venerdì 30 ottobre 2009

When In Rome


Crash è una bella trasmissione di RaiEdu che approfondisce, per quanto si possa fare in mezz'ora, il problema dell'integrazione degli immigrati in Italia.

Siccome è davvero molto interessante, va in onda venerdì all'una di notte (tecnicamente, sabato all'una del mattino). La puntata di stanotte verterà sul problema dell'integrazione dei bambini di origine straniera nelle scuole: ci sarà l'on. Valentina Aprea (PDL, presidente della Commissione Cultura Scienza e Istruzione, autrice di un progetto di legge che rivolterà la scuola come un calzino) e la sen. Mariapia Garavaglia (responsabile settore scuola del PD: ai tempi di Veltroni era nel Governo Ombra).

Ci sarà anche un professorino di scuola media che farfuglierà le sue impressioni in un irritante accento emiliano. Se avete di meglio da fare, e all'una di notte è abbastanza probabile, la trasmissione sarà online lunedì qui, dove si potrà anche commentare.

Poi magari la prossima settimana vi racconto di cosa parlano l'onorevole e la senatrice nei fuorionda (di spille).

(Ringrazio tutta la redazione che è stata davvero gentilissima).

giovedì 29 ottobre 2009

...e non ne rimase nessuno

12 piccoli indiani


Ma se domani, per dire, mi portassero davanti a una collaboratrice del ministro Gelmini, e mi chiedessero come la penso delle sue proposte sulle quote-stranieri nelle classi, ce la farei a organizzare un discorso coerente? Non ne sono così sicuro. Comunque direi qualcosa del genere:

 - Il Ministro Gelmini diceva in settembre che In alcune classi la presenza degli immigrati sfiorava il 100%: “queste”, diceva, “non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione”. Beh, in effetti no.

- Ma qui c'è qualcosa che non torna. In Italia ci sono tanti immigrati, ma non così tanti. Esistono davvero questi piccoli comuni padani letteralmente occupati da stranieri?

- Nel caso di Luzzara, che ha fatto un po' discutere (una scuola dell'infanzia ha dovuto istituire una classe di soli bambini di origine straniera), basta avvicinarsi un po' per scoprire che lì nei pressi c'è una scuola parrocchiale dove probabilmente gli immigrati non vanno. Ecco svelato il mistero: i bambini italiani ci sono. Ma i genitori li iscrivono altrove.

- I genitori. Quasi nessun genitore è razzista, ma tutti vogliono il meglio per i loro figli. I cognomi stranieri li spaventano. Almeno il primo giorno: di solito a ottobre sono già molto più tranquilli. Ma quelli che avevano veramente paura ormai hanno già iscritto il figlio altrove: per esempio a una paritaria. Però la paritaria è finanziata con fondi degli enti locali e coi buoni scuola dello Stato, per cui dovrebbe aiutare a risolvere il problema, non crearlo.

- Anche dove non c'è la paritaria, ti capita di trovare lungo lo stesso corridoio una classe con 12 alunni di origine straniera e una classe 100% italiana. Cosa succede? Succede che ogni scuola propone ai genitori avveduti, nel suo Piano dell'Offerta Formativa, qualche espediente per non infilare il proprio figlio in una classe troppo multiculturale (insomma, un negretto ogni tanto ci sta anche bene, ma che non siano troppi). Ad esempio: i corsi di strumento musicale, i corsi bilingue con una seconda lingua un po' più difficile, come il tedesco (mentre i nordafricani, si sa, scelgono tutti il francese...) Così già alle medie abbiamo classi col numero chiuso: è chiaro che lì arriveranno più facilmente bambini che non hanno problemi di integrazione. Di solito italiani, ma anche figli di immigrati ormai integrati che magari parlano italiano anche in famiglia.

- Ora, se io accetto che si formi una classe di 28 bambini senza problemi di integrazione (in in una pubblica o un una paritaria) sto anche accettando che da qualche altra parte si formi una classe di 28 bambini che hanno problemi di ogni tipo. Non solo di integrazione: potranno provenire da famiglie disagiate, o soffrire di particolari disturbi (a proposito, ci avete tagliato gli insegnanti di sostegno). Per cui non solo gli studenti stranieri tendono ad essere ammucchiati nelle stesse classi, ma anche gli italiani in quelle stesse classi sono già in partenza più problematici. È un sistema che si morde la coda: l'ansia dei genitori di non iscrivere il figlio a una classe ghetto finisce col creare una classe ghetto, nella quale l'anno successivo un altro genitore cercherà di non iscrivere il figlio, e così via.

 - Gli stessi genitori poi si scandalizzano se qualcuno comincia a proporre classi-ponte di soli stranieri da alfabetizzare. Però se si accettano criteri di preselezione degli studenti, è chiaro che per ogni classe d'élite da qualche parte si formerà un ghetto.

 - Se si vuole andare verso un modello di scuola autonoma in concorrenza con le altre (e lo so, Onorevole, che lei ci vuole andare), si accetta un modello preciso, di marca anglosassone. Ora, tra le tante cose buone e cattive che ci sono arrivate dagli USA e dalla Gran Bretagna, mancano ancora i riots razziali. Quelle rivolte che scoppiano nei quartieri-ghetti per mano di una gioventù che non si riconosce nella nazione in cui vive più o meno dalla nascita. Se laggiù le cose vanno così, perché non dovrebbe succedere anche da noi? Vi lamentate che rischiamo il Londonistan, e poi ci proponete una riforma all'inglese. Ehm.

 - Invece la scuola che abbiamo oggi, per quanto confusionaria e maldestra, è il primo strumento d'integrazione delle famiglie straniere, e in certi casi l'unico. Non buttiamola via. Facciamo anche scuole private finanziate da fondazioni, ma obblighiamole a prendere su di sé la loro quota di studenti immigrati e disagiati. Un 30% mi sembra ragionevole.
Però in tutte le scuole, comprese le paritarie (altrimenti cosa intendete fare, caricare il surplus di studenti stranieri sui pulmini e portarli nelle scuole di altri comuni? Suona un po' sinistro). Certo, molte delle scuole paritarie sono confessionali. Vorrà dire che dovranno esserlo un po' meno, nello spirito della Costituzione. E poi comunque il crocefisso al muro c'è anche nella scuola pubblica; per l'alunno musulmano non è che cambierà molto.

 - Invece se parliamo di quota di stranieri in una classe, il 30% mi sembra in realtà un tetto molto alto: 9 su 27, domani 10 su 30! Una classe così, a occhio, mi sembra già un ghetto potenziale. Meglio spalmare. Dove ci sono venti stranieri e dieci classi, due stranieri in tutte le classi. Tutte, anche le classi un po' 'speciali' con la lista di attesa. I genitori brontoleranno, ma dobbiamo essere consapevoli che è proprio la nostra inclinazione ad assecondare il brontolìo dei genitori che alla lunga crea il ghetto.

 - Il 30% comunque è un'imposizione dall'alto: non sarebbe il caso di lasciare una maggiore autonomia di scelta a insegnanti e dirigenti scolastici? A volte per evitare una classe troppo straniera si separa una persona dall'unico compagno che parla la sua lingua e può fargli da ponte.

 - Il 30%, infine, è uno slogan, pronunciato per giunta nel momento più sbagliato: le classi si fanno in luglio, il Ministro comincia a parlarne in settembre. Ma a settembre i genitori vanno a vedere l'elenco della classe del figlio nella bacheca della scuola, trovano un sacco di cognomi stranieri, e non capiscono perché il Ministro dica una cosa e la scuola ne faccia un'altra. Il personale scolastico andrebbe trattato con maggior rispetto: prima di lanciare slogan che giornalisti e genitori recepiscono immediatamente, bisognerebbe condividerli con dirigenti e insegnanti. Altrimenti di fatto l'insegnante è messo in mezzo tra un Ministro che a volte sta solo pensando a voce alta e un genitore convinto che il pensiero sia già stato tradotto in legge.

 - Perché poi a trasformare le boutades in realtà servono risorse, e voi le risorse ce le state tagliando. Una scuola che non ha più fondi per organizzare corsi di alfabetizzazione non fa più integrazione. Il personale ci sarebbe, le strutture anche: mancano i soldi. E allora in realtà di cosa stiamo parlando? Se siete convinti che l'integrazione sia necessaria, bisogna finanziarla. È senz'altro un investimento sul futuro, sui riots che avremo o non avremo, sui geni potenziali che potrebbero inventarsi il made in Italy di domani e che oggi stanno in una classe dove nessuno riesce a insegnar loro a spiegarsi in italiano.

 - A proposito, non è vero che un bambino infilato in una classe italiana senza che conosca una parola di italiano dopo un po' parla e scherza coi compagni. Ovvero, a volte effettivamente accade, ma il più delle volte no. C'è gente che rimane in silenzio a fissare una parete per anni interi. Vi rendete conto cosa sia rimanere seduti per anni interi a sentire una lingua che non vi è chiara? Perché è quello che stiamo facendo passare a questi bambini. È difficile pensare che in seguito ameranno la loro patria di adozione. Magari se ne torneranno in Bulgaria e s'inventeranno il Made in Bulgaria.

 Sullo stesso, annoso argomento:

martedì 27 ottobre 2009

La vendetta del faccione

Saltare in aria col cinema d'azione

Ok, Tarantino, lo ammetto: di te non avevo capito niente.
Dai tempi della palma d'oro addirittura, quando Pulp Fiction sbancò Cannes e sembrava l'inizio di una nuova era. Un nuovo linguaggio, un nuovo montaggio, una nuova violenza, truculenta e scanzonata, il citazionismo ironico, tante cose a cui una generazione senza molta identità (la mia) si aggrappò immediatamente. Qui in Italia il “pulp” ci mise 15 giorni a diventare una macchietta di sé stesso, ma tu probabilmente non lo hai mai saputo. Eri già altrove. No: in verità non eri mai nemmeno stato lì. Era tutto un abbaglio, ci ho messo anni per capirlo. Tu non mostravi nessun nuovo linguaggio: non eri il futuro e non hai mai preteso di esserlo. Eri nel passato e non ne sei mai venuto fuori.

Si parla spesso della tua cinefilia cronica: di solito passi per un onnivoro senza criterio, un frullatore americano in cui Kurosawa si centrifuga con Barbara Bouchet. È vero, ami di tutto, però non ami tutto. Pensandoci bene c'è un sacco di cinema che non citi mai, di cui non parli mai. Dagli Ottanta i tuoi riferimenti si diradano all'improvviso (estremo oriente a parte, forse) per svanire del tutto. In questo il tuo amico Rodriguez ti è complementare.

Certo, è evidente, eppure ci ho messo tanti anni a capirlo: il cinema di oggi non ti piace. Tutto il vintage che rimetti ciclicamente a nuovo, mai posteriore al '79, ha un senso polemico che mi era del tutto sfuggito. In fondo sei un reazionario. E non fai film d'azione, quasi mai: magari provano a venderli così, ma non sono film d'azione. Non nel senso che oggi ha il termine. Sono film dialogati, anche quando girano katane; e questo spiega come mai con te capita sempre di vedere spettatori che si alzano: erano venuti per i bang bang e si ritrovano in mezzo a dei bla blà. Ora, c'è gente che i bla blà non li regge, peggio: non li capisce. Dopo tre battute perde il segno, chi è che ha detto cosa? Ma questo film è... difficile! Soprattutto i ragazzini: non sorprende, cresciuti a Wachowski e Michael Bay, si aspettano accelerazioni, ralenty e soprattutto molti clang clang: tu invece sei statico, inquadri facce che parlano, parlano... Stavo per dire teatrale, ma no, c'entra poco anche il teatro.

Piuttosto... anche qui ci ho messo parecchio a capire: poi leggendo un tale che non ti sopportava ho capito. Un fumettone, diceva. Beh, sai una cosa? Aveva ragione. I tuoi film migliori sono sontuose graphic novel. Sequenze meravigliosamente impaginate, scene statiche, didascalie e soprattutto fumet... dialoghi. Lunghissimi dialoghi, li leggiamo mentre restiamo fermi davanti alla vignetta, pardon, l'inquadratura, e la battuta e l'inquadratura ci entrano in testa così, icastiche, dritte dritte nell'archivio mentale dei migliori fumetti della nostra vita. Anche in questo perfettamente speculare a Rodriguez: lui prende i fumetti veri e li usa come sceneggiature; tu prendi il grande cinema e lo trasformi in uno strano bastardo, un fumetto di celluloide. E come i grandi artisti del fumetto, riesci a trasformare in qualcosa di intellettualmente appagante l'intreccio più pacchiano (la trama di Inglorious Basterds è una cosa impossibile da raccontare restando seri, eppure).

Dopo tanti stucchevoli quadretti di Tarantino cinefilo, lo scorcio inedito sul Tarantino cinefobo è ben più interessante. E allora diccelo: qual è il cinema che odi? Chi lo avrebbe detto mai, gli sparaspara. L'orgoglio della nazione, il finto capolavoro di Goebbels, non è una summa di tutto l'action movie moderno? Inquadra nemico, spara. Inquadra altro nemico, spara, spara, spara. Hitler se la gode e divora i popcorn. Ma c'è anche qualcosa del Soldato Ryan, o di quell'immondo pezzo di celluloide che Spike Lee venne a girare in Toscana qualche anno fa. Sparatorie: puah. Roba da cecchini repressi. Tarantino preferisce gli standoff: gente che si fissa con la pistola in mano. Se invece vi piacciono i montaggi nervosi e i bangbang – ci dice – siete nazisti, e non meritate lezioni di umanità. Vi farò saltare in aria sulle vostre poltroncine.

Ma non subito. Questo è il segreto. Io non sono un qualunque Michael Bay. Io prima di ammazzarvi vi terrò una lezione di vero cinema, quello antico dei Maestri, che sequestrava in sala lo spettatore. Sarete in mio potere e vi farò sentire la paura e il dolore. Da una curva farò spuntare l'emissario della Bestia – è gentile e senza umane tenerezze, e la sua lingua velenosa conosce tutte le lingue della terra e dell'inferno. Lo farò sedere al vostro tavolo, e mentre gioca al gatto e al topo con voi, io nasconderò una famiglia di ebrei sotto le assi del vostro soggiorno. Voi avrete pena per loro e per voi stessi: e li tradirete. Perché non avrete scelta, e perché siete totalmente succubi delle parole della Bestia, del meccanismo antico di un cinema che ti faceva sudare con le parole e con gli sguardi. Nient'altro che sguardi e parole, e avrete già tradito i vostri fratelli. Ed è solo l'inizio.

Poi vi reinsegnerò cos'è la violenza. Niente pistole. Troppo facili, diceva il Cavaliere Oscuro. Troppo banali. Io vi mostrerò l'incontro non spettacolare tra una testa e una mazza da baseball: senza moviole e carrelli circolari, un normale fatto della vita: mazza colpisce testa, strike. Vi farò vedere come scotennavano gli apaches. Vi mostrerò cosa significa, letteralmente, tirare il collo a una persona che vi fissa negli occhi. E non avrò fretta, mai: vi lascerò il tempo di annusare la paura e di digerire il dolore. Questo era il cinema, una volta: un meccanismo di attese. Questo è rimasto il mio. La violenza la mostro, non mi tiro indietro, ma quello che m'interessa è sempre un attimo prima: la tortura, la suspance. Lo so che a voi non piace.

Voi volete i bangbang. E io allora manderò l'operatore a sbarrare le uscite, e vi darò i bangbang nella schiena, mentre un meraviglioso faccione resuscitato dagli anni '20 vi ride in faccia la mia vendetta, la vendetta del cinema antico sui suoi indegni spettatori. E chi risparmierò sarà marchiato per sempre col segno della Bestia.

Perdonami se non ti ho capito, Quentin Tarantino. Tu non hai forse una sola parola nuova da aggiungere a Leone o a Ford; ma hai la dinamite necessaria a far saltare in aria tutti i Bay e i Bruckheimer che occupano il cervello dei ragazzini. Il tuo cinema è un atto di fede nel linguaggio che si screzia in dialetti, nei silenzi negli sguardi e nei gesti che possono valere una vita o terminare una guerra, più di cento fucili da cecchino. Sei l'ultimo europeo in America, o viceversa, non importa: sei un bastardo reazionario, e io sono con te. Ti devo cento scalpi.

sabato 24 ottobre 2009

Andate a votare (e ringraziate)

Il partito centrifugo

Caro astensionista di sinistra, proprio tu (che nostalgia)
Caro amico che pur potendo votare un candidato alla segreteria del PD non lo farai: non so neanche perché perdo tempo con te – Gilioli ha già scritto tutto.
Quel che posso aggiungere è: che altro deve fare questo Partito per avere un po' della tua approvazione? Quale altro partito al mondo ti chiede direttamente un parere sulla segreteria, senza neanche farti una tessera? Più di così cosa pretendi, esattamente? Devono venirti in casa e farsi dettare la piattaforma?

Non ti piacciono tutti e tre i candidati? È comprensibile, nemmeno io mi riconosco perfettamente in nessuno di loro. Ma sono tre, mai così diversi l'uno dall'altro, e il risultato non è mai stato meno scontato di così. Nessuno di loro è il candidato dei tuoi sogni? Ma per inciso, l'hai mai incontrato l'uomo/donna dei tuoi sogni? Sei riuscito a fare il mestiere dei tuoi sogni? E l'hai poi comprata, la casa dei tuoi sogni? Se davvero tu vivi lì, professionista realizzato, con il partner che hai sempre desiderato, posso capire la tua riluttanza ai compromessi. Diversamente, spiegami una buona volta perché i compromessi vanno bene sul lavoro, in famiglia, tra gli amici – ma in politica no. Manco ne andasse della tua anima – ma tu ci credi, poi, all'anima? Perché a volte ti comporti proprio come se.

Io lo so che Bersani non è proprio il nuovo. Lo so che Franceschini non è così a sinistra. So anche che Marino non è esattamente prontissimo. Ma sono i candidati che abbiamo. Non credo che ce ne fossero di migliori in giro – si sarebbero fatti vivi, e invece no. Chissà, forse io e te, impegnandoci, avremmo sviluppato idee e strategie più interessanti di quei tre. Ma io e te avevamo di meglio (di meglio?) da fare, e tutto quello che il bacino elettorale democratico ha saputo esprimere sono stati quei tre. Stavolta abbiamo avuto il tempo di cercarne di migliori, e se non li abbiamo trovati, evidentemente non c'erano. La vita è breve, e l'Ideale dovrà sempre essere selezionato tra quel che passa il convento in un determinato periodo di tempo. Almeno io la penso così, ma bisogna dire che io ho avuto un'educazione all'antica.

Mi fu infatti spiegato da piccolo che non avrei potuto avere tutto quello che chiedevo, che in certi casi chiedere era persino scortese, e che invece dovevo impegnarmi ad apprezzare quel che c'era: che la creatività e la felicità consistevano proprio in questo. È poi discutibile che io sia cresciuto felice e creativo, ma senz'altro un po' più incline ai compromessi. Oggi vedo che con le nuove generazioni s'insiste molto sul Sogno, bisogna avere un Sogno e non arrendersi mai: poi si arriva a quarant'anni che ci si arrenderebbe volentieri anche al primo venuto, ma nessuno ti ha mai insegnato come si fa.

Allora, caro amico, in amore non saprei dirti, ma in politica è così: si va su internet, si leggono i programmi dei candidati, e ci si arrende a quello che ci fa meno schifo. Senza vergognarsi, non c'è niente da vergognarsi: è come quando tu vorresti andare al mare ma ti tocca la montagna, succede; da bambino avresti pestato i piedi, ma del resto da bambino eri un narciso insopportabile. E ringrazia che c'è ancora qualcuno che ti dà tre opzioni, invece di ritagliarti addosso un target prefabbricato. Qualcuno che ancora non ti tratta come carne da sondaggio farlocco.

Ecco, vedi, divento antipatico. È controproducente. Caro astensionista, riflettici bene: da una parte c'è Berlusconi – no, non voglio farti la solita tirata antiberlusconiana, tu dàlla per scontata. Diciamo meglio così: da una parte c'è un Uomo, che incarna una storia, un sistema di interessi, un blocco sociale, e secondo me anche un'ideologia. Il mercato de-regolato senza nessun rispetto o garanzia per gli utenti, la trasformazione del ceto medio in plebe desiderante ed eternamente insoddisfatta, tutto questo si condensa in un Uomo, che prima finanzia una parte politica e poi, letteralmente, se la mangia: fino alla coincidenza assoluta del partito con la sua personalità e i suoi interessi. Il centrodestra sostanzialmente è questo, con qualche guarnizione leghista o finiana o cattolica o meridionalista – non ha molta importanza, finché tutto orbita intorno a Lui.

A un centrodestra centripeto si contrappone un centrosinistra centrifugo, al centro del quale... non c'è niente: né ideologie, né interessi, né soprattutto Uomini; chi prova ad avvicinarsi al vertice schizza via dopo pochi mesi o anni. Via Occhetto con la sua macchina di guerra; via Prodi con la sua idea di Ulivo onnicomprensivo; via D'Alema col suo Paese normale; via Rutelli, qualsiasi idea avesse; via, buon ultimo, anche Veltroni, che lascia dietro di sé un'architettura fatta apposta per lui – ovvero un po' sbilenca. Certo, tutti questi personaggi non sono proprio spariti: scrivono libri, rilasciano interviste, descrivono ancora ampi giri intorno a quel centro; ma a ogni orbita sono un po' più lontani. Chissà poi cosa c'è al centro, magari l'antimateria. Lo spettacolo di questa centrifuga, con gli anni, può anche far venire la nausea. Ma la verità è che la situazione è molto interessante (io almeno sono stato educato a trovarla sempre molto interessante). Il PD per ora non è il partito di nessuno; eppure chiunque dopodomani sostituirà Veltroni non potrà non dare un'impronta personale a una struttura che dovrà rifare da capo. E non puoi dire, andiamo, che non cambi niente tra un Bersani o un Franceschini (o un Marino). Cambierà tutto: uomini, strategie, progetti. E non vuoi dire la tua proprio stavolta? Piuttosto smetti di andare ai referendum, quelli sì ormai son tutti inutili. Ma il voto di domenica sarà qualcosa di storico, comunque vada.

Per chi voto io? Non so, giuro, sono ancora indeciso. Dopo mesi di discussioni non credo di avere le idee più chiare di quanto non possa averle tu, o chiunque altro. E inoltre non ha molta importanza, visto che sosterrò chiunque vinca domenica. Sì, ho intenzione di salire immediatamente sul carro del vincitore, e non scendere almeno fino al – ho controllato – due febbraio. Cento giorni senza tirare al segretario del Pd, ho promesso.

venerdì 23 ottobre 2009

Salviamo la vita a Berlusconi

La domanda mi sembrava un po' banale, ma visto che insistete me la porrò anch'io, esattamente nei termini che tanto hanno fatto discutere: ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?

Io no, per carità, i delitti politici mi ripugnano. Perché non amo la violenza, si sa, ma soprattutto perché non credo nella Storia dei Grandi Personaggi. Per spiegarmi meglio ridurrò tutto a Hitler: se voi poteste usufruire della Macchina del Tempo, non andreste subito a Monaco negli anni Venti, in una certa birreria, a ficcare una pallottola nel cranio di un certo pittore? Quale scrupolo ve lo impedirebbe? Siete non violenti? E quindi per risparmiare una testa ne lascereste macellare milioni in una Seconda Guerra Mondiale? Ma non siate ipocriti, su, premete quel grilletto, è giusto che sia un uomo solo a morire per molti, è vangelo (Giovanni 18,14).

Vi ho convinto? Bene. Andate, sparate, rimontate sulla Macchina... e già che ci siete fate tappa nel 1945 per vedere i risultati. Monaco è una rovina. La Germania è terra bruciata. Una voce stentorea gracchia da una radio: è il Fuhrer che promette la Vittoria Finale. Come sarebbe a dire il Fuhrer? Non è proprio la voce che ricordate voi, magari è persino più calda e suadente; potrebbe essere Goebbels, o uno sconosciuto a cui il destino ha fatto un po' di spazio. La Storia è un fascio intricato di funzioni variabili, e una pallottola nel cranio dell'uomo più importante del mondo non cambia le cose più di tanto. Così almeno la penso io: ammazzare i divi è sopravvalutarli. Come spalare l'acqua col forcone.

La penso così anche su Berlusconi (che non è Hitler; era solo un esempio per capirci). Sono convinto che poche persone come lui abbiano saputo incarnare alla perfezione i difetti che stanno sospingendo l'Italia fuori dal novero dei Paesi civili; però se non ci fosse stato lui ci sarebbe stata un'altra incarnazione, magari un po' più alta o meno cafona. Il blocco che ha preso forma con lui continuerà a esistere anche quando lui ci avrà lasciato; più che della sua testa occorrerebbe preoccuparsi di quelle che lo hanno votato e voteranno il suo successore. Io almeno sono tra quelli che la pensano così.

Ma siamo in pochi. La maggior parte dei detrattori di Berlusconi sembra convinta che l'Uomo abbia fatto la differenza: senza di lui, nessuno avrebbe costruito Milano Due, nessuno avrebbe concepito l'idea di raccattare centinaia di emittenze scalcinate per trasformarle in un network nazionale da offrire ai politici compiacenti in cerca di visibilità. Senza di lui, probabilmente Mani Pulite avrebbe liquidato definitivamente la vecchia partitocrazia e consegnato il Paese a una sinistra moderna. Peccato che invece ci fosse lui. Ma se una persona la pensa davvero così, perché non va immediatamente a ficcargli una pallottola in testa? Mi sembra la conclusione più sensata di tutto il ragionamento. Un orribile delitto, sì, ma sull'altro piatto della bilancia c'è la salvezza di un'intera nazione ridotta alla disperazione. Berlusconi si ritiene odiato da tutti gli elettori di sinistra: per quanto il delitto possa ripugnare ai più, su milioni di persone che lo odiano e lo considerano la fonte di ogni male se ne dovrebbe trovare almeno uno abbastanza coerente da tirare le conseguenze e premere un grilletto. La vera notizia è che non c'è. Diciannovemila aspiranti assassini su Facebook e neanche un vero emulo di Gaetano Bresci. Non vi sembra un poco strano?

Quanti altri personaggi hanno saputo dividere in modo così violento gli italiani? Prendiamo Mussolini. No, non voglio paragonare il berlusconismo al fascismo, stavolta. Però non è che nella Storia d'Italia si trovino molti altri personaggi in grado di dominare per più di vent'anni la scena destando amori incondizionati e rancori insanabili. Ecco, Mussolini ha subito talmente tanti attentati che nella sua pagina di wiki non ci stavano, ne hanno dovuto aprire un'altra apposta. Vabbe', direte voi, erano altri tempi. No: l'assassinio politico non era allora molto più in voga di adesso. Può darsi che nel frattempo la tecnologia abbia reso più semplice il lavoro delle guardie del corpo – ma ha anche quello degli assassini, con bombe telecomandate e fucili di precisione che Gino Lucetti o Anteo Zamboni si sognavano. Da quel che ne so, Mussolini era molto più circospetto di Berlusconi, che ama i bagni di folla e probabilmente è l'incubo dei suoi bodyguard. Eppure in tutti questi anni tutto quello che ha rimediato è un microfono sui denti, un treppiede sul collo, e un'orribile contumelia verbale: Buffone, rispetta la Costituzione. Guardate che gli storici del futuro non ci si raccapezzeranno: com'è possibile? Se anche solo un decimo dell'antiberlusconismo che percepisco su Internet o in sala insegnanti fosse reale, una folla di linciatori stazionerebbe davanti a Palazzo Chigi con la corda e il sapone. Ma santo cielo, possibile che invece no?

Cos'è che li trattiene? C'è un individuo che da anni si accredita come l'Uomo della Provvidenza. Ha messo d'accordo leghisti, postfascisti, p2isti, collusi di mafia, tronisti ed ex del Grande Fratello. Ha ottenuto la simpatia di mezza Italia e a quel punto, invece di conciliarsi con l'altra metà, l'ha periodicamente umiliata. Li ha chiamato coglioni e farabutti – quarant'anni fa qualcuno gli avrebbe almeno mandato i padrini. No, niente. Chissà, forse 20 milioni di italiani di sinistra sono troppo maturi per concepire un delitto che completerebbe la canonizzazione del Divo Silvio, già avviata in terra. È un'ipotesi. Ma io ne ho una migliore.

Secondo me Berlusconi deve la sua vita a Internet. A questa meravigliosa camera di compensazione di tutte le nostre frustrazioni quotidiane. Oddio, certe cose si facevano anche prima di Internet. C'è un vecchio film di Luchetti – non un grande film – dove un partigiano, un ragazzo mite, una sera si mette a calcolare tutte le persone da fucilare a guerra finita. Dopo un po' ha messo insieme centinaia di nomi, e il suo amico gli propone di fucilarli immediatamente, sul foglio. Lui comincia ad ammazzarli con la penna, e l'amico gli chiede: “Funziona?” Sì, funziona. I diciannovemila aderenti al gruppo Ammazziamo Berlusconi stanno usando facebook nello stesso modo. È abbastanza ovvio che odino Berlusconi – del resto Berlusconi non perde occasione per offenderli – ma sanno perfettamente che un delitto vero non li farebbe stare meglio, e così lo fanno fuori per finta, su un social network. Senza fare male a nessuno.

Se non esistessero più i network, se non esistesse più la possibilità di mettere in fila le proprie idee e le proprie vittime su una paginetta di Internet, forse le armerie avrebbero più clienti, e la vita dei bodyguard presidenziali sarebbe più difficile. È una mia opinione, ma se c'è qualcosa di cui m'intendo nella vita è questa – in fondo cosa sarei senza questa paginetta, senza questo spazio per tirare ceffoni o pistolettate? Ve lo dico: una persona molto, molto più incazzata.

mercoledì 21 ottobre 2009

Flame!

Contro le vecchie zie

Se leggete qui, siete gente che bazzica internet da un po; se bazzicate da un po', è probabile che abbiate frequentato i forum. Non c'è quindi bisogno di spiegarvi cosa sia un flame.

Ve lo spiego lo stesso. Un flame è una lite che scoppia in rete tra due o più persone (ma di solito i protagonisti sono due). È tipica dei forum e di tutto ciò che tende a forumizzarsi: i commenti di un blog, una chat, facebook, eccetera. Se avete partecipato o assistito a un flame, sapete che in un primo momento sono divertenti, in seguito deliranti (e quindi in un certo senso ancor più divertenti), verso la fine frustranti.

Se avete una minima esperienza di flame, sapete quale importanza abbia il coro che assiste e commenta gli assalti dei due contendenti; al suo interno vi è chi parteggia apertamente per l'uno o per l'altro (rarissimi i transfughi), chi mantiene equidistanza... e poi, sempre perfettamente distinguibile, c'è la voce chioccia di chi disapprova il flame in quanto tale, e ci tiene a farlo sapere: una vecchia zia il cui repertorio spazia da “insomma, ragazzi, piantatela” a “eddai, tra un po' vi fidanzate”.

Se avete una certa esperienza di flame, avrete imparato ad apprezzare quelli interessanti e creativi, e a disprezzare quelli inutili e volgari; ad ammirare i contendenti più agguerriti, ma anche quelli che sanno perdere. Forse nel vostro cuore c'è persino lo spazio per un troll che ha indovinato una battuta; ma non per la vecchia zia. Se amate internet, non potete soffrirla: la vecchia zia è il Male. Internet può sopravvivere allo spam e alle foto dei gatti, ma non alla vecchia zia.

Quando A e B litigano su un argomento, C ha diverse possibilità. Può sostenere A o sostenere B; può cercare di mediare il conflitto, proponendo una soluzione di compromesso. Può anche, semplicemente, allontanarsi: l'astensione è un'opzione assolutamente ragionevole, se si ritiene che lo scontro non abbia senso, o che l'intervento di un terzo servirebbe solo a complicare le cose. La vecchia zia non si comporta in nessuno di questi modi. La vecchia zia stigmatizza il conflitto in quanto tale. Non ha importanza chi abbia ragione; se qualcuno lo contraddice, hanno evidentemente torto entrambi. La discussione, qualsiasi discussione, è sbagliata in quanto discussione. Non bisogna discutere, è inelegante. Bisogna fare altre cose: probabilmente scattare foto ai gatti, o ai laptop, o ai gatti nei desktop dei laptop.

La vecchia zia non è nemmeno più terzista: il terzista almeno si muove ancora in uno spazio compreso tra i contendenti, mentre la vecchia zia tenta una fuga nella terza dimensione. Ma chi è, insomma, questa vecchia zia? Lo siamo tutti, quando trasformiamo in argomento la nostra noia per i dibattiti altrui. Se un dibattito ci annoia, nessuno ci chiede di interessarcene. Vale per internet, vale per la carta stampata: vi annoia Scalfari che replica a De Bortoli? Leggete la cronaca sportiva. L'idea che la litigiosità segni la crisi del giornalismo è abbastanza curiosa: le polemiche hanno sempre venduto qualche copia in più, una volta erano segno di vitalità. L'autentico primatista tra i presidenti del Consiglio italiani non è né Berlusconi né De Gasperi, ma un ex giornalista che aveva cominciato ad attaccar briga da un giornalino di provincia, e non smise finché non ebbe la testa del direttore del Corriere della Sera. Poi sì, d'accordo, il giornalismo non si esaurisce nel polemizzare con gli avversari. Ma una bella polemica è mille volte più onesta del solito editoriale ammantato di buon senso: se leggo l'affondo di A nei confronti di B, sarò curioso di vedere come risponde: se scopro che B sa parare bene il colpo, mi troverò un po' confuso: A sembrava così convincente, eppure anche questo B... mi renderò conto che esistono verità diverse, e che tocca anche a me trovarne una mia. Tutto questo mi farà crescere mille volte più di un C cerchiobottista che pretenda di sintetizzare, armonizzare... grazie, ma agli omogeneizzati di Battista o Mieli dico no. Voi datemi tesi e antitesi crude, la sintesi devo imparare a cucinarmela da solo.

Vale anche per la politica. Vale anche per il povero PD, funestato secondo alcuni dall'eterno scontro Veltroni/D'Alema. Eterno scontro? Magari. Il problema è proprio che D'Alema e Veltroni non hanno mai avuto il coraggio di scontrarsi davvero, di vincere o perdere. Sono rimasti lì per vent'anni a guardarsi storto, mentre le vecchie zie cicalavano insommaaaaa, bastaaa ragazziiii. Uno scontro vero, in un momento qualsiasi tra il '94 e oggi avrebbe lasciato il campo più sgombro. E invece abbiamo avuto un D'Alema che salendo a Palazzo Chigi passa la segreteria DS a Veltroni; un Veltroni che vince incontrastato le primarie '07 coi voti dei dalemiani...

Può darsi che domenica sia la volta buona: finalmente sceglieremo tra un A e un B. Tra il modello proposto da A e quello propugnato da B. Chi avrà vinto dirigerà il partito. E chi perderà?
Negli ultimi mesi ho sentito spesso decantare il modello delle primarie americane, in cui lo scontro è violento e leale, e termina con la resa incondizionata del perdente: chi vince prende tutto, anche la fiducia di chi il giorno prima era il suo avversario. È una situazione molto diversa dalla nostra, dove intorno ai candidati si sviluppano correnti che stanno già organizzandosi un modus vivendi post-elettorale, con annessa spartizione delle cariche. Ma potrebbe anche funzionare. Mi chiedo soltanto se chi oggi canta odi sperticate delle primarie all'americana sarà pronto domani a serrare le fila intorno al candidato che non era il suo. Chi da mesi irride alla bocciofila Bersani, ce la farà a trasformarsi in bersaniano? Chi mai e poi mai voterebbe il moderato Franceschini è pronto a morire democristiano? Quelli che la laicità non è la priorità, sono pronti a morire per Marino? L'impegno è un po' più arduo di quanto non si pensi.

Io però non mi tiro indietro. Chiunque vincerà sarà il mio segretario. Non me la prenderò con lui, per... cento giorni, diciamo. È davvero il massimo che un segretario di Partito può pretendere da un flamer come me.

lunedì 19 ottobre 2009

الوقت إلى الإسلام

Hai sentito? Vi metteranno anche un'ora di Islam.

È solo una proposta, e comunque si tratterebbe di un'alternativa per gli studenti che scelgono di non frequentare l'ora di religione cattolica.

È una proposta dei finiani?

È una proposta buttata lì da Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo Economico, PDL, a un convegno di Farefuturo e Italianieuropei.

Italianieuropei=D'Alema, Farefuturo=Fini. Certo che Fini ci tiene davvero, ai futuri voti degli immigrati.

Beh, che male c'è? Quando si sbloccherà – e prima o poi si dovrà sbloccare – sarà effettivamente un bacino di voti interessante. Trovo sano che a destra ci sia qualcuno che se ne interessi. Anche con interrogativi molto pragmatici: cosa possiamo offrire al futuro elettore musulmano?

Un'ora d'Islam. E la Chiesa è d'accordo.

Piano a dire “Chiesa”. Per ora è Monsignor Domenico Mogavero, presidente della Commissione Affari giuridici della Cei. Il primo Monsignore che hanno trovato al telefono, presumo. Anche se fosse la linea della Cei, non è necessariamente quella del Vaticano. Comunque un parere favorevole della Chiesa non mi stupirebbe. La posizione dell'ora di religione cattolica ne riuscirebbe consolidata: sarebbe più difficile affermare che discrimina gli studenti.

L'interesse dei musulmani coinciderebbe in questo caso con quello dei cattolici...

In questo e in tanti altri casi, alla Chiesa cattolica fa molto comodo presentarsi come prima inter pares tra le confessioni religiose italiane, che secondo l'articolo 8 sono tutte “egualmente libere davanti alla legge”. È il modello dell'otto per mille: lo Stato non può stipendiare direttamente i preti, sarebbe brutto, e allora che si fa? Si lasciano liberi i cittadini di scegliere se dare un obolo a cattolici, valdesi, ebrei, luterani, ecc...

E agli islamici no?

No, per ora nessun ente islamico ha avuto accesso ai fondi dell'otto per mille, e questo rende un po' farsesca la scelta, dato che basta uscire di strada per rendersi conto che la seconda religione in Italia non sono né i valdesi né gli ebrei né i luterani. Ma se ci fosse qualcosa come una 'chiesa' islamica, con la sua conferenza di mullah, con i suoi prof nelle scuole, con la sua casella nel Modello 740...

La gente barrerebbe più volentieri la casella cattolica. Comincio a capire.

Alla Chiesa i musulmani servono. Sono sempre serviti. Pensa che quando avevano difficoltà a venire, se li sono andati a cercare con le Crociate. Il musulmano ti dà la carica, ti sprona. In Italia oggigiorno si va in chiesa quasi solo per salvarsi l'anima. È una motivazione debole.

Come sarebbe a dire "debole"? L'eternità?

Lo è, evidentemente, altrimenti le chiese sarebbero piene. Come in altre nazioni, dove ogni isolato ha la sua chiesa, e sono più piene delle nostre: come mai?

Sono io che faccio le domande: come mai?

Perché la chiesa del tuo isolato dev'essere per forza migliore di quella del tuo dirimpettaio, capisci? La chiesa dei battisti dev'essere meglio di quella dei pentecostali, i pentecostali devono battere gli avventisti, eccetera...

Comincio a capire. Una cosa tipo scudetto.

Che in Italia riempie gli stadi, ma le chiese no. Ma se ogni quattro chiese ci fosse almeno una moschea, ecco...

Le quattro chiese si riempirebbero di più.

Secondo me sì. E se ci fosse un'ora di Islam...

L'ora di religione cattolica sarebbe più frequentata.

Sì. E diventerebbe una vera ora di religione “cattolica”. Perché ancora oggi molti prof. impartiscono, in buona fede, una specie di educazione interreligiosa: visto che nessun altro lo fa, spiegano agli alunni cattolici cos'è il Ramadam, chi era il Budda, ecc.. Ma il Concordato non chiedeva questo: chiedeva un'ora di religione cattolica, impartita da un insegnante approvato dal vescovo. Al multiculturalismo ci pensino gli insegnanti dello Stato, nelle ore restanti.

Non sarebbe meglio mantenere quest'ora di inter-religione e lasciar fuori dalla scuola vescovi e mullah?

Sarebbe senz'altro meglio, anche da un punto di vista economico (che è poi quello che scatena la discussione, perché il governo sa benissimo che l'ora di religione è un costo in più: per un'ora sola occorre pagare un prof cattolico, un prof di alternativa, e da domani anche un prof musulmano, e a quel punto se una comunità ebraica o buddista ne facessero richiesta sarebbe molto difficile negare un prof ebraico o buddista).

E allora?

E allora cosa vuoi, c'è sempre qualcuno che scrive “aboliamo l'ora di religione”. Mi sembra un discorso da bar, del tipo “aboliamo le tasse” o “mai più guerre”. L'insegnamento della religione cattolica è previsto dal Concordato: ritenete che in Italia ci sia un partito interessato a rivedere il Concordato?

Che tipo di partito dovrebbe essere?

Un partito sicuro di vincere le elezioni anche senza il voto dei cattolici.

Facciamo che se ne riparla tra vent'anni?

Vuoi sapere l'ironia? Che secondo me ai vescovi non gliene frega più niente dell'ora di religione.

Dai.

Massì, è una vecchia battaglia, che si è già visto a quanto poco sia servita. Con un'ora alla settimana non combini niente, non converti nessuno, rendi al massimo più ridicolo il tuo rappresentante. Oggi preferirebbero avere più fondi per la loro scuola privata, sempre nel loro bel quartiere con la loro chiesa molto più bella della moschea di fronte.

Quindi anche un professore d'Islam non crescerebbe tanti piccoli talebani.

Direi di no. Ma se a dodici anni sapessero cos'è l'Egira, dov'è la Mecca, perché si fa il Ramadam, la differenza tra sciiti e sunniti, io sarei più che contento. Anche perché quando gliele spiego io, queste cose, loro fanno tant'occhi, non sanno se fidarsi o no. Comunque sarei curioso.

Di cosa?

Per esempio: se il prof è di origine marocchina, i tunisini si fiderebbero? Loro forse sì, i pachistani dubito.

Ma nelle moschee ci vanno tutti insieme.

Mah. Mah. Finché si tratta di pregare, la lingua del Corano è una sola. Ma hai mai sentito un tunisino parlare di un marocchino? E un senegalese parlare di entrambi?

Il punto è che non si tratterebbe più di marocchini o senegalesi o pachistani, ma di musulmani. Musulmani italiani.

Ecco, appunto. Significherebbe riconoscere l'esistenza di una cosa che si chiama Islam italiano, la seconda religione italiana per fedeli praticanti. Un passo enorme non soltanto per gli italiani, ma anche per loro. Sono i primi a non sentirsi pronti. Di sicuro i loro figli preferiscono uscire un'ora prima, un giorno alla settimana.

giovedì 15 ottobre 2009

E un quarto d'ora d'odio?

La settimana della violenza

All'inizio del mese il Ministero della Pubblica Istruzione ci ha fatto sapere che la settimana dal 12 al 18 ottobre sarebbe stata una “Settimana contro la violenza”, nel corso della quale “ogni Istituzione scolastica, nell’ambito della propria autonomia”, era invitata “a promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione, anche con il coinvolgimento di rappresentanti delle Forze dell’Ordine, delle Associazioni e del Volontariato sociale, rivolte agli studenti, ai genitori e ai docenti sulla prevenzione della violenza fisica e psicologica”, bla bla bla. Circolare del due ottobre.
Insomma, avevamo una settimana di tempo, per inventarci qualche lezione sulla violenza, magari invitando all'ultimo momento rappresentanti di Forze dell'Ordine o di Associazioni.
Io però non mi sono inventato niente. Insomma, non la sto proprio celebrando, questa settimana contro la violenza.

In tv ne parlano. Io faccio finta di nulla. E così siamo tutti contenti. È la pacifica convivenza dell'era Gelmini-Brunetta: loro strombazzano le loro iniziative, noi ce ne freghiamo, la vita continua. Come quando Brunetta praticamente ci tolse la malattia: una cosa lievemente incostituzionale, e infatti dopo qualche mese ce la dovette ripristinare. Ma nel frattempo per un annetto era andato in giro a mostrare i muscoli, io sì che li faccio rigare dritti gli statali, con me non si ammalano più. Adesso siamo di nuovo liberi di ammalarci e lui è libero di fare il gradasso in tv: con reciproca soddisfazione. Perciò ho deciso che smetterò di osservare le Settimane di Questo e le Giornate di Quello. Non credo che il Ministero mi invierà mai un ispettore durante la giornata della Memoria delle vittime per le foibe, a controllare se sto parlando di foibe dal corretto punto di vista (quello, presumo, degli infoibati). Se l'obiettivo di chi inventò la Giornata era mostrare a certi elettori che lui non se le dimenticava, le foibe... tale obiettivo può dirsi felicemente conseguito senza bisogno di complicare la vita a degli undicenni che in Storia sono ancora a Carlomagno.

Ma voi avete idea di cosa significa spiegare a un undicenne cos'è una foiba (geologia), dove si trova (geografia) il contesto storico (irredentismo-fascismo-guerra civile)... tutto in 60 minuti, perché poi abbiamo la grammatica da correggere? Pensate sia uno scherzo? Avete un minimo di rispetto per il mio mestiere, che è meno facile di quel che sembra? Fidatevi, non si ficca tutta quella roba nel cervello di un ragazzino a cui ancora nessuno ha spiegato cos'è una Guerra Mondiale. È uno spreco di tempo. Le cose vanno fatte con ordine: c'è stata l'Unità d'Italia, ma Trieste era ancora austriaca; poi il '15-'18; poi il Fascismo; poi di nuovo la guerra... e a quel punto la foiba smette di essere un corpo estraneo e s'inserisce naturalmente in un bagaglio di nozioni che cresce piano piano. In questo modo si impara... ammesso che imparare sia quel che c'interessa. Al Ministero interessa molto di più “ricordare”.

Le foibe hanno una loro importanza, lo so. Sono il primo che ci terrebbe a parlarne. Per esempio l'anno scorso ho portato due classi di tredicenni a Trieste. Lungo il sentiero a picco sul golfo che piaceva tanto a Rilke le hanno viste, le maledette foibe, coi loro occhietti ancora vergini. A quel punto abbiamo raccontato loro come venivano impiegate durante la guerra, e credo abbia funzionato. Quei tredicenni non si dimenticheranno tanto facilmente delle foibe. Ma non posso portarli sul Carso tutti gli anni, il mondo è vasto e vario e ci sono tanti altri massacri importanti: il Pasubio, Solferino e San Martino, eccetera eccetera eccetera.

Mi sbilancio: può darsi che l'anno prossimo non celebrerò nemmeno la giornata della Memoria per la Shoah. Mi rendo conto che è una tragedia unica nella Storia, ma i miei tredicenni l'hanno rigorosamente osservata già dai sei anni in poi: sanno La Vita è Bella a memoria e alcuni, se fanno sogni in bianco e nero, è solo perché sognano singole scene di Schindler's List. Insomma ce l'abbiamo fatta: siamo riusciti a ficcare la Shoah nel ristrettissimo bagaglio culturale del preadolescente. Adesso però si tratta di allargarlo, quel bagaglio, perché c'è il serio rischio che a parte la Shoah non vi si trovi nient'altro. Che si mettano a giocare al nazista e all'ebreo come noi al cowboy e all'indiano: poi il west è passato di moda, tutto è passato di moda, l'unico passato che resiste in tv al cinema e a scuola è quello coi nazisti che massacrano gli ebrei. Se alla fine fanno svastiche sui muri è anche per ignoranza di qualsiasi altro simbolo o slogan.

Io capisco che l'immaginario al potere sia televisivo; però non si può semplicemente applicare le logiche dei palinsesti tv all'orario scolastico: c'è l'avversario della battaglia del Ghetto? Tutti a ricordarci del ghetto. È il giorno delle foibe? Uno special sulle foibe. Ehi, avete notato che c'è molta violenza? Allora adesso blocchiamo tutto e ne parliamo... per una settimana. Tanto evidentemente non abbiamo niente di meglio da fare.

Non abbiamo programmi ben definiti da portare a termine entro giugno: verbi irregolari e tabelline, figurati. No, noi per la maggior parte dell'anno scolastico siamo in classe a girarci i pollici in attesa che ai ministri venga in mente qualche altro anniversario storico assolutamente Non Dimenticabile. Quella che sta passando a suon di circolari è la sostituzione del Programma con l'Almanacco: a ogni giorno un Fatto Diverso. Senza collegamenti, che dovrebbero essere l'unica cosa importante: insegnare la Storia non significa inculcare una determinata quantità di nozioni, ma sviluppare negli studenti la capacità a intrecciarle tra loro secondo rapporti di causa ed effetto. Che vanno a farsi benedire nel momento in cui il palinsesto scolastico diventa uno show generalista dove oggi si parla di foibe, domani di violenza e dopodomani di Carlomagno.

Io poi la capisco, l'esigenza della politica di sequestrare ore di lezione per celebrare determinati episodi. Vorreste costruirci intorno una nuova coscienza nazionale, sì, lo faceva anche Mussolini ma non vuol dire, sotto certi aspetti è un proposito lodevole. Anche se con sei emittenze nazionali a disposizione forse potreste contare su strumenti più duttili e pervasivi della lezione scolastica... eh, però le fasce tv comunque costano, specie quelle protette, e i film e i cartoni violenti sono un buon investimento, ai ragazzini piacciono da matti. Per contro, obbligare i professori a festeggiare la settimana contro violenza non costa nulla. Che sia chiaro che se poi diventano violenti la colpa non è della tv, la tv non c'entra niente. È colpa del professore fissato col programma che insisteva per insegnarvi i verbi irregolari invece di approfondire il problema della violenza.

Io di violenza ne parlo. Giusto ieri spiegavo che un conto è darsi i pugni, un conto è prendersi per il collo. Avete mai visto un'impiccagione in tv? Vi siete mai chiesti perché li appendono per il collo invece, non so, che per i piedi, le mani, i capelli? Perché l'osso del collo si spezza subito, tunc! Con tanto di schizzo esplicativo sulla lavagna. Questi dettagli funzionano sempre, gli undicenni continueranno a prendersi per il collo ma con più cautela. Insomma, che volete da me? Io per quanto posso sono sempre sul pezzo. Non mi dispiacerebbe nemmeno approfondire, invitare un traumatologo e proiettare lastre di contusioni, ma dovete darmi tempo. Invece me lo state togliendo. Quest'anno mi avete segato un'altra ora di italiano alla settimana, adesso i miei studenti ne fanno cinque. Cinque ore alla settimana, non stupitevi se la prossima generazione non riuscirà a coniugare i passati remoti. Poi c'è lo spettro della Cittadinanza e Costituzione, un'altra materia di cui i giornalisti hanno parlato molto, ma che per adesso nelle circolari non c'è: a occhio sembra la cara vecchia Educazione Civica, ma forse dall'anno prossimo avrà una casella a parte sulla pagella. Quindi ci daranno un'ora in più? Sembra proprio di no. Dovremo ridurre ulteriormente le ore di lettere? Ma di analfabeti ne produciamo già in abbondanza (però sanno benissimo come si pronuncia Auschwitz).

La settimana scorsa il tg2 delle tredici – organo ufficioso degli adoratori dell'orsetto Knut ed altre lobby animaliste italiane – ha raccontato con dovizia di particolari che il Ministro della Pubblica Istruzione (on. Maria Stella Gelmini) e il Ministro del Turismo (on. Michela Vittoria Brambilla) si erano incontrate per discutere dell'esigenza insopprimibile di trasformare l'amore per gli animali in una materia scolastica. C'è già una proposta di legge in Parlamento. Va be', immagino che in Parlamento ci sia ben peggio, ma questo è l'andazzo: ogni argomento degno di suscitare l'interesse di una seppur minuscola lobby sembra avere dignità di materia scolastica. Senza dimenticarsi, già, dell'ora di dialetto, la proposta estiva di Bossi buona giusto per farsi due risate sotto l'ombrellone: ma che prima o poi, confido, troverà la sua strada in qualche programma scolastico autonomo regionale. Finché finalmente non tornerà a casa il figlio di un politico varesotto con un 4 in dialetto – perché forse non ci avete mai fatto caso, ma i verbi irregolari dialettali sono pure peggio di quelli italiani.

Cambiando argomento, avete presente Gengis Khan? Proprio lui, sì, l'unificatore delle sperdute tribù mongole, il fondatore del più grande impero mai esistito? Un impero esteso dalla Manciuria all'Adriatico, che i suoi successori vollero pacifico e tollerante, consentendo a Marco Polo di andare e venire a piacimento e ponendo le premesse per le prime pandemie continentali? Ecco, era la lezione di oggi. Sbrigata in venti minuti, da Gengis Khan a Marco Polo. Come, così poco? Ma valeva la pena di fondare un impero continentale per lasciare una traccia di venti minuti? Forse no, ma a giugno dobbiamo essere arrivati a Robespierre: tagliano la testa a Maria Antonietta e i ragazzi non se lo perderebbero per niente al mondo. Con due ore di Storia alla settimana, il programma scolastico è così. Se ci dobbiamo anche fermare a parlare in dialetto dell'amore per i gatti e i cani, temo che Gengis Khan avrà unificato le tribù e fondato il suo impero invano. Era meglio, sì, restarsene nella fetente pagoda del padre.

mercoledì 14 ottobre 2009

Neanche una Jihad sappiamo fare

Il Terrore Fai-Da-Te

Sono passati otto anni dall'undici settembre 2001; sette dall'arrivo di nostre truppe in Afganistan; cinque dalle bombe di Madrid; quattro da quelle di Londra: e in Italia non c'è ancora un commando jihadista decente. Più che stupirci del fatto che un ingegnere libico senza un posto fisso provi a farsi saltare in aria davanti a una caserma milanese, dovremmo riflettere su questo.

L'attentato di lunedì non è riuscito nemmeno a uccidere l'aspirante martire, e a conquistare i titoli più grandi dei giornali che hanno di meglio da fare (litigarsi a colpi di Manzoni). Il gesto di Mohammed Game si inserisce insomma in quel solco di terrorismo amatoriale, terrorismo wannabe, che pare sia l'unico che si possano permettere i fondamentalisti di casa nostra. Una riedizione del botto del 2004 davanti a un McDonald di Brescia, a opera di un autotrasportatore marocchino col vizio dell'alcol; e dell'altro che infranse le vetrate della Sinagoga di Modena nel dicembre del 2003, a opera di un altro suicida islamico e alcolista (un mix già fortemente sconsigliato dal Profeta). Ed è quasi tutta qui, l'ombra di Al Qaeda in Italia. Possibile? No. Pensate soltanto a cosa è successo nel frattempo in Spagna – una nazione che nelle imprese afgane e irachene si è impegnata un po' meno di noi. In realtà dopo il contraccolpo di Madrid, con l'imprevista vittoria di Zapatero e il ritiro immediato dall'Iraq, un attentato 'in grande stile' sembrava inevitabile: si diceva che non fosse più il caso di chiedersi “se”, ma “quando”. Qualcosa in effetti ci fu: le bombe a Sharm el Sheikh, la cosa più simile a una colonia italiana d'oltremare. Ma un attentato in una grande città italiana avrebbe senz'altro avuto una risonanza diversa. Ci si potevano costruire intorno serie previsioni: se fosse accaduto durante l'interregno del centrosinistra ne avrebbe senz'altro accelerato la fine; all'inizio di un governo di centrodestra avrebbe polarizzato ancora di più l'opinione pubblica intorno ad argomenti (sicurezza, identità “cristiana”, reato d'immigrazione, ecc.) che comunque erano in agenda. In effetti si è visto comunque che non era necessario un attentato in grande stile per trasformarci in una nazione xenofoba. Resta comunque, per chi vuole porselo, un interrogativo: come mai in Italia Al Qaeda non colpisce? Non riesce o non vuole? Che il nostro antiterrorismo sia migliore di quello degli altri Paesi? È un po' difficile crederlo, ma può darsi che i nostri servizi sappiano praticare meglio di altri l'arte del compromesso, dello scambio di favori... forse siamo una comoda retrovia, una terra franca dove non conviene attirare l'attenzione?

Sia come sia, finora l'abbiamo fatta franca: e il peggio sembra passato. Ce ne siamo andati dall'Iraq, dove il nostro era uno dei contingenti più importanti; nel frattempo la cosiddetta 'rete di Al Qaeda' sembra essersi smagliata alquanto, almeno in Europa. Quasi una rivincita postuma della dottrina di G.W. Bush, e della sua concezione, per così dire, idraulica del terrorismo: qualcosa che tende a scendere verso il basso, come un liquido; per cui le guerre in Afganistan e in Iraq, lo scavo progressivo e metodico di una profondissima buca in Medio Oriente, si giustificava attraverso la necessità di far convergere nella buca tutti i terroristi jihadisti del mondo. Lo disse decine di volte, col tono texano di chi dice un'ovvietà: meglio combatterli laggiù che qui da noi. È la logica semplice semplice e spietata spietata della guerra moderna, tecnologica ma tutt'altro che chirurgica: armi che fanno decine di vittime civili per ogni obiettivo centrato non possono che utilizzarsi in casa d'altri, a casa nostra sarebbero insostenibili. Anche adesso che comanda il premio Nobel per la Pace, l'argomento “combattiamoli a casa loro” continua a funzionare: notate che è un buon motivo per continuare la guerra, non per finirla; anzi: c'è quasi da dolersi che in Iraq stia terminando: dove andranno i jihadisti disoccupati? Un po' in Afganistan, va bene, e gli altri? Ehi, aspetta forse è meglio riaprire un buco da qualche parte.

La concezione idraulica di Bush non è del tutto insensata. È vero, c'è un tipo di terrorismo liquido, che tende verso il basso: in Afganistan e in Iraq sono arrivate teste calde da tutto l'Islam, per combattere il Grande Satana e conquistarsi il loro paradiso. Persino dall'Islam europeo, dai musulmani poco o nulla integrati tra noi: tutta gente che invece di radicarsi nel loro territorio, di organizzare cellule in sonno, pronte a colpire a un cenno del Califfo... sono precipitate laggiù, nella buca più profonda. Laggiù non c'è pace e forse non ci sarà mai, ma è il prezzo da pagare per avere aeroplani più sicuri in tutto il mondo. Certi bushiani 'realisti' (non i neocon) se la raccontano così.

E' una verità molto parziale. Il terrorismo allo stato liquido è solo una parte del terrorismo circolante. Tutto il resto è gas, libero di circolare da un confine all'altro e – bisogna dirlo? – altamente infiammabile. Mohammed Game non aveva bisogno di un ordine scritto per costruire una bomba col fertilizzante e andare a farsi esplodere. Le istruzioni le ha trovate su internet, e se non ci fosse internet ci sarebbero fotocopie di manuali clandestini. L'obiettivo lo ha scelto da solo, o di concerto coi suoi presunti sodali. Gli è andata male – bene per noi – ma non può andarci bene sempre, prima o poi un debuttante in grado di farsi esplodere sul serio lo troveremo.

E allora cosa faremo.
Sarà interessante: cosa faremo che non abbiamo fatto già? Quando ho sentito dell'uomo bomba, l'altro giorno, ho subito pensato male, da buon dietrologo medio: ecco che quando il Capo sembra screditato in Italia e all'estero, puntuale arriva la minaccia islamica... mi sbagliavo, finora la stampa berlusconiana non mostra di voler strumentalizzare particolarmente la vicenda. Si continua a insistere che il kamikaze era solo, che la rete mondiale del terrorismo non c'entra... quasi un incidente di percorso. Cosa sta succedendo agli avvoltoi, mi sono detto, dev'essere la prima volta che gli servono un attentato caldo e non gli viene voglia di papparselo. Anche solo come digestivo tra una figura di merda e l'altra del Capo da mandar giù...
Forse non siamo più in campagna elettorale, o forse non ci siamo ancora; insomma siamo in una fase in cui agitare troppo lo spettro della jihad non conviene. Perché poi l'elettore potrebbe chiedersi cosa sta facendo il governo per proteggerlo. Ecco, cosa dovrebbe fare? Chiudere le frontiere – ma le abbiamo già chiuse e comunque si dà il caso che finora tutti i terroristi siano immigrati regolari. Maledetti ingrati. Chiudere le moschee – ma quali moschee, se non le stiamo nemmeno costruendo? È molto probabile che il terreno fertile di questi personaggi siano moschee clandestine che nascono come funghi dove l'amministrazione proibisce l'attività di moschee alla luce del sole. Battersi per togliere il velo alle donne: un'encomiabile battaglia di laicità che probabilmente renderà qualche moglie islamica ancora più reclusa di prima (prima almeno poteva uscire in strada e poi, eventualmente, guardarsi intorno e decidere di toglierselo)... ma poi avete fatto caso che tutti questi bombaroli finora erano uomini a volto scoperto?

Tutte queste misure somigliano a dighe: ci sentiamo circondati da un Islam che monta come l'acqua alta e ci difendiamo alzando dighe su dighe. Ma l'Islam è un'idea, e le idee sono nell'aria.

Anche il terrorismo è un'idea, e noi dovremmo saperlo. Noi il terrorismo di matrice ideologica lo conosciamo, è roba nostra. Prendi le Brigate Rosse: su di loro abbiamo letto di tutto. Abbiamo letto che erano eterodirette dall'Unione Sovietica o che il loro capo in realtà era un agente della CIA. Può essere tutto vero e può non essere vero niente. Ma su una cosa credo che siamo tutti d'accordo: chi entrava nelle BR non si sentiva uomo della CIA o del KGB. Chi entrava nelle BR, almeno in un primo momento, lo faceva perché ci credeva. Compiva un atto di fede. E continuava a militare finché questa fede lo sorreggeva. Una volta finita la fiducia nella rivoluzione, nell'educazione del proletariato mediante la P38, il brigatista molto spesso si trasformava in collaboratore di giustizia. Gran parte dei brigatisti, ancorché convinti della vittoria finale del proletariato, non erano di estrazione proletaria. C'erano studenti; c'erano cattolici. Uniti da una nuova fede, finché la fede ha tenuto.

Nei prossimi anni è probabile che ci saranno altri attentati di matrice jihadista in Italia. Non ha molta importanza se Al Qaeda o qualche altra rete mondiale li rivendicherà o no: in sostanza saranno attentati italiani, compiuti da persone che in Italia vivono e lavorano da anni. Il movente potrà essere o non essere l'Afganistan – anche questo non ha molta importanza. Quando ce ne andremo dall'Afganistan ne troveranno un altro. Il vero problema è che in Italia c'è una cospicua minoranza islamica che vive male. Non ha la cittadinanza, non ha luoghi di culto decenti, non ha la dignità. Ma attenzione: non si ribelleranno i poveracci. Non le donne costrette nei veli. Saranno ingegneri, studenti, sacerdoti. Gente che ha un lavoro e un permesso, lo spazio vitale necessario per rendersi conto che non è abbastanza. Queste persone si ribelleranno, nelle forme violente che hanno visto praticate in altri Paesi, e non sarà molto importante se alle pareti delle loro stanze si troverà un poster di Bin Laden o di Al Zarqawi. Esattamente come non aveva molta importanza se i brigatisti adorassero Lenin o Mao. I motivi che li spingevano a sparare al sistema erano molto più contingenti delle loro mitologie: gli italiani non li hanno sconfitti bruciando le immagini di Lenin o di Mao. Quello che ha dato la mazzata al terrorismo di matrice ideologica è stata la speranza condivisa nel benessere e nella prosperità che negli anni Ottanta sembravano alla portata di tutti. Una speranza simile in un futuro di benessere e integrazione taglierebbe subito le gambe al terrorismo prossimo venturo, islamico o no. Ma le speranze non è che ce le possiamo fabbricare a comando.

giovedì 8 ottobre 2009

Il Silvio Parallelo

Mammut e scimmiette

Nel frattempo, in un universo parallelo molto simile al nostro – praticamente identico – a parte il fatto trascurabile che i Mammut non si sono mai estinti – un Presidente del Consiglio molto simile al nostro aspetta la sentenza di una Consulta molto simile alla nostra.

“Presidente...”
“Basta, ora”.
“C'è qua fuori il suo portavoce che...”
“Silenzio. Voglio restare qui da solo, intesi? Disturbatemi solo quando arriva la sentenza”.
“Ma...”
“Ho detto che voglio restare solo”.

Incapaci.
Tutti.
Maledetti incapaci.
E li pago io.
Li ho arricchiti tutti quanti, io.
Gente che non sa neanche scrivere un... gli avevo detto: fatemi un testo di legge per bene, una cosa inattaccabile, ochei? Che sono stanco, che gli italiani sono stanchi di queste stronzate. E loro “si figuri, vedrà, Napolitano non potrà che firmare... ricorso? Che ricorso? Andrà tutto bene, siamo in una botte di ferro...” Gliela do io, la botte di ferro.
Chiodata.
A tutti quanti. Maledetti.
Ma è mai possibile che non ci sia in Italia uno in grado di farti una cosa... se ne hai bisogno, una cosa che funzioni... è sempre stato così, fin da quando tiravo su le palazzine... e il geometra mi sbaglia il disegno, e l'elettricista non capisce un cazzo, e il presentatore non sa leggere il gobbo, e il Ministro mi scrive male la legge. Un popolo di incapaci, e se la prendono con me. Se solo sapessero la fatica che mi costa, coordinare tutti questi incapaci giorno dopo giorno, dare una parvenza di organizzazione a questo sfascio... andare all'estero e fingere che dietro al fondale di cartone ci sia una potenza, fatemi ridere, una potenza industriale... roba che se i russi si accorgono di quanto siamo minchioni ci tolgono il gas in venti minuti... e poi sono io quello che deve andare a stringere la mano al boss del kgb, eh? Sono sempre io che ci deve mettere la faccia, maledetti. Maledetti.

“Presidente...”
“E' arrivata la sentenza?”
“No, ma ha telefonato il Monsignore per esprimerle...”
“Stop. Basta. Cosa ti ho detto cinque minuti fa?”
“Ma presidente...”
“Ti ho detto: non voglio essere disturbato finché non arriva la sentenza, è chiaro? Non-voglio-essere-disturbato. Ripeti con me”.
“Non voglio essere disturbato”.
“Fino alla?”
“...sentenza?”
“Bravo, e adesso fila”.

Sono scimmiette. I migliori: quegli altri non valgono un granché nemmeno come scimmiette. Presidente, mi chiamano. Dovrebbero dire impresario, impresario del circo. Con le loro leggine da scimuniti. Hanno trovato un uomo che almeno riesce a farli trottare, un uomo che riesce a tener su la baracca e ci mette la faccia, e loro cosa fanno? Passano il tempo a denunciarmi, a processarmi, a prendermi in giro in televisione... gliel'ho data io la televisione, prima di me guardavano le pecorelle su un canale solo in bianco e nero. Ma adesso basta. Se il lodo non passa è finita. È l'ultima che mi fanno. Io son tanto buono e bravo, ma non è che posso passare gli anni migliori della mia vita a regalare noccioline a scimmiette che mi mordono la mano.
Gliela faccio vedere io.
Di che pasta sono fatto.
Non l'hanno mai visto un uomo, loro. Uno vero.

“Presidente, io so che non dovrei... ma c'è qui una signorina che...”
“Fuori!”

Ma cosa si credono di fare. Cosa vogliono.
Vogliono farmi fuori? Ma se non sono neanche in grado di... vogliono solo farmi spendere altri soldi in avvocati, e tutto qui, 'sti Ghedini e 'sti Pecorella, coi loro occhietti da vampiri... a scrivermi una legge decente non son capaci, ma a succhiarmi altri soldi per portare i processi in prescrizione vedrai, vedrai se sono bravi... e poi sai che c'è? Mi volete fuori? Io mi dimetto. Anche tra mezz'ora. Mi dimetto. Vediamo cosa fanno. Se si attentano a tenere in piedi un parlamento dove il sessanta per cento degli eletti mi deve tutto. Tutto. Mentre io da cinque canali tv li chiamo golpisti, dal primo all'ultimo. Da Napolitano giù giù fino al barbiere di Bersani. Vediamo a chi credono gli italiani. Dai, dai, sono curioso. Da che parte staranno le scimmiette? Io tengo il sacco delle noccioline, e voi?

Io le elezioni le rivinco. Anche domani. Senza Fini, e se mi va anche senza Alfano, così impara a scrivere le leggi, cribbio d'un Dio. Che ministri come lui li trovo sotto i sassi.
“Presidente...”
“Cosa c'è ancora... vuoi fare il Ministro?”
“No, io no, ma c'è qui una signorina...”
“Va bene, la prossima volta Ministro. Ma adesso F-u-o-r-i. Fuori”.

Io vinco quando voglio. Domani, tra un mese, tra un anno, nessun problema. Le televisioni le ho io, se le vogliono dovranno mandarmi l'esercito, a Cologno, ah, voglio proprio vedere chi ha il coraggio. E sai cosa c'è? Mi ci divertirò pure. È uno spasso, la campagna. Vai in giro in aeroplano, fai i discorsi, le scimmiette si spellano le mani, ti amano... io me la godo, la campagna. Non vedo l'ora.

“Presidente, mi scusi, mi scusi, lo so, sono un idiota, ma questa signorina continua a insistere, non la smette più...”
“Ma chi è, insomma”.
“È una... di un reality credo...”
“Per carità”.
“Ma è sicura, eh, ha il bollino di garanzia. In più dice che aveva un appuntamento con lei. Preso due mesi fa”.
“Può anche darsi, non me ne frega niente. Chiama i gorilla, che la buttino fuori”.
“Ma Presidente...”
“Che c'è!”
“Venga almeno a darle un'occhiata, cioè... è uno schianto. Io una ragazza così in vita mia non l'ho mai...”
“Naturalmente, perché sei un mentecatto. Io invece sono il Presidente, sto aspettando una notizia importante, e l'ultima cosa che desidero è una sveltina con una sconosciuta che magari nasconde un registratorino su per il... Ma ti sembro il tipo?”
“Presidente, con franchezza, sì. Una sveltina, nelle emergenze, non se l'è mai fatta mancare”.
“Adesso è diverso. Chiama i gorilla”.
“Va bene, però mi preoccupa”.
“Fuori”.

Però ha ragione, è curioso. Non sto pensando al sesso. Da una settimana. È strano.
No, a dire il vero non è strano. Alla mia età dovrebbe essere normale, ma negli ultimi anni... mi sembrava di non avere altri sfoghi... adesso no, adesso sto bene. Cioè, sono incazzato come una biscia, ma sto... bene. Niente erezioni spontanee. È come se tutta l'energia mi andasse in rabbia. Altre volte mi sono sentito così. Quando fiutavo un affare, e poi lo realizzavo. Potevo stare senza chiavare per settimane intere. È una cosa che esiste in psicologia, mi pare, subliminazione o che so io... beh, se mi consente di tirare avanti senza dovermi sbattere una scimmietta ogni mezza giornata, son quasi contento...

Che poi anche tutte queste storie sul presidente puttaniere, sì, sì, sapete che vi dico? Fatelo, fatelo un bel governo Fini-Casini-Rutelli, coi teodem e i teocon, i teodiqua e i teodilà, fatelo. Coi cardinali ministri, perché no, come in Iran. Fatevi stracciare la legge sull'aborto. Fatevi mettere i sondini su per il naso. Vedrete che poi lo rimpiangerete, il presidente puttaniere. Quello che andava a salutare il Papa coi tappi nelle orecchie, salutava e sorrideva e tornava a casa senza neanche avere un'idea di cosa gli avesse detto, il vecchio trucco di Andreotti, ma bisogna averci le palle, e quelle me le avete stracciate un'ultima volta, voi laicisti del salottino buono.
Io intanto resto all'opposizione, sai che c'è? Io ci sto da Papa, all'opposizione. Ci sono stato tante volte e ogni volta mi ci trovavo meglio. Appena qualcuno prova a sussurrare che chissà, bisognerebbe fare una legge sul conflitto d'interessi, lo distruggo. Poi appena i vostri governicchi vanno in malora, perché non siete capaci di mettervi d'accordo su niente, si rifà una campagna, che è la cosa che mi piace di più in assoluto, la campagna! E la rivinco io! Il più tardi possibile, però, così nel frattempo magari è finita anche la Crisi.

La Crisi. Ecco, pensateci voi, alla Crisi. Fateli voi, i miracoli. Non vi piacciono i miei fondali di cartone? I miei prefabbricati? Fateli fare a Bersani, vediamo cosa combina. Chiamate quell'altro buono là, Montezemolo. Un pirla che è riuscito a floppare una Coppa del Mondo di Calcio, per dire, ho fatto meglio io col Mundialito. Uno che se non gli davamo una mano, due mani, dieci anni di contributi per la rottamazione... a quest'ora il Lingotto era un campo nomadi, e lui gestiva gli zingari ai semafori, dai, dai, fate fare ai geni. Io sto fuori e me la godo. Vado in campagna, vado in tournée, meno male che Silvio c'è e tutte queste menate. Non c'è niente che mi gasi come un'adunata di scimmiette di provincia che si schiacciano per stringermi la mano... ah, non vedo l'ora.

“Presidente...”
“Che c'è adesso?”
“Niente, presidente...”
“Eh?”
“No, nel senso che stavolta non vengo a interromperla con una scusa, stavolta è la volta buona”.
“È uscita la sentenza?”
“Sì. Gliela leggo”.
“Dimmi solo: il Lodo è passato o no?”.
“È passato”.
“Ne sei sicuro?”
“Sì, presidente, è scritto qui, vede...”
“O mio dio”.
“Glielo avevo anche detto, che i magistrati non avrebbero perso troppo tempo a ragionarci su...”
“Mio Dio”.
“...domani comincia la stagione della caccia al Mammut e non se la perderebbero per niente al mondo... ma cosa c'è, Presidente, non si sente bene?”
“Un lieve capogiro”.
“L'emozione, capisco. Si deve sentire molto sollevato”.
“Certo, certo”.
“Adesso lei non può più essere processato... non che lei dovesse temere più di tanto i suoi processi, ma almeno ora potrà governare con più serenità”.
“Già”.
“Ma Presidente, cos'è quel muso lungo. Ha vinto!”
“Io sono abituato a vincere. Non è che mi faccia un grande effetto, alla mia età”.
“Ma non capisco. Un attimo fa era pieno di vita, scalpitava, e adesso...”
“Mi sto sgonfiando”.
“Non avrei osato dirlo, ma è così. Chiamo il dottore?”
“Ma no, ma no. Chiama i giornalisti. Devo dirgli che sono sereno e che ora finalmente potrò governare senza disturbi della magistratura e bla bla bla e cheppalle”.
“Come?”
“Cheppalle governare senza disturbi. Davvero, sarà una noia mortale. Io non ce la faccio senza disturbi. Ho bisogno di disturbi, di sfide, di gente che mi pungoli. Ma senti, questi giudici... se ne sono già andati via? Non c'è un modo di ricontattarli, di farli ragionare?”
“Presidente, non credo di capire”.
“Lo so, sei un babbuino. C'è che fino a cinque minuti fa avevo un'impresa da portare a termine, un combattimento da vincere, capisci? E io avrei vinto, a qualsiasi costo”.
“E infatti ha vinto”.
“È stato troppo facile, non mi va. A me non piace veramente vincere... il momento della vittoria magari sì, ma già il momento dopo, quando ti siedi sul trono... è tutto finito, diventi un funzionario che deve ricevere la regina d'Inghilterra e la contessina di stocazzo, ed è una noia, una noia che non t'immagini. Per me l'Italia è come una donna, capisci”.
“Forse”.
“Mi piace conquistarla, non avercela tutti i giorni tra le palle con le sue beghe da vecchia frustrata... se me la sposassi, capisci, smetterei di corteggiarla subito dopo, la cornificherei immediatamente... a proposito, la ragazza di prima...”
“Credo che sia ancora nel cortile, la vado a chiamare?”
“Sì. Credo di averne bisogno”.
“Ma Presidente, lo ha detto prima lei... se avesse un registratorino?”
“Tanto meglio, così gli ingaggi invece di chiederli a me li chiede alla cricca di De Benedetti e Santoro, ci faranno su un bello scandalo e si sentiranno così fieri di avermi infastidito. Se solo sapessero...”
“Sapessero cosa?”
“Che se loro non m'infastidissero, io probabilmente morirei”.
“Presidente!”
“Sì, morirei. Di noia. È peggio del cancro. Posso dirtelo, io lo so. E allora, 'sta signorina?”
“Arriva, arriva”.
“Bene. E poi lasciami solo”.

mercoledì 7 ottobre 2009

Forget Bangkok

(Oggi avrei dovuto scrivere di tutt'altro argomento, ma non ce l'ho fatta. Ecco il solito lenzuolo di opinioni, meno originali di quelle che avete già trovato sui giornali e ovunque, che tra sei ore saranno già vecchie. Saltate pure, non mi offendo).


Chissà se poi è davvero così incazzato, stanotte, Berlusconi. Se davvero crede al copione che si è scritto, le toghe rosse, il golpe e il Presidente comunista. Chissà se tutto questo lo preoccupa un decimo di quella tegola del Lodo Mondadori, quella sì forse imprevista: 750 milioni da buttar via, perle ai porci, anzi neanche ai porci: a De Benedetti.

Se l'aspettava, una sentenza così. Forse ci sperava persino. Lo ha detto, “queste cose qua a me mi danno la carica”. Lui in fondo ha bisogno di stimoli, è un combattente nato. Ha bisogno di avversari, un attimo dopo aver vinto si annoia, e poi comincia a correr dietro alle gonnelle. Chissà che non gli raffreddi anche i bollenti spiriti, una bella campagna elettorale.

Adesso che succederà. Tutti schemi già provati e riprovati in allenamento: i processi riprenderanno, gli avvocati proveranno a tirarli in lungo. Dovrebbero farcela. Sul piano politico? Una manifestazione potrebbe anche essere controproducente perché, checchè ne pensi Bossi, il successo non è garantito. E non è nemmeno escluso che la sinistra ne realizzi una più grande – certo, loro sono un po' persi nei loro deliri democratici autoreferenziali, però questa è la classica situazione che potrebbe dargli la scossa, riunirli di fronte al nemico. No, se fossi in lui (ma lui è un po' più furbo di me) la piazza la minaccerei, ma senza arrivare al punto di convocarla realmente. Sono da escludere scenari da Caimano: il culto della personalità di Silvio esiste, ma si esaurisce in qualche forum affettuoso e qualche simpatica canzone – per vedere le prime molotov contro i tribunali bisognerà aspettare almeno una generazione. Anche i leghisti: dobbiamo averne paura? Sul piano culturale, sì, io ho molta paura del non-pensiero leghista; ma sul piano fisico, mah: hanno già il loro da fare a mettere in pratica una legge sulle ronde (firmata da un loro ministro) che di fatto ha disarmato le ronde che c'erano già: gente che non riesce a organizzare una caccia allo zingaro come si deve, non li vedo così pronti a metter su una marcia su Roma. Non sono cose che s'improvvisano, anche le camicie nere ci arrivarono dopo qualche annetto di squadrismo accelerato.

La cosa più logica, insomma, è insistere sulle cariche istituzionali (Napolitano e Fini, quell'altro non è dotato di un midollo spinale proprio) finché non sciolgano le camere: e si rivota. Non svelo nessun arcano retroscena: è una cosa che B. e i suoi ripetono da mesi: se rompete troppo le scatole torniamo alle elezioni, così vedrete chi è che vogliono gli italiani. E sotto sotto sono loro i primi a sperarci. Più che un calcolo spregiudicato, si tratta di un riflesso condizionato: a qualsiasi stimolo, B. risponde con una campagna elettorale. Dal '94. Prima rispondeva con una campagna pubblicitaria. Lui in fondo quello sa fare: pubblicità. È una gara, e le gare lo caricano. Che si vinca, o si perda, alla fine, non cambia molto.

Dovrebbe vincere. Negli ultimi anni ha progressivamente eliminato tutti i margini di fair play che regalmente si concedeva: i vari Mentana e Costanzo. Lo stesso tg1 è diventato cosa sua, senza più pudori. Poi naturalmente c'è anche una vita fuori dalla televisione, ma il 60% degli italiani forma i suoi giudizi sull'attualità in base ai tg: e vedendo certi spot su facebook mi vien da dire meno male. La chiesa? È un gigante coi piedi d'argilla, che per mantenere la sua fama d'imbattibilità deve restare coi vincenti. Se ho capito bene, la notizia della sentenza B. l'ha ricevuta mentre era a una mostra con monsignor Bertone. Mi sembra un segnale abbastanza forte e chiaro, e i lamenti sommessi di qualche vescovo resteranno lamenti sommessi.

Dovrebbe vincere. Ma potrebbe persino perdere – ultimamente, sapete, c'è quella tendenza per cui se speri forte forte una cosa si avvera, e allora perché no? Dai, speriamo forte forte che le cose cambino (ma guai a chiamarla preghiera, è una cosa laica e anche un po' atea razionalista). Un Pd improvvisamente vincente, guidato da un segretario eletto a furor di popolo tra quindici giorni? Beh, in effetti se le primarie dovessero essere un successo, la figura di un nuovo leader carismatico acclamato a furor di popolo relegherebbe per un attimo sullo sfondo l'autocrate rancoroso e puttaniere. Sarebbe un momento davvero esaltante, ma chissà come filtrerebbe dalle lenti televisive berlusconiane. Anche qui, il passaggio logico più probabile è che il nuovo leader democratico (Bersani al 70%) si lasci coinvolgere in un'alleanza antiberlusconiana anche più eterogenea di quelle che abbiamo visto fin qui: dentro tutti, da Fini a Casini a Vendola. Sì, è una cosa che fa schifo, ma la via della solitudine l'ha già tentata Veltroni e non è che gli sia andata molto bene.
Quest'accozzaglia – nominalmente un po' più compatta del vecchio Ulivo perché i partiti nel frattempo si sono un po' ridotti e rassodati, ma ideologicamente informe – potrebbe anche, chi lo sa, pareggiare le elezioni come Prodi nel '6. Ma mettiamo che, per uno dei soliti effetti random della legge Calderoli, arrivi a vincerle: e allora? Per Berlusconi è persino meglio. Preso atto che nemmeno Palazzo Chigi lo mette al riparo dai processi, tanto vale starsene nel suo palazzo privato e da lì organizzare la campagna elettorale permanente. E ai conti pubblici ci pensi il centrosinistra, che ha questo vizio di voler risanare e alla fine si scava la fossa da solo. Cosa ha realmente da perdere SB? Il Quirinale, sì, ma a quello dovrebbe già aver smesso di pensare da un po', almeno da quando sono saltati fuori i nastri della D'Addario. E poi sul Colle si annoierebbe a morte, se è ancora un po' sincero con sé stesso lo sa benissimo.

Abbiamo già vissuto lunghi periodi di interregno tra un governo Berlusconi e l'altro: sappiamo più o meno cosa succede: a un relativo ridimensionamento dei poteri della sua holding economico-politica coincide un ulteriore radicamento nelle coscienze degli italiani. Basta ergersi a profeta di un nuovo miracolo italiano, abolitore di questa o quella tassa, flagello dei comunisti. Ogni volta che perde un po' di potere, Berl. conquista un po' più di anime. Nel frattempo si libera anche degli alleati che potrebbero vagamente oscurarlo: via Casini, e stavolta magari via Fini. Sì, ma così resterà senza eredi.

Fino alla fine, che comunque va preventivata in un momento qualsiasi da qui a quindici anni. C'è chi è convinto che quella sarà la fine del problema B: dopo avremo altri problemi, ma questo almeno lo avrà risolto, per noi, la Grande Risolutrice. C'è chi pensa che il berlusconismo sia un ammasso eterogeneo di interessi contrastanti che solo il geniale piazzista riesce a tenere assieme: fuori lui, fine del berlusconismo. Magari in passato ho pensato anch'io così.

Ho cambiato idea. Può darsi che fosse davvero eterogeneo, l'ammasso d'interessi nordisti, mafiosi, massoni e clericali che lo ha portato sull'altare: però col tempo l'impasto è lievitato. È vero, l'unica cosa che li tiene insieme è la figura di Silvio C'è. Ma questo significa semplicemente che morto un Silvio dovranno cercarsene subito un altro. Magari in famiglia, perché no? Le chiavi delle tv ce le hanno loro, e questo ancora per molti anni farà la differenza.

Mi sbaglio? C'è qualche possibilità per chi si ostina a credere in un'Italia un po' migliore dei suoi italiani, uno spiraglio che non vedo? Sì, probabilmente c'è, almeno ci spero. Mi vedo però sospeso sullo stesso abisso del '94: sospinto dall'illusione che un blocco di potere costruito in anni di prevaricazioni e controllo del consenso si possa sfaldare semplicemente con le sentenze della giustizia ordinaria. Non è così che funziona.

Fossimo un Paese del sud del mondo, la situazione ci avrebbe già portato a un golpe da un pezzo. Vedi Thailandia, militari contro un tycoon televisivo. Chissà poi da quale parte io e voi decideremmo di stare. Ma siamo in Europa, non si può. Sto quasi per scrivere purtroppo – l'ho scritto, ecco.

martedì 6 ottobre 2009

Magari è davvero solo un sogno

(Ricopio dall'anno scorso, e domani spero di svegliarmi)

Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice: “Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no”.
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... possa fare un brutto effetto... alla tua età, poi...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“C'è qui il capo della polizia, Manganelli, è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfra. Chiamami Gianfra”.
“Ah, già, Gianfra. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose... insieme!”
“Grazie, ma è troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava ascoltare Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”

(Continua, all'infinito).

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