavo ristudiando bene le carte della sua richiesta di mutuo, e...”
“Avevamo risolto tutto, no?”
“Ecco, appunto, pare che...”
“No”.
“...lei si sia dimenticato di vulturare l'accollo”.
“Eh?”
“L'accollo, si ricorda? Ecco, andava vulturato”.
“Ma certo che mi ricordo. L'accollo. E l'ho anche vulturato. Due giorni fa sono andato dal notaio e...”
“Ma in questo caso qui avrei il testo di vincolo, e non ce l'ho”.
“Ce l'ha il notaio. Vi doveva chiamare”.
“Non mi ha chiamato, e comunque la vultura non risulta assicurata”.
“Ma sì, l'ho assicurata... la settimana scorsa”.
“No, la settimana scorsa lei l'ha vincolata, è una cosa diversa”.
“L'ho vincolata?”
“Poi però doveva assicurarla”.
“Assicurare cosa?”
“L'accollo”.
“Non il vincolo?”
“No, scusi, la vultura”.
“Sull'accollo”.
“No, sul vincolo”.
“Insomma, lei davvero non crederà...”
“Ma diamoci del tu”.
“Ecco, dunque, non credere che io non mi renda conto che mi stai semplicemente scodellando dei sintagmi a caso”.
“Non possiamo correre il rischio di andare dal notaio con una voltura in accollo non vincolata”.
“...approfittando della mia stanchezza e della mia incompetenza per scucirmi altri soldi”.
“Al limite l'accolliamo alla catasta del volture”.
“...che tanto ormai mi hai succhiato così tanto che sono del tutto insensibile al dolore, quindi perché non mi dici semplicemente quanto vuoi stavolta? Quanto vuoi per lasciarmi un po' in pace?”
“Mah, dipende... gli interessi passivi, il taeg, lo spread...”
“Dimmi solo quanto”.
“Dipende, ti ho detto. Quanto ti resta?”
“Niente. Vi siete presi anche i ragni”
“Tua moglie ha delle gioie?”
“Le aveva, poi mi ha incontrato”.
“Buona questa, perché non fai lo scrittore?”
“Ahem”.
“Prendi i pezzi del blog, ci fai un libro...”
“Già fatto, l'editore ha chiuso”.
“Sarà stata una coincidenza”.
“Senz'altro”.
“Possiedi qualcos'altro di valore? Libri rari?”
“Il mio, rarissimo”.
“Senti, visto che siamo a questo, posso farti una domanda intima... hai mai avuto rapporti?”
“Non mi lamento, grazie”.
“No, intendo passivi”.
“Ah, ecco dove volevamo arrivare”.
“Perché magari, chissà, in questo momento sei seduto su una risorsa da valorizzare”.
“Vogliamo valorizzarla?”
“La cosa è tecnicamente fattibile, se tu mi dai l'ok, nella prossima delibera... ma ti posso garantire sin d'ora che... certo, ti chiederanno di assicurare...”
“Furto e incendio?”
“Anche fulmini e... vandalismo”.
“Brr...”
“Ma è una formalità. Poi ci accolliamo l'assicurazione”.
“Chi se l'accolla?”
“La banca. Altrimenti se preferisci un'accatastamento, la vulturiamo”.
“Oddio, ricomincia da capo”.
“Ma voglio essere sicuro che hai capito”.
“Ora conterò fino a tre e mi sveglierò. Uno, due

“Ehi, che c'è?”
Tre! Sono sveglio!”
“Hai fatto un altro incubo?”
“Dovevo comprare la casa e all'ultimo momento mi ero dimenticato di vulturare... di accatastare... che ne so...che angoscia”.
“Stai tranquillo. Non devi comprare nessuna casa”.
“Perché l'ho già comprata anni fa, giusto?”
“Giusto. Dormi adesso, che domattina devi svegliarti presto per il turno alla cava”.
“Spaccare pietre fino a mezzodì. Non vedo l'ora. Ma non so se riuscirò a prender sonno adesso”.
“Conta le pecore che saltano il recinto”.
“Non ha mai funzionato”.
“Conta i bancari che saltano nella fossa dei leoni”.
“Ci sono anche i notai?”
“I notai sono tutti infilzati in uno spiedino rovente”.
“Buono lo spiedino”.
“Su un tappeto di assicuratori disossati”.
“Ma sono ancora vivi, vero? Li hanno disossati ma sono ancora vivi, e soffrono”.
“Sì, soffrono tanto”.
“Anche i notai, girono nello spiedino per l'eternità, ma non è che si abituano, eh? Soffrono ogni momento come fosse il primo”.
“Soffrono tutti tantissimo, adesso dormi”.
“E i bancari dov'è che li avevamo messi?”
“Nella fossa dei leoni”.
“Poi quando sanguinano un po' li ripeschiamo... loro credono di essersi salvati, e invece li tuffiamo...”
“Nella vasca degli squali. Dormi”.
“Zzz”.
Che domani è un altro giorno.

domenica 26 luglio 2009

21st Century Schizoid Anchorman

(Versione estiva, un po' rivista)

Ciao, sono il tuo telegiornale delle Tredici!

La tua finestra sul mondo! Peccato che il mondo faccia schifo. No, sto scherzando, è tutto molto divertente.
Nei primi minuti ci saranno interviste a dei politici presi per strada che si rimbeccano. Questo è molto noioso e non interessa effettivamente a nessuno, ma il Direttore sostiene che c'è una legge che lo costringe, e che comunque se un giorno sbagliasse il minutaggio licenzierebbero lui la moglie e i discendenti fino alla settima generazione. Ehi, a qualcuno è successo davvero.

Apprezza almeno lo sforzo degli operatori: anche se i politici che parlano sono quasi sempre le stesse mezze calze, loro si sforzano di trovare ogni giorno un'inquadratura diversa. Così almeno ti mostriamo un po' di Città Eterna a ora di pranzo; e poi anche loro riescono più spontanei, più naturali. Le loro dichiarazioni sembrano estorte a forza dopo ore di pedinamenti, e questo se vuoi è paradossale, perché la loro mansione di Portavoce consiste appunto in questo: uscire da Montecitorio, sparare una cazzata anche breve che comunque noi taglieremo, e andarsene per i fatti loro. Bella vita, eh? No, in realtà dev'essere frustrante.

Ecco, finalmente siamo arrivati alla Cronaca, che poi è quello che c'interessa (anche se in realtà non ce ne frega niente). Dunque. C'è un tale in un quartiere di una città che ha ucciso un bambino. Pare gli sia saltato alla gola. L'assassino è uno straniero originario dell'... dell'Anatolia. Notizia tremenda, eh. C'è davvero da aver paura ad andare in giro, con tutte queste brutte facce... Stacco. Pare che in Italia ci sia un'emergenza razzismo. Lo dice una ricerca di un'università. Pazzesco, ma ti rendi conto! Il razzismo! In Italia! La ricerca dice che i mass media tendono a dare risalto ai crimini commessi da stranieri bla bla bla... a questo punto ti saresti già annoiato, quindi abbiamo montato sopra l'intervista a uno psicologo che l'anno scorso ha detto ai nostri microfoni che razzismo è brutto, razzismo non si fa.

Ok, e veniamo all'Orribile Processo. Di' la verità, cominciavi a temere che non ne avremmo parlato, eh? Oggi pare che l'Imputata Bionda abbia scambiato uno sguardo con l'Imputato Scuro. Forse era uno Sguardo d'Intesa, ma potrebbe anche essere uno Sguardo di Disapprovazione, in effetti l'unica sarebbe fartelo vedere, ma in quel momento il cameraman s'era distratto, comunque fidati. È tutto? Sì, perché le deposizioni erano noiosissime e noi non vogliamo farti cambiare canale, soprattutto adesso che tra tre minuti c'è la pubblicità. E quindi... beh, abbiamo pensato di approfondire mostrandoti la fila di gente che c'è fuori! Una fila di gente che vorrebbe entrare a vedere l'Orribile Processo, non lo trovi morboso? Abbiamo attaccato la dichiarazione di un vip che lo trova morboso. Oddio, vip... è un poeta sconosciuto ai più, però ha una raccomandazione di ferro della Congregazione Opere Mariane. E poi abbiamo intervistato i vecchietti in fila. Sono sempre morbosi, i vecchietti.
No, in realtà mi stanno simpatici.

Veniamo alle buone notizie. E' da un po' che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un'ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI' VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l'allarme è praticamente PANDEMIA! rientrato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.

A questo punto, senza nessun preavviso, comincia lo spezzone preferito dai bambini e dalla quota cacciatori della Lega: gli animali! I nostri piccoli grandi amici! Purtroppo non riusciamo più a mostrarti l'orso Knut, si è mangiato gli ultimi tre cameramen che si sono avvicinati. Pensavamo di farti vedere un cucciolo di foca orfano allattato a biberon, ma all'ultimo momento c'è arrivata un'agenzia: in un quartiere di una città un bambino è stato morso alla gola da un cane! Sì, vabbè, povero bambino, ma soprattutto... povero cane! I cani, sapete, sono buoni di default, e se per caso a uno scappa di sgozzare un bambino, chissà che infanzia di privazioni e crudeltà si porta dietro. Poi i bambini, diciamolo, certe volte non sanno veramente trattare i cani. Schizzano da tutte le parti, li eccitano... vogliamo un po' parlare della responsabilità di chi non li addestra?

Sì, lo so, è la stessa notizia di prima. Ci siamo accorti che il tizio che mandava suoni gutturali era un “cane pastore dell'Anatolia”, embè? No, ma se tu leggi un'agenzia con scritto “pastore dell'Anatolia”, pensi prima a un cane o a una persona?
Come? Ma certo che funziona così:

straniero sgozza bambino = colpa straniero;
cane sgozza bambino = colpa bambino.

Lo trovi strano? Non è affatto strano. È molto semplice: nel consiglio di amministrazione abbiamo tre padroni di cani e nessuno straniero. Adesso però veniamo alle cose serie. Pubblicità.

Automobili, compagnie telefoniche che cercano di strapparsi i clienti esausti, succhi di nulla al gusto di qualcosa che rafforzano, ah ah ah, le tue difese immunitarie, no scusa, ah ah ah, ma sul serio ti bevi tutta questa roba? E la prossima volta cosa ti venderemo? La polverina che scioglie le calorie? Certo, come no, abbiamo brevettato una sostanza che infrange le leggi della Termodinamica e invece di usarla per possedere il mondo te la vendiamo sotto le feste di Natale a prezzi modici!

Fine del momento serio.
Costume e Società. C'è il super-mega-concorso che sta facendo perdere il sonno agli italiani, che spendono un sacco di soldi per vincere il super-mega-jack-pot. Abbiamo intervistato uno psicologo che dice di stare attenti, che uno rischia di perdersi tutti i risparmi, giocando a questo super-mega-concorso con il super-mega-jack-pot. Che sciocchi, eh, questi italiani che... ma ti ho già detto che c'è un super-mega-jack-pot? No, sai, non vorrei mai venir meno al dovere di cronaca. Dunque, dicevamo, mi raccomando, non dilapidate i vostri risparmi per vincere questo SUPER-MEGA-JACK-POT. Così lo vincerà qualcun altro. Magari proprio dal tabacchino sotto casa tua, perché chi lo sa, in fondo potrebbe avercela lui, la scheda che vince il SUPER-MEGA-JACK-POT.

E adesso che c'è... ah, già, modelle. C'è rimasta la marchetta alle ultime due case di moda importanti, poi se Dio vuole la stagione Primaveraestate è finita. Siccome però notizie da abbinare agli outfit non ne abbiamo, pensavamo di risolvere anche stavolta il problema così: mostriamo solo le modelle più ossute e intervistiamo uno psicologo che dice che comunque l'anoressia è un problema legato alla famiglia. Quindi beccati altri due minuti di modelle ossute... Ehi, ma hai visto che bel pellicciotto quella lì... ah, è foca? Però. Proprio bella, eh. Certo, ne dovresti perdere di chili per entrarci. Però col nuovo prodotto che scioglie le calorie, chissà.

E questo è tutto. Ciao dal tuo Telegiornale, la tua finestra del mondo.
Sì, lo so, sono schizzato. E mi piaccio così.
No, non è vero, mi faccio schifo.

venerdì 24 luglio 2009

E com'è che ancora non si muore

La scuola dell'endorfina

A fine luglio per i prof la scuola è ormai un vago ricordo che si perde nei vapori dell'afa. Non ci fosse la FLC (Cgil scuola), che ci raggela mettendo nero su bianco i tagli che ci aspettano a settembre. Solo alle medie si tratterebbe di 2487 esuberi. Potrebbero sembrarvi pochi, dopotutto stiamo parlando di un dato nazionale; ma stiamo parlando anche di scuola dell'obbligo. Qui l'esubero è quasi una prima assoluta, si fa persino fatica a crederci: una cattedra che scompare? Prima lì c'era un professore di ruolo – puf, non c'è più. Dove finirà? Eh, mistero. 2487 misteri.

Un po' se ne andranno in pensione. Le chiacchiere telegiornalistiche sull'innalzamento dell'età pensionistica hanno anche questa funzione, di messaggio subliminale alle vecchie prof: PREPENSIONATEVI FINCHé SIETE IN TEMPO... niente di male, salvo che con loro se ne andrà un bagaglio di competenze acquisite sul campo che – in mancanza di un serio percorso accademico di formazione per gli insegnanti – è quello che ha tenuto in piedi la scuola dell'obbligo italiana, nel bene e nel male.

Questo carico di esperienza che perdiamo non sarà ricompensato da un carico di entusiasmo in entrata, nel senso che le sessantenni che mollano non saranno rimpiazzate da un esercito di fresche trentenni. Per queste ultime, anzi, i cancelli della scuola dell'obbligo si serrano forse per sempre. Molte di loro hanno pagato fior di tasse universitarie e post-universitarie – il famoso biennio di Scuola Speciale per l'Insegnamento. Soldi buttati via. Prima di loro, se ci fossero posti (e non ci sono) bisognerebbe sistemare i finti supplenti – non quelli che si fanno una settimana ogni tanto; quelli di fascia alta, gente che la scuola assume a settembre e licenzia a giugno. Ci sono docenti che passano anche dieci anni in una situazione del genere. Nessuno li chiama più supplenti: i loro studenti e i genitori spesso ignorano che essi lo siano: loro stessi a volte fanno fatica a ricordarsene; bene, per loro la strada verso l'immissione in ruolo si allunga. Repubblica spara diecimila supplenze in meno. Solo al Sud si tratterebbe di più di settemila: “l'equivalente di quattro stabilimenti Fiat di Termini Imerese”. Roba da guerra civile, invece no. È fine luglio, ormai siam tutti al mare.

Un giorno bisognerà riparlare di questa classe docente, più o meno la stessa che circa dieci anni fa montava la “più grande manifestazione di categoria del dopoguerra” contro il ministro Berlinguer (reo di voler aumentare la paga ai più meritevoli) e che oggi si avvia al macello in ordinata fila indiana. La solita attribuzione di colpa al sindacato, quello che-difende-sempre-i-privilegi-acquisiti, convince fino a un certo punto: nel comparto scuola si tesserano subito anche i supplenti. Un giorno bisognerebbe davvero riparlarne.

Oggi però vorrei cercare di spiegare a chi non è pratico cosa succederà a settembre, quando i suoi figli torneranno a scuola. Da principio, nulla: la scuola avrà ancora lo stesso numero di aule, di finestre, forse anche di bidelli. E quindi la prima reazione degli utenti sarà: “Ok, non è successo nulla, si vede che la scuola funziona benissimo anche senza tutte quelle cattedre che hanno tagliato”. Sono più o meno gli stessi pensieri che fa il soldato a cui una granata ha appena tranciato un arto: aspetta, com'è che non sento dolore? Beh, forse quel braccio non mi era così indispensabile dopotutto. Benedetta endorfina, non ci fossi tu. Qualcosa di analogo succederà nel mese di settembre: amputata di netto, la scuola farà finta di niente e anzi, non è escluso un soprassalto di isterico entusiasmo. Cercheremo tutti di dimostrare che possiamo farcela, prima di accasciarci al suolo.

I problemi usciranno sulla distanza. Intanto occorre capire cosa è stato tagliato. Non è così facile, è stato fatto un lavoro di fino. Pensate che tagliando un'ora, una misera ora settimanale di italiano ai nostri figli, i tre ministri sono riusciti a ridurre le cattedre d'Italiano del 25%. Com'è stato possibile?

Lunga storia, che mi va di raccontare. A partire dagli anni Novanta gli insegnanti di Italiano (che fanno anche Storia, Geografia ed Educazione Civica) hanno progressivamente ceduto ore settimanali ai colleghi, di solito di lingua straniera. Se avete fatto le medie fino agli Ottanta, non avete frequentato probabilmente più di tre ore di lingua straniera alla settimana. Col tempo le lingue straniere sono diventate due (un escamotage per garantire a tutti un'infarinatura d'inglese e non licenziare le prof di francese), e le ore cinque. E i prof d'Italiano si sono ritrovati coi pacchetti di 10+6 o 10+4 ore, dove “10” sta per Italiano, Storia e Geografia in una classe, “6” per solo italiano, “4” Storia e Geografia.
In questo modo si rispettava la tradizionale alternanza di due insegnanti in un corso triennale. Mettiamo che il corso X sia quello della prof. Bianchi e del prof. Rossi.: i due si dividono la prima X (la Bianchi fa Italiano, Rossi S+G); la seconda X sarà il feudo del prof. Rossi, mentre le dieci ore di It+St+Geo della terza X spetteranno interamente alla prof. Bianchi.

Unico inconveniente: sia il prof. Rossi che la prof. Bianchi sono relativamente sottoccupati. Rispetto alle 18 ore di lezione settimanali che devono offrire per contratto, la prof. Bianchi quest'anno ne farebbe 16, il prof. Rossi 14 (l'anno prossimo viceversa).
Questo non significa che mangino il pane dello Stato a tradimento. Di solito la prof. Bianchi impiega le due ore settimanali per coprire delle supplenze, mentre il prof. Rossi fa tre ore di Materia Alternativa Alla Religione Cattolica e la quarta la usa per mettere a posto la biblioteca. Poi, naturalmente, c'è sempre qualcuno che fa il furbo: ma in generale le ore di eccedenza di questi prof sono necessarie per tappare buchi e svolgere mansioni che altrimenti la scuola dovrebbe finanziare coi fondi d'Istituto; e tenete presente che i dirigenti scolastici ormai non hanno i soldi per il toner della fotocopiatrice.

A questo punto intervengono Gelmini-Brunetta-Tremonti: e con un semplice taglio di un'ora, zacchete! Riducono le due cattedre per corso a una cattedra in mezzo. Da 10+6 o 10+4, il prof. Rossi e la prof. Bianchi passeranno, da settembre, a 9+9. Dove in questo “9” devono rientrare Italiano, Storia e Geografia (più l'Educazione Civica a cui la Gelmini tiene tantissimo, adesso sembra che prima di lei non si facesse).
Il prof. Rossi così potrà insegnare It+St+Geo+EdC in due classi, mettiamo la prima e la seconda X; e la prof. Bianchi farà lo stesso in terza X e... in un'altra classe di un altro corso, magari la prima Y. In questo modo si passa da due prof per corso a tre prof per due corsi. In pratica si perde una cattedra di Italiano ogni due corsi. Semplicemente tagliando un'ora, un'ora sola a tutti. C'è del genio, in questa macelleria.

Anche perché, al genitore che obiettasse che nove ore di Italiano, Storia e Geografia sono un po' pochine, la Gelmini è già pronta a replicare che non è vero, le ore sono dieci: in effetti l'ora l'ha persa solo l'insegnante, non lo studente. Lui la frequenterà lo stesso, soltanto che adesso si chiamerà (mi pare) ora di approfondimento delle materie letterarie. A tutt'oggi (luglio inoltrato) permane il mistero sull'identità del professore che la insegnerà. Non può essere né la Rossi né il Bianchi, entrambi impegnati full time a 18 ore. E quindi chi?
Ecco, la cosa interessante è che da nessuna parte si trova scritto che l'insegnante di approfondimento delle materie letterarie debba essere necessariamente un prof di Italiano, abilitato all'insegnamento della nostra bella lingua madre. Potrebbe essere, per esempio... un altro insegnante che deve completare le sue 18 ore... magari un prof. di religione... o meglio ancora di francese (così si libera un posto per quella chimerica classe full english che per ora resta un sogno di presidi e genitori). Forse che non ce l'hanno anche i francesi, una letteratura? Anzi meravigliosa. E quinci sian le nostre viste sazie.

Insomma, in questo modo cosa succede? (“Niente”, disse il fante agitando il moncherino). All'inizio non dovrebbe avvenire nulla di strano. Le prime crepe arriveranno coi malanni di stagione. Cosa succede se un prof si ammala? Pagare un supplente è fuori discussione. L'anno scorso di usavano i prof d'italiano con le ore eccedenti... ma non ci sono più ore eccedenti. E quindi? E quindi vediamo. Si può lasciare la classe sola col bidello, perché no. Se il bidello non è ritenuto affidabile, si può dividere la classe in tanti spezzoni e distribuirli nelle altre aule. Per inciso, molte aule italiane, a norma della famosa legge 626, non potrebbero contenere più di 25 alunni: è proprio una questione di metratura, più di così non ci stanno. Già ora stiamo tranquillamente oscillando intorno ai 28 per ambiente. Se i prof cominciano ad ammalarsi (qualcosa mi dice che cominceranno presto), non sarà così strano bussare ed entrare in un'aula dove si trovano 35-40 studenti. E pensare che Bertolaso è preoccupato perché le scuole italiane non rispettano i criteri antisismici. Come se 40 studenti in un'aula che ne dovrebbe contenere 25 lo sentissero, un sisma.

E gli studenti stranieri? Di solito l'alfabetizzazione era in mano a un insegnante d'italiano con qualche ora eccedente. Non ci saranno più ore eccedenti, quindi molte scuole lasceranno perdere l'alfabetizzazione. Del resto quelli che non sanno l'italiano non sono quasi mai quelli che disturbano di più: se ne stiano in fondo all'aula zitti e buoni (rigorosamente ripartiti in classi diverse, con insegnanti che non hanno tempo da dedicare esclusivamente a loro, altrimenti sarebbe razzismo).

Nel frattempo cominceremo a sentire la vera emorragia, che è quella degli insegnanti di sostegno. Ora, può anche darsi che negli anni passati ci sia stata una certa corsa al sostegno – che era anche un sistema per immettere in ruolo un po' di gente e alleggerire la situazione degli insegnanti. C'è anche stata una sorta di corsa alla certificazione da parte delle famiglie: molti ragazzi che vent'anni fa sarebbero stati semplicemente “asini che non s'impegnano” adesso hanno un documento che li riconosce dislessici, o disgrafici, o altri oscuri disturbi dell'apprendimento. Alcuni di questi grazie al sostegno vengono effettivamente recuperati e riescono a ottenere risultati che vent'anni fa non avrebbero ottenuto: altri no, la scuola è ben lontana da essere una macchina perfetta, però... però come tutti i meccanismi, non è che migliora se la prendi a mazzate. Quindi cosa succederà esattamente quando a settembre un sacco di disgrafici e dislessici non risulteranno più disgrafici e dislessici? All'inizio nulla. Li metteremo nel primo posto davanti alla cattedra e cercheremo di far lezione anche per loro. Quelli che in aula proprio non ci riescono a stare li libereremo più spesso nel corridoio. E poi? E poi niente, andrà avanti così finché qualcuno non si farà male, e anche dopo. Del resto a scuola ci facciamo tutti male continuamente, è solo che quest'anno ci capiterà più spesso. Qualche incidente in più, qualche insegnante esaurito in più, magari un suicidio in più, questo tipo di cose. Quel tipo di cose che succedono sempre in altre scuole.

Quello che senz'altro succederà nella vostra, è che vi chiederanno un obolo più spesso. Per il toner della fotocopiatrice, per le nuove lavagne elettroniche che il ministero ci aveva promesso e chi le ha viste più, tra un po' cominceremo a chiedervi anche i soldi per l'intonaco e i sanitari. E per gli assistenti di qualche cooperativa, che metteremo al posto dei prof di sostegno nelle situazioni in cui davvero non possiamo più farne a meno. La differenza tra una scuola che ha genitori generosi e una che fa quel che può comincerà a rendersi evidente, anche solo dallo stato dei giardinetti. In altre parole: ci stiamo privatizzando senza disturbare nessuno (a parte voi, carissimi genitori).

Ah, in teoria stiamo anche diventando più cattivi. Ovvero: quando uno studente ha la media del cinque siamo autorizzati a dargli un sei, e a settembre addirittura avremo la facoltà di guarire disgrafici e dislessici con la sola imposizione delle mani – però chiunque disturba lo sospendiamo, il Ministro è d'accordo. Ma lo faremo davvero? In molte situazioni mettersi contro i genitori sarà ancora meno conveniente. E bocceremo? Con la prospettiva di ritrovarci trenta ragazzi per classe, di cui magari uno dislessico decertificato e tre analfabeti senza più corso di alfabetizzazione? E chi bocciamo, il dislessico e l'analfabeta? E se li promuoviamo, con che faccia bocceremo quelli che anche non studiando un tubo l'italiano un po' lo sanno? Non sono domande retoriche, me lo sto chiedendo e la risposta arriverà tra un anno. Nel frattempo pare che il tanto sbandierato aumento di bocciature non ci sia stato: a riprova che bocciare in generale non conviene. E a un insegnante in difficoltà conviene ancor meno.

mercoledì 22 luglio 2009

Impiastro del '900

(Quella che segue era la scaletta di un libro che si sarebbe potuto fare nel 2009, centenario del Manifesto del Futurismo blablablà: una vita di Marinetti diversa dalle solite vite di Marinetti alla GBGuerri, per capirci, ma mi dicono che ormai è tardi. Mi era restata una mezza voglia di trasformare la vita di Filippo Tommaso Marinetti in un romanzo d'appendice sul presente sito, ma ormai si è capito che che sui blog le storie a puntate non funzionano, a parte quando ci si mette lei. Comunque non dispero, c'è un pubblico per tutto).


1. Premessa: Marinetti, impiastro del Novecento
È da 40 anni che si sente dire “bisogna rivalutare il Futurismo”. In realtà lo stiamo rivalutando da un pezzo. La compenetrazione di Boccioni sta sulla moneta da venti centesimi, il dinamismo di Balla ispira gli stilisti... eppure in mezzo a tanta incessante rivalutazione nessuno riesce a rileggere le opere di Marinetti. Come mai? Un complotto? Non sarà che era proprio uno scrittore mediocre? In effetti sì, ma pieno di sorprese.

2. Prologo: Simultaneità
Sovrapposizione di alcuni episodi decisivi della vita di Marinetti (un incidente automobilistico nei Navigli, l'ultima battaglia a palle di neve col fratello, il ferimento all'inguine durante la guerra, l'agonia sul lago di Como). Oggi li chiamiamo flashback, Marinetti le chiamava simultaneità. Si potrebbe anche attribuirgliene l'invenzione, in anticipo sui qualche cineasta. Ma sì, attribuiamogliela. Tanto non ci costa niente.

3. Il bullo del collegio
Di come il piccolo Filippo Tommaso (che in realtà si chiamava Emilio Angelo Carlo), nato ad Alessandria d'Egitto, cercando un pretesto per scazzottare i suoi compagni di collegio, scoprì l'amore per una Patria che aveva visto soltanto in cartolina. Paralleli coi trascorsi bullistici di Benito Mussolini alle elementari di Predappio (cfr. De Felice).

4. Viva Zola!
Per inventarsi la sua Patria su misura, il piccolo Filippo ha bisogno di un pantheon di Grandi Scrittori: ma ahimè, in quegli anni il panorama italiano era piuttosto deludente. Però in Francia c'è Zola, che è di origini italiane e scrive cose violente e proibite: FTM ne fa la sua bandiera, fino a farsi espellere dal collegio (dice lui: in realtà non riuscì a passare un esame).

5. Fuorisede a Parigi
Spedito dai genitori a diplomarsi a Parigi, FTM si rende conto di essere un figlio di papà e si scatena: festini, duelli, pessimi esami.

6. Senza famiglia
Trasferitosi finalmente in Italia, nel giro di non molti anni FTM perde il fratello maggiore (il prediletto) e i genitori. Resta solo e miliardario, in una casa piena di cimeli africani, incerto se darsi alla poesia o alla rivoluzione. Socialisteggia anche un po', va ai cortei degli operai che lo prendono per uno sbirro, lui gli risponde in dialetto no, guardate che sono un poeta.

7. Un francese a Milano / un italiano a Parigi
Uno dei problemi di FTM è che non scrive bene in italiano: appunto, con gli operai parla in dialetto; quando si tratta di poesia, scrive in francese. Tanto che quando in Italia ancora nessuno lo conosce, a Parigi è una mezza celebrità.

8. Gli dei se ne vanno, D'Annunzio non schioda
Nella ville lumière il giovane FTM viene considerato, in quanto “italiano” il rivale di D'Annunzio; lui avalla questa definizione diventando addirittura un cronista mondano specializzato in stravaganze dannunziane, e sviluppando un'ossessione: D'Annunzio come spettro del fratello maggiore, sempre più bravo e più apprezzato, mentre lui deve accontentarsi delle briciole di celebrità...

9. Versolibristi vs alessandrini
Alfiere del verso libero, contro la tirannia del verso alessandrino francese, FTM finisce per arruolare anche un gruppetto di poeti italiani intorno a una rivista (ovviamente pagata da lui).

10. Dal grembo melmoso del Naviglio
Il primo Futurismo nasce durante un incidente stradale. FTM si è comprato una delle prime automobili circolanti a Milano ma non ha ancora la padronanza del mezzo, e per schivare due ciclisti sprofonda nel Naviglio. Viene ripescato mentre inneggia alla Velocità... solo trent'anni dopo confesserà di essersi preso un autentico spavento. (Tesi forte: il futurismo come sindrome post traumatica).

11. Nascita di un altro -ismoAl di là della leggenda, comprare uno spazio su un quotidiano per reclamizzare l'ennesimo nuovo movimento poetico dotato del suffisso -ismo era a quei tempi prassi piuttosto comune. La nascita del movimento fu comunque tormentata: a un certo punto ci si mise di mezzo anche il terremoto di Messina.

12. Un fiasco colossale
La prima uscita pubblica del nuovo movimento poetico è la messa in scena di un testo teatrale scritto in gioventù, confusionario e irrappresentabile: una miscuglio tra Ubu Roi e Shakespeare, con principi e re che si mangiano e vomitano a vicenda. Marinetti non bada a spese, prenota l'Opera di Parigi e la stessa compagnia teatrale che aveva portato sulle scene l'Ubu Roi; il risultato è un fiasco talmente smisurato che lo stesso FTM decide di farsi vedere dal palco mentre fischia i suoi attori. Nasce così la “voluttà d'esser fischiati”: da qui in poi i futuristi saranno quelli che vanno in scena a prendersi gli ortaggi. Ma qui bisogna ripristinare la verità storica: all'inizio FTM avrebbe voluto prendersi abbracci e baci, imparare ad afferrare pomodori e arance al volo fu un modo di fare buon viso al cattivo gioco.

13. Attento a quel revolver
Frattanto in Italia i poeti arruolati da FTM dimostrano di non aver capito molto bene quello che il loro caposcuola ha in testa, e di preferire gli ozi della villeggiatura al rombo della macchina da corsa. L'unico un po' violento è un certo Lucini, autore delle Revolverate, che però ha il torto di voler guadagnare qualcosa con le sue poesie e non capisce il marketing aggressivo di FTM, che regalando il suo volume a destra e manca non ha molte percentuali da corrispondergli a fine mese. Lucini sarà il primo transfuga dal movimento: ce ne saranno molti altri.

14. Mafarka, il pornofuturista
Il secondo tentativo futurista di FTM è un romanzo africano, un fumettone fantascientifico (con inserti pornografici) dove l'autore finisce per uccidere il fratello, giacere con la madre e partorire un uccello dalle ali metalliche (Jodorowsky, nasconditi): il tutto proprio mentre a Vienna Sigmund Freud sta riflettendo sul mito di Edipo. In Francia è un altro flop, ma in Italia offre a FTM un primo quarto d'ora di popolarità grazie a un processo per oltraggio al pudore.

15. In aereo col PapaC'è un altro problema: mentre FTM insisteva con le sue macchine rombanti, in Francia e negli USA hanno inventato l'aeroplano. D'Annunzio l'ha già provato, ma lui no, e la cosa lo tormenta. Per consolarsi scrive L'aeroplano del Papa, dove s'immagina di pilotare un monoplano dall'Etna fino a Trieste, con una tappa al Vaticano, dove con un gancio rapisce il Papa e va a gettarlo contro l'esercito austriaco. È il primo bombardamento aereo della storia della letteratura.

16. Arrivano i pittori
Fino al 1911 il Futurismo non era quell'esplosione di colori che siete abituati a vedere sui cataloghi; si trattava soltanto di un gruppetto di poeti che scriveva volumi di versi liberi. Sono Boccioni, Balla e Carrà ad avvicinare Marinetti, proponendogli di estendere il futurismo alla pittura. FTM accetta, e viene travolto da una rivoluzione che lui stesso fino a quel momento non si era sognato. Di fronte alle sperimentazioni dei pittori, i suoi versi liberi improvvisamente gli sembrano piatti e banali.

17. Il mecenate volante
Per qualche tempo FTM si trasforma nell'agente di Boccioni & co.; percorre tutta l'Europa cercando di imporre i suoi protetti a un pubblico meno provinciale di quello italiano; si misura con cubisti francesi e cubofuturisti russi. Nel frattempo, in Italia, i vecchi poeti versoliberisti si sentono snobbati.

18. L'odore della guerra
Scoppia la guerra di Libia, e mentre Mussolini il pacifista cerca di bloccare i treni, FTM decide di partecipare come reporter. La guerra vera si rivela tutt'altra cosa rispetto a quella immaginata nei poemi; FTM capisce che bisogna cambiare tutto. Il futurismo, almeno quello letterario, va abbattuto e rifatto da capo.

19. Botte a Firenze
Una stroncatura dei quadri futuristi, firmata dal cubista fiorentino Soffici, offre alla nuova gang futurista l'occasione di organizzare la sua prima spedizione punitiva. Grazie alla soffiata del perfido Palazzeschi, Soffici viene bastonato, ma reagisce. Alla fine si metteranno d'accordo, e Marinetti si offrirà perfino di aiutare economicamente una rivistina di Soffici e Papini, Lacerba. Diventerà la più importante rivista d'avanguardia italiana, apprezzata da Gramsci e Mussolini.

20. Nel fondo della polveriera
L'esperienza libica ha lasciato a FTM una gran voglia di emozioni forti; lo ritroviamo di nuovo reporter di guerra nei Balcani. Mentre cerca di tradurre i suoi appunti francesi in quella sintassi italiana che maneggia con fatica, FTM ha un'intuizione: perché darsi tanta pena? Nascono così le Parole in Libertà, slegate da ogni regola sintattica e ortografica. Il suo nuovo libro si chiama Zang Tumb Tumb, ed è uno sputo d'inchiostro contro qualsiasi estetica, anche quella degli amici futuristi. I critici hanno paura a leggerlo, e da cent'anni continuano a parlane più o meno bene citando sempre solo la stessa pagina: sempre più sbiadita, come certe fotocopie che hanno fatto il giro di tutta la scuola.

21. Paroliberi vs versolibristi
In effetti la nuova invenzione marinettiana entusiasma i compagni pittori, ma lascia piuttosto freddi i vecchi futuristi versolibristi. Mentre Palazzeschi esce dal movimento e comincia a tramare contro l'ex amico, Lacerba si riempie di rutilanti parole in libertà, che però affondano la tiratura. Andrà a finire che Soffici e Marinetti litigheranno di nuovo, e quest'ultimo dovrà pagarsi un altro gruppo di futuristi fiorentini.

22. La guerra in bicicletta
Le polemiche tra fiorentini e milanesi si spengono all'improvviso con l'entrata in guerra: FTM anima da subito il movimento interventista, con parole d'ordine sinistramente simili a quelle usate dai neocon un secolo dopo. Nel mirino, la vecchia sinistra socialista e pacifisteggiante della generazione precedente. (Nel frattempo, nella redazione dell'Avanti, il direttore di belle speranze si strugge: restare coi vecchi arnesi o passare al nuovo che avanza?) Quando la guerra finalmente scoppia, FTM si arruola nel corpo dei volontari ciclisti con Boccioni, che muore quasi subito. Viene ferito, decorato e congedato. Si arruola di nuovo.

23. Futurista e gentiluomo

Durante una degenza in un ospedale da campo, detta un librettino dal titolo Come si seducono le donne che costituisce l'ennesima svolta futurista: dalle parole in libertà ai manualetti di seduzione. Il fatto è che l'ufficiale Marinetti non pensa più a un pubblico di artisti d'avanguardia, ma ai fantaccini delle trincee che tra un'offensiva e l'altra vorrebbero leggere qualcosa di piccante. Il futurismo esce dalla storia della letteratura ed entra nella storia del costume: a Napoli i giovinastri scapestrati si fanno chiamare “futuristi”, sono i paninari del 1916.

24. La guerra dei cannoni
Diventa un provetto artigliere e partecipa a qualche offensiva sull'Isonzo, ma c'è qualcosa che non va. Scrive appunti deliranti sul pene di Rasputin e sulle proprietà afrodisiache della radioattività. Durante le licenze ha un'attività sessuale parossistica, con veri e propri casi di esibizionismo dai palchi dei teatri. Nello zaino tiene un enorme fallo di legno che un amico ha rubato per lui in un bordello. La rotta di Caporetto lo ferisce come una mutilazione. Mentre i suoi appunti si riempiono di fantasie di tortura, a Vienna il solito Freud sta riflettendo su coazione a ripetere e principio di morte.

25. La guerra in autoblindo
Dopo Caporetto diventa pilota. Nella notte di Vittorio Veneto sogna di giacere con l'Italia unita nell'alcova d'acciaio della sua autoblindo. Nel frattempo nei porti le chiglie delle navi vengono decorate da linee mimetiche di gusto futurista, mentre gli studiosi austriaci, analizzando le lettere dei prigionieri italiani, vi trovano gran copia di errori di sintassi ed espressioni futuriste. Che la guerra abbia davvero trasformato futuristicamente l'Italia?

26. Marinetti il picchiatore
Nel dubbio, FTM pensa di poter fare la rivoluzione. Trasforma il futurismo in partito e scrive un trattato politico rivoluzionario, Democrazia futurista. In attesa di una svolta futuristica punta nei tempi brevi su Benito Mussolini, l'ex socialista del Popolo d'Italia con una malcelata invidia per gli eleganti cappotti di FTM. Per tutto il 1919 si dedica a disturbare le manifestazioni socialiste e popolari. Partecipando al rogo della sede dell'Avanti, inventa nientemeno che lo squadrismo! Arriva a Fiume pochi giorni dopo D'Annunzio (cappottando ancora una volta in macchina), ma se ne va, dice lui, per non mettere in ombra il Comandante (che non sapeva cosa fargli fare). In piazza San Sepolcro il minuscolo Partito Futurista si fonde coi Fasci di Combattimento; FTM si candida con Mussolini e Toscanini nella prima lista fascista milanese, prendendosi una solenne trombata.

27. “Politica un c.”
La notte delle elezioni vengono ad arrestare lui e Mussolini per possesso di armi da fuoco. Mussolini viene scarcerato in 24 ore; FTM resta in cella e comincia a temere che vogliano fargli la pelle. Lo liberano dopo tre settimane e lui decide di mollare la politica e rimettersi a scriver libri e organizzare mostre. Costringe i redattori del quotidiano romano pagato da lui a sospendere "il monotono e abbruttente rubinetto di articoli politici". "Nello stesso periodo comincia a uscire con una ragazza, Benedetta. La sposa in tempi brevi.

28. L'assemblea tumultuosa
Nel 1919 esce il suo ultimo grande volume di Parole in libertà, ritenuto da molti critici incomprensibili un capolavoro. Si tratta per lo più di macchie d'inchiostro, un test di Rorschach nel quale varie generazioni di critici hanno voluto riconoscere quello che stavano cercando in quel momento. È abbastanza divertente per esempio andarsi a rileggere le analisi che strutturalisti e post si facevano negli anni Settanta sulle suddette macchie: FTM diventava un anticipatore dell'informale, della pop art, di qualunque cosa tirasse in quel momento. In realtà, a guardarli con occhi di bambino, le macchie non sono così enigmatiche: per esempio, L'assemblea tumultuosa, una pagina piena di zeri in coda davanti a qualche grande “IO”, è un'istantanea tipografica di quello che stava succedendo nelle piazze italiane.

29. Benedetta e la stagione della bontà
Quando da Mosca Trotsky chiede a Gramsci un rapporto dettagliato sui futuristi italiani, lui risponde che è ormai è roba vecchia, e che FTM si è rincitrullito e preferisce passare il tempo con la moglie. C'è del vero: proprio negli anni in cui tutti i vecchi compagni reduci dalla guerra riscoprivano la famiglia e i valori (e si davano al neogotico o riscoprivano i lirici greci) Benedetta porta una relativa serenità nella vita impetuosa del marito. Insieme i due sposini inventano l'ennesima svolta improvvisa del futurismo: il tattilismo, una nuova dimensione artistica che privilegia il senso del tatto, ed esprime sentimenti fino a quel momento poco condivisi dai futuristi, come la “bontà”.

30. All'ombra delle bandiere rosse
Il fatto è che dopo la sconfitta del 1919 FTM sembra persuaso che i bolscevichi vinceranno anche in Italia; questo sembrano suggerire le bandiere rosse che incombono nel manifesto del Tattilismo e nel romanzo Gli indomabili (dove Marinetti si sfoga delle sue frustrazioni politiche sgozzando un personaggio sinistramente simile a Mussolini). Di conseguenza cerca di coprirsi a sinistra; al secondo congresso dei Fasci presenta una mozione 'suicida', contro la monarchia e il Vaticano, e appena viene sconfitto abbandona il partito. Nei taccuini ne parla in modo sprezzante. (Mussolini dal canto suo lo considera un “buffone”). La marcia su Roma lo coglie piuttosto impreparato.

31. L'ultimo fiasco a Parigi
Non importa, tanto ormai la politica non lo interessa più, lui è un grande artista di respiro europeo, l'inventore del Tattilismo. Prova a esportarlo in Francia, ma rischia che un controllore gli getti le tavole tattili dal treno. A Parigi poi il futurismo è roba vecchia, non si porta più: la nuova parola d'ordine è Dada... ma del resto, quando non aveva rimediato figuracce, a Parigi, Marinetti? Divenuto ambasciatore ufficioso della cultura fascista all'estero, Marinetti continuerà a rimediare fiaschi e gaffes in Europa per tutti gli anni Venti, prima di chiudersi in una sdegnosa autarchia.

32. Incompreso
Altro che rivalutare Marinetti nel 2009: negli anni Venti il poeta era molto meno stimato di oggi, non solo all'estero. Anche a Roma, dove si è trasferito, FTM non incassa il premio del suo frettoloso riallineamento al fascismo. In Italia ora è di moda il “Novecentismo”, una corrente di artisti e architetti d'interni promossa dall'attuale amante di Mussolini, la Sarfatti, FTM (molto meno sdegnoso del ritratto che ne fanno) ci prova anche, a fare del novecentismo, ma come al solito non ci riesce; alla fine gli “zang tumb” sono l'unica cosa che gli viene bene.

33. Il Duce di latta
Non gli resta che riorganizzare il movimento futurista accanto ai pochi discepoli rimasti: accanto ad alcuni geni (Depero), un'accozzaglia di terze file, hobbisti, avventurieri, tutti uniti nel culto del loro piccolo duce Marinetti, a cui a un certo punto (ed è solo una tra le varie, buffissime iniziative del periodo), erigono un monumento... in latta. Nella nuova lega finto-metallica viene anche pubblicata un'antologia degli immortali “aeropoemi” di Marinetti: qualcosa che sarebbe durato nei secoli, ben più dei polverosi libri di carta. Quel che è successo, è che le “lito-latte” futuriste si sono sbiadite e arrugginite molto prima dei volumi dell'eterno nemico, Benedetto Croce.

34. Un tram chiamato Marinetti
L'unica vera soddisfazione di quegli anni gliela dà l'America: non il Nordamerica industriale, da cui si tiene sempre a rispettosa distanza, ma il Sudamerica arretrato in cui durante una missione culturale viene finalmente salutato come il messia della modernità: assalti agli alberghi dove pernotta, calche nei teatri, e daranno il suo nome ai tram. Il segreto del futurismo del resto è tutto qui: è una scimmiottatura del futuro prodotta e apprezzata nei Paesi in via di sviluppo.

35. Accademico d'Italia
Proprio mentre FTM è ormai rassegnato a sopravvivere al suo mito (e anche al suo patrimonio, che comincia a esaurirsi), verso l'inizio degli anni Trenta accade qualcosa d'imprevisto: Mussolini si ricorda di lui. Negli anni romani il pragmatico ex socialista in bombetta si è trasformato: ora sogna di riplasmare il popolo italiano attraverso la guerra, trasformare Roma in una metropoli moderna e geometrica... man mano che si allontana dal contatto con gli italiani, comincia a ragionare sempre più da artista futurista; e quando si tratta di fondare l'Accademia d'Italia, ha in mente un solo nome: FTM.

36. Leopardi futurista (e maestro d'ottimismo)
Felice di poter finalmente essere utile a qualcuno, FTM dimentica in un istante le vecchie ruggini, indossa la feluca di Accademico e decide di rivisitare futuristicamente tutto la tradizione letteraria e artistica italiana: una contraddizione in termini, ma chi se frega? Ariosto diventa maestro di futurismo, Leopardi maestro d'ottimismo, e poi Leonardo, Piero della Francesca, Dante... ma FTM si rivolge anche ai suoi contemporanei, lanciando un'iniziativa che di recente è stata riscoperta: Lo Zar non è morto, un romanzo collettivo, scritto da dieci grandi scrittori (un capitolo ciascuno, e un concorso a premi per chi riusciva ad azzeccare gli autori di ogni capitolo). Di recente Mozzi lo ha trovato su una bancarella e lo ha fatto ristampare: pare che sia un precursore dei Wu Ming. Beh, perché no, se Leopardi è un maestro d'ottimismo.

37. Il richiamo della Savana
Quando Mussolini dichiara guerra al Negus, FTM ha sessant'anni, ma si offre volontario: è l'occasione per ricongiungersi al continente madre, e violentarlo. Cercano di metterlo nelle retrovie, ma si ritrova ugualmente assediato a passo Uarieu. La vittoria gli toglie vent'anni di vita: torna in Italia ringalluzzito e annuncia che Joyce e Proust, coi loro monologhi indiretti liberi, hanno soltanto copiato i suoi vecchi manifesti. Si fa dare un programma radiofonico, e diventa la barzelletta dell'Eiar. Si crea dei nemici: Starace lo fa silurare.

38. La lista di Marinetti
Le leggi razziali sono l'ultima occasione per dimostrarsi un gentiluomo. FTM le avversa apertamente, dando voce a un dissenso che solo personaggi nella sua posizione potevano permettersi. Più tardi, dopo l'otto settembre, farà qualche suo tentativo di imboscare oppositori ed ebrei.

39. Disperso in Russia
Sempre più fascista e mussoliniano (proprio quando gli italiani si stanno rapidamente stancando), riesce a partire volontario anche per la Russia. Stavolta però non vede il fronte: smarrito nelle retrovie, si aggrega a un ospedale da campo, non racconta più di esplosioni ma di paesaggi e crocerossine. Sta diventando umano, fuori tempo massimo.

40. L'ultimo quarto d'ora
Torna in Italia in fin di vita, e ha il tempo di assistere al crollo dell'Italia a cui aveva creduto, e di preoccuparsi per la sorte di moglie e tre figlie. Non abbandona Mussolini a Salò (anzi lo assilla), e muore affaticato una mattina dopo aver dettato la sua ultima poesia, il Quarto d'ora di poesia per la X Mas: giusto per ribadire, con l'ultimo fiato, da che parte stava. Dopo la liberazione qualcuno scrive sull'Unità che era stato 'il più simpatico dei gerarchi': potremmo ricordarlo anche così. Ma alla fine su tutte le immagini prevale quella del buffone: un buffone serissimo, alla Buster Keaton, smarrito tra ingranaggi e impalcature moderne che lo attirano, ma di cui non è che capisse poi molto.

lunedì 20 luglio 2009

La festa è finita

Le notti di Silvio

Oggi, leggendo da qualche parte, scopro che la notte delle elezioni USA Berlusconi era atteso da non so quale fondazione italo-americana, per far nottata assistendo in diretta allo spoglio delle schede. E invece ha passato tutta la notte nel lettone di Putin.

Di fronte a dettagli del genere scatta, più inattesa di un'erezione in un settantenne, un moto d'istintiva simpatia. No, ma c'è qualcosa di più vacuo e noioso di una notte elettorale, con i poll che non ci beccano mai, le proiezioni, e il Tal Stato è rosso mentre quell'altro è Blu, ma forse non è proprio Blu, diciamo allora che è fuxia...e l'Ohio sempre in bilico... e Silvio dov'è? È a casa che ciula, dovreste provarci anche voi. Non è necessariamente più produttivo di stare tutta la notte alzati a ricamare intorno a dati statistici in costante evoluzione, ma diamine, è senz'altro più divertente, più umano, in un certo senso persino più dignitoso. Tanto poi al sorgere del sole i risultati definiti arriveranno, e saranno uguali sia che li abbiate vegliati tutta la notte, sia che l'abbiate passata ciulando serenamente.

***

Io teoricamente Berlusconi dovrei odiarlo, no? In effetti lo odio. Non è una novità. Non è neanche una cosa di cui vantarsi e infatti non me ne vanto.
È un odio che mi accompagna da talmente tanti anni che non mi ricordo neanche esattamente come cominciò – ho dei ricordi distinti di me che odia Berlusconi prima ancora che si desse alla politica, prima del Milan, quando le sue uscite pubbliche erano relativamente poche, eppure già avevo capito che andava odiato. Forse perché m'interrompeva i cartoni con disgustose pubblicità della Barbie? Questo, se da un lato mi fa pensare che avevo un bell'intuito (a 10 anni più sveglio di Montanelli!), dall'altro getta luci su un'adolescenza vissuta all'ombra di pregiudizi e manicheismi asfissianti. Devo essere stato una personcina ben insopportabile, coi miei odi a pelle ma indelebili.
È un odio che è invecchiato con me. È come l'affetto per le persone care – e il rancore per chi mi ha fatto male – un sentimento che ormai si dà per scontato, non riflette più su sé stesso, semplicemente c'è. E se un giorno scomparisse? Berlusconi, da parte sua, non scomparirà: al massimo morirà, ma il mito continuerà e ci saranno eredi, ci ho riflettuto molto e non credo che cambierà molto nel mio universo affettivo.

È un odio che per non stingere (come tutti gli altri odi degli anni Ottanta, per dire, odiavo anche Madonna: adesso mi dà appena un po' fastidio) si è nutrito di tante incarnazioni di Berlusconi, che anche se sembra uguale cambia ogni giorno un po' (pur mantenendosi nell'orbita eclittica del mio Odio): così abbiamo avuto il Berlusconi palazzinaro e il Berlusconi monopolista televisivo; il Berl. milanista e il Berl. socialista; il Berlusconi Presidente formato Nuovo Miracolo Italiano, ancora molto più simile a un piazzista tv che un politico, e il Presidente Operaio di sette anni dopo che se andate a vedere da vicino è tutto diverso. Poi c'è stato il Presidente Gaffeur, il Presidente che scivolava senza cadere sul g8 di Genova (a ripensarci, uno che sopravvive a tre giorni così può fare qualsiasi cosa, compreso mandare le escort ai ministeri: anzi, io sono convinto che molte escort siano persone sveglie che messe alla prova possano senza dubbio fare meglio di uno Scajola o di un Frattini).
Per finire col Berlusconi puttaniere. Però, lo devo dire, sarà l'età mia e sua, e una certa sensazione di fine partita – non mi sono mai sentito così poco sincero nel mio odio.

Forse sento il rischio di finire bigotto. Un settantenne schiavo del sesso ha già, dovrebbe avere, tutta la riprovazione del mondo, senza bisogno di un mio contributo. Soprattutto le lettrici faranno fatica a capire perché, se odiavo tanto il B. che si faceva compatire a Bruxelles per una battuta infelice, quello che si fa incastrare da un'entraineuse rischia di finirmi simpatico.

Fatto è che in tutta questa storia ormai B. appare come una vittima del Berlusconismo, più che l'artefice. Un cane di Pavlov che quando sente la campanella è condizionato a desiderare: più canali, più voti, più ville, più gnocca, sempre più, fino all'autodistruzione; nel frattempo la campanella ha smesso di suonare ma ormai non cambia. E chi sono io per giudicare. Solo un altro cucciolo di batteria, in una fase meno avanzata dell'esperimento. Addirittura ieri, leggendo che B. medita di chiudere Villa Certosa e fare un pellegrinaggio da Padre Pio, mi sono sentito in pena per lui. Ecco, ho trovato qualcosa di più noioso di una vigilia elettorale: un pellegrinaggio a S. Giovanni Rotondo. Ha deciso di "cambiare vita"; ma può davvero? E che vita lo attende? Un uomo a quell'età, con quel bagaglio di esperienze; con la sua corte dei miracoli che lo segue... Certo, si tratta semplicemente di essere più discreti, ma è proprio questo il punto. Più che il sesso, a B. serve l'ostentazione; la discrezione lo ucciderà. Cosa c'è di più triste della smorfia che fa B. quando cerca di restare serio? B. da Padre Pio: e io, che non sono mai stato un festaiolo in vita mia, mi sento quasi in pena per lui. Come se ci dovessi andare io. La festa è davvero finita, ora bisogna vendere il Presidente Bigotto alle vecchiette.

(Nel frattempo – bisogna dirlo – il Berlusconi Puttaniere è un soggetto politico pericoloso. È quello che dà via libera alle ronde e al reato di clandestinità, perché la Lega ci tiene tanto e del sostegno della Lega ha bisogno più che mai).

mercoledì 15 luglio 2009

A destra imbecille

Contro il CoCheStaFisso

Il tratto dell'A1 tra il bivio con la A22 (Brennero) e la A14 (Adriatica), in pratica tra Modena e Bologna, è il perno autostradale d'Italia. Se riesci a guidare qui, dovresti farcela ovunque (Salerno – Reggio Calabria esclusa, quella meriterebbe una patente a parte).

Detto questo, fino a qualche anno fa le regole erano molto chiare: con tre corsie, e il limite teorico dei 130, guidare un'autovettura consisteva sostanzialmente nel dribblare i camion che si affacciavano continuamente nella corsia centrale per superarsi a vicenda, con stacchi millimetrici. Questo portava spesso anche i conducenti di vetture modeste, come la mia, oltre la soglia della terza corsia, dove il limite teorico veniva ovviamente rivisto all'eccesso. Ma anche una più che accettabile media dei 150 non ti metteva al riparo dallo sfanalìo selvaggio dell'Audi nERA aSSASSINA mALEDETTA bAstarDA non mi AVRai. (Scusate).

(Per quanto posso, cerco di tenere questo blog lontano dalle mie ossessioni personali. Non vi ho mai presentato i miei amici immaginari, compreso Snupi che insiste tanto, zitto Snupi, non vedi che sto scrivendo; dei miei incubi ricorrenti in cui vengo assunto dal Ministero della Pubblica Istruzione con contratto a tempo indeter... ah no, questa è la realtà, scusate; e non vi avevo mai parlato dell'Audi Nera Assassina. Perché anche se non si trattasse di una mia paranoia, anche se effettivamente fosse provato che c'è un'Audi Nera che vuole uccidermi là fuori, oppure una congiura di Audi Nere che mi vogliono fare la pelle appena metto il naso fuori di casa, ebbene, sarebbero comunque fatti privati. Se poi qualche conducente di Audi Nera volesse spiegarmi cosa ho fatto di male a lui o a tutta la categoria, insomma il motivo per cui devo morire di morte violenta speronato da un'Audi Nera, ecco, l'indirizzo è qui di fianco, dico sul serio, m'interessa).

Dov'ero rimasto. Ah sì: tra la seconda e la terza corsia. Più che una posizione, una metafora sociale: quello che ci prova, che sta andando a Bologna a dare esami o ritirare prestigiose pergamene, quello che potrebbe anche fare i 150 se volesse, ma non vuole, anche perché finirebbe spappolato tra le Audi e le Alfa di chi è già arrivato (che per essere già arrivati comunque corrono parecchio). E allora, quando lo sfanalano, con certi lampi al calor bianco, gli tocca accodarsi tra i tir dei camionisti rumeni allo sbaraglio, che fanno i cento in corsia di mezzo e a momenti si toccano. Tra seconda e terza corsia, lo slalom del borghese precario. Ma questo è un post che avrei dovuto scrivere cinque anni fa. Prima di Lunardi.

A proposito: che fine ha fatto Lunardi? E l'azienda di sua moglie, quella che vinceva gli appalti? Non se ne sente più parlare.

Con Lunardi arrivò la quarta corsia, e il dribbling tra i tir e le Audi Assassine diventò un gioco più complesso. Ma la vera svolta è arrivata più o meno da un anno a questa parte, ed è il tutor: quell'aggeggio inquietante per cui oggi, anche se hai un'Audi devi fare lo stesso i 130. Cioè, se ai un'Audi Nera Assassina al limite farai i 140 – secondo me sotto i 140 all'Audi Nera Assassina si spegne il motore – ma non più dei 140.

E quindi, pensateci bene: adesso abbiamo quattro corsie, ma andiamo tutti più o meno alla stessa velocità (tir compresi). Il paesaggio autostradale ne risulta radicalmente mutato. Prima la seconda corsia era la terra di nessuno tra la colonna dei tir e la Nürburgring delle Audi Nere Assassine. Oggi immettersi nell'A1 a Borgo Panigale è come entrare in un vagone delle ferrovie: prendi il tuo posto tra degli sconosciuti, e che ti piacciano o no ti tocca starci vicino, strusciandoli e urtandoli finché non arrivi a casa.

Eppure, anche in questo quadro radicalmente mutato c'è qualcosa, c'è qualcuno che non è cambiato, che non poteva cambiare, che non cambierà mai, ed è lui: come chiamarlo? C'è solo l'imbarazzo: imbecille, pirla, coglione, ma tutte queste garbate perifrasi non chiariscono il concetto, e allora lasciatemi usare i trattini per introdurre Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-centoventi.

Io ho una tesi su di lui. Secondo me è tutta colpa sua. Di cosa? Di tutto. Sapete tutte quelle tabelle che dicono che l'Italia è il Paese europeo meno avanzato in fatto di xxxxxxxx? È colpa sua, e di chi gli ha dato la patente.

Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-120, quando le corsie erano solo tre, si chiamava semplicemente Colui-che-sta-fisso-in-seconda-corsia-ai-100. Non che fosse meno pirla, anzi. Nel quadro testé descritto, in cui la prima corsia era perennemente occupata da una fila ininterrotta di tir e la terza era zona di caccia delle Audi Nere Assassine; in una situazione in cui l'unico spazio che consentiva un minimo di mobilità sociale era la seconda corsia, cosa c'era di peggio di trovarla occupata da un pirla col piede bloccato fisso sui 100? Sorpassarlo a destra? Illegale (e pericoloso). Scavalcarlo a sinistra? Il modo più sicuro per finire inchiodati al cofano dell'Audi Assassina appollaiata all'angolo cieco del tuo retrovisore.

Quel che è peggio, con Co-Che-Sta-Fisso eccetera, è che crede di aver ragione. È convinto di avere il Codice della Strada dalla sua. No, non si tratta soltanto del Codice – è qualcosa di più interiore, una Legge Morale, un imperativo kantiano, un Dio presbiteriano che fa finta di niente ma sta preparando un inferno aguzzo e rovente per quelli che osano arrivare ai 140, mentre fontane di latte e miele già sgorgano nell'Eden per Colui che tiene fisso l'acceleratore ai 100 in seconda corsia. Intorno a lui è tutto uno sfrecciare di cartelli elettronici SERRARE A DESTRA – TENERE LA CORSIA DI DESTRA – LA DESTRA, IDIOTA!!! LA TUA MIGLIORE AMICA, DEFICIENTE!!!, ma lui non se ne cura. Se ogni tanto qualcuno, nel tentativo di sorpassarlo, finisce tamponato, la colpa non è certo sua. La colpa è di quelli che non rispettano i limiti e guidano male, mentre io prendo la mia bella corsia di centro e non la cambio mai, vedi? Ecco, ciò che me lo rende più insopportabile di centinaia di assassini neri in Audi è il suo fariseismo. Gli assassini almeno lo sanno, che sono cattivi. Lui no, lui è convinto di essere buono. Guardalo, come mantiene la sua andatura costante in un mondo di peccato e perdizione che gli sfreccia intorno.

Prima di Lunardi aveva almeno una scusa: serrare a destra, con tutti quei tir, era effettivamente un lavoraccio. In effetti a quei tempi, per trovare il Co-Che-Sta-Fisso ideale dovevi aspettare la domenica. Ma ora, con quattro corsie, qual è il tuo problema? Stai andando ai centoventi, c'è gente che va un po' più veloce di te, alcuni persino legalmente: perché non li lasci passare? Cosa vuoi dimostrare? A furia di chiedermelo mi sono dato anche delle risposte.

Ecco, può darsi che sia un mio pallino, ma credo che sia un problema sociale. Il Co-Che-Sta-Fisso di solito ha una macchina dignitosa. Una famigliare, un SUV, un'utilitaria ma appena uscita, e tirata a lucido. Il Co-Che-Sta-Fisso ha una certa percezione di sé. È uno che sta bene. O perlomeno vuole che gli altri lo pensino di lui. Ecco, il Co-Che-Sta-Fisso, con la sua percezione di sé stesso benestante, nella corsia dei Tir non ci vuole proprio andare. Anche se certi Tir vanno più forte – ma non è una questione di velocità (per lui). È una questione di decoro. Io sono italiano, io sono ceto medio, io lavoro pago e pretendo e nella corsia delle merde non ci vado. Piuttosto mi pianto in mezzo e blocco tutto il traffico, nel bel mezzo del perno autostradale italiano.

Dopo un po' uno si stanca anche di odiarli, e comincia a sorpassarli. A destra, sissignore, come in America. Ma lentamente, affiancandoli, per dare loro il tempo di guardarti e giudicarti. Quello che stai facendo, secondo loro, è Molto Sbagliato. In realtà per il codice non è nemmeno sanzionabile (solo il sorpasso a zig-zag dovrebbe essere proibito), ma del resto è lo stesso codice che prescrive di ritornare alla corsia destra, cosa c'entra con le regole vere?

Le regole vere le fa la società. E la società non può mica costringerci a mescolarci coi Tir. Noi siamo ceto medio. Ancora per quanto non si sa, ma abbiamo ancora la macchina nuova, la magliettina firmata, lo stereo con la summer compilation, noi arranchiamo ma restiamo in mezzo. È il nostro posto, ci siamo nati, non schiodiamo. Il futuro può suonare e sfanalare finché vuole: dietro, in coda. Noi non cederemo. Noi tireremo dritto.

giovedì 9 luglio 2009

Anche tu costituzionalista!

Quando ero piccolo ricordo che avevamo la Costituzione: sacra, inviolabile, scritta col sangue dei martiri antifascisti. Nessun dubbio che il nostro testo costituzionale fosse come il campionato: il Più Bello Del Mondo.

Tante cose sono cambiate, e oggi la Costituzione è più simile alla formazione della nazionale: saremmo capaci tutti di scriverla meglio, vero? Dai, suggerisci anche tu la tua riforma costituzionale a capocchia.

Per esempio, questa pagina è un luogo molto interessante, dove si possono trovare proposte politiche concrete – e poi, ogni tanto, qualche riforma costituzionale a caso, di quelle che vanno di moda adesso. Ne prendo due che trovo emblematiche di un certo atteggiamento spensierato nei confronti della nostra carta dei diritti e dei doveri: il Senato Delle Regioni e l'Abolizione del Quorum nei referendum abrogativi.

1) Il Senato delle Regioni
Tutti lo vogliono. È una cosa che fa tanto federale, tanto USA, e poi insomma che senso ha tenersi due camere se nessuna delle due è federale? Ecco quindi trovato un modo per diventare subito più federali: trasformiamo il vecchio e polveroso Senato della Repubblica in una camera all'Americana coi seggi ripartiti su base regionale.
C'è solo un piccolo problema: che da questo punto di vista il Senato della Repubblica è già federale: vedi l'articolo 57, che recita “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale [...] Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. La ripartizione dei seggi tra le Regioni, [...] si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale”.

Il punto è che di solito i federalisti de noantri non si accontentano che le circoscrizioni ricalchino i confini regionali (del resto che altri confini dovrebbero ricalcare)? No, e a volte lo dicono apertamente: loro vorrebbero una cosa come il Senato degli Stati Uniti: due senatori per Stato, totale cento senatori, e amen. Certo, un bel risparmio. Volendo mantenere il numero di cento, basterebbe assegnare cinque senatori a ogni regione.
Se poi provi a chiederglielo: ma sul serio vuoi assegnare alla Val d'Aosta (centomila abitanti) lo stesso numero di senatori della Lombardia (dieci milioni)?, loro rispondono che no, la Val d'Aosta non conta. Probabilmente non conta neanche il Molise. Però le altre regioni sì: le altre regioni dovrebbero eleggere lo stesso numero di Senatori, perché... perché gli americani fanno così, e guarda che bella democrazia che hanno.

Io ora non voglio entrare nel merito degli Stati Uniti. Se in duecento anni non hanno mai pensato di cambiare le regole per cui un cittadino della California (36 milioni di abitanti) conta al Senato settantadue volte meno di un cittadino del Wyoming (500mila abitanti) saranno anche fatti loro. Ma dev'essere un problema nostro? Chi propone un Senato del genere sta chiedendo agli elettori della Lombardia (10 milioni di abitanti) di contare sedici volte meno degli elettori della Basilicata (600mila abitanti). Undici volte meno degli umbri (900mila abitanti). Quasi la metà dei campani (6 milioni).

Secondo voi il federalismo consiste in questo? Pensavo avesse a che fare con un maggiore decentramento amministrativo. Invece il primo risultato di un “Senato delle Regioni” organizzato in questo modo sarebbe ridurre in maniera drammatica la rappresentanza delle regioni più popolate. Per fare un esempio: in questo momento l'Italia settentrionale (Emilia Romagna inclusa) è rappresentata da 136 seggi su quasi 300 (al netto di senatori a vita e circoscrizione estero). Questo dovrebbe rispecchiare il fatto che in alta Italia vivono quasi la metà degli italiani, 27 milioni circa. Bene, nel vostro “Senato delle Regioni” le 7 regioni del nord (Val d'Aosta esclusa) avrebbero soltanto 28 seggi, passando da “quasi la metà” a “neanche un terzo” dell'Assemblea. Una riforma così autolesionista perché non la lasciamo alla Lega?

Se gli americani hanno una rappresentanza così arbitraria, avranno i loro motivi, in parte dovuti alla forte dialettica tra le metropoli e l'immenso Midwest. Da noi avete mai sentito di un'analoga dialettica? L'Italia non è articolata in piccole regioni super-popolate e grandi distese disabitate. Viceversa, con una riforma del genere alcune zone (non solo del Sud) rischierebbero di diventare i “borghi putridi” dove con pochi voti ci si può guadagnare un seggio altrove costosisssimo. L'unica vera dialettica che ci divide è quella tra Nord e Sud, e da una riforma del genere il Nord avrebbe soltanto qualcosa da perdere. Bisognerebbe spiegarlo agli elettori leghisti – ma no, dobbiamo ancora spiegarcelo tra noi.

(Per inciso, le proposte parlamentari di riforma "in senso federale" del Senato contengono anche cose peggiori: ad esempio, si prevede che i senatori non vengano più eletti dal popolo 'sovrano', ma dai consigli regionali, seguendo l'esempio dell'antica e nobilissima democrazia, er, austriaca. Per dire cosa intendono, i nostri Riformatori della Costituzione, quando parlano di federalismo).

2) L'abolizione del Quorum
(No, ho già perso troppo tempo, ci torno un'altra volta. Solo un'anticipazione: se davvero pensate che si possa abolire il quorum nei referendum abrogativi SIETE DEI PAZZI SCATENATI E DOVETE ESSERE FERMATI SUBITO).

martedì 7 luglio 2009

Aussichten auf den Bürgerkrieg

Di ronda in ronda

Se chiedete ai nonni, forse qualcuno ancora si ricorda, di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada, non sapeva di chi fidarsi.
Certo, quando proprio le cose si mettevano male c'erano i Poliziotti. Si chiamavano col telefono, e a volte arrivavano, con le macchine le sirene le mitragliette – ma poi si mettevano a fare domande a tutti, così alla fine nessuno li chiamava volentieri.

Invece gli Uomini in Verde, quando cominciarono a venire, non facevano domande. Soltanto: tutto bene Signori? Possiamo esservi utili in qualche modo? Erano gentili, e non mostravano le armi. Si fermavano sempre al bar da Pino a prendere il caffè, e insistevano per pagarlo. Poi si mettevano a chiacchierare (di calcio, più che di politica) fino a mezzogiorno, quando si dirigevano verso la scuola. L'anno prima era morto un ragazzino, messo sotto da un pirata, così i Vigili non si erano lamentati troppo quando gli Uomini in Verde avevano cominciato a dare una mano col traffico. Inoltre, da quando erano arrivati, non si era visto più un solo spaccino del Magreb intorno alla scuola. Si capisce che i genitori fossero molto contenti degli Uomini in Verde – molti di loro presero anche la casacca, erano felici di dare una mano.

Poi ci furono le elezioni, e nel quartiere il partito degli Uomini in Verde vinse a man bassa.

Dopo le elezioni ci furono dei tagli, per via della crisi economica. Davanti alla scuola non c'erano più vigili, ma all'inizio nessuno ci fece caso. Tanto c'erano gli Uomini in Verde, ed erano capaci di dirigere il traffico quanto chiunque altro. Anzi, molti automobilisti del quartiere avevano più rispetto dei Verdi che dei Vigili, perché i Verdi ormai erano tutta gente del quartiere, che sapeva chi eri che mestiere facevi e dove parcheggiavi la macchina, così non era proprio il caso di fare gestacci al finestrino. Così, man mano che i semafori si spegnevano, il traffico rimase in mano ai Verdi, ma funzionava. Si facevano meno incidenti, la gente ci metteva più attenzione. Non era più come una volta, quando guidare in città era come schivare i birilli: adesso dovevi stare attento a chi ti osservava; guidare era tornato a essere un gioco di relazioni. Lo dicevano anche i sociologi: le Ronde ci hanno costretti a uscire di casa, a riprendere in mano la città. Gli Uomini in Verde vinsero anche le elezioni successive.

Però la crisi economica continuava, e molti onesti padri di famiglia cominciarono a chiamarsi fuori. Il fatto è che le ronde erano cominciate in sordina, come un dopolavoro per pensionati, e man mano erano diventate sempre più importanti. Fare un turno agli incroci poteva essere molto stressante, e anche se tutti ti dicevano grazie e votavano per il tuo partito, ugualmente dopo un po' cominciavi a sentirti un pirla a farlo gratis. Alla fine restarono soltanto i più esaltati, e i disoccupati: e quest'ultimi (alcuni dei quali magrebini) ormai le ronde le facevano soltanto intorno alla villetta dell'Assessore alla Sicurezza, quello eletto coi voti degli Uomini in Verde. Costui alla fine riuscì a sbloccare qualche fondo, ma erano briciole.

Nello stesso periodo un odioso piromane cominciò a dar fuoco alle automobili del quartiere, una ogni notte. A quel tempo ormai la Polizia non aveva più compiti di sorveglianza: in base al principio di sussidiarietà si dava per scontato che a queste cose ci pensassero le ronde. Anche gli Uomini in Verde ritenevano che la cosa fosse affar loro; soltanto chiedevano ai residenti del quartiere di contribuire alle spese per la vigilanza notturna. Così fu organizzata una colletta: gli Uomini in Verde passavano di casa in casa, e ciascuno dava secondo la sua necessità.

Fu una gara di generosità davvero commovente: tutti diedero qualcosa. Solo Pino, il titolare del bar, non volle partecipare, per via di una vecchia bega col boss degli Uomini del quartiere, un vecchio conto da saldare. Beh, sì, certo, era capitato spesso al boss di offrire da bere ai suoi uomini, al termine di un turno faticoso, e tante volte aveva detto “segna sul conto”: sempre in attesa di quei maledetti fondi che non arrivavano mai, ma la colpa di chi era? Comunque se Pino non voleva pagare per la vigilanza, per la protezione, era un suo diritto, erano fatti suoi.

La colletta fu un successo: nessuna automobile prese più fuoco nel quartiere. Un mese dopo tuttavia fu il bar di Pino ad andare in fiamme.
I famigliari gli sconsigliarono di chiamare la polizia. Cercarono anche di convincerlo ad accettare la generosa offerta del Boss, che voleva rilevare le macerie del bar per installarci un Circolo Ricreativo degli Uomini in Verde. Pino però era una testa dura, e aveva contatti in altri quartieri. Vendette la licenza a un suo lontano parente, e sloggiò. Il bar, trasformato in Ristorante, riaprì due mesi dopo, con certe ceffi dentro che nessuno aveva mai visto in zona. Quando gli uomini in casacca verde provarono a entrare, furono cortesemente accompagnati alla porta con qualche colpetto di manganello alla nuca. Questo rese chiaro a tutti che gli Uomini in Nero avevano messo piede nel quartiere.

Gli Uomini in Nero non avevano mai avuto una grande presenza in zona, ma in altri quartieri erano maggioranza. Si raccontavano cose favolose e un po' orribili sui quartieri gestiti dai Neri: scolaresche al passo dell'oca, stranieri segregati eccetera, ma in gran parte erano leggende. Certo, avevano un'organizzazione un po' più militare, e questo in certe situazioni poteva servire. Per esempio, il Comandante Nero a cui era stato affidato l'ex bar di Pino era un fine stratega e sapeva che lo scontro frontale coi Verdi, per il momento, era fuori discussione. Bisognava andarci piano; così quando seppe dell'increscioso incidente andò pubblicamente a chiedere scusa al Boss dei Verdi, e lo invitò anche al ristorante, a bere alla sua salute e a sue spese. Il Boss ci andò; rifiutare l'invito l'avrebbe messo in cattiva luce, bisognava dimostrare di aver coraggio.

Quel pomeriggio, mentre il boss dei Verdi brindava nel locale dei Neri, ci fu una rissa davanti alle scuole. Una squadra di Uomini in Nero circondò tre magrebini in casacca verde che spacciavano. Questo era quello che facevano per vivere, da sempre: prima in borghese, poi, adeguandosi allo spirito dei tempi, in casacca verde. Inchiodati dalle prove fotografiche (e al vecchio semaforo in disuso), i tre spaccini fecero crollare l'indice di gradimento degli Uomini in Verde nel giro di una mezza giornata. La raccolta fondi porta a porta cominciò a fruttare meno: anche se nessuno osava rifiutare un obolo, quasi tutti piangevano miseria, trovavano scuse, scucivano spiccioli. Il boss Verde era già l'ombra di sé stesso, quando, una settimana dopo, girando la chiave della macchina saltò in aria. La raccolta fondi fu temporaneamente sospesa. Un mese dopo ci furono le Comunali e gli Uomini in Nero, a sorpresa, s'imposero nel quartiere.

La loro raccolta era molto più scientifica: si trattava anche per loro di dare ciascuno secondo le proprie possibilità, ma queste possibilità erano calcolate in base alle dichiarazioni dei redditi, grazie alle talpe che gli Uomini in Nero avevano nell'Ufficio Entrate. Tanto che in un certo senso la dichiarazione era meglio farla al sindacato degli Uomini in Nero, così i soldi per la protezione li detraevi direttamente dalle imposte. Insomma, da un punto di vista burocratico il progresso era innegabile. I verdi erano sempre stati dei simpatici cialtroni in questo senso.

Il guaio dei Neri era la loro fissa col colore della pelle. Il quartiere era multietnico da quasi mezzo secolo; e questa idea che le ronde spettassero solo ai bianchi non passava. Era un vero e proprio boomerang; i ragazzetti con la pelle scura, che fino a pochi anni prima avevano potuto scegliere se spacciare o fare le ronde, ora dovevano per forza mettersi a spacciare. Nel giro di sei mesi il parcheggio della scuola divenne una delle principali piazze di smercio della città. La gente cominciò a brontolare. Il Comandante Nero non ci badava. La gente cominciò a sussurrare che il Comandante Nero ci prendesse delle percentuali, in contanti e in polvere purissima. Il Comandante mandò una squadraccia a pestare gli spaccini. Tornarono alla base col manganello fra le gambe. Cos'era successo?

Era successo che il comandante Nero aveva sottostimato il problema. Il parcheggio della scuola era diventato una piazza talmente interessante da attirare l'attenzione della gang Morales, una banda di narcotrafficanti di origine andina con ramificazioni in tutto il mondo, che finanziava la Revolucion Permanente vendendo droga ai viziati occidentali. Il core business dei Morales erano ovviamente i derivati della foglia di coca, di cui detenevano praticamente il monopolio nel lato nord della città: fornitori ufficiali del Sindaco, fronteggiarli era fuori discussione. Non solo, ma lo stile di vita libertario e lassista della gang stava facendo presa sulle giovani generazioni, che dopo pochi anni di marce e saluti romani ne aveva già abbastanza. La gang aveva anche un suo braccio politico, la lista rossa Izquierda y Libertad. Per quanto in crescita, difficilmente avrebbe potuto imporsi le elezioni, a meno che... non si fosse alleata coi Verdi.

Fino a qualche anno sarebbe sembrato impossibile, ma la politica ti porta a letto con strani compagni. Con l'aiuto dei Morales, la circoscrizione tornò in mano ai Verdi. Il loro capo, fratello minore del Boss esploso, fece giusto in tempo a prestare giuramento: un cecchino dei Neri lo centrò da un cornicione. A quel punto i Morales fecero una chiamata intercontinentale. Qualche giorno dopo il comandante Nero, accerchiato nel privé del suo ristorante, sollevò il capo da un vassoio di coca e vide sugli schermi a circuito chiuso che gli uomini della sua sorveglianza venivano strangolati da... incursori della marina boliviana? Oh, beh, “Me ne frego”, pensò lui: imbracciò il suo bazooka, spalancò la porta e...

“Qui c'era un ristorante, dieci anni fa”.
“Io mi ricordo un bar”.
“Il bar di Pino. Poi è andato a fuoco, e al suo posto ci hanno fatto una villa. E ora questa... questa voragine”.
“È stato un missile terra-terra, due anni fa. I Verdi stavano facendo una convention, una specie di rito celtico, che ne so io... qualcuno ha informato i Morales...”
“Ma non erano amici, una volta?”
“Divergenze. Pare che i Verdi non volessero più coca nel quartiere. Dicevano: noi vi proteggiamo, va bene tutto, anche le serre di cannabis sui terrazzi sono ok, però non vendete ai nostri ragazzi. E così...”
“I ragazzi sono passati tutti coi Morales”.
“È più complicato di così. I Morales non hanno problemi a finanziarsi. I Verdi invece continuano a stressare col pizzo, porta a porta, molta gente non ne poteva più. Qualcuno cominciava a rimpiangere persino i Neri”.
“Bene, e noi in tutto questo?”
“Ecco, dopo lo sterminio dei Verdi si è creato un certo senso d'insicurezza nel quartiere. È tutto in mano agli spacciatori e la gente non esce più di casa. Così il Monsignore ha pensato che potrebbe toccare a noi”.
“Ma i Morales...”
“Ci ha parlato il Monsignore, è tutto ok. Anche loro pensano che il quartiere sia un pessimo biglietto da visita. Ha bisogno di una ripulita”.
“Ci alleiamo coi rossi?”
“Solo all'inizio. Mettiamo su una chiesa, un oratorio, una sezione di Comunione e Liberazione, e quando avremo tirato un po' di gente dalla nostra, allora...”
“Quelli hanno i missili”.
“Ma noi abbiamo Dio”.
“E basta?”
“No, se vuoi saperlo è arrivata anche quella partita di granate all'uranio impoverito, contento?”
“Rendiamo grazie a Dio”.

Se chiedete ai nonni, forse qualcuno ancora si ricorda, di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada. Non sapeva di chi fidarsi.

venerdì 3 luglio 2009

And When The Saints...

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Padre P. si ritrovò nel suo letto trasformato in un lingotto...


Fratello, io non vengo a giudicarti. Chi sono io per? L'ultima pecora del gregge, quella che si perde per nottate intere.
Solo voglio capirti. Fratello, tu credi nella Resurrezione dei morti, nella vita nel mondo che verrà? Domanda retorica, sei un frate francescano, per forza ci credi. E quindi sai che non è questione di filosofia, qui. La Resurrezione sarà un evento materiale, un evento fisico. Ci risveglieremo dalla morte e i nostri occhi vedranno il Signore. I nostri occhi, non degli occhi nuovi, proprio quelli che abbiamo adesso. Tu ci credi, Fratello? Ah, beh, vorrei anche vedere. Se non credessi in questi, che sono articoli di Fede della nostra santa madre Chiesa, non avresti certo fatto i voti di Castità, Obbedienza e... e... il terzo non mi viene, mannaggia a me.

Allora a questo punto, Fratello, vorrei chiederti: ma te l'immagini la scena?
Il Santo sbatte gli occhi, si guarda intorno e... non è uno scherzo, o lo è solo fino a un certo punto, perché se ci credi, sai che succederà davvero. I suoi occhi guarderanno il Signore, ma sono occhi fisici e guardandosi intorno noteranno anche quella specie di Fort Knox dove l'avete collocato. Ci avete pensato bene?

Cosa penserà? Ma che, m'hanno messo nel museo? Ma con quest'oro qui ci venivano cinque ospedali, ci venivano. Ma chi è stato che ha fatto 'sta roba, ma possibile che li fraticelli miei non gli abbiano detto niente?

Ora si sa che il Sant'uomo aveva, come dire, un certo caratterino. E anche il caratterino risorgerà con i Suoi occhi, la Sua barba, le Sue mani, e i Santi piedi con cui comincerà a pigliarvi a calci in culo appena vi trova, nel nuovo mondo che verrà, e secondo me vi trova presto. E comincia subito. E potrebbe continuare in eterno.
Come, dici che non ci saranno calci in culo nel Regno dei Cieli? Ma se per questo secondo me non c'è nemmeno il cielo fondo dorato, che senso avrebbe? Abbaglia tutto e non si distingue bene niente.

Ora io te l'ho detto, fratello, poi fa' te.

giovedì 2 luglio 2009

Chi denuncia Ki

(Riveduto e appena appena corretto).

L'anno della Tigre di Carta

“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
Certo. Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria azione”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato un po' legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Ki Demei. K, I, spazio, Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Ki”.
“Ki Ki Demei?”
“No, solo Ki-spazio-Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma certi cognomi stranieri veramente sono una cosa...”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Ki Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che...”
“Beh, sì, sono anch’io del 1974. Dunque, Ki Demei, nato il 13/7/1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No”.
“Strano, il suo italiano è molto buono. Ha un documento della Repubblica Popolare Cinese? Passaporto, carta d'identità...”
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Mettiamo che io sia un turista e mi abbiano rubato il portafogli…”
“Giusto. Allora: Ki Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di...
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Ki Demei”.
“Cognome?”
“Ki”.
“Kikidemei?”
“No, Ki-spazio-Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Ki Demei”.
“Non posso negarlo”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche denunciarsi prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
Si bloccherebbero tutti i tribunali!
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo”.
“Guardi che rischia una bella multa”.
“Non posso pagarla, sono nullatenente e nullafacente”.
“Ma se mi ha appena detto che fa il giro dei merc... ah. Comincio a capire”.
“L'unica è mettermi in una prigione, o centro di detenzione come li chiamate adesso. Confrontate al sottoscala dove dormo non mi sembrano male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, magari a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che tre quattro anni non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Ki Demei... segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di...
“Ki Demei. Faccia copia incolla”.
…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti...”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, non ti arresto, è solo satira”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.
...

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