lunedì 28 settembre 2009

All your friends Ah! Oh! Aficionados

Premesso che i miei lettori, e gli amici dei miei lettori (e i lettori dei loro amici) sono tutti aficionados, e non gliene frega molto di nomination o premi, eccoci qui, a contare i giorni che ci separano dall'assegnazione dei Macchianera Blogger Awards. Nati come uno scherzo, una scemenza, praticamente una lista di preferiti di Gianluca Neri, anno dopo anno sono diventati sempre più seri. Non che abbiano smesso di essere una scemenza. Diciamo che sono nel limbo, in un punto intermedio.

È il loro bello, in fondo. Lasciamo che siano i giornalisti a prendersi sul serio: noi a Riva del Garda non ci andiamo mica per i premi. Ci andiamo per rivederci, conoscere gente che leggiamo tutti i giorni ma non sappiamo che accento ha, riprovare un po' quello spirito del 2003 (classe di ferro, ma siamo in meno tutti gli anni), abusare ulteriormente della squisita ospitalità di Camisani Calzolari (se c'è), sentire il cuore che ti batte forte quando passa Filippo Facci (se c'è), e di nascosto ballare. I premi vanno presi come parte del divertimento. D'altro canto, sarebbe bello se fossero un'occasione per attirare un riflettore su blog e autori di blog che se lo meritano – ma io credo che siamo ancora in una fase antecedente, in cui bisogna attirare attenzione, e autorevolezza, sui premi. E come si fa? Premiando blog che se lo meritano davvero. Neri ha rinunciato a qualsiasi velleità di giuria tecnica, per cui la responsabilità spetta tutta a noi lettori. Io che posso dire. Quattro cose.

1) Non votate per me. Ho ricevuto quattro nomination, e ve ne ringrazio, ma sul serio. Non c'è più bisogno. Vincere l'anno scorso è stato molto divertente, ma tornare e ritirare di nuovo un premio quest'anno sarebbe, mi sembra, lievemente patetico. Io il mio quarto d'ora d'attenzione direi che me lo sono giocato (male, a quanto pare), ora preferisco pararmi il posteriore e suggerirvi di votare per gli altri.

2) Però cercate di votare gente come me. Ovvero, gente che in questi premi un po' ci crede, con il dovuto distacco ironico, ma ci crede. Beppe Grillo può darsi che sia davvero uno dei più grandi blogger mondiali, ma di una statuetta a forma di fantasmino non ha nessuna necessità, e non ne trarrebbe nessuna soddisfazione: capace che il suo ufficio stampa nemmeno lo avverte. Invece, per dire, Livefast magari fa finta di niente, ma... no, aspetta, non è vero che fa finta di niente, ha palesato per tempo che ci tiene un sacco, e allora votatelo. Tra l'altro se lo merita.

3) Provate ad evitare i blog commerciali, i nanopublisher, quelle cose lì. Loro sì, loro a vincere si è visto che ci tengono, ma alla fine più che acquistare credibilità ne fanno perdere ai premi. Qui è in questione la definizione stessa di blog: vogliamo che passi l'idea che si tratta di un veicolo pubblicitario on line con un po' di contenuti sarchiati ai newsfeed? O non piuttosto un prodotto amatoriale, nel senso di fatto con amore da uno o più appassionati? Dopodiché poi può anche darsi che Cineblog abbia più accessi di Giovane Cinefilo, ma vuoi mettere? Mi spiace, il secondo è un blog, il primo un prodotto commerciale. A esser buoni.

4) Cercate di non votare a casaccio – lo so che è difficile. Chi vota deve scegliere un candidato in tutte le categorie: su questo Neri è irremovibile. Il che porta molti esperti di blog automobilistici di fronte al problema di dover scegliere tra cinque blog di cucina che non hanno mai aperto, e viceversa. La tentazione di pescarne uno a caso (di solito il primo della lista alfabetica) è molto forte, e l'anno scorso ha determinato vittorie abbastanza surreali (a sorpresa, sembra che nessuno si fosse preoccupato di sfogliare i... blog erotici, che effettivamente anch'io guardo poco, ma pensavo di non fare testo).

Qui sotto ci sono i miei papabili. Tutta gente a cui in realtà non frega niente, eh? Aficionados. Sono dichiarazioni di voto o quasi, non intendo suggerire a nessuno come votare, Gianluca ti prego non t'incazzar

Miglior Blog 2009
Voglioscendere (Travaglio & co.) ha già vinto molto l'anno scorso, e ha mandato a ritirare il grafico (bravissima persona, peraltro, ma era imbarazzante anche per lui). Se siete ammiratori di Travaglio, lo aiutate di più comprandogli il giornale, o un libro ogni cinque che pubblica. Lui secondo me manco si ricorda di avere un blog, se qualcuno gli manda un link è capace di stupirsi (Toh, bravo questo, quasi quasi lo cop... ah, no, aspetta, sono io). Io direi che è stato l'anno di Gilioli, il primo in Italia a far funzionare davvero il classico blog-rubrica (quelli che di solito riesci a leggere controluce Che palle, io non volevo, è il direttore che mi ha costretto). No, Gilioli lo fa e si diverte, e sta anche cominciando a farlo usare ai suoi colleghi. Lode al merito. Gilioli, un anno fa la gente si sbagliava ancora e scriveva giglioli, e adesso è primo in classifica. Non che conti a nulla la classifica, ma per dire: sembrava blindata, Beppe Grillo forever, finché un giorno Gilioli.

Blogger dell'anno 2009
La differenza tra miglior blog e miglior blogger io l'anno scorso non l'ho veramente capita: mi intervistavano e gli rispondevo: boh. Ma se quest'anno una maggioranza compatta votasse Bonino, un senso ci sarebbe: lui di blog ne gestisce almeno tre (Phomnkmeister, Eiochemipensavo, Spinoza) tutti e tre notevoli. Sarebbe insomma un bel premio alla (toccati, zio) carriera.

Blog rivelazione
Due non li conosco, gli altri tre ho paura di offenderli; comunque Educazione Cinica e Qualcosa del Genere sono bravi – e io qui non voterei Spinoza. Me lo terrei per

Migliore community
In un'accezione un po' estesa di community, comunque ci sta tutta. È un blog di battute che funzionerebbero benissimo in un qualsiasi late night show, se in Italia li facessero (fanno Chiambretti con le bestie del circo).

Migliore blog di opinione
Grillo, abbiamo detto no. Travaglio, per lo stesso motivo, no. Io no. Secondo me tocca a Zoro, che è pure capace di arrivare da Roma. Per dire, l'anno scorso andò via solo perché aveva un matrimonio. E poi è bravo, se impari a leggere il courier su sfondo nero. Ma so che alcuni di voi accarezzano l'idea pazza di votare Retropensiero Liberale. Ora, io non nascondo le mie tendenze ideologiche e a Retropensiero dico un sinistro no, per due motivi buoni. Primo: deve restare un piacere proibito. Uno che scrive un pezzo sulle analogie tra Craxi e De Andrè e Diaco glielo prende per buono, ecco, questo tipo di cose deve continuare a succedere, anche più spesso. Secondo: dovrebbe impegnarsi di più. Cinque post in tre mesi, mentre Zoro macina migliaia di chilometri, scherziamo? L'award te lo devi sudare, o detta in modo più liberale: a lavurèr.

Migliore blog collettivo
Io, Sviluppina. A Spinoza ne avrei già dato uno, uno e mezzo se conti Bonino blogger dell'anno. Livefast nel blog collettivo ci ha creduto, ha lottato, ci ha invitato agli aperitivi, insomma se lo merita. Forse se lo meritava ancora di più Inkiostro, ma non l'hanno nominato (tanto a loro non cale, sono tutti aficionados).

Miglior blog giornalistico
Camillo, mah, Camillo più che giornalismo sarebbe opinione. Senza entrare nel merito. Se entro nel merito faccio un macello. Voterei Gilioli, ma sarebbe la seconda volta. A questo punto però voglio Gilioli a Riva del Garda, lo voglio toccare. Sennò Wittgenstein, ma voglio toccare anche lui. Mettiamola così: voto quello dei due che si farà toc... che si presenta. Se invece si presenta Rocca voto Travaglio. Il quinto sarà senz'altro bravissimo, ma ho deciso di boicottare Ilcannocchiale.it. Così, per spocchia.

Miglior blog tecnico
Ahem. Non sono un cultore. Ma Attivissimo odia Giacobbo, tanto mi basta.

Miglior blog televisivo
Dei cinque conosco solo Dave. Sono convinto che sia il meno 'tecnico' dei cinque, più che un blog televisivo il blog di una persona che è cresciuta con la televisione, e tra l'altro adesso non riesce neanche a captarla bene. Per cui votarlo è anche un gesto ironico... Ma so anche che a Riva non verrà, e quindi forse un'occhiata agli altri quattro potrei darla... data. Voto Dave.

Miglior blog food & wine
Ecco un settore dove c'è molta professionalità. Forse troppa per riuscire a dare un giudizio così, su due piedi. Comunque: Cavoletto stramerita, ma ha già vinto l'anno scorso. Dissapore più che blog è una rivista, molto bella per altro. Gli altri tre mi sembrano alla pari... E non ne capisco niente.

Miglior blog di un Vip
A Zoro ne ho già dato uno (e poi non è un Vip, dai). Confesso che era parecchio che non passavo da Luttazzi, ehi, è tutto cambiato. Ok, sulla fiducia.

Blog con la migliore grafica
Ecco 5 nomination che non ho capito. Forse era il caso di spiegare cos'è esattamente "la grafica". Fosse per me la rifarei a tutti e 5, ma non faccio il webdesigner, io (ho un lavoro onesto). Scelgo, proprio perché devo scegliere, http://francescogavello.it, ma dopo devi promettere di correre subito a rifare il layout. Meno colonne.

Miglior blog cinematografico
I 400 calci sono tanto bravi ma possono aspettare. Io credo che questo sia il momento per dare a Kekkoz quello che gli spetta (che gli spettava già l'anno scorso), e non vorrei che l'exploit di aver mandato due-blog-due in nomination non gli si ritorcesse contro. Insomma, mettiamoci d'accordo: per me entrambi meriterebbero la palma, non resta che sceglierne uno. Giovane Cinefilo è il cineblog come dio comanda, ma Friday Prejudice è diventato uno dei pochi motivi per alzarsi da letto il giovedì. Insomma dicci tu cosa fare, Kekkoz, noi siamo tuoi anima e cuore. Cineblog non passerà.

Miglior blog erotico
Mah. Dovrebbe essere la categoria più eccitaaaah-hung... eh? Sì? Sarà un mio problema, andrò a farmi vedere. Certo, da un lato c'è qualcosa di eroico, (sì, ho scritto eroico) nel fare letteratura erotica nell'era di youporn, dall'altro... se c'era votavo youporn. Comunque: la dott.sa Dania viene a Riva, le altre non promettono nulla, traetene conseguenze.

Miglior blog musicale
Secondo me Inkiostro, negli ultimi anni, si è evoluto in uno dei migliori blog punto. D'altro canto come faccio a non votare Enzo? (Gliel'ho anche chiesto: Enzo, come faccio? Lui mi ha risposto: Eh? Cosa? C'è un premio? Boh).

Miglior blog letterario
Neanche sapevo che quello di Chinaski fosse un blog letterario. Ok, vada per Come diventare il mio cane. Letteratura o no, funziona (nel senso che dopo un po' diventi il tuo cane).

Miglior disegnatore
Ho un debole per Makkox, anatra suprema, ma ha già vinto l'anno scorso. Eriadan è un grande, zuccheroso ma nutriente... ma ha davvero bisogno di un premio? Intanto diamoglielo.

Miglior photoblog
Ci sono situazioni in cui è più onesto tirare la monetina, e per me è il caso.

Post dell'anno
Alcune considerazioni: 1) è incredibile quello che la gente ritiene possa essere un “post”, e persino un “post dell'anno”; 2) se la media è questa, io potrei vincere tutte le settimane (ma è un po' come prendere a sberle i neonati, sarebbe probabilmente fighissimo ma l'educazione cattolica me lo impedisce. Stupida educazione); 3) molti post scelti ruotano intorno alla maternità, o alla paternità, chissà cosa vorrà dire, probabilmente nulla; 4) ce ne sono almeno un paio che, riflettendoci bene, violano articoli del codice. Io voto per Serendipity, voi fate un po' voi.

Miglior podcast
Ecco, no. Mi ci ero messo di buona volontà, ma scaricare un podcast no. voto Radio Sglaps perché il nome mi suggerisce un'idea di fatto in casa che gli altri no.

Miglior servizio per i blog
Blogbabel è l'unico che uso. E finché splinder non mette dei feed decenti, boycott.

Miglior blog mobile
Non ho la minima idea, e se si tratta di caricare blog sul cellulare, sono ben fiero di non averla.

Cattivo più temibile
Io Malvestite l'avrei votato come blog dell'anno – se lo avete seguito, sapete che questo è stato l'anno di Malvestite. Per Moccia, per Morgan, per l'estate di sangue bimbominchia, io mi ricorderò del 2009 per le cose che ci ha scritto Betty Moore. Se questa è l'unica statuetta, vada. Mi spiace per il dott. Pruno e per Bucknasty, fuoriclasse autentici degni di premi alla (toccatevi) carriera, ma ribadisco: il 2009 che è sfilato qui da noi indossava Malvestite.

Miglior blog andato a puttane
Un appello: liberiamo Selvaggia Lucarelli da questa incresciosa categoria. Tanto lei ci vuol bene lo stesso, sul serio, non c'è bisogno. Anzi, per il discorso di dare più autorevolezza ai premi, questo lo toglierei. Se devo votare, ammetto che Suzukimaruti un po' mi manca. Non quanto Petunias, ma mi manca. Ma non credo sia andato a puttane. Insomma, la battuta non è più divertente.

Miglior blog sui motori
E' interessante come sia impossibile trovare bei siti amatoriali sui fornelli e sui motori: i core business dell'editoria, evidentemente. Qui ci sono 4 nanopublisher e un giornalista, sapete cosa vi dico? Voto il giornalista. Lui almeno non cerca di vendermi niente.

Cazzeggio gratuito
Categoria non tanto comprensibile: perché, gli altri non sono cazzeggio gratuito? Ci pagano, a noi, per cazzeggiare? fammi controllare l'estratto conto... no. Comunque. Paul è un bel personaggino, quest'anno ha fatto cose mirabili, una statuetta se la merita, anche se in questa categoria è un po' un insulto. E ne approfitto per farvi sapere che le barzellette su Chuck Norris hanno rotto i coglioni perfino alla scuola media. Quindi adesso lo sapete, ok? Non ci sono più scuse.

giovedì 24 settembre 2009

A scuola si sta zitti in generale

60 secondi di niente

Guardate che se ci riflettete bene, non c'è cosa più assurda di chiedere un minuto di silenzio a scuola.
Ripeto: a scuola. Un minuto di silenzio.
E poi c'è anche chi non lo vuole rispettare, eh, guai! Come faranno? Pattuglieranno le aule per essere sicuri che ci sia un minimo di confusione almeno ogni 50 secondi? Toc, toc.
“Buongiorno Signor Preside”
“Seduti, seduti, ragazzi, passavo solo di qua e... sentivo poca confusione allora mi sono detto: ma non staranno mica osservando un minuto di silenzio, eh?”
“Nooooo, signor Preside, stavamo solo osservando delle diapositive sull'accoppiamento”.
“Ah, vedo, molto belle. D'accordo ragazzi, ma mi raccomando, eh? Un po' più di vita... questo corridoio è un mortorio”.
“VabenesignorPreside”.

Dopo la scuola lo chiederanno in ospedale, o in chiesa, o al cimitero. Insomma, non so se riesco a spiegarmi: c'è qualcosa di assurdo nel celebrare un fatto eccezionale con un gesto (il silenzio) che a scuola dovrebbe essere la norma. Il solo fatto che il Ministro lo proponga dimostra quanto poco creda lei stessa in quella dagherrotipia di scuola che predica, quella con gli studenti in grembiule che scattano sull'attenti. A me non dispiace né il grembiule né l'attenti al prof. Ma se chiedo un minuto di silenzio ai ragazzi, proprio come si fa allo stadio, è come se li autorizzassi a fare altri 59 minuti di stadio.
“Va bene, il minuto di silenzio è finito”.
“Ju ve! Ju ve! Ju Ve!”
“Taci, Nizzoli”.
“Ma prof, l'ha detto lei, è finito il silenzio”.
“È finito il mio. Il tuo prosegue per il resto dell'ora”.
“Non è giusto, anch'io voglio rispettare i morti”.

Non è vero che su Wikipedia ci sia tutto: per esempio, manca una pagina sul minuto di silenzio. Chi lo ha inventato? In che contesto? Di sicuro non era a scuola. Né in chiesa, o in tutte le altre occasioni dove il silenzio sarebbe di default. Per cui davvero, secondo me è tutto cominciato in uno stadio. Sarà stata una partita, o un concertone... magari qui c'è qualcuno che c'era, scrivetelo. Non capita a tutti di assistere alla nascita di un grande rito di massa.
Un rito sostanzialmente laico, tutto in negativo. In sé molto moderno, quelle linee asciutte stile Novecento – semplifichiamo, sfrondiamo, via le orazioni, i predicozzi sulla Patria e il Progresso e tutto questo tipo di menate. Via tutto. Ci teniamo soltanto il raccoglimento interiore. È anche un modo elegante e novecentista per dire che quando ci raccogliamo in noi stessi... non ci troviamo niente: il vuoto, il silenzio, a volte una cattiva coscienza che conta i secondi – e che tra noi non abbiamo niente di profondamente Sacro da dirci: tra chi crede nella Patria e chi crede nel Progresso, o nella Pace, l'unico discorso comune è appunto un discorso senza parole:
“...”
“...”

Se il gesto in sé è moderno, trovarselo travasato a scuola o in chiesa è decisamente post.
Postmoderna è quell'allegra commistione di generi che ti fa applaudire ai funerali (brave bare! Complimenti!), piangere allo stadio, osservare minuti di silenzio in classe. E forse sotto c'è anche un'idea televisiva della scuola: l'avete proprio presa per un palinsesto, che deve rispettare tutti gli anniversari (la Shoah, le foibe...) e silenziarsi a ogni lutto nazionale. È vero: quando in tv c'è silenzio, tutti si voltano. È istintivo pensare che si sia rotto l'apparecchio. Ma la tv è appunto un diffusore di confusione, molti l'accendono semplicemente per sentire un po' di allegro caos. Per questo il silenzio in tv è scandaloso, eversivo. A scuola no, a scuola silenzio e rumore dovrebbero alternarsi armonicamente, e un minuto intero di non rumore non dovrebbe essere percepito come eccezionale.

Il minuto di silenzio è il rito laico più simile a una preghiera. Però non è una preghiera, allo stesso modo in cui una bottiglia vuota non è una bottiglia di Valpolicella. I casi secondo me sono due: o sei religioso (e allora preghi), o non lo sei: e allora non hai veramente motivo di stare zitto a occhi bassi a fissare il pavimento. Autoipnosi? Training autogeno? Uno dice: ne approfitto per pensare. Aaah, ho capito: meditazione. Chissà che pensieroni in sessanta secondi, eh. Ma fosse anche: a che pensi? Ai morti in Afganistan, a quello che hai capito sull'argomento. Rifletti sulle cose che sai, perché sei adulto e qualcosa sull'argomento lo conosci già. Ma la scuola non funziona così. La scuola è appunto il luogo dove si raduna la gente che le cose ancora non le sa: del resto è il suo bello. È un luogo dove basta dire una banalità, non so, tipo: l'Afganistan è il primo produttore di eroina... e loro ti guardano basiti, ma come, non ve l'aveva detto nessuno? No, e chi avrebbe dovuto dircelo, Carlo Pastore? Il Gabibbo? Le verità della vita non ce le può mica passare tutte Fabri Fibra.

A me andrebbe anche bene il minuto di silenzio, purché preceduto da sessanta minuti di spiegazione: dov'è l'Afganistan? Perché siamo andati là?... Sì, lo so, tacere è più elegante. Ma se non hanno idea di cosa sia l'Afganistan, non sarà un minuto diverso da tutti quelli che passano in classe seduti a pensare ai fatti loro, mentre si forgiano un visetto serio di circostanza che li assisterà poi in tutti i momenti noiosi della vita, in tutte quelle occasioni in cui è necessario fingere che ci freghi qualcosa di qualcuno. E forse l'alto senso educativo del minuto di silenzio a scuola è proprio questo.

domenica 20 settembre 2009

Tra un Berlusconi e l'altro

Colpetto di Stato

Io ci andrei piano a considerare l'uscita di Brunetta come l'esternazione di un nano frustrato; il berlusconismo - ormai dovremmo saperlo - trionfa proprio quando si lascia sottovalutare. Brunetta non sarà un genio, ma quando parla di golpe sta lanciando un messaggio mirato ed efficace.

La parola “golpe” non dovrebbe suonare così esagerata a chi rammenti che giovedì mattina – prima che la battaglia di Kabul prendesse il sopravvento – l'homepage di Repubblica era dominata da questo fondo, L'alleanza trasversale che lavora al dopo-Silvio. Massimo Giannini vi annunciava la possibile nascita di un “governo di salvezza nazionale” a cui starebbero lavorando “parecchi, nell'ombra e a cielo aperto”, arrivando a ventilare un possibile ruolo attivo nel 'complotto' da parte di Tremonti, nientemeno! e concludendo così: “Sembra fantapolitica. Forse lo è”. Ah, però.

Fantapolitica o no, non credo ci sia bisogno di un medium per captare i pensieri e i sentimenti di Berlusconi nei confronti di un progetto del genere. Dal suo punto di vista si tratterebbe di qualcosa di ben più grave del ribaltone di Dini alla fine del '94: di un golpe. Puro e semplice.

Un golpe di fatto, così come di fatto la nostra ormai è una repubblica presidenziale: Berlusconi si considera legittimato dal voto degli italiani, che sulle schede hanno messo la croce su “Pdl Berlusconi Presidente”. Non hanno espresso preferenze, non hanno votato per questo o quel parlamentare più o meno vicino a Fini o a lui. Hanno votato per lui, mettendo il segno sulla lista di candidati che ha fatto comporre a sua immagine e somiglianza. Ora l'idea che il voto di venti o trenta di questi tizi, che a lui devono tutto, possa metterlo in minoranza, deve risultargli intollerabile. Ancorché costituzionalmente ammissibile.

Lui del resto ha già spiegato chiaramente cosa farebbe in una situazione del genere: sciogliere le camere e rimandarci alle urne. Se solo potesse farlo: ma compete a Napolitano. Cominciare a parlare di golpe a gran voce ha un senso preciso: il corpo elettorale berlusconiano, magari un po' distratto dall'influenza o dall'Afganistan, deve sapere che c'è chi trama per tradire il Capo che hanno regolarmente eletto. Brunetta ha rispolverato la parola, golpe: nei prossimi giorni la useranno un po' tutti. Si tratta di attivare una pressione mediatica su Napolitano affinché faccia la cosa giusta: indire nuove elezioni appena Berlusconi si dimettesse. In alternativa, avremmo cinque canali tv e venticinque portavoce pronti a gridare al golpe e ad accusare il Presidente della Repubblica di essere colluso coi golpisti – in fondo è già successo con Scalfaro, con toni magari un po' più morbidi, ma invecchiando è normale incattivirsi.

La “fantapolitica” di Giannini non risponde alla domanda fondamentale: a chi giova? A chi converrebbe montare un governo di solidarietà nazionale, di fatto una specie di CLN anti-berlusconi, per finire la legislatura? Fini, Casini, D'Alema, hanno veramente tutta questa voglia di sostituire Berlusconi proprio nel momento in cui si scoprirà che alla fine della crisi mondiale l'Italia resta al palo? È la sindrome di Prodi, il bisogno disperato che sentiamo di subentrare a B. anche solo per un misero biennio, il tempo sufficiente per salvare la nazione, rimettere in ordine i conti e fargli vincere di nuovo le elezioni? Nel frattempo B. riprenderebbe tutto lo smalto che si è appannato a Palazzo Chigi. Le orge tra Palazzo Grazioli e Villa Certosa passerebbero finalmente in secondo piano, mentre le sue redazioni tuonerebbero contro i golpisti un giorno sì e l'altro pure, tenendo altissimo il livello dello scontro. Contro Fini, o l'anti-B. di turno, verrebbero scoperchiati i dossier più fantasiosi, Mitrokhin e Telekom docent. Se davvero Napolitano osasse resistere fino al termine naturale della legislatura, l'esilio di B. da Palazzo Chigi non durerebbe comunque più di tre anni. E allora a chi conviene buttarlo giù oggi, quando controlla più della metà del cielo degli italiani? A lui. Soprattutto a lui.

Magari Berlusconi ha già in agenda il giorno delle dimissioni. La sentenza sul Lodo Alfano potrebbe essere il pretesto giusto. L'Avvocatura di Stato ha già messo le mani avanti.

E' anche una sorta di riflesso condizionato: messo in difficoltà, Berlusconi reagisce trasferendosi nel campo che conosce meglio, quello della campagna elettorale. Governare lo annoia, ma le campagne lo esaltano e ormai è sicuro di saperle vincere. Lo precede Bossi, che ha già ricominciato a parlare elettorale in estate, con le bordate identitarie su dialetti e bandiere, fino alla riscoperta di un vecchio evergreen: la secessione.

***

Ma nel caso che Berlusconi cadesse, non dovremmo essere contenti? Il punto è il come. Credo che qui ci sia un equivoco tra Berlusconi, persona fisica, e il berlusconismo, sistema di potere. Alcuni, a mio parere erroneamente, pensano che il secondo sia interamente fondato sul primo, e quindi, per così dire, a scadenza. B. può infuriare finché vuole, ma quanto gli resta ancora? Cinque anni? Dopo crollerà tutto come un castello di carte, alla mercé di chi è riuscito a sopravvivere nei pressi del castello senza farsi troppo male (i soliti: Fini e Casini). In realtà non è così. I sistemi di potere tendono a sopravvivere a chi li ha messi in piedi. Il collante non è il supposto carisma dell'Uomo, ma una ragnatela di interessi: per essere chiari, finché la Mediaset mantiene la sua concentrazione mediatica, non c'è motivo per cui non debba preservare un apparato politico in Parlamento e al governo. Ne va della sua sopravvivenza. Berlusconi tra l'altro ha molti eredi, tutti giovani e bravi: nessuno di loro credo abbia mai accennato a voler fare politica, ma neanche il padre, se per questo, fino al '93. All'occorrenza però la Mediaset sa che può cucire un partito di maggioranza addosso a qualsiasi candidato: perché non dovrebbe farlo?

Ora io vorrei tanto poter fare a meno di Berlusconi anche da stasera: ma scalzarlo dal potere lasciandogli in mano il sistema berlusconismo sarebbe un errore fatale. Lo stesso, peraltro, che abbiamo già fatto nel '94 e nel 2006. Se gli lasci le corazzate, lui combatterà. Lo ha sempre fatto, e che altro dovrebbe fare? E quando ci avrà lasciato combatteranno i suoi, che gli devono tutto.

E allora? E allora mi sono fatto questa idea, che senz'altro troverete reazionaria. Io credo che la fine di Berlusconi non possa essere pacifica. Bisogna accettare l'idea che il berlusconismo è stato un sistema criminale, che si è nutrito dello Stato per fare i propri interessi a scapito di quelli dei cittadini, e che come tale va smontato con la forza. Altrimenti continuerà a colpire, con Berlusconi o con chiunque gli succederà.

venerdì 18 settembre 2009

Il segno di una resa indelebile

La democrazia macchia

Ma se ci raccontassero che tanto tempo fa, in un Paese lontano, le tribù per contarsi (e dimostrare di essere più potenti delle altre tribù) costringevano i loro membri, maschi e femmine, a lasciare un'impronta del dito su un brandello di tessuto finissimo, con un un pigmento che rimaneva indelebile sulla pelle per giorni e giorni; e che poi questi brandelli venivano pazientemente raccolti, e contati, e che la tribù che alla fine riusciva a portare più impronte aveva il diritto di spadroneggiare sulle altre per cinque inverni, noi la chiameremmo democrazia?

Il momento in cui ce ne andremo dall'Afganistan – presto, tardi, dipende dalla fibrillazione mediatica di un governo distratto e di un Paese che si ricorda di una guerra solo quando ammazzano i suoi soldati – sarà il momento in cui ci saremo rassegnati a considerare “democrazia” una cosa del genere. Per alcuni andare via sarà come perdere l'onore; io che l'onore non so bene cos'è mi preoccupo piuttosto di perdere il senso di una parola. Siamo in Afganistan per difendere la “democrazia”; la “democrazia” afgana consiste nel mandare contadini analfabeti a macchiarsi le dita con una scheda in cui devono identificare il referente della loro tribù. Il feudalesimo coi plebisciti: questa è la “democrazia” che stiamo difendendo.

Forse il primo esempio compiuto di democrazia postmoderna; nel senso che combina liberamente e creativamente citazioni di civiltà e millenni diversi: il suffragio universale, il colore indelebile, la tribù, il partito, la legge del taglione (nell'Helland se ti trovano col dito sporco te lo mozzano), tutto assieme in un calderone che per gli ottimisti è solo il brodo primordiale, l'inizio di una civiltà; e per i pessimisti è la negazione stessa del concetto di progresso. Per quale motivo al mondo l'Afganistan dovrebbe migliorare? Quando mai è migliorato? E per quale concatenazione di cause la democrazia tribale afgana dovrebbe evolversi in qualcosa di più occidentale? Se fosse invece l'Afganistan il futuro dell'Occidente?

La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia. Con tutto quello che ha di bello: pluralismo, libertà di stampa (che gioia a quei tempi, per i primi fogli usciti a Bagdad o Kabul), e poi via il burqa e tutti in discoteca: tutto facile, tutto immediatamente desiderabile, perché chi è che non ama la democrazia? Bisogna essere fessi.
Chi in quel periodo osava ricordare che la democrazia non è un Monolite piovuto dal cielo, ma il risultato ultimo di un processo storico (alfabetizzazione, industrializzazione, affermazione dei ceti medi, crisi della famiglia patriarcale, emancipazione femminile) veniva bollato come un razzista, quindi un nazista, uno che “è convinto che la democrazia sia solo cosa nostra” mentre invece piace a tutti, un apologeta della superiorità dell'occidente, uno snob, quindi anche un comunista, però un po' filoislamico, e naturalmente antisemita – e qualche etichetta devo averla persa per strada, ma quelle qui sopra me le hanno appiccicate tutte. Erano i giorni in cui si metteva in copertina la foto della ragazza afgana col dito macchiato – che coraggio nel macchiarsi il dito, che fierezza, lei sì che è orgogliosa della sua democrazia, una lezione per tutti noi che tra un'elezione e un'altra perdiamo regolarmente il tesserino.

Nessuno sembrava insospettito dall'immagine di una democrazia che macchia. Una democrazia fondata sull'analfabetismo e sui gruppi tribali. L'idea è che il processo storico si potesse pacificamente invertire: la democrazia doveva favorire l'emancipazione femminile, mettere in crisi la famiglia patriarcale, segnare l'affermazione dei ceti medi, e perché no, provocare l'industrializzazione e l'alfabetizzazione. Così, tutto a rovescio, senza neanche stanziare troppi fondi per le scuole: dategli il diritto di voto e vedrai che si alfabetizzeranno da soli. Il neoconservatore postmoderno è convinto che causa ed effetto siano polarità che si possano invertire a piacimento: Newton scopre la gravità e dà una testata alla mela che si impicca all'albero. Non solo, ma bisogna riformare la termodinamica: tutto non tende più all'entropia, ma alla democrazia. È il destino ultimo: tutte le nazioni diventeranno democrazie, è autoevidente. Non vedi come scalpitano tutti per ribellarsi ai tiranni? La rivoluzione arancione, la rivoluzione zafferano, la rivoluzione dei cedri, tutto un arcobaleno di rivoluzioni che ci porta direttamente verso l'Organizzazione Mondiale delle Democrazie (niente a che vedere con quel consesso di dittatori che era l'Onu).

Ah, e nel frattempo avevano anche la faccia tosta di parlare di fine delle ideologie. Io a dire il vero una sbornia ideologica così pesante non la ricordo: al confronto i famosi sessantottini avevano qualche piede piantato per terra. È di questa sbornia che stiamo ancora pagando i postumi.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, sarà il giorno che ci sveglieremo in un mondo più cattivo: senza destino, senza sacre missioni, senza progresso. Parola un po' abusata, anche da me: forse non c'è nessuna direzione verso cui tendere, forse progredire significa semplicemente adattarsi all'ambiente. Il tirannosauro era già perfettamente progredito, dal suo punto di vista; poi è cambiato l'ambiente. L'Afganistan è una gola tra il Karakorum e deserto, e ci cresce bene l'oppio; forse il tribalismo non è un retaggio del passato, ma il sistema di governo più adatto all'ambiente. E non è neanche vero che non progredisce: smette le lance e passa ai razzi terra-aria, sostituisce i messi coi telefoni cellulari, e si trasforma nella versione più evoluta di sé stesso: la narcomafia.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, temo, ci porteremo un po' di Kabul con noi. Sarà la fine di un'ideologia sbrigativa e facilona, roba da fighetti americani decisamente, ma comunque ultima incarnazione di un'idea lunga tre secoli: il progresso. Torneremo con l'idea che in certi casi il medioevo è inevitabile, che bisogna venirci a patti; e se si fa a Kabul, perché no a Scampia.

Il giorno che ce ne andremo – ma perché ci siamo andati, poi? D'accordo, ci sentivamo responsabili, ma eravamo già una piccola nazione in crisi d'identità. Questa idea di andare in capo al mondo a fare i missionari armati – ma davvero siamo così bravi? Quanto ci costa ammettere che il mondo non poggia sulle nostre spalle?

mercoledì 16 settembre 2009

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(Quando ho sentito che Michele Placido portava a Venezia un film sul '68, mi sono detto: oh, finalmente qualcuno si decide a parlarne. A rompere questa oscena congiura del silenzio).

(Poi mi sono anche detto che non c'era veramente la necessità di scriverci un pezzo. Finché loro rifriggono la stessa storia io posso anche copia-incollarvi lo stesso pezzo. Questo per esempio è del 2003, quando a Venezia Bertolucci presentò coraggiosamente un film sul... sul '68).

E a me di lei
Non me n’è fregato niente mai


"Prima di venire qui a Venezia - racconta Bertolucci con autoironia - mi sono fermato un po' nel mio studio a Roma. C'erano un paio di pavé, uno vero e l'altro di piuma. Vi confesso: ho pensato di portarlo qui e lanciarvelo addosso. Ma sarebbe stato un gesto troppo osè, troppo sessantottino". E sorride con dolcezza, applaudito dalla platea.

Mi rendo conto che è inverosimile, ma per un attimo ho pensato che Marco Lodoli stesse facendo dell’ironia.
Era il 5 luglio e stavo leggendo su Diario la sua recensione de La Meglio Gioventù:

Come mai quasi nessuno ha tentato di raccontare la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta, sotto i baobab delle ideologie e delle grandi illusioni, quella generazione che si è nutrita di tutti i sogni possibili e poi si è risvegliata in un deserto? Qualche romanzo c’è stato, qualche regista e qualche cantante ci hanno provato, ma senza molta convinzione.

Un attimo. Avevo letto bene?

Come mai quasi nessuno ha tentato di raccontare la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta

Eh?

la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta


Cambiando argomento, non so se capiti anche a voi, ma io a volte ho la strana sensazione di avere 20 anni in più. Perché? Perché so a memoria quello che è successo in anni in cui non ero nato. Per esempio, conosco più o meno tutti i 33 giri più venduti del ’72, benché io sia venuto al mondo l’anno seguente. (Se mi chiedete quali sono i cd più venduti oggi, è il buio). O la moda. Io non capisco nulla di moda, eppure so come ci si vestiva nel ’69. Come ci si pettinava. I discorsi. I tormentoni del carosello. Le sigle dei partiti, parlamentari ed extra. So un sacco di cose, davvero.
E guardate che non sono un appassionato, anzi. Sono tutte informazioni che non sono andato a cercare. Per di più, al novanta per cento sono informazioni che non mi servono. Ma le ho. E le avete anche voi, ci scommetto. Come mai?

Forse si tratta di una memoria collettiva, qualcosa di ancestrale, atavico?
O non sarà forse che la cosiddetta “generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta” è da trent’anni che ci straccia le palle con la sua tragica autobiografia?
In tv, sui romanzi, ma soprattutto al cinema, da Moretti su fino ai Vanzina, il pistolotto sugli anni sessanta-settanta ce l’hanno fatto tutti, tutti. Tant’è che l’idea di occupare un pomeriggio della nostra vita con La meglio gioventù più di tanto non ci spaventa: sappiamo già più o meno cosa ci troveremo, quali canzoni, quali acconciature; alluvione a Firenze, Valle Giulia, antipsichiatria… tutte cose che conosciamo già. Per sentito dire, d’accordo, ma un sentito dire incessante, alluvionale, inesauribile.

Una volta ho calcolato per quanto tempo ancora avrei dovuto sorbirmi gli amarcord dei sessantottini. Grosso modo, se la medicina non fa passi di gigante, devo rassegnarmi a convivere con le loro nostalgie più o meno fino al 2050. Dopodiché ne sarò libero, ma sarò anche ottantenne e frastornato, e probabilmente andrò in giro in fiat seicento cantando c’era un ragazzo che come me amava i beatles e i rolling stòns.

Ora, ci sono motivi storici per tutto questo. La generazione del baby-boom ha avuto davvero delle opportunità eccezionali. Ed è portata a sopravvalutarsi, a sopravvalutare la propria giovinezza, a sopravvalutare il riflusso che ne è seguito, (come se crescere e metter su casa e pancia non fosse il decorso tipico di qualunque generazione).
Ma Marco Lodoli? Possibile che non si renda conto di appartenere a una delle generazioni più autorappresentate della storia dell’umanità? Possibile che chieda ancora, in buona fede, altri romanzi, altri film, altra autocoscienza? Non è che per una volta ha solo cercato di prenderci in giro? Ah-ah, che buontempone.

***

E veniamo a oggi, a Venezia. C’era Bernardo Bertolucci, col suo nuovo film, ambientato, pensate un po’, a Parigi nel maggio ’68. Perché, chiederete voi, è successo qualcosa di particolare, a Parigi, nel maggio 1968? Pare proprio di sì. C’è stata una specie di rivoluzione, pensate, con le barricate. Slogan che poi non si sono mai più sentiti, come l’Immaginazione al Potere, Siamo Realisti Chiediamo l’Impossibile, Vietato Vietare. Tutte cose dimenticate, scivolate via come lacrime nella pioggia.
Ma Bertolucci non ci sta. È ora di rompere l’omertà! Nel 1968 lui c’era e si è divertito un sacco! Perché ora nessuno ha più voglia di parlarne?

I genitori dei ragazzi di oggi hanno cancellato con pudore quel periodo ritenendolo un fallimento. Sbagliato, grave errore storico, perché lì nasce quello che siamo oggi

Prego?

I genitori dei ragazzi di oggi hanno cancellato con pudore quel periodo

Figli dei sessantottini, lo chiedo a voi: vi risulta che i vostri genitori abbiano cancellato quel periodo con qualche specie di pudore? Sul serio, mi interessa. La mia impressione è che stiano continuando a parlare di loro, più o meno da trentacinque anni. Proprio come Bertolucci, che ammette di aver scelto il maggio francese..

...per parlare di me, certo, ma anche per fare un film per i ragazzi in cui si dice una cosa molto semplice: quando noi andavamo a dormire nel '68 lo facevamo con l'idea che il giorno dopo ci saremmo svegliati nel futuro, non l'indomani, ma nel futuro.

E bravo Bertolucci, che si faceva i suoi miscugli di “sesso, rock, filosofia, e naturalmente cinema” e andava a letto sperando di svegliarsi nel futuro. Quanto a noi, capirai. Sesso poco, e protetto. Rock un po’ di più, ma indipendente, minimale, lo-fi. Filosofia no, per carità. Cinema, sì, qualche volte si va al cinema, ma quasi sempre il regista è un sessantottino, è deluso da come è andata a finire e vuole farla pagare agli spettatori.
Viste le premesse, c’è poco da svegliarsi nel futuro: io vivo nell’incubo di svegliarmi nel passato, in un passato d’accatto, mai vissuto eppure ricostruito a memoria; svegliarmi a Parigi, in una stanza registrata a mio nome, su una moquette piena di topi, con De Gregori nel mangiadischi e una foto di Angela Davis che muore lentamente sul muro.

Ed è per questo che, pur con tutto il rispetto dovuto a Marco Lodoli, a Marco Tullio Giordana, a Bernardo Bertolucci e a tutti i sessantottini e i settantasettini che conosco e che non conosco, che mi trovo costretto a ribadire una verità che credevo banale, ed evidentemente non lo è:

Ragazzi, guardate che IL '68 CI HA


STRASFRACELLATO


I COGLIONI



Scusate il lessico, ma le cose stanno cosi, convincetevene.

lunedì 14 settembre 2009

Considerazioni di un impolitico

La scuola, senza politica
Io, premetto, sono il primo a ritenere che il sistema migliore per ottenere studenti antifascisti sia dar loro un prof fascista, e viceversa (soprattutto viceversa).
Io, quando mi chiedono “prof che partito vota” (con la stessa pigra curiosità di “che squadra tiene”), rispondo che non posso rispondere perché sono un pubblico ufficiale. Ragion per cui mi sfonda una porta aperta, onorevole ministro Gelmini, quando mi dice di non far politica a scuola. Io veramente non la vorrei fare. Se poi lei mi volesse anche un po' aiutare.

Mi spieghi infatti come farò, nei prossimi giorni, a dare risposte che non siano “politiche”. Non tanto agli studenti, quanto ai genitori. Per esempio, quando mi chiederanno: ma la nuova ora di “potenziamento dell'italiano”, che roba è? Fa media o no? Io cosa risponderò?

Dovrei rispondere che non lo so, proprio non lo so, perché il preside non me l'ha voluto dire, perché in provveditorato nessuno si è voluto sbilanciare, perché dal Ministero non ci è arrivato nien... ops, ho detto “Ministero”, sto facendo politica. Quindi, insomma, cosa devo dire? Che è un segreto? Una sorpresa? Lo scoprirete a giugno, eh eh... non scherzo mica, sapete. Certe cose l'anno scorso le abbiamo scoperte a giugno noi. Figuriamoci gli studenti.

Figuriamoci i genitori. L'anno scorso ci tenevano a sapere se per salvarsi dalla bocciatura il loro fringuello doveva avere tutti i sei o limitarsi a puntare alla media del sei (capite che fa una bella differenza, con la condotta e l'educazione fisica). Beh: non lo sapevamo. Giuro, non si è capito fino a cinque giorni dagli scrutini. Mancava chiarezza da parte del Minis... ops. No, vabbè. Abbiamo cincischiato coi genitori e gli studenti fino alla fine. Se come professionisti avevamo ancora una dignità, l'abbiamo probabilmente persa in quella occasione.

Sa poi qual è il problema? Che i giornali scrivono cose, che i giornalisti sono convinti di sapere cose. Cose che nessuno ha mai messo nero su bianco a noi, eppure loro le sanno già. Per esempio l'altro giorno il Corriere scriveva che dal prossimo anno non sarebbe più bastata la media del sei per essere promossi. Dieci righe sotto dicevano che educazione fisica e condotta avrebbero fatto media. A quel punto io che sono del settore mi domando: quale media? Se la media non c'è più, cosa mi stai dicendo esattamente, giornalista? La stessa cosa che si sapeva all'inizio dell'anno scorso, e che poi è stata smentita da una circolare all'ultimo momento? A proposito, quali circolari mi stai citando? Perché io fino a dicembre mi rifiuto di leggerne, anzi aspetto che ne arrivi una a marzo che contraddica quella di febbraio, mi risparmio un bel po' di fatica e di fegato. Ma la cosa tremenda è che invece il genitore ci crede, a quello che scrivi, e poi viene da me a farmi delle domande strutturate così: ma è vero che non c'è più la media del sei però condotta fa media? E io che gli rispondo?

C'è chi mi dice: racconta la verità. La verità non è di sinistra né di destra. Come no, certo. Quindi, cari padri e madri, è inutile che mi chiediate che novità rappresenta il “potenziamento dell'italiano” da un punto di vista didattico, perché dietro non c'è nessuna innovativa idea didattica, ma una semplice trovata per tagliare una cattedra di italiano su quattro alle scuole medie. Insomma mi hanno tolto un'ora di italiano e l'hanno dato a un altro prof di italiano che ha perso la cattedra, capito? Senza dargli nessuna programmazione, non è nemmeno chiaro se debba fare per forza italiano o altre cose (Storia, geografica, civica). Non si sa nemmeno se valuterà o no i vs figli perché non si sono ancora posti il problema al Minis... ops.

E se credete che i problemi finiscano qui, sentite un po' questa: la scuola inizia oggi, no? Tra quindici giorni gli orari saranno più o meno definitivi in tutta la penisola, e a tanti genitori che hanno scelto l'alternativa alla religione sarà chiaro il fatto che loro figlio rimane in classe durante l'ora di religione. E quindi cosa faranno? Beh, voi cosa pensate che faranno, questi simpatici genitori atei, agnostici, islamici, ebraici, buddisti? Verranno a lamentarsi da noi, che i loro figli hanno il diritto costituzionale a non fare religione, che qui stanno saltando i diaframmi tra Stato e Chiesa, ecc ecc. E noi cosa risponderemo?

Mica possiamo dire la verità: che non possiamo fare uscire gli studenti non cattolici perché non abbiamo più insegnanti per l'ora alternativa. E come mai non abbiamo insegnanti? Ahem, quelli che usavamo adesso fanno l'ora di Potenziamento. E non ce ne sono altri? No, finiti. Ovvero, ci sono quelli che stanno sul tetto a protestare; speriamo che li assuma per conto nostro il presidente di Regione, come ha fatto Formigoni in Lombardia. Anche se probabilmente li avrà assunti a spese vostre, e probabilmente prima di assumerli avrà dato un'occhiatina se erano cattolici o no... ops! No, insomma, questo non è un insegnante che parla, è un emissario del politburo.

Non che invidi il mio collega di religione. Lui non sa ancora dire se darà un voto in decimi o no, e probabilmente non lo saprà per mesi (dipende anche un po' da che piega prende il caso Silvio-escort). Però se gli arriva tra capo e collo un genitore ateo, agnostico, islamico, ebraico, ecc., lui cosa potrà dirgli? Cosa potrà dirgli che non sia politico? Qualcosa del tipo: non si preoccupi, io mica faccio propaganda religiosa, anzi lo vede? Nel mio libro di testo si parla di tutte le religioni... ah sì? Ah sì?

Bene, collega di religione, prega che nei pressi non ci sia una spia della Conferenza Episcopale Italiana, perché sennò ti ritirano la licenza. Infatti adesso sembra che nell'ora di religione cattolica si possa insegnare solo religione cattolica – non fa una piega, ma ci sarebbe da buttar via tutti i libri di testo degli ultimi venti anni. Da quest'anno fine dell'educazione interculturale, si fa catechismo. Perché? Non lo so. Cioè, lo so, ma non te lo posso dire perché... ehm, è politica. Ops!

Poi c'è la questione del tetto stranieri. Questa è la più bella di tutte: insomma, siete passati in dieci mesi dalla classe ponte con 30 stranieri alla classe tetto con un massimo del 30% di stranieri. Che per carità, io potrei anche dirmi d'accordo. Ma parlarne in un'intervista a settembre che senso ha, esattamente? Le classi le abbiamo chiuse in agosto, quindi è un po' come scrivere a Babbo Natale in gennaio. Ministro, ma si vuol mettere nei panni del genitore che (1) va a leggere la lista dei compagni del figlio, (2) trova venti nomi che non riesce a pronunciare, (3) chiede al Preside ehi cosa sta succedendo, un'invasione? (4) il Preside gli alza le spalle in faccia (5) lui torna a casa un po' sconsolato, apre il Corriere (6) Sul Corriere c'è la simpatica Ministro che dice che introdurrà un tetto del 30% agli stranieri, ma non subito, eh no, dal prossimo anno, perché non c'erano “i tempi tecnici”? Cioè, il tempo tecnico per liquidare sedicimila insegnanti c'era, ma il tempo tecnico per spedire una circolare ai presidi di tre righe “siete pregati di non comporre classi con più del 30% di studenti stranieri” no? Però c'era il tempo tecnico per parlarne in un'intervista al Corriere. Che poi lo sappiamo abbastanza bene che non se ne farà nulla, no? Esattamente come quando si parlava di classi ponte. Ci sono difficoltà tecniche, e poi chi ve lo fa fare di portare una quota di studenti dalla pelle scura nelle classi 'in' dei vostri elettori? Ops, mi sa che l'ho rifatto ancora.

Ma sarà poi davvero politica questa? Pretendere che un Ministro, prima di annunciare questo e quello ai giornalisti, invii ai suoi dipendenti delle comunicazioni chiare, esaurienti e non contraddittorie, senza offendere la categoria... è una richiesta politica? La chiarezza è di destra o sinistra? La competenza, la puntualità, la serietà, sono cose da cospiratori?

Io lo so che c'è un vecchio programma di smantellamento della scuola pubblica. Ma a questo punto non credo sia neanche più il problema. In altri Paesi è successo che smantellassero la scuola pubblica; ma almeno l'hanno fatto con una certa professionalità. Qui no, qui è tutta una confusione, prima basta un'espulsione per bocciarti e poi ce ne vogliono 15 e poi di nuovo una sola; intanto sembra che basti togliere “buono” e scrivere “sette” per rivoltare la scuola come un calzino, si monta tutta una fanfara su un nuovo insegnamento che si chiama “Cittadinanza e Costituzione” (educazione civica non suonava più bene) che se poi vai a vedere nel quadro orario non c'è. Cioè, c'è... ma non c'è. Fa media? Chi lo sa. E se un genitore che non si perde un'intervista del Ministro viene a chiedermelo io cosa gli rispondo? Boh?

Posso rispondere Boh?
È una risposta abbastanza impolitica?

domenica 13 settembre 2009

Allegria di naufragi

Lui faceva solo le domande

L'ironia è che Mike Bongiorno un funerale di Stato se lo meritava, come tutti i partigiani. Forse nel casino dell'8 settembre per un italoamericano era più facile capire da che parte stare; ma ci voleva comunque molto coraggio, che non gli è mai mancato. Gli mancò invece la voglia di parlarne: mentre altri si sono riciclati ex partigiani per tutta la vita, lui si è messo subito a fare altro, seppellendo diligentemente l'esperienza di staffetta e di prigionia nel suo curriculum. Un riserbo ai limiti della rimozione, che potrebbe anche insospettire: l'uomo aveva tanti difetti ma non la falsa modestia. Più probabilmente non ne parlava perché non voleva correre il rischio di annoiare.

Del resto nessuno crede che Mike “Ordine al Merito della Repubblica Italiana” Bongiorno sia sepolto da eroe perché a 19 anni cercava di tradurre i dispacci partigiani in inglese e viceversa. MB si meritava solenni esequie perché era la Storia della tv di Stato + la Storia della tv commerciale. Questo in Italia è terribilmente importante. E questa importanza, temo, è terribilmente italiana.

Perché Mike Bongiorno, in fondo, era solo un conduttore televisivo. Nemmeno dei più brillanti: non è che abbia inventato un granché. Seppe sfruttare al meglio il suo bilinguismo, cominciando a importare format dagli Usa quando l'inglese in Rai era probabilmente compreso come l'arabo oggi. Lascia o raddoppia in originale si chiamava The 64000$ Question. Era un quiz, un giuoco a premi, come se ne facevano già in tanti Paesi. Prima o poi qualcuno li avrebbe portati in Italia, ed era fatale che si trattasse un uomo nato all'incrocio tra due culture (senza saperne molto di entrambe, ma che c'entra).

Quello che non ci si poteva aspettare è che Lascia e raddoppia segnasse in modo così profondo l'immaginario degli italiani. Era solo un programma, solo tv, e Mike Bongiorno era solo un signore gentile che faceva le domande, lasciandosi scappare qualche simpatico strafalcione. Poteva durare una stagione, o dieci stagioni, e poi sparire nel dimenticatoio – alla Rai MB non ebbe sempre vita facile – e invece eccoci qui, solenni funerali di Stato. Qui io direi che c'è qualcosa che non va: nel culto del presentatore, che negli altri Paesi è quasi sempre un signore brillante che legge una cartellina e da noi è l'assoluto protagonista, un art director, un profeta, un dittatore vendicativo. Ai bei tempi, MB arrotondava il salario Rai con vere e proprie tournée estive: sfuggiva da folle di signore che cercavano di toccargli i capelli, saliva su un palco di una sagra di paese e... cosa faceva? Cosa fa un conduttore senza qualcosa da condurre? Erano le prime comparsate della storia dell'umanità. Gli avranno dato una miss da incoronare, più spesso un prodotto da vendere, gli sponsor da ringraziare, patetiche scuse per ascoltarlo parlare, per l'allegria di sentirlo dire allegria. Lo spettacolo era lui, la tv dal vivo.

Nel Regno Unito nasceva la beatlemania, negli Usa Dylan diventava un divo. A Parigi andavano forte i filosofi esistenzialisti; in Italia sognavamo di toccare i capelli a Mike Bongiorno. C'era già qualcosa di profondamente sbagliato. Cosa ha reso di noi il popolo più teledipendente di Europa? La tv la guardano tutti, ma nel resto del mondo è un elettrodomestico che dialoga con altri, senza mangiarseli: ieri c'era la radio, la carta stampata, oggi c'è internet; ci si può aggiornare su tutto senza nemmeno sapere cosa c'è in tv. In Italia non è possibile, persino se uno cercasse di vivere esclusivamente di quotidiani: per esempio, di che parlano le prime pagine cartacee e telematiche di oggi? del palinsesto rai – al posto di Ballarò faranno un programma di Vespa e questo si dà scontato che leda profondamente il pluralismo democratico. La Rai è l'Italia in diretta, chiudere un programma è come chiudere una piazza e impedire agli italiani di radunarvisi. Altrove secondo me non è così.

Ma non è colpa di Mike Bongiorno. Lui faceva domande, senza nemmeno fingere di conoscere le risposte. I suoi programmi non creavano nessuna illusione di focolare nazionalpopolare, alla Baudo. MB non accarezzava l'autoindulgenza del telespettatore con la goliardia di Corrado o l'ironia un po' snob di Enzo Tortora. Mike Bongiorno registrava telequiz, punto. Quando la formula del telequiz cominciava a stancare, lui si metteva a cercare qualche formula nuova. Quando tramontò l'archetipo del signore stravagante dotato di una cultura settoriale impressionante (oggi lo chiameremmo, tagliando corto, nerd) lui scoprì i giochini enigmistici alla portata di casalinghe e pensionati, i rebus di Bis, il paroliamo della Ruota della Fortuna, un altro format americano fatto e finito. Giochi a premi senza ironia, senza riflessioni o metadiscorsi. Per quanto gli italiani cercassero in tv Art Director, Profeti, Dittatori Vendicativi, bisogna dare atto a MB di aver mai provato a essere qualcosa di più di quel che era: quello che fa le domande, o almeno le domandine. Almeno fino a qualche anno dalla fine, quando anche lui non riuscì più a resistere alla grande celebrazione autoreferenziale, e a dare retta a chi lo voleva Senatore a vita, maestro di stile (per via delle sue gaffes), protagonista del Novecento italiano. L'ultimo Mike, quello che faceva da spalla a Fiorello, era un buffo monumento a sé stesso – alla gente piacerà ricordarselo così. Ma il vero MB era un altra cosa.

Una macchina per far soldi, sostanzialmente. Nessuna complicazione intellettuale, politica, etica. Nessuna ambizione di raccontare gli italiani. MB non era distratto nemmeno dall'ego. Non andò da Berlusconi a fare il Grande Personaggio – andò a fare l'operaio alla catena, una striscia di mezz'ora al giorno e tre ore di prima serata settimanali, per dieci e più anni. Consapevole che si trattava sostanzialmente di vendere materassi e mortadelle, MB si lasciò tranquillamente alle spalle il suo passato di partigiano, alpinista, patriarca della tv, e si mise a vendere materassi e mortadelle. Senza vergogna, e senza nemmeno provare a ridersi addosso – pura televisione commerciale, senza autoironie, complicazioni sociologiche, protagonismi. Gli altri grandi conduttori, lo sentivi, volevano soprattutto essere amati, e a tal fine erano disposti a sedurre. MB no, lui non fingeva di voler bene a nessuno. Se eri bravo ti diceva bravo, se sbagliavi ti mandava a casa, se provavi a barare o ti portavi i bigliettini ti maltrattava davanti al pubblico, senza pietà o comprensione. Perché MB non comprendeva nessuno. Lui faceva le domande, punto.

Passavano gli anni, cambiavano i fondali in cartongesso; lui rimaneva immobile, indifferente ai destini umani. Sfiorivano le vallette – un autore morì, ma aveva già registrato ore e ore di Ruote della Fortuna che andarono in onda lo stesso. Niente piagnistei, è solo televisione. Oggi, se guardi Affari Tuoi, ti costringono a piangere se il concorrente esce con meno di ventimila euro.

Non è stato Mike Bongiorno a far impazzire la tv italiana. Lui fin dall'inizio ha pensato che nei palinsesti ci fosse lo spazio commerciale per un intrattenimento di livello medio-basso (come si faceva negli Usa) e si è adoperato in tal senso. Ma non ha mai invaso il campo dell'informazione, del dibattito politico, della cultura. I suoi colleghi – quelli che credevano che si potesse usare lo stesso palco per fare dibattito politico e varietà, ritrovare il parente disperso e salvare la foca monaca, vendere il libro e il caffè, dir messa e lanciare il balletto, tutto sempre in un unico enorme contenitore che avrebbe dovuto piacere a tutti per forza – loro hanno più responsabilità.

Una volta Beniamino Placido andò a intervistarlo. Scoprì che passava le notti a studiare la tv americana via satellite – eravamo ancora negli anni '80. Concluse che Mike era un alieno: viveva tra noi, senza capirci; e noi non riuscivamo a capire lui. Questo non ci impedisce di celebrarlo, come un altro pezzo del nostro passato che se ne va. Ma è il solito fraintendimento: questo passato più lo festeggiamo più ci sfugge.

giovedì 10 settembre 2009

La banda dei Luca

Gli incubi del prof. Esso, 2
(Delirio)

Che strano. Mi trovo nel corridoio della scuola, ma è notte. Mi domando chi mi avrà fatto entrare.
“Buongiorno prof. Esso”.
Toh, ma chi si vede. Rossi Luca! Ma che ci fai tu qui, le lezioni cominciano martedì, e inoltre...
“Buongiorno prof. Esso”.
“Verdi Luca, che sorpresa! Ma tu ti sei diplomato tre anni fa, se non mi sbaglio, oppure...”
“Buongiorno prof. Esso”.
“E tu chi accidenti saresti... aspetta, ce l'ho sulla punta della lingua... mi rigasti una fiancata nel duemilaetré se non sbaglio...”
“Bianchi”.
“Bianchi, certo, e di nome...”
“Luca”.
“Luca, ma quella volta, scusa, perché non me la rigasti fino in fondo! L'assicurazione non me la rimborsò perché non superava la franchigia, insomma, se volete fare le cose almeno fatele bene, dico sempre io...”
“Ma non tace mai?”
“Prova ad alzare la mano, a volte funziona”.
“Professore, si starà domandando perché la evochiamo”.
“Come sarebbe a dire che mi state evocando? Al massimo sono io che sto evocando voi”.
“È un punto di vista. In ogni caso si tratta di questo: lei è uno dei pochi esponenti del mondo adulto di cui ci fidiamo...”
“Oh, grazie, questo è molto commovente, ecco uno di quei momenti che mi ripagano delle frustrazioni di una...”
“E quindi ci dovrebbe aiutare a occultare un cadavere”.
Eh?”
“Naturalmente non è che glielo chiediamo a gratis, insomma, se lei ci fa questa cosa per noi, noi poi ci sdebitiamo, abbiamo già trovato un modo...”
“Ma come sarebbe a dire un cadavere, scusate? Intendo dire, non è per caso che fino a qualche ora fa fosse ancora vivo e poi qualcuno di voi si sia adoperato in tal senso...”
“Lei è molto perspicace".
"In effetti ci siamo adoperati concretamente in tal senso tutti e tre”.
“Molto concretamente”.
“O mio Dio”.
“Tuttavia un conto è trasformare una persona in cadavere – questo era alla portata delle nostre capacità di teenager coglioni – un altro paio di maniche è farlo sparire, per queste cose serve come minimo il baule di una macchina e quindi, in definitiva, un adulto facilmente manipolab...”
“Ma perché, perché? Tutte queste cose brutte, l'odio, la violenza, il bullismo...”
“Ecco, ha detto bene, il bullismo”.
“È diventata una vera piaga negli ultimi anni, prof, lo ha notato?”
“Dico, uno fa tutto il possibile per restare calmo, non rispondere alle provocazioni... ma non serve a niente”.
“Si attaccano a tutto per prenderti in giro. Se sei biondo ti danno del biondo, se sei scuro ti danno dello scuro...”
“Non dico poi se i tuoi genitori ti hanno dato un nome appena appena stravagante... è la fine”.
“Ma i vostri genitori non vi hanno lasciato nomi stravaganti”.
“Certo che no”.
“Ci volevano bene, i nostri genitori”.
“Hanno fatto tutto il possibile per non farci spuntare dal mucchio”.
“Sin da piccoli ci hanno sempre infilato in tutte le code possibili... ci hanno sempre raccomandato di guardarsi intorno e poi fare quello che fa la maggioranza... i nostri genitori non hanno nessuna colpa”.
“Pensi solo a come ci hanno chiamato: Luca”.
“Capirei “Filippo”. Capirei “Giuseppe”. Ma come si fa a prendere in giro un Luca? È il nome più neutro che c'è. Fino all'anno scorso nessuno ti prendeva in giro se ti chiamavi Luca”.
“Fino all'anno scorso? E poi?”
“E poi è successo quello che è successo”.
“Il disastro”.
“La catastrofe”.
“L'armagheddon”.
“Complimenti per i sinonimi, si vede che avete avuto un buon insegnante, ma insomma, stringendo...”
“Luca, credo sia venuto il momento di mostrarglielo”.
“Va bene Luca, apro l'armadietto”.
“Che buffo, nella scuole dei sogni ci sono gli armadietti. Si vede proprio che il nostro immaginario è americano, e inoltre... O. Mio. Dio. Ma quello è...
“Proprio lui”.
“...il celebre cantante Povia!”
“Si riconosce ancora molto bene, maledizione”.
“Abbiamo provato anche a staccargli la testa, ma col coltellino non è mica facile”.
“Ma poverino, cosa vi aveva fatto di male?”
“Cosa ci aveva fatto? Ci sta veramente chiedendo cosa ci ha fatto di male?”
“Ci ha distrutto!”
“Ma lo sa che ci sono ragazzi che non escono di casa da mesi, per colpa sua?”
“Per colpa sua? Non capisco”.
“Sua e della sua maledetta canzone! Quella dei gay”.
“No, aspettate. Capisco che il testo potesse essere discutibile e anche un pelo omofobico, ma da qui a ritenere Povia responsabile dell'ondata di omofobia degli ultimi mesi...”
“Ma che sta dicendo?”
“Crede che noi ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“Anche lui? Ma allora non c'è speranza”.
“Professore, ma con rispetto parlando, chi se ne frega dei gay. Noi non ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“E allora perché, non capisco...”
“Ma perché ci chiamiamo Luca, ecco perché! Da quando ha portato a Sanremo quella maledetta canzone, tutti i nostri compagni ci prendono in giro”.
“Aaaah, ora mi è chiaro. Luca era gay”.
“Tutti a dire: Ti chiami Luca? Ihihih! Allora eri gay”.
“Ma noi non siamo gay”.
“Non vogliamo che la gente dice che siamo gay”.
“O anche che lo eravamo”.
“Uno passa i migliori anni della sua vita a disegnare piselli nei bagni della scuola per costruirsi un'immagine di macho, e poi arriva 'sto cantante col suo ritornello del c...”
“Abbiamo cercato di spiegarglielo a tutti, ma più glielo spieghiamo più loro insistono, più loro insistono più noi ci arrabbiamo, è un vero fenomeno a livello nazionale”.
“Così ci siamo organizzati. Abbiamo fondato un'associazione”.
“Un'associazione per i diritti dei Luca?”
“No, un'associazione per spaccare la faccia a Povia. Poi però forse abbiamo trasceso”.
“È colpa di Luca, glielo avevo detto di lasciare a casa il tirapugni chiodato”.
“Luca, Luca, Luca, sentite, tutto questo non può essere vero. Voglio dire, era solo una canzone che parlava di uno che a un certo punto della vita era gay. Sono cose che succedono”.
“Sì, ma perché l'ha chiamato proprio Luca?”
“Perché, mah, perché è un nome semplice, molto comune, perché sta in metrica... ma non sarebbe stata la stessa cosa se avesse usato, che ne so, Giovanni?”
“Ah, perché Giovanni era gay?”
“Ma certo che era gay, l'ho sempre detto io”.
“Ma no... Sentite, non so come spiegarvelo... quello che avete fatto è molto sbagliato. Molto molto molto sbagliato. Forse vi sentivate presi di mira, ma questo non vi autorizzava a... l'odio non è mai la risposta, la violenza è brutta, e inoltre...”
“Luca, questo è capace di andare avanti tutta notte così”.
“Lo so, Luca, è meglio che apriamo subito il secondo armadietto”.
“Oh, e va bene. Prof, senta, noi lo sapevamo che lei non avrebbe preso la cosa molto bene, e quindi abbiamo pensato di addolcire la pillola un po'”.
“In che modo?”
“Già che siamo in tema di ammazzare cantanti, ci siamo chiesti se non c'era un cantante che le avrebbe fatto piacere trovare legato e incaprettato nel suo armadietto...”
“A disposizione della sua troppo giusta ira”.
“Ma siete veramente folli. Io ammazzare un cantante? E perché mai? Io non ce l'ho con nessuno, e in particolare con nessun cantante”.
“Neanche uno?”
“Ma ci mancherebbe, al massimo se sono in coda in autostrada e Isoradio mette su Gianni Togni o Sandro Giacobbe mi adonto un po', ma so che non è colpa loro e quindi...”
“Va bene, Luca, apri l'armadietto”.

"Hmmm-mmm!"
“Ma questo... questo non è un cantante”.
“In senso stretto forse no...”
“Questo è...”
“Tricarico. Quello schifoso pezzo di...”
“Immaginavamo che avesse, come dire, una certa animosità nei suoi confronti”.
“Animosità? Questo, come definirlo, questo tra virgolette uomo, che ha fatto successo vendendo ai bambini un disco che diceva Puttana la maestra. Che se mi fossi capitato tra le mani, io...”
“Prof, guardi che è così. Le è capitato tra le mani”.
“Già”.

Hmmm-mmmm!

“Luca, passami il tirapugni chiodato”.
“Prof, ma è sicuro? In fondo era solo una canzone”.
“Una canzone? Ma mia mamma faceva la maestra! E la mamma, la mamma non si tocca”.
“Ma non parlava della sua mamma, era una maestra in generale”
“Non importa! Ricordo quell'anno, i bambini ai giardinetti che cantavano Puttana Puttana, e tutto questo per arricchire un cantante-sacco-di...”
“Ma se rammento bene, la canzone descriveva un trauma vissuto nell'età evolutiva”.
“Dammi qua, glielo do io il trauma a Tricarico. Toh!”

HMMM!

“E toh! Cioè, questi arrivano a scuola orfani ed è sempre colpa delle maestre, sempre colpa del servizio pubblico, toh! ma non ti vergogni a speculare sui traumi infantili anche tuoi, ma sai che ti dico, il tema su tuo padre morto te lo doveva far scrivere in ginocchio sui ceci! E prendi questa! E questa!”
“Be', ma guarda che roba”.
“Abbiamo liberato una belva, mi sa”
“E questa! e questa! e...”
“Professore, basta così, è morto già da cinque minuti”.
“Ah sì? Strano, non mi sento per niente in colpa”.
“Adesso però deve liberarsi del corpo”.
“Ah, già, mi servono dei sacchi di nylon... una paletta... e devo andare a prendere la macchina”.
“Allora già che c'è può sbarazzarsi anche del nostro, cosa dice?”
“Beh, se insistete”.
“Grazie prof, sa che le dico? Io credo che stanotte noi non abbiamo solamente sfogato i nostri istinti bestiali”.
“Ah no?”
“No, noi stanotte abbiamo fatto qualcosa d'importante per la musica italiana”.
“Di solito a questo punto però mi sveglio sudato”.
“E perché prof? Non è mica un incubo questo”.
“Ah no?”
“Ma no, è un sogno come un altro. Più piacevole di altri”.

....

“Dormito bene stanotte?”
“Fatto un sogno strano... c'erano Qui Quo Qua che però erano tre miei studenti un po' bulli che ammazzavano Povia... e allora io per non essere da meno dovevo far fuori Tricarico, e poi...”
“Quand'è che ricominci a lavorare?”
“Dici che ne ho bisogno?”

domenica 6 settembre 2009

L'ultimo emiliano

Provare Bersani

Chi è cresciuto in Emilia, parzialmente assuefatto al mito del buongoverno locale, si è proposto almeno una volta nella vita il quesito: se siamo così bravi (e gli altri così scarsi), perché a Roma non ci andiamo mai? Forse allora non è vero che siamo così bravi? Forse siamo bravi come “amministratori” ma non come “politici”? Ma che differenza c'è, ce la spiegate? Perché se “amministrare” significa governare bene, e “politica” lotte per il potere, forse a Roma sarebbe meglio che ci andassero i bravi amministratori... o forse il problema è l'opposto: i nostri amministratori sono talmente bravi a lottare per le loro poltroncine locali da annullarsi a vicenda, perdendo il meglio della loro vita in congiure municipali e spianando la strada per Roma a latifondisti sardi, intellettuali della Magna Grecia, deputati di Gallipoli. Sia come sia, fino ai primi '90 i politici emiliani di caratura nazionale sono stati curiosamente rari. Se in seguito l'Emilia si è rifatta in modo clamoroso, è stato in massima parte con personaggi che alla lotta per le poltroncine non avevano potuto partecipare (e forse proprio per questo motivo erano 'costretti' a proiettarsi sulla scena nazionale): un'orda di cattolici (Casini, Giovanardi, Prodi, Franceschini) e persino un missino. Insomma non sarà quel paradiso del Buon Governo che molti credono, l'Emilia, ma è senza dubbio una delle migliori palestre per i politici; che pare aver giovato più al centrodestra che al centrosx.

Bersani è l'eccezione. Dovesse vincere le primarie (e dovrebbe), Bersani sarà il primo leader di centrosinistra a poter vantare il classico cursus honorum degli amministratori comunisti emiliani (proprio mentre nel frattempo l'Emilia rossa stinge): giovanissimo vicepresidente di comunità montana, consigliere e poi assessore a Piacenza, presidente di Regione, Ministro. Mentre lui saliva paziente tutti i gradini, sulla poltrona di segretario o di leader del suo schieramento si ritrovavano personaggi con minori esperienze e con storie del tutto diverse: penso a Prodi o Franceschini, ma anche a Rutelli. Questo per dire quanto sia radicata, anche se poco esplicitata, la dicotomia amministrazione-politica: a Roma ci vadano persone con belle facce (Rutelli), o belle idee (Veltroni), e se belle non si trovano che siano almeno facce e idee rassicuranti (Prodi); gli amministratori al massimo potranno ambire al ruolo di eminenze grigie; di estensori di decreti magari rivoluzionari sulla carta, che poi l'arietta romana si incaricherà di addolcire. Il vero salto della sua carriera è stato da burocrate locale a personaggio televisivo, ospite ideale di Ballarò più che di Vespa: il signore che a un certo punto della serata si mette a snocciolare i dati sull'economia e intorno si fa silenzio. Un anti-Tremonti, in fondo speculare al modello.

Ma Bersani, come Tremonti, sembrava l'eterno cardinale rassegnato a veder nominare i pontefici. Il gran rifiuto di partecipare alle primarie del 2007 ci impedì di assistere al vero scontro tra la politica romana dei grandi ideali (Veltroni) e l'amministrazione del potere (Bersani, con cricche dalemiane annesse e connesse). Sarebbe stato davvero un bel duello, ma Bersani lo avrebbe comunque perso, e allora a che pro? Con machiavellica rassegnazione i grandi burocrati Ds hanno lasciato che Veltroni bollisse nel suo brodo aromatico, e adesso si rifanno sotto. Con Bersani, grande amministratore con aura di tecnico e (not least) ultima faccia televisiva spendibile. Potrà anche sembrare una restaurazione, il ritorno del dalemismo, e in parte lo è, però... c'è qualcosa di più che non so spiegare in altri modi, insomma... Bersani è emiliano. Sarà anche un'astrazione geografica, ma ha un senso storico: mentre gli altri studiavano, lui amministrava. Quando si parla di grande scuola del PCI, si pensa sempre a quel certo plesso alle Frattocchie: c'è un equivoco. La vera scuola erano le sezioni locali, le circoscrizioni, i consigli e poi le giunte, con tutto il folklore annesso. Bersani non ha bisogno di improvvisarsi oggi cameriere alla festa dell'unità, perché gli spiedi li metteva su trent'anni fa: qualche giorno fa è stato a una festa padana e si è permesso di dire “Guardate che questa roba qui (mulinando l'indice) l'abbiamo inventata noi; e se chiedete al leader vostro alleato a che prezzo bisogna mettere uno spiedo per non rimetterci, lui non lo sa; io sì”. Un tipico sprazzo di orgoglio emiliano, versione passivo-aggressiva dell'arroganza lombarda (e meno male che avevo scritto che le regioni non esistono): “quello là” sarà anche bravo a metter su palazzine e televisioni, ma se gli chiedete quanto deve venire uno spiedo per non rimetterci, non lo sa.

“Mentre gli altri studiavano, lui amministrava”: ma sarà vero? Mentre lo intervistano scopro che Bersani è laureato (Veltroni e D'Alema no, per esempio), in filosofia, con una tesi, udite udite, di storia del Cristianesimo. Sarà anche solo un episodio nella vita di uno che poi ha fatto tutt'altro, ma me lo rende subito più simpatico. In un periodo in cui il cristianesimo è diventato un blocco compatto che si deve accettare o rifiutare in toto (magari sputandoci anche un po' sopra), mi trovo sempre più vicino a quelle poche persone che tra credere e non credere si sono accorti che c'era una terza dignitosissima scelta: studiare. Una settimana fa il candidato cosiddetto laico, Marino ha spiazzato qualcuno autodefinendosi cattolico. Bersani spiazza ulteriormente, rifiutando di rispondere alla domanda. Come? Un candidato che non vuole dirci se crede in Dio o no?

Me lo potevo immaginare ragioniere, Bersani, specializzato in qualche ramo di economia e commercio, o perché no, perito agrario; al limite ingegnere; invece salta fuori che l'unico candidato in grado di calcolare l'entità della manovra necessaria a muoverci dalle secche della crisi (19mila milioni, ma potrei sbagliarmi) si è laureato su Gregorio Magno. Quindi non vuole rispondere alla domanda su Dio: giusto, è come quando mi chiedono se il futurismo mi piace o no, che senso ha? Quando studi una cosa per anni ti rendi conto che è complicata, e che certe domande sono superficiali... (mr. Einstein, ma a lei questa relatività piace?) Invece di rispondere imbastisce un discorso che tramortisce una buona parte del pubblico: sono venuti apposta per applaudirlo (in più che per Franceschini) e alla fine risulteranno più freddi. La nostra concezione dell'umanità, spiega Bersani (a gente come me, che si aspettava dati sulla crisi e qualche battutina sul puttaniere), la nostra stessa idea di dignità umana, quel sentimento che ci fa provare un istintivo sdegno per le foto dei migranti respinti in mare, è il risultato di una civiltà che nasce col cristianesimo, e poi si biforca in varie direzioni, tra cui quella illuministica settecentesca. Ci sono altre culture, “più filosofiche”, come quella buddista, che dell'uomo hanno una concezione diversa. Diciamo che credono meno nell'individuo: e fa l'esempio della Politica del Figlio Unico. Pensavate che fosse un esempio limite di pianificazione comunista? No, spiega Bersani, “io ci sono stato, sapete: quando ne discutevano, una delle obiezioni principali era: ma un figlio solo verrà su viziato. Ora, una cosa del genere da noi sarebbe impensabile”. Laici o cattolici, noi abbiamo un'idea di individuo, che loro non hanno “e a quelli che insistono a dirci che certe cose non sono negoziabili [aborto, eutanasia, fecondazione], dico: continuate, continuate pure a non negoziare. Alla fine vi toccherà di prendervi ricette di gente che ha un'idea molto più diversa dalla vostra”.

Bersani continuerà a parlare per più di un'ora, e sarà bravo davvero: oltre a i contenuti, dimostrerà capacità retoriche non comuni, schiacciando a rete domande incerte palesemente improvvisate dall'intervistatrice. Ma sarà tutta discesa, almeno per me. Dopo aver parlato, con parole semplici, di dignità dell'uomo e di culture più o meno filosofiche, Bersani mi ha dimostrato alcune cose. Prima, di essere qualcosa di molto più del grigio burocrate che tiene la contabilità in seconda serata a Rai3: Bersani è un pensatore. Quello che pensa potrà essere discutibile – in fondo non siamo lontani dallo Scontro di civiltà huntingtoniano – ma visto da qui sembra davvero un pensiero: non un collages di aforismi celebri o un album di figurine; su certi problemi B. ha effettivamente meditato; le sintesi che proporrà saranno qualcosa di più di meri compromessi tra chi crede o no in un tale Dio. Seconda: è uno che questi pensieri non li tiene per sé, ma li offre a una platea che sì, è amica, ma forse si aspettava qualche lisciata al pelo in più. Il suo comizio mi ricorda quella scena del Gladiatore (film orribile) in cui Maximus scende nell'arena e decapita un paio di mirmidoni in pochi secondi: la gente non ha nemmeno il tempo per applaudire. È andata così: non si sono certo spelati le mani. Voteranno comunque per lui, sono modenesi diamine, ma hanno fatto un po' fatica a seguirlo. Che sia troppo bravo? La maledizione dei comunisti emiliani: si preparano, si preparano, per approdare preparatissimi in panchina. Bersani dovrebbe vincere le primarie con relativa facilità. Convincere gli italiani che dopo Berlusconi tocca a lui, e che bisogna tirarsi su le maniche e racimolare 19mila milioni o più, sembra ancora un altro paio di maniche.

mercoledì 2 settembre 2009

Cronache dalla campagna

Tempo di feste democratiche. Domenica Franceschini era a Modena; lunedì è arrivato Marino. Io sono andato a vedere entrambi e adesso vi racconto. Per chi non ha tempo: Marino 4 – Franceschini 1. Sabato la finale con Bersani.

Lunedì non sapevo ancora per chi avrei votato. Chiedendo in giro mi sono accorto di condividere con molti l'impressione che tutti e tre i candidati non siano poi male, “molto meglio di quelli di prima” (quelli di prima li avevamo votati perché erano meglio dei precedenti, ecc.).
Franceschini e Bersani sono comunemente ritenuti dei gentiluomini, un po' rovinati dalle pessime frequentazioni: Binetti il primo, D'Alema il secondo. Marino è generalmente simpatico a tutti, ma rischia di essere l'ennesimo scalfarotto (con tanto affetto allo Scalfarotto originale). Per cui si rimanda la decisione, si prende del tempo, addirittura si vanno a vedere i comizi. In una situazione del genere un oratore un po' trascinante potrebbe anche fare la differenza. Nessuno dei due lo è (nemmeno Bersani, che io sappia). Marino non ci prova nemmeno: ha trovato uno slogan da appioppare agli avversari, “siete leader del secolo scorso”, e lo ripete due o tre volte senza vergogna; ha così poca retorica che quel poco la sfoggia come una spilletta. Franceschini invece si capisce che è del mestiere. Ha un tono concitato immediatamente riconoscibile (è già un personaggio mediatico, lui: Marino forse non lo diventerà mai), un timbro lievemente stridulo, che ricorda la falsa intransigenza fassiniana, mitigata però dalla dolcezza del ferrarese. È la voce giusta per dettare un programma, imporre la linea: fermezza senza arroganza. Tra sei mesi potrebbe essere scomparso nel nulla, eppure la stoffa per diventare il nuovo Berlinguer catto-laico c'è.


Il campo di gioco

Entrambi giocano in trasferta: Modena, già feudo dalemiano dovrebbe incoronare Bersani – siamo molto prevedibili. Siamo però anche molto aperti al confronto, e domenica sera riempiamo l'arena concerti: molti restano in piedi, e i posti a sedere sono qualche migliaio. Successone, soprattutto se tieni conto che è l'arena dell'ex festival dell'Unità, e che quello che parla fino all'anno scorso era un post-democristiano. Se invece consideri che Franceschini è ancora il Segretario, e che questa è la sua festa, il paragone col passato è impietoso: dieci anni fa quando veniva D'Alema si bloccava la tangenziale. Caldi applausi, ressa finale per gli autografi. Bersaniani con molto fair play.

A Marino ci si credeva meno: niente Arena, il Palaconad era ritenuto più che sufficiente. Forse è Marino a non credere molto all'Emilia, al punto di ficcare nel primo lunedì di settembre (la data peggiore dell'anno, a pensarci bene), non uno ma due comizi: Piacenza alle 18 e Modena alle 21. Ora si può anche capire che siano collegi sacrificabili; nessuna pretesa di essere l'Ohio elettorale di Ignazio Marino, e tuttavia gli interrogativi sorgono spontanei: ma chi è che viene a vederti un lunedì alle sei a Piacenza? E se a Piacenza arrivi alle sei, e come minimo parli un'oretta, come accidenti puoi credere di essere a Modena alle nove? è evidente che quello che ti organizza la campagna non è lo stesso che ti organizzava le operazioni. Insomma, noi arriviamo con una mezz'ora di anticipo e troviamo il palaconad deserto. Mi viene in mente una trista serata di qualche anno fa, Cofferati in versione sceriffo davanti a una platea di vecchietti canuti. Andiamo a fare un giro in libreria.

Torniamo dopo venti minuti e il palaconad è esaurito. La gente sta già cominciando a sottrarre panchine dagli stand circostanti. Barattiamo un paio di sedie con due firme su una legge d'iniziativa popolare e ci sistemiamo sul fondo: la gente comincia ad appoggiarsi sulle pareti in compensato. Dopo mezz'ora il giornalista spiega che Marino sta arrivando da Piacenza: il pubblico mormora, qualcuno si indigna (Pc e Mo nello stesso giorno? Ma che roba è?), senza però schiodare dalle panchine. Il giornalista rassicura: l'intervista sarà trasmessa anche nella sala di fianco. Alla fine Marino riempirà tutte e due. Il primo lunedì di settembre, alle dieci di sera, il dott. Ignazio “Chi?” Marino sbarca alla Festa del Lavoro di Modena e fa il pienone. Tanti applausi, anche se c'è gente che rimane a braccia conserte tutto il tempo. Un signore di fianco a me applaude raramente, e spesso scuote la testa sconsolato: atteggiamento tipico del bersaniano disilluso (“ma queste cose ce le deve venire a dire un chirurgo?”) Se posso interpretare: molti modenesi voteranno Bersani sperando che realizzi il programma di Marino. Sì, lo so, è strano, siamo persone strane.


L'interlocutore

Entrambi si affidano alla forma intervista, una chiacchierata con un giornalista che non ha nessun interesse a metterli in difficoltà. Particolarmente sdraiato il direttore tg3 che intrattiene Fassino: a distanza di una mezz'oretta risulta difficile ricordarsi cosa abbia chiesto; l'unica domanda vagamente difficile riguardava il rapporto tra cattolici e laici, senza fare nomi. F. rassicura: nel partito ci sarà spazio per entrambi. Meno male. (Ah, e un paio di frecciate alla situazione del tg3, ma in prima persona, alla Santoro: chissà se ci sarò ancora, speriamo che non mi montino un caso-Boffo, sono andato in soffitta a guardare se ho qualcosa da vergognarmi nel passato, dichiarazioni dei redditi, vecchie fiamme, ecc. ecc. Probabilmente a Roma questo tipo di aneddotica funziona: gli ascoltatori pensano “Però, questo un pezzo grosso che rischia di perdere il posto e ha la forza di scherzarci anche su, fico”. Su da noi è un po' diverso: l'ironia è troppo sottile, non si percepisce. Si sente invece una forte tendenza a personalizzare i problemi, a gridare allo scandalo solo quando ti toccano il posto fisso ecc. ecc. ecc.).

Una scelta migliore è l'intervistatore di Marino, Formigli. Finge addirittura di volerlo mettere in difficoltà, ricordandogli l'unico incidente della sua campagna (l'infelice uscita sulla “moralità” del partito all'indomani dell'arresto del segretario di sezione stupratore). Le domande sono un po' più pepate, come le vuole il pubblico, con nomi e cognomi: insomma, Binetti sì o Binetti no? La gente applaude la domanda ancora prima della risposta.


I contenuti

Ecco, è un po' imbarazzante. Forse avrei dovuto prendere appunti. Ma insomma, io sono stato giù nell'arena in piedi, a sentire Franceschini per 40 minuti, applaudendolo persino... e non mi ricordo niente. Non dico che mi abbia annoiato. Non mi ha nemmeno acceso nessuna spia. Nessun passo falso, ma come dire... niente in tutto. No, esagero, ma davvero: niente che non si potesse riassumere in venti minuti da Vespa o a Ballarò. Aspetta, mi è venuta in mente la cosa delle due rose. Sì, è andato a portare una rosa bianca sulla tomba di Zaccagnini e una rossa su quella del partigiano comandante Bulow. Le due rose, uhm. Insomma, abbiamo un grande passato, anzi due grandi passati, in cui a volte ce le siamo date ma abbiamo anche fatto cose fantastiche assieme, come resistere ai nazisti. E il futuro? Beh, la prima uscita un po' infiammata (forse l'unica) è sulla fuga dei cervelli: stiamo mortificando i nostri giovani, dice. Io applaudo, ma il giorno dopo Marino tornerà sul problema citando esempi concreti.

Se di Marino ricordo molte più cose è perché Marino, senza essere un grande oratore, è un vivace affabulatore. Si sta viaggiando l'Italia e si capisce che ha voglia di raccontartela: la gente si aspetta tirate laiciste e invece lui comincia parlando di operai che fanno lo sciopero della fame (è andato a trovarli) del comune di Riace che è diventato una comunità multietnica, eccetera eccetera, e passa una mezz'ora abbondante senza tirare fuori la parola “laico”. È il giornalista che lo deve aizzare: la gente qui è venuta a sentirti fare il laico, su, facci un po' il laico esasperato. Ma anche parlando di contraccezione ha più voglia di raccontare episodi che di spiegare le sue idee: durante una tavola rotonda ha sentito un parlamentare (di destra) ammettere che i ferri sono meglio della pillola perché “fanno paura”. “Ma siamo impazziti?” Ovazione. E la Binetti? “Se mi dimostrano che il 70% del partito è con la Binetti, io ne prenderò atto. Ma se invece il 70% del partito la pensa come me, anche la Binetti dovrebbe prenderne atto...” ovazione, e il giornalista incalza: la vorresti fuori dal partito? Sornione, Marino indica il pubblico. Il pubblico fischia e urla improperi alla parlamentare inciliciata. Alcuni devono essere per forza gli stessi che ieri hanno applaudito il suo candidato.


Bilancio

Franceschini non è male, no: come si dice in questi casi: “è una risorsa” (di solito dopo averlo detto si preme il pulsante della botola). Ma insomma, ha un modo di tenere insieme tutto e niente che mi è troppo familiare.
Lampadina: Franceschini è un Veltroni Senza. Senza Kennedy, senza metri quadri a Manhattan, senza cinema, senza romanzi, senza Africa, senza figurine, senza tutte quelle cose che dovevano alleggerire la figura del leader e invece l'hanno impiombata. Franceschini è molto più leggero, ai limiti della non consistenza: si vede quello che c'è dietro e dietro ci sono molte buone intenzioni e alcune brutte facce.

Marino non vincerà mai. In tv non lo conosce nessuno, molti andranno alle primarie senza nemmeno sapere chi sia. Allo stesso tempo uno che ti realizza una serata così, il primo lunedì di settembre a Modena, ha già vinto. Ha fatto uscire la gente e gli ha raccontato cose che già sanno: crisi economica, emergenza immigrazione, conflitto d'interessi, cosa manca? Ah sì, la questione laicità. È come se avesse preso in mano l'agenda: Franceschini, o Bersani, dopo aver vinto, avranno di fronte i problemi che sta ponendo lui. (Si chiama egemonia).
Verso la fine mando un sms al mio amico ex assessore che non è venuto perché ultimamente tutta la baracca non la regge più. “Qui c'è Marino che si sta mangiando Franceschini”. La risposta arriva in pochi secondi: “Io voto per lui. Appena posso mi faccio anche operare".

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