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giovedì 31 dicembre 2009

L'ultima metafora

La proiezione del Castello

La maggior parte di questo decennio l'ho passata in una città minuscola con una piazza immensa. E il bilancio, devo dire, è positivo. I servizi sono abbastanza buoni, la gente non me l'aspettavo migliore né peggiore, e la piazza, cosa vuoi mai. I bambini dicono che è la più grande del mondo. Crescendo si correggono: è la più grande d'Italia. Gli adulti han l'aria di saperla lunga, è la seconda o terza piazza più lunga di una classifica che sta nelle loro teste, allestita da una giuria qualificata di Misuratori Di Piazze (me li immagino in giro per le periferie con chilometri di spago graduato). Ma insomma è il vanto della città, il suo biglietto da visita: ovunque nel mondo noi diremo di venire dalla città con la Piazza più Grande, perché tutti sanno che la nostra è la città con la Piazza Più Grande, no? Alle Maldive di sicuro lo sanno tutti (cameriere bagnini e personale di servizio), e il resto del mondo, beh, il resto del mondo s'arrangerà. Non sanno che si perdono.

È così grande che un giorno volle affacciarvisi anche Sua Santità, no, non il tizio di adesso, Sua Santità quello vero, Wojtyla: e pare che ai fedeli dicesse una cosa del tipo: “Ehi, certo che avete proprio una gran piazza”. Non so se mi sono spiegato, Karol Wojtyla: mica un pastore itinerante, stiamo parlando del più grande affacciatore di piazze della Storia – anche se ogni tanto il dubbio il dubbio viene che lo dicesse in tutte le piazze, come le rockstar che imparano a memoria Ciao Milano State Bene? Siete Caldi? Anchio.

Come si sta nei pressi della Piazza Più Grande del... boh, cosa volete che vi dica, di giorno è molto comoda in bicicletta. Non valgono più le regole stradali, gli angusti limiti imposti dalle piste ciclabili: quando sbuchi lì, sei come una vela nel mare aperto. Fiuti una direzione, tracci una rotta, e via. Se hai buona vista puoi scansare agevolmente le persone che vuoi evitare, il che mi sarebbe molto utile, se in questo decennio avessi già conosciuto qualcuno abbastanza bene da volerlo evitare. Ma sono così timido.

Questa piazza enorme ha i suoi lati oscuri, che nessuno ha il coraggio di mostrare, e allora sarò io, proprio io, a rompere l'omertà. La semplice verità è che non è nata piazza, ma fossato: lo spazio tra il castello dei signori e le case dei borghesi. Ci furono poi vicende alterne, signori nella polvere e borghesi sugli altari, e poi a colmare il vuoto guerre e monumenti e lapidi ai caduti... eppure lo spettro del Fossato è lì, e per sentirlo basta distrarsi un momento dalle luci e dal benessere – il che non è poi così difficile, quando scende la sera e la Piazza Più Grande si rivela Inilluminabile. L'amministrazione fa quel che può, ma lì dentro ci staranno quattro o cinque campi da calcio, e i riflettori costano. La cittadinanza allora s'arrangia e si assiepa lungo i bordi, tanto in mezzo in fin dei conti non c'è niente.

Il vero problema è tra Natale e Capodanno: quando tutto deve brillare, sbirluccicare, glitterare, ma come accidenti fai a illuminare sei campi da calcio con niente di niente in mezzo? No, ma mettetevi nei commercianti: come fai a raccontare di essere un'oasi del benessere, al sicuro dalla crisi, dal terrorismo, dalle polveri sottili, in questa prateria? che se poi magari nevica diventa la banchisa polare? Ci voleva un'idea, un'idea geniale.

Non è venuta a nessuno.
(Non è un paese di geni, bisogna dirlo).

Invece, da qualche anno a questa parte, qualcuno ha escogitato questa cosa che vado a spiegarvi. Non so chi sia stato, se un commerciante o un amministratore, e neanche voglio saperlo, a dir la verità. Questa... questa creatura, sì, anche lui è una creatura del buon Dio, ha pensato: ok, abbiamo una piazza enorme, vuota e oscura. Da una parte i negozi, dall'altra un Castello con il museo dei deportati della Shoah e altre amenità. È chiaro che più di tanto non lo puoi glitterare, il Castello. Nemmeno puoi appenderci quei Babbi Natale che vanno di moda, perché comunque la facciata è bella grande, ce ne vorrebbero centinaia, e sembrerebbero i Marines che espugnano Alcatraz. Però questo enorme spazio vuoto e piatto, questo... questo schermo, sì... potremmo usarlo per proiettarci qualcosa. Cosa? Beh, è Natale, no? La festa del... commercio, no? E quindi qual è l'anima del Natale? E dai, è facile, su, qual è? La pub-bli-ci-tà! Dei negozi del Centro! Proiettata sul mastio del Castello in formato gigante! Adesso sì che è Natale! (nel caso i razzetti cinesi dei tamarri, i razzetti tamarri dei cinesi, e la filodiffusione di Jingle Bells sotto i portici vi avesse lasciato margini di dubbio).

Però non bisogna essere ingiusti coi miei compaesani. Loro lo sanno che il Natale non è solo comprare Articoli Sportivi da Bargigli e Figli Srl. Lo sanno che la loro è anche una città di arte e di cultura. Così, ogni cinque o sei slide, ne proiettano una che mostra le bellezze della nostra città. Che di bellezze, ahem, non è che ne abbia molte. In verità ne ha una sola: la piazza, col Castello. E quindi proiettano quella: sulla facciata del Castello. Pensateci bene: il Castello è bello, ma dobbiamo usarlo per proiettarci un po' di pubblicità natalizia; però tra uno spot e l'altro, per ricordarci che il Castello è bello, proiettiamo la facciata del Castello... sulla facciata del Castello. Prevengo l'obiezione: non basterebbe spegnere il proiettore e guardare il Castello? No, perché se spegniamo non è più il bel Castello della pubblicità: è solo una quinta, un fondale, un muro che serve a proiettarci sopra belle cose. E questa è una metafora potente, secondo me è la metafora del Decennio – almeno, è l'ultima metafora che ho fatto in tempo a trovare.

Ora, non vi sembra un motivo necessario e sufficiente per venire a trascorrere almeno un pomeriggio qui da noi? Fa un freddo cane, e non si scia (è tutto piatto per chilometri e chilometri), però volete mettere l'emozione di recarvi in Piazza e vedere proiettato sul Castello l'immagine della Piazza col Castello, e diventare così le comparse di un'enorme installazione escheriana, perché probabilmente anche nella foto del castello proiettata sul castello c'è un immagine del castello proiettato; così come probabilmente noi stessi siamo le comparse di una foto tridimensionale del Castello proiettata intorno a noi, su di noi. Siamo oggetto e siamo fondale, siamo messaggio e siamo medium, siamo le parole per dire quanto siamo noi stessi, siamo i Più Grandi Del... perlomeno siamo in una lista delle persone Più Grandi Del... siamo noi stessi pensanti noi stessi, l'unica luce che glittera nel buio che incombe, nel profondo, nel Fossato che sempre pronto a spalancarsi (fai che non salti la luce).

lunedì 28 dicembre 2009

Ho una teoria #3



Gli israeliani sono esseri umani come noi. Quando sono feriti, sanguinano. Quando li si diffama, si indignano. Come fa chiunque, come faremmo noi (continua sull'Unità.it) (non sul cartaceo).

Ho una teoria: gli israeliani sono esseri umani come noi. Quando sono feriti, sanguinano. Quando li si diffama, si indignano. Come fa chiunque, come faremmo noi.

Ai primi di settembre un'ondata di indignazione israeliana investì la Svezia
. Il più diffuso tabloid svedese, l’Aftonbladet, aveva ripreso la vecchia storia di Bilal Ghanan, un guerrigliero palestinese diciannovenne a cui gli israeliani, col pretesto di un’autopsia, avrebbero asportato alcuni organi per effettuare trapianti. Il cronista Donald Boström, testimone oculare delle esequie, non poteva però fornire alcuna prova concreta: soltanto i dubbi dei famigliari (perché praticare un’autopsia sulla vittima di un conflitto a fuoco?) e le macabre dicerie che sono moneta corrente nei teatri di guerra civile. L’episodio, che risaliva al 1992, si trovava inserito con una certa forzatura in un articolo (qui nella versione inglese) che partiva da un recentissimo scandalo scoppiato nel New Jersey, dove un rabbino newyorkeseaveva confessato il suo coinvolgimento in un traffico internazionale di organi (ma nel suo caso si trattava di reni, ceduti a quanto pare da israeliani consenzienti). 

L’Aftonbladet fu accusato di rimettere in circolo le leggende calunniose medievali sugli ebrei 'ladri di sangue'
. A infiammare ulteriormente l’opinione pubblica israeliana (si parlò di boicottare i punti vendita Ikea) fu l'atteggiamento del governo svedese, che non ritenne necessario prendere le distanze dal quotidiano, come richiesto dal primo ministro israeliano Netanyahu: tutto questo proprio mentre la Svezia deteneva la Presidenza di turno dell’Unione Europea. Dalla parte di Netanyahu si schierava invece il governo italiano: col ministro Frattini, che a Stoccolma accusava l’Aftonbladet di promuovere indirettamente “sentimenti di antisemitismo”; con Fiamma Nirenstein, Vicepresidente Commisione Esteri della Camera, che si diceva “stupefatta” del fatto che il Ministro degli Esteri svedese “ignorasse l’occasione per una ferma condanna nei confronti dell’antisemitismo”.

Era la fine dell’estate, e sui quotidiani italiani andava forte il caso Boffo: la vicenda scivolò in secondo piano e ce ne scordammo presto. Anche per questo, forse, è passato quasi del tutto inosservato il colpo di scena delle ultime settimane. Cos’è successo? In breve: Israele ha ammesso di avere asportato organi post-mortem a cittadini israeliani e a palestinesi dei Territori Occupati, senza chiedere il permesso ai famigliari, durante tutti gli anni ‘90 (The Huffington Post). Quindi l’Aftonbladet aveva ragione? Solo in parte, dal momento che l’articolo incriminato arrivava a suggerire che Bilal Ghanan potesse essere stato ucciso da soldati israeliani col deliberato intento di asportarne gli organi. Questo Boström non può provarlo (né ha mai preteso di poterlo fare). 

L’ammissione è venuta dall’anatomo-patologo Jehuda Hiss
, direttore dell'Istituto di Medicina legale Abu Kabir, in un’intervista trasmessa la settimana scorsa dall’israeliano Channel 2 TV. Il servizio è del 2000, e non era mai stato divulgato: l’intervistatrice (la ricercatrice statunitense Nancy Sheppard-Hughes) ha deciso di renderlo noto anche per sgravare Hiss dall’accusa più infamante, quella di accanimento razziale nei confronti delle salme palestinesi. In realtà Hiss non applicava nessuna distinzione razziale o politica: gli abusi perpetrati nel suo istituto riguardano infatti 125 cadaveri di israeliani e (in minoranza) palestinesi, morti per cause naturali, per incidenti o per intifada, a cui furono asportate ossa, valvole cardiache, cornee e lembi di pelle senza il consenso dei famigliari (o in certi casi addirittura contro la volontà di questi ultimi). Le uniche preoccupazioni erano pratiche: Hiss ha ammesso, per esempio, che le cornee venivano asportate solo quando i dottori avevano la certezza che la famiglia non avrebbe riaperto gli occhi del defunto.

Dopo la messa in onda dell’intervista l’esercito israeliano ha ammesso che questi abusi sono stati effettivamente commessi fino a dieci anni fa, in un momento in cui le normative in materia, a detta del Ministro della Salute, “non erano chiare”. A tutt’oggi la storia degli organi rubati alla salma di Bilal Ghanan rimane una diceria senza prove, ma se l’Aftonbladet non l’avesse divulgata, forse le ammissioni di Hiss e dell’esercito israeliano non ci sarebbero mai state. (E i rappresentanti del governo italiano che accusarono neanche troppo indirettamente la Svezia di fomentare l’antisemitismo europeo? Non pervenuti).

…ho una teoria, dicevo. Gli israeliani sono esseri umani, esattamente come noi. Se li ferisci, sanguinano. Ma se li curi possono guarire. Non credo che sia necessario essere antisemita per considerare immorale il comportamento di Hiss (personaggio estremamente controverso, che lavora tuttora nell'Istituto Abu Kabir, anche se ha dovuto dimettersi dall'incarico direttivo). Eppure il fatto che oggi qualche cittadino israeliano viva portando in sé una libbra di carne palestinese è in qualche misura suggestivo. Siamo della stessa carne, e in fondo lo sappiamo: nessuna guerra, per quanto lunga e senza quartiere, può farcelo dimenticare.

(Un grazie a Mazzetta, senza il quale questo pezzo non sarebbe stato possibile. E buon anno a tutti).

sabato 26 dicembre 2009

Plagio

Dialogo

“Ehi, signore”.
“Che vuoi? L’euro te l’ho già dato, quindi…”
“Sì, signore, ma il calendario non lo vuole?”
“Aaah, perché tu non sei un mendicante, tu”
“No signore”.
“…invece sei un venditore di calendari”.
“Se vuole ho anche quello con l’oroscopo”.
“L’oroscopo”.
“Personalizzato. Lei di che segno è?”
“Cancro”.
“Cancro, allora, vediamo… il cancro…”
“Non che cambi molto”.
“Perché, non ci crede all’oroscopo?”
“Non molto, no”.
“E fa male, guardi qui: Cancro: il 2010 sarà il vostro anno”.
“E tu invece ci credi”.
“Ma sì, signore, perché no”.
“Cioè, credi che questo sarà il mio anno”.
“E anche il mio, perché sono Cancro anch’io”.
“Fantastico. Sarà un grande anno”.
“Certo”.
“Come il 2009”.
“Meglio, signore, meglio!”
“Perché diciamolo, il 2009…”
“Lasciamo perdere”.
“Eh, infatti. Piuttosto magari come il 2008…”
“Peeer carità”
“Già, già, anche il 2008… ma allora che anno ti piacerebbe rivivere?”
“In che senso?”
“Di questi ultimi anni, scegline uno”.
“Ah, no, degli ultimi anni no, nessuno”.
“Da quant’è che vendi questi oroscopi, sentiamo”.
“Mah, saran dieci anni ormai”.
“E di questi dieci non ce n’è uno che ti rivivresti volentieri…”
“Mmmmmno”.
“Neanche uno! Uno in particolare, un po’ più felice degli altri!”
“Così su due piedi… no”.
“Però la vita è bella”.
“Certo che è bella, lo sanno tutti”.
“Per dire, se tu questi anni potessi viverli da capo… non ti piacerebbe?”
“Altroché!”
“Ma se dovessi riviverli esattamente come li hai vissuti la prima volta… con le stesse gioie e gli stessi dispiaceri…”
“Ah, no, così no”.
“E allora, scusa, che vita vorresti rifare? La mia? Quella di Berlusconi, o di chi altri? E credi che io, o Berlusconi, o chiunque altro, non risponderemmo proprio come te? Credi che a qualcuno piacerebbe tornare indietro per rivivere esattamente la stessa vita?”
“No, non credo”.
“Quindi se ti regalassero dieci anni di vita… ma solo a patto di riviverli esattamente come gli ultimi dieci... tu rifiuteresti”.
“Rifiuterei”.
“E che vita vorresti, allora?”
“Mah, una vita così… come mi viene, senza saperne niente prima”.
“Come non si sa niente dell’anno nuovo”.
“Esattamente”.
“Sai cosa ti dico? Anch’io. E chiunque altro. Ma questo vuol dire che il caso ci ha trattato tutti male, almeno fino al 2009: o che perlomeno ci ha dato più dispiaceri che gioie”.
“Ma…”
“Altrimenti come si spiega il fatto che nessuno accetterebbe di rinascere, per vivere la stessa identica vita che ha fatto fin qui? Però la vita è bella, dicevi”.
“Certo”.
“Ma è bella solo la vita che ancora non si conosce. Quella che abbiamo conosciuto fin qui, no, quella non ci è piaciuta così tanto. In futuro invece andrà meglio”.
“Eh, speriamo”.
“Con l’anno nuovo il caso comincerà a trattarci tutti bene, e finalmente avremo una vita felice. Meno male. Hai detto che hai un calendario personalizzato?”
“Certo, eccolo qui”.
“Ed eccoti un altro euro, toh”.
“Oh, grazie, grazie signore. Arrivederci. Calendari! Calendari con l’oroscopo! Calendari del Duemilaedieci!”

(Giacomo Leopardi – segno zodiacale Cancro – vi augura un felicissimo 2010).

mercoledì 23 dicembre 2009

Mite agnello redentor

Che toglie i peccati del mondo

Al mondo siamo sei, massimo sette miliardi, ciascuno con i suoi problemi: ciò che tutti ci consola è la possibilità di prendercela con chi è messo peggio di noi.
Di solito si tratta di islamici.
Gli islamici sono appena un miliardo, e se date un'occhiata al planisfero vi rendete conto che stanno proprio in mezzo, di modo che di solito le prendono un po' da tutti; e probabilmente se le meritano. Un po' per quel colore della pelle che non è bianco né nero, è... ambiguo; e poi quel profeta ultimo arrivato che nessuno ha visto in faccia, quelle usanze demodé, insomma con gli islamici vai sul sicuro: tu intanto dàgli addosso, ché un motivo si trova sempre.

E tuttavia, è inevitabile che a furia di prenderle diventino un po' nervosi. Fortunatamente in mezzo a tutto quel miliardo di islamici (che visto da vicino fa un po' spavento, dico, un miliardo! Tutto insieme!) c'è una nazione minuscola di cinque milioni di ebrei; si chiama Israele, e quando gli islamici vogliono sfogarsi possono sempre cominciare una guerra santa. Le fanno spesso nei giorni di festa, vecchio scherzo che funziona sempre.

Col tempo tuttavia anche i cinque milioni di israeliani hanno cominciato a seccarsi. E certo, in mezzo a un miliardo di islamici possono sembrarti pochi, ma visti un po' da vicino, son pur sempre cinque milioni... però non sono sparsi in modo omogeneo; infatti all'interno del loro Stato c'è un territorio che non è proprio uno Stato, dove vive un altro popolo: si chiamano palestinesi, e quando Israele è nervoso corre a mazzolarli, è una gran valvola di sfogo.

I palestinesi però sono un popolo fiero, e quando hanno iniziato a prenderne troppe dall'esterno, si sono guardati dentro, chiedendosi: c'è qualcuno più piccolo di noi che possiamo a nostra volta mazzolare, al fine di sbollire la nostra troppo giusta ira? In effetti qualcuno c'è: nel bel mezzo dei territori dove vivono milioni di palestinesi (e visti da vicino sono tanti!) c'è... ma sì, c'è ancora qualche piccolo villaggio superaccessoriato dove alloggiano coloni ebrei, alcune centinaia. E quindi questi palestinesi cominciano a tirare razzi ai coloni ebrei.

I quali non è che sopportino sempre pazientemente. Per esempio c'è questo insediamento di coloni a pochi km. da Betlemme, dove vive Jesse, che di mestiere fa il pastore. Allora, quando un razzo
palestinese atterra nella fattoria di Jesse, a pochi metri dal lettino della figlia, cosa fa Jesse? Entra nel recinto delle sue pecore e si mette a prenderle a calci: poi sta meglio. In pratica è come se tutta la rabbia e la frustrazione dell'umanità andassero a finire nel recinto delle pecore di Jesse.

Ma l'umanità non è la fine di tutto: infatti anche le pecore di Jesse non è che accettino pazientemente la loro missione purificatrice. Appena Jesse se n'è andato, cominciano le discussioni: pee-e-rché le pre-e-endiamo se-e-empre? Cosa abbiamo fatto di male? C'è chi dice che è colpa dei loro pe-e-eccati.
Altre rispondono, ma quali pe-e-eccati? Non facciamo niente di male, siamo tutte fedeli al nostro montone (anche pe-e-rché è l'unico del villaggio), al sabato ci asteniamo dall'erba grassa, e quindi?
Forse si tratta di un pe-e-eccato originale, siccome la prima pecora nel Paradiso Terrestre brucò dall'aiuola del Be-e-ene e del Male, benché il Signore gliel'avesse espressamente....
“Son tutte balle”, dice a un certo punto una del mucchio. “Non esiste nessun peccato originale: sapete cosa esiste invece? La pecora nera, che ci rovina la reputazione a tutte quante”.

Le pecore si voltano verso Azazel, l'agnello dal manto un po' più scuro delle altre, che in effetti qualche zoccolata se la merita, anche solo per quest'ambiguità cromatica... e poi sta sempre zitto, non si sa mai a cosa pensa... insomma, la circondano, loro sono tante, lui è solo, e dopo un po' il suo manto grigio comincia a screziarsi di rosso sangue, l'agnello nero crolla in un angolo, e il morale del gregge è di nuovo alto.

Azazel guarirà - non è mica la prima volta che le prende, né sarà l'ultima. Si tratta ora di capire a chi tocca dopo di lei: a chi passerà inconsapevolmente il fardello di tutto il male, tutto il dolore, tutta la frustrazione dell'umanità. Potrebbe pestare un agnellino, o pianificare lo sterminio di una specie d'insetti, qualsiasi cosa. In fondo non è che un anello di una catena infinita che va dalle nebulose agli organismi unicellulari: ovunque ti guardi è pieno di entità più grandi che ti circondano e te la fanno pagare per qualcosa che viene da fuori, e adesso tocca ad Azazel.

Azazel invece non fa niente, non gli interessa. Non è che non gli dispiaccia essere odiata dai suoi simili, però non abbastanza da rifarsi contro qualcuno più piccolo di lei. Può darsi che sia una regola universale, però Azazel non la rispetta, si chiama fuori. Così il fardello di tutto l'odio, tutta la sofferenza dell'umanità, finisce lì: in un recinto a poche miglia di Betlemme.

Quando Gesù Cristo tornerà, a giudicare i vivi e i morti, non credo che la tirerà per le lunghe. Ci guarderà tutti quanti, scrollerà la testa e dirà: scusate il disturbo, dov'è l'agnello Azazel? Ero venuto per lui. Se lo caricherà sulle spalle e se ne tornerà al Padre suo, lasciandoci qui, alle nostre contese sempre molto interessanti. Perché in fondo non ci meritiamo un inferno peggiore di questo.

(Era uno dei Post sotto l'albero 2009. Lì ce ne sono senz'altro di più allegri. Buon Natale a tutti!)

lunedì 21 dicembre 2009

Natale con i Paperi

Non sono scomparso (la mia adsl lo era).

Oggi è uscito un altro mio pezzo sull'Unita.it (il sito, non il giornale). Parla di anarchici e di paperi (in realtà non parla né degli uni né degli altri). A breve ricomincerò a scrivere pezzi qua dentro, non vi preoccupate. Se vi stavate preoccupando. Se invece non vi stavate preoccupando, continuate così.

[Update: Il pezzo ora si legge qui].

Un'altra cosa (poi, giuro, per un po' la finiamo con l'autoreferenzialità). Venerdì esce l'ultimo numero del 2009 di Vita dove c'è anche un'intervista che mi ha fatto Riccardo Bagnato. Riccardo è il vecchio amico a cui nel 2001 proposi di andare al G8 di Genova per scrivere "qualche pezzo di colore": in fondo è tutto iniziato lì. Tornare a chiacchierare su quelle pagine mi fa tantissimo piacere.

giovedì 17 dicembre 2009

Quant'era simpatico


Come molti hanno già notato, da ieri ho iniziato una collaborazione con l'Unità.it. Le forme di questa collaborazione sono ancora tutte da definire, ma io nel frattempo mi sto già montando la testa con interrogativi divistici, del tipo: mi amerete? continuerò a esservi simpatico anche quando scriverò davvero su un giornale? Lo so che state facendo sì con la testa, ma non vi credo.

Perché già adesso, in fondo, non è che faccio molto per meritare tutta questa simpatia. Non rispondo alle mail, non mi iscrivo ai vostri gruppi, non scambio link, nei commenti vi mando a quel paese... tutto l'acido che può buttar fuori un temperamento un po' passivo-aggressivo che nella vita di mestiere porta pazienza, io ve lo rovescio volentieri, ma a voi piaccio così: e appena mi capita una buona notizia correte tutti a festeggiarmi con un entusiasmo, dai, esagerato.


Io in tutti questi anni di scrittura amatoriale mi sono conquistato l'affetto che si guadagnano certi musicisti indipendenti oggettivamente scalcagnati, che vanno in giro a suonare in posti minuscoli dove comunque l'entrata e gratis, nessuno ti paga, ma quando finisce il concerto e ti smonti da solo gli strumenti tutti vengono a stringerti la mano, perché sanno che non ci guadagni niente ma ci metti tutta la passione della tua vita e sei, direbbe Enzo, adorabile. Ecco, io per molti sono quella cosa lì, adorabile. Ma alla mia età, con la barba che mi si sta facendo bianca... è imbarazzante.

Io poi non ci ho mai tenuto, all'adorabilità: più di una volta ho annunciato che l'avrei venduta al primo che passava con un piatto di lenticchie, e forse non scherzavo, ma poi qualche piatto di lenticchie è effettivamente passato e non sono riuscito ad afferrarlo, non è così facile. Eppure quando ho aperto questo sito non pensavo che sarei rimasto per sempre così, un simpatico blogger a vita. Nemmeno prevedevo l'epica guerra tra bande che sarebbe cominciata qualche mese più tardi, blogger contro giornalisti. Pensavo che scrivere un poco quasi tutti giorni mi avrebbe aiutato a diventare più bravo e che prima o poi avrei fatto un salto di qualità che forse invece non mi è mai riuscito. Più che avvicinarmi al giornalismo, forse è stato il giornalismo negli ultimi anni ad accostarsi a gente come me, dai modi un po' rudi e incolti, indiròc.

Se non ci credete provate a riguardare il primo pezzo che mi hanno pubblicato, dove mi sono limitato a trattare da rincoglionito un giornalista della concorrenza e a scrivere che i due principali quotidiani on line sono punti di ritrovo per dementi e mitomani. Cose del genere finché le scrivi su un blog nessuno le nota: si sa, i blog le sparano grosse... Su un quotidiano ci vuole una certa dose d'impudenza, e tra un po' anche gli avvocati, temo. Dovrò mettere giudizio, imparare a differenziare i registri, cose così. Nel frattempo ringrazio Cesare Buquicchio, che non m'aspettavo davvero avrebbe accettato un pezzo del genere, e invece, torno a casa e guarda un po', sono sull'Unità, ah, però.

Dall'altra parte della barricata... e quindi Maroni può anche oscurare tutta la vostra fetida blogosfera fetida, peggio per voi... No, scherzo. Ma continuo a pormi l'infantile quesito: ora che sono qui, continuerete a trovarmi simpatico? Riuscirò a farcela, come sanno farcela gli adulti, senza le vostre quotidiane espressioni di simpatia? Cedere affetto in cambio di professionalità sarà poi alla lunga un buon affare? Non lo so, vediamo. Per ora non posso che ringraziarvi: se non era per voi, io a quest'ora chissà dove sarei. In una stanzina a vergare uno zibaldone. Su facebook a iscrivermi ai gruppi. In giro a tirare oggetti a persone che non riuscirei a sopportare. Meno male che c'era internet, e voi dall'altra parte a leggere e approvare. Grazie ancora a tutti.

mercoledì 16 dicembre 2009

Cattivi-Buoni 1X

Nelle urne andrà la cenere

Detto e stradetto che sbagliano coloro che vogliono battere Berlusconi con i soprammobili, bisognerebbe anche dire qualcosa a quelli, e sono molti di più, che Berlusconi lo vogliono “battere nelle urne”.

Per carità, la loro opzione è incomparabilmente più civile di quella di Tartaglia, ma mi viene il sospetto che sia ugualmente ingenua. Battere Berlusconi alle elezioni. Quali elezioni? Con quale legge elettorale? Con quale regolamentazione della propaganda elettorale? Con quale finto duopolio televisivo (finto nel senso che è in realtà è un monopolio)? Siete veramente sicuri che si possa?

Io, ci tengo a ricordarlo, non ho mai perso un'occasione di votare contro Silvio Berlusconi. Non mi sono mai vergognato di ammettere che avrei votato qualsiasi avversario credibile di Silvio Berlusconi. Non voglio nemmeno ricordare certi personaggi che ho votato semplicemente perché dicevano di volerci provare. Ne salvo volentieri solo uno, se non altro perché tecnicamente ha sconfitto Berlusconi. Due volte.
Ma come s'è visto, non è bastato: Berlusconi vince anche quando perde; non smette mai di occupare il centro del dibattito politico. Per forza, gli lasciamo in mano il suo impero mediatico, la sua concentrazione di potere economico e clientelare, e poi pensiamo di poterlo sconfiggere in un duello leale. Ma lui non è mai stato leale con noi. E noi, se pensiamo di poterlo sconfiggere lealmente, pecchiamo o di ingenuità o di una smisurata fiducia dei nostri mezzi.

Siamo la squadra che vuole sconfiggere gli avversari in un campo in salita. Per loro è in discesa. Non è molto regolare ma pazienza, noi vogliamo sconfiggerlo lealmente. L'arbitro ha un rolex identico a quello del presidente della squadra avversaria. Sì, ma non importa. I riflettori funzionano soltanto nella nostra metà campo. Sì, ma non possiamo barare noi, perché siamo quelli buoni. La stampa sportiva appartiene tutta allo stesso editore, indovinate chi è... sì, ma non c'entra niente, noi vinceremo lo scontro finale perché siamo giusti e alla fine giustizia trionferà. Ma chi l'ha detto.

Può darsi che un giorno effettivamente il consenso popolare intorno a SB crolli, per motivi interni o esterni: errori di marketing, crisi economica, poteri forti occulti che si stancano delle figuracce internazionali, un giudice che riesce ad andare fino in fondo... io penso da anni che in Italia che il peggior nemico di SB sia lo stesso SB, sarà lui ad autodistruggersi alla fine. E anche quel giorno le urne non c'entreranno molto. Al limite ratificheranno un riassestamento che è avvenuto altrove.

Nel frattempo no, non credo più (ma l'ho mai creduto?) che Berlusconi sia un leader eletto democraticamente. Anche se dietro ha il consenso delle masse, certo: lo ha avuto per un periodo anche Mussolini, e non era un leader democratico. È capitato sia a B. che a M. di vincere nelle urne, ma in modo irregolare, in modo disonesto. Mussolini ha usato violenze e intimidazioni, Berlusconi la propaganda tv. Il secondo è senz'altro meno dittatore e meno sanguinario del primo, ma no, non è un leader democratico; e no, non lo sconfiggeremo nelle urne (anche se è giusto provarci). E allora come? S'apra il dibattito.

lunedì 14 dicembre 2009

A dar retta agli undicenni

Il popolo del pollice verso

Ma no, probabilmente avete ragione voi. È sempre riuscito a volgere ogni cosa a suo favore e riuscirà a farlo anche con un pazzo che gli tira una statuetta in quarzo. Ne approfitterà per demonizzare gli antiberlusconiani – cosa per altro che stava facendo già, ma ne approfitterà. Riuscirà a ricompattare la maggioranza, suona strano ma sì, forse Fini avrà pudore di schierarsi dalla parte della statuetta di quarzo.

Voi fate ragionamenti razionali e probabilmente non sbagliate, quando dite che la ferita non se l'è cercata (nessuno si fa cavare due denti per propaganda, andiamo), ma poi ha deciso di mostrarla per calcolo, risalendo sul predellino per mostrarsi sanguinante alla folla.

Io però, lo sapete che c'era un però.

Io ho fatto tesoro degli insegnamenti di un politico geniale, che ha vinto molte elezioni e che prima di far politica faceva marketing, e che ai suoi esperti di comunicazione raccomandava sempre di pensare al cliente come a un bambino di 11 anni, neppure tanto intelligente. Non è che lui pensasse che i clienti - o gli elettori - son tutti stupidi, no, non era uno di quegli elitisti snob di adesso... però aveva capito che quando si radunano in massa, la loro intelligenza media si attesta intorno a valori abbastanza bassi, e quindi i messaggi andavano semplificati di conseguenza. La cosa, quando l'ho saputa, mi ha colpito molto, anche per via di una bizzarra coincidenza del destino, e cioè che io lavoro coi bambini di 11 anni. Nessuno di loro ha mai votato, e allo stesso tempo (sempre secondo la teoria di questo politico geniale) essi sono lo specchio perfetto dell'elettore medio.

E quindi stamattina lo capite, era impossibile ignorare quel volto verde e tumefatto che gravava sulle nostre coscienze da iersera. E così, neanche a farlo apposta, appena qualcuno ha tirato un oggetto – son cose che capitano, subito è partita la domanda: ma avete visto che è successo a Berlusconi? E la risposta è stata, devo dirlo, un boato. Ma di approvazione: Evvai! (con il conseguente pippone dell'insegnante che deve rispondere Vergogna Non si dice così Violenza No, Violenza Brutta, e tutte le cose che scrive meglio, boh, Francesco Costa).

Direte: sono undicenni, non capiscono niente. Ah, ma se per questo anche quelli che aprono i soliti gruppi su facebook. Il punto interessante è che il boato non era uniforme, ma partiva distintamente dai ragazzi più emotivi e più istintivi... vale a dire quelli che due anni fa, alla stessa domanda: avete visto che è successo a Berlusconi? posta immediatamente dopo la vittoria alle elezioni, avrebbero risposto con lo stesso boato, con la stessa approvazione: Evvai! Forza Silvio!, eccetera.

E allora c'è da chiedersi: come funziona il cervellino dell'undicenne emotivo e istintivo, quello che poi crescendo diventa il perfetto sergente, quello che recepisce vagamente gli ordini della dirigenza e li trasforma in slogan da fare urlare alla curva o alla squadriglia, quello che va seguito perché sennò sai com'è fatto, insomma al limite ti mena. Cosa trasforma ai suoi occhi il beneamato Silvio C'E' in un pugile suonato, un gladiatore ferito da abbattere tra gli sghignazzi? Insomma cosa ha fatto di male SB, un male abbastanza semplice che l'undicenne possa capire? Non ha pulito i cassonetti di Napoli abbastanza in fretta? Non ha salvato il babbo dalla cassa integrazione? Ha venduto Kakà? Cosa? Secondo me niente di particolare. Una sensazione istintiva, vaga, che parla solo all'intuito e che sfugge alla nostra razionalità. E cioè, in pratica, le ha prese.

E le ha prese di brutto, guarda che faccia. E se le ha prese – così ragiona l'undicenne – se le meritava. Ecco, tutto qui, sic transit gloria mundi. Puoi rifarti finché vuoi faccia denti e capelli, ma se accetti di stare a questo pazzo gioco sai anche che basta un solo sasso, un solo souvenir in quarzo, per scompigliare tutto quanto e trasformarti in carne da macello. Sono squali, gli undicenni. Alcuni si fanno anche accarezzare, ma attento a non fargli sentire il sangue.

Se Berlusconi avesse seguito il consiglio di quel geniale politico forse no, non sarebbe risalito su quel predellino. Non avrebbe insistito a mostrare al mondo la sua faccia sanguinante, e sotto il sangue la sorpresa, la genuina amarezza di chi insiste a voler bene a tutto il mondo, e invece metà del mondo no, non gli vuole affatto bene. È una faccia che fa pietà, ma nessuno ti ha mai votato per pietà: in ispecie gli undicenni, che la pietà nemmeno sanno trovarla sul vocabolario.

E quindi secondo me ha sbagliato, stavolta, il geniale comunicatore. Ha voluto mostrare il sangue alla stessa folla che si aspetta sempre un sorriso d'argento e il cerone. Sarà stato uno choc. Ma era inevitabile, è da anni che Berlusconi mette a dura prova la sua security con bagni di folla ad altissimo rischio. Se veramente avesse voluto costruire un serio Culto della Personalità, SB avrebbe capito da tempo l'importanza di mantenere una certa distanza tra sé e il popolo: come i Re Fannulloni, che apparivano in pubblico una volta all'anno, guarivano qualche suddito dalla scrofola (senza toccarlo!) e sparivano nel nulla sacrale da cui provenivano. Ma lui è troppo presenzialista, troppo capocomico per questo. A regnare sul trono si annoierebbe, preferisce raccontare barzellette nel vestibolo.

Ora lo so, qualcuno mi accuserà di considerare cretini gli elettori di Berlusconi. Molto spesso chi scrive queste accuse è un elettore di Berlusconi egli stesso, forse segretamente tormentato dal dubbio (legittimo) d'essere un cretino. Caro elettore di B., vorrei rassicurarti: con ogni probabilità non sei un cretino, il solo fatto che il dubbio ti tormenti (come tormenta me) deposita a favore della tua integrità mentale. Però i cretini esistono, questo almeno lo ammetterai: non sono neanche così pochi, e anche volendo ipotizzare che il loro voto si distribuisca uniformemente (che la cretineria non sia, per così dire, schierata con questa o quella parte politica) comunque è lecito supporre che una quota rilevante di loro abbia votato B. Ecco, quelli forse oggi non sono più berlusconiani di ieri, forse già godono del suo dolore, vanno al bar e dicono che se l'è meritata, e che se non ci avesse pensato quel poveraccio (che tra parentesi, è cretino davvero) ci avrebbero prima o poi provato loro, perché, perché... basta, perché ha stufato, non se ne può più. Io me li immagino così, sai perché? Perché do retta agli undicenni. E credo ancora a quello che disse quel famoso politico... tu certo ne hai sentito parlare... Certo, è brutto pensarla così: ma fidati, funziona.

sabato 12 dicembre 2009

Cugghiuni+Business

La redazione di Leonardo, che non ha paura di niente e di nessuno, è venuta in possesso di ampi stralci dei verbali dell'ultimo vertice internazionale della mafia, risalente a qualche settimana fa, e non si fa nessuno scrupolo a pubblicarli:

Per il prestigio dell'Italia nel mondo

DON PIPPO: Bacio le mani a voi tutti.
Illustrissimi, se siete venuti oggi qui, chi da Mazara, chi da Sidney, chi da Nuovaiorche... è per discutere di qualcosa che sta veramente a cuore a tutti noi, ed è il prestigio dell'Organizzazione.

Ora, illustrissimi, guardiamoci in faccia. Io vado ormai per i cinquanta, almost fifty year old, e sono tra i più vecchi qui. Eppure anch'io, credetemi, non sono mai stato un compare con la coppola e la lupara, che va in giro per i vichi a chiedere “rispetto”...(risate). Quello è cinema, ormai, ed è giusto lasciarlo al cinema... noi non siamo tagliagole, siamo uomini d'affari, e quando parliamo di prestigio, di rispetto, ne parliamo come uomini d'affari, che sanno quanto sia importante, nel mondo degli affari, questo concetto.

Illustrissimi, la nostra Organizzazione ha avuto negli anni degli alti e dei bassi, che non vi riassumo... ma anche nei momenti più difficili, ha potuto contare su qualcosa di inestimabile, qualcosa che non è mai venuto meno... come chiamarlo? “Made in Italy”, se vi va... insomma, nel nostro ambiente essere italiano ha sempre fatto la differenza. Un po' come con le femmine, sì, italians do it better (risatine). Qui c'è gente che viene da tutto il mondo, per esempio don Giggi se non sbaglio adesso sta a... Shenzen, ho detto bene? Che non molti sanno dove sta sul mappamondo, ebbene è una città di sette milioni di abitanti, una Nuovaiorche in mezzo alla Cina, che manco i pechinesi sanno dov'è a momenti... noi invece lo sappiamo, e ci abbiamo don Giggi che fa affari lì. Per dire i cugghiuni che abbiamo – cioè, sicuramente ce li ha don Giggi. Bravo don Giggi (applausi).

Ma anche don Giggi mi deve fare la cortesia di riconoscere che tutti i suoi cugghiuni non sarebbero serviti a niente senza il prestigio che gli derivava dall'essere italiano, dal fatto che quando sei italiano nel mondo degli affari tutti, tutti ti stanno a sentire: le triadi, la Yakuza, i pirati somali, Al Qaeda, tutti quando tocca a noi parlare si stanno zitti e ci fanno parlare, perché siamo l'Organizzazione più famosa del mondo e questa fama, questo prestigio, i filme a Hollivud, ce li siamo conquistati sul campo, col sudore e col sangue nostro e degli infamoni che abbiamo mandato al Creatore (ovazione).

Illustrissimi, io non so quanti di voi facciano affari con la moda... io ci ho lavorato un po', lo sapete... e mi viene spontaneo il paragone. Cioè, anche nel mondo della moda, fino a dieci anni fa, essere italiani faceva veramente la differenza. C'era Armani, c'era Valentino, ma c'erano anche certi inculati qualunque che comunque potevano contare sul rispetto e sul prestigio che gli derivava da un cacchio di cognome italiano. E poi cos'è successo. Ma lo sapete anche voi cos'è successo. Che i grandi vecchi sono invecchiati un po' di più, e i giovani inculati invece di darsi da fare si sono addormentati sugli allori. Non hanno fatto ricerca, non hanno fatto innovazione, hanno stampato il loro bel cognome italiano sul profumo e sulla mutanda, e hanno pensato che tutti in America o in Cina o in India avrebbero fatto sempre la fila per comprarsi il parfum o la mutanda italiana. Un po' di soldi li hanno anche fatti (ne abbiamo fatto più noi taroccandogli profumi e mutande, ma questo è un altro discorso), però nel medesimo hanno perso il loro prestigio. E ora nessuno li rispetta più come stilisti, al massimo come venditori di mutande. Ecco, illustrissimi, io mi sono posto questo problema: non è che corriamo il rischio di finire così? (brusio) Lo so, non è piacevole essere paragonati a degli inculati (risatine), però sul serio, io ho la sensazione che il problema c'è. Ed è una sensazione che è diventata più forte qualche mese fa, quando ne ho parlato con don Christopher, di Wellington, Nuova Zelanda. È qui alla mia destra.

DON CHRISTOPHER: Bacio le mani a voi tutti illustrissimi.

DON PIPPO: Ebbasta con queste formalità, andiamo. Allora, Don Chris è una persona formidabile, che ho avuto il piacere di conoscere in tenera età, anche perché, se non sbaglio, ti ho tenuto a battesimo, no?

DON CHRISTOPHER: Era la prima Comunione.

DON PIPPO: Vabbè, vabbè. Don Christopher ha trent'anni ed è il delegato dell'Organizzazione per la macroreggione Oceania – Sudest asiatico. Segno evidente che i cugghiuni ce li ha anche lui, mmm? Ecco, due mesi fa è stato a un summit internazionale a Wellington a... Koala Lumpur, dico bene? Eh, Malesia, quei posti lì. Ma spiegalo tu, che te ne intendi meglio.


DON CHRISTOPHER: Era un meeting internazionale di dealer, promosso dall'organizzazione leader del mercato indonesiano-malesiano.

DON PIPPO: Un mercato che vale...

DON CHRISTOPHER: Mah, approssimativamente... qualche centinaia di miliardi di euro.

DON PIPPO: Ecco, no, perché secondo me c'è ancora chi è rimasto ai tigrotti di Sandokan con l'anello al naso... qualcuno crede che vivono sulle giunche in quei posti lì, altro che giunche, non so se sapete che il grattacielo più alto del mondo ce l'hanno i malesiani, e i malesiani che vivono nel grattacielo più alto del mondo secondo voi non pippano? Pippano, pippano, hanno bisogno di colombiana anche loro. Quindi è evidente che è un mercato che c'interessa.

DON CHRISTOPHER: Noi abbiamo il know-how, però non siamo i più convenienti.

DON PIPPO: Perché ci piace fare le cose per bene. Però adesso io non è che vogliamo annoiarvi coi tigrotti della Malesia. Vorrei solo che don Cristopher ci raccontasse com'è andata a Kuala Lumpur.

DON CRISTOPHER: E' stata un'esperienza allucinante. Allora, io premetto che sono nato a Wellington, NZ e di cose italiane ho davvero poca esperienza... sarà anche un limite mio, però... i giornali italiani li leggo poco e... li capisco poco. Quindi arrivo nell'albergo senza sapere niente, è un albergo in mano all'organizzazione locale e quindi mi devo fidare, do il nome, entro in camera e mi trovo accucciate sul letto due bambine cambogiane che non arrivavano a vent'anni. In due, voglio dire. (Espressioni di disapprovazione e genuino disgusto).

DON PIPPO: E cos'hai fatto a quel punto.

DON CRISTOPHER: Mah, quello che avrebbe fatto chiunque di voi illustrissimi. Sono immediatamente uscito dalla stanza, e dal lounge ho telefonato che così non andava, non andava assolutamente, che non avevano capito con chi stavano trattando, e che venissero a riprendersi le tipe immediatamente (Bravo! Così!) Si sono scusati, hanno detto che non sarebbe più successo, e che era una questione di cinque minuti. Io ho aspettato dieci, e poi sono risalito nella stanza

DON PIPPO: E cos'hai trovato.

DON CRISTOPHER: Un transessuale tailandese (risate).

DON PIPPO: No, no, signori... illustrissimi volevo dire illustrissimi, no, qui non c'è niente da ridere. Un meeting per discutere di business importanti, e ti trattano così... come un maniaco sessuale... adesso, ma lo vedete don Cristopher? A me sembra un ragazzo a modo, elegante, colto, parla anche un bellissimo italiano anche se in Italia non c'è mai stato... ma cos'è questa cosa che improvvisamente se un italiano va a un meeting lo trattano da maniaco sessuale? Quand'è cominciata questa cosa (mormorii)? Signori, guardate che il problema sta qui. È un problema di prestigio.

DON CHRISTOPHER: Sì, e se posso dire la mia...

DON PIPPO: Ma certo, dilla, dilla

DON CHRISTOPHER: E' anche un problema di business.

DON PIPPO: Ma soprattutto è un problema di business. E infatti, poi, il meeting com'è andato?

DON CHRISTOPHER: Non mi hanno praticamente fatto parlare (mormorii di disapprovazione). C'erano dealer filippini e colombiani. C'era pure un rappresentante peruviano e lo hanno fatto parlare. C'erano un paio di triadi della zona di Canton, che fra parentesi, don Giggi, le porto gli omaggi del signor Xu Chang.

DON PIPPO: Ora faccio l'avvocato del diavolo: magari tu sei un ragazzo, dovevamo mandare uno più anziano, affidabile...

DON CHRISTOPHER: Don Pippo, io sono a disposizione dell'Organizzazione, però vi devo dire che lì ero il più vecchio. Tutti sotto i trenta. È un mercato molto dinamico.

DON PIPPO: Forse che non sai bene le lingue...

DON CHRISTOPHER: Please, don Pippo. Ho una laurea a Princeton in lingue orientali, e mi mandate a dei meeting con gente che non ha la licenza elementare. I colombiani si esprimevano in spagnolo e a gesti, e la commessa l'hanno vinta loro.

DON PIPPO: E allora, Don Chris, spiegaci 'sto fatto a tutti quanti. Com'è che non ti hanno fatto parlare.

DON CHRIS: Mi hanno tenuto per ultimo prima del coffee-break e mi hanno chiesto... io non so se dirlo, don Pippo.

DON PIPPO: Dillo, Chris. È importante.

DON CHRIS: ...se sapevo qualche funny joke.

DON PIPPO: Qualche barzelletta.

DON CHRIS: Di quelle sporche.

DON PIPPO: The nasty ones.

DON CHRIS: Mi facevano ammicchi, risatine... l'ospite mi ha chiesto se mi era piaciuta la “sorpresa in camera”... eccetera.

DON PIPPO: Illustrissimi, io non so... qui abbiamo un caso che secondo me è molto più grave di un affare perso. Abbiamo dei fetentoni, venuti su dal niente, in Paesi che fino a trent'anni fa le cartine geografiche avevano schifo a rappresentare... uomini di nulla che il mestiere lo imparano dai film che hanno fatto su di noi... e di colpo ci trattano da pagliacci. Da maniaci. Ora io mi chiedo: magari la colpa è nostra. Magari sono i nostri uomini che non si meritano più il rispetto dei loro genitori. Vedo Don Christopher, a cui l'organizzazione ha pagato gli studi migliori, un ragazzo elegante, di cultura, capace, e mi dico: magari non ho capito niente, magari è un povero cugghiune che non sa farsi rispettare. Ma me lo dovete dire anche voi: pensate che il problema sia don Chris? Pensate che non meriti il rispetto del mondo del business?

(Silenzio)

E allora, visto che siamo tutti uomini d'onore, qui, me lo dovete dire con franchezza: quello che è capitato a don Chris in Malesia è un caso isolato? O non sono successe cose del genere anche a voi, in giro per il mondo, negli ultimi mesi?

(Brusii)

E insomma, signori, secondo voi qual è il problema? In pochi mesi gli uomini dell'Organizzazione più rispettata in assoluto del mondo diventano dei pagliacci. E perdono gli affari, perché è sempre di questo che stiamo parlando, di affari. Allora vi chiedo: secondo voi cos'è successo negli ultimi mesi? Rimango in ascolto.

DON CALOGERO: Don Pippo, posso parlare?

DON PIPPO: Ci mancherebbe, ne hai facoltà.

DON CALOGERO: Don Pippo, noi siamo giovani, ma comunque maggiorenni e vaccinati, e quindi si è capito dov'è che si vuole andare a parare. Però, don Pippo, io vengo dalla Sicilia, non so se si ricorda, quell'isola triangolare...

DON PIPPO: Don Calò, questa ironia...

DON CALOGERO: Mi lasci finire, don Pippo, perché io vi ho ascoltato e vi ho anche capito, don Pippo, e lo so che c'è un problema. Insomma, è su tutti i giornali.

DON PIPPO: Di tutto il mondo.

DON CALOGERO: Insomma, il vecchio è fatto pazzo di viagra, sragiona, va alle feste di minorenni, ammicca alla regina Elisabetta, fa il cugghiune con Michelle... le abbiamo viste tutti queste cose. Siamo venuti per parlare di questo?

DON PIPPO: E per trovare una soluzione. Perché questo vecchio fatto pazzo di viagra, come dite voi don Calò, è diventato il rappresentante del made in Italy nel mondo, e questo fatto ci danneggia, ci danneggia molto, ci fa perdere qualche milione di euro al giorno, don Calò, e noi come organizzazione, abbiamo sciolto creaturine nell'acido per molto meno.

DON CALOGERO: E con questo cosa mi volete dire, don Pippo, che dobbiamo sciogliere pure a lui?

DON PIPPO: Naturalmente no...

DON CALOGERO: Perché non si può fare! E ci sono accordi precisi!

DON PIPPO: Gli accordi, don Calò, gli accordi... se poi li andiamo a vedere... li avrebbe dovuti rispettare lui per primo... mentre se mi ricordo bene, per esempio, il 41bis...

DON CALOGERO: Don Pippo, con tutto il permesso... ma che minchia ci frega del 41bis a noi... di quei mammasantissima in isolamento, coi loro pizzini medievali... ma che se ne stiano a farsi i loro criptogrammi colla bibbia, cosa minchia ce ne dovrebbe fregare a noi... io sto parlando business, come voi. Ospedali. Cantieri. Sto parlando di cose tangibili, come... il ponte sopra il cacchio di stretto (risate). Sì! Perché qui c'è gente che non crede nell'innovazione, nel coraggio per i progetti che sfidano il... voi volete tornare ai pastori coi pizzini, è questo...

DON PIPPO: Don Calò, io non dubito... in Sicilia siete tutti avvedutissimi uomini d'onore, e se avete voluto sostenere il... papiminchia (risatine) senz'altro ci avevate il vostro interesse. Però qui proprio perché non siamo medievali, bisogna cominciare a vedere la cosa globalmente, e globalmente il papiminchia è, per lo stato attuale dei nostri affari, un rugosissimo e puntuto pruno su per il pertugio del culo. (Risate e applausi) Ragione per cui la quale... ragione per cui la quale... è tempo di discutere un'exit strategy.

DON CALOGERO: La fate facile, voi.

DON PIPPO: E insomma, don Calò, siamo nel duemilaenove, non ci sono mica più i comunisti, andiamo. Un po' di alternanza fa bene a tutti. Pensate che ho votato Obama anch'io, sì, quella melanzana, mi piaceva e me lo sono votato, embè? Non lo riuscite a trovare un altro partito da votare?

DON CALOGERO: Ma non è una questione... voi forse siete assenti dall'Italia da un po' di tempo, don Pippo, e non avete presente... cioè noi i distretti elettorali in Sicilia li controlliamo abbastanza bene e ci possiamo inventare un partito anche domani, ma lui vince in Lombardia, in Veneto, perché le elezioni qui si vincono con le televisioni, e le ha tutte lui.

DON PIPPO: Un altro buon motivo per ridimensionarlo un po'... ma non c'è anche Murdoch? Possiamo fare pressione...

DON CALOGERO: Murdoch in Italia non ha lo spessore...

DON PIPPO: Ho capito. Insomma, è diventato più potente di noi.

DON CALOGERO: Don Pippo, purtroppo sì.

DON PIPPO: Però noi non è che possiamo starcene qui a ridacchiare mentre lui ci sputtana tutto il prestigio degli italiani all'estero. Qui dobbiamo cominciare, se non altro con gli avvertimenti. Chissà, può anche darsi che da quell'orecchio ci senta.

DON CALOGERO: E' molto rintronato.

DON PIPPO: Questo lo vediamo. Cominciamo a fargli pressione. Qualche infamone che lo tira dentro a un'inchiesta... non riusciamo a trovarne uno?

DON CALOGERO: Don Pippo, io di infamoni ne trovo a centinaia, voi dite e io ve li preparo. Ma dovete capire che il papiminchia, come lo chiamate voi, sul piano processuale ha due cugghiuni degni dei meglio nostri.

DON PIPPO: E vabbè, di cosa lo avranno mai accusato? Corruzione, falso in bilancio, briciole... tiratelo dentro in una strage terroristica. Non avete delle stragi a mano?

DON CALOGERO: Qualcuna... ma roba vecchia... primi anni Novanta.

DON PIPPO: Perfetto. Tiratelo dentro. Vediamo come reagisce.

DON CALOGERO: Ma don Pippo, sono cose vecchie, di quando ancora comandavano i pastori, coi loro pizzini incomprensibili, e quindi nessuno sa veramente come sono andate le cose... voglio dire che a sparare una cosa del genere...

DON PIPPO: Sì?

DON CALOGERO: Noi per assurdo potremmo anche azzeccare una verità.

DON PIPPO: Una verità? Noi?

DON CALOGERO: Potrebbe anche darsi.

DON PIPPO: E vabbè, don Calogero, una verità, in mezzo a tante bugie, che differenza farà mai?

DON CALOGERO: Voi disponete, don Pippo.

DON PIPPO: Dunque, se siamo d'accordo, io passerei al secondo punto all'ordine del giorno, che è: riscaldamento globale. Allora, io non so se sapete la cifra che ogni anno stanziavamo globalmente agli istituti di ricerca perché minimizzassero il problema, bene, soldi buttati via, ormai è chiaro che i ghiacci si sciolgono, ci crede anche quell'omminicchio di George W. Bush. Dunque io proporrei di risparmiare quella cifra e investirla in energie rinnovabili... è inutile che facciate quella faccia, è business, bisogna pensare anche ai nipoti, e qui se la California va sott'acqua ci perdiamo triliardi di fatturato, insomma il mondo è una cosa troppo complessa per lasciarla salvare ai governi, bisogna che ci si metta la mafia e che ci si metta seriamente...

giovedì 10 dicembre 2009

(Light my way)

Ultraviolet

Conosco persone, e neanche poche, dispostissime a indossare uno straccetto di qualsiasi colore, e a tenerlo per mesi e mesi, prima di lasciar perdere. Basta che li si informi che da qualche parte c'è un regime totalitario, una minoranza in pericolo, una democrazia da importare. E che sia un posto lontano, naturalmente. Perché mettersi uno straccetto arancione per la Birmania, sì: ma qualcosa di viola contro Berlusconi, eh no: troppo facile, troppo cheap, populista, oppure snob, in ogni caso fuori luogo. Ecco, a questi vorrei chiedere, semplicemente, perché. A parte la banalità di essere nata in Italia (e su Facebook, poi), perché questa onda viola non dovrebbe meritare la nostra simpatia? Sul serio, perché i verdi di Teheran sì e i viola di Roma no?

Dite che non fanno proposte concrete. Ma vi siete letti la piattaforma dei verdi iraniani, o degli arancioni birmani, o dei tibetani? Sono concrete, realistiche le loro proposte? I viola sono populisti, dite. A parte che mi basterà svoltare l'angolo per sentire l'accusa opposta (“elitari”); ma il populismo lo fanno i leader che assecondano i bassi istinti del popolo. Ce l'hanno i viola un leader? Non ancora, non necessariamente. Non sono populisti: i viola sono popolo. Un pezzo, non tutto, ci mancherebbe: ma popolo, né più né meno di altri. Sì, magari un popolo un po' più colto di quello che frequenta il Motor Show. Ci avete dato un'occhiata al Motor Show? Perché non è più pieno come una volta. La piazza viola invece sì: non ho la minima idea di quanti fossero, ma erano in tanti.

L'antiberlusconismo esiste. È più vitale che mai. Riempiva i palazzetti nel 2002 e riempie le piazze otto anni dopo. Non è una corrente demagogica animata da questo o quel capopopolo. Esisteva prima di Nanni Moretti, senza Pancho Pardi, senza Beppe Grillo, domani esisterà senza Di Pietro, senza Travaglio. È abbastanza normale che questi e altri signori, più o meno in buona fede, si appendano all'antiberlusconismo per vendere un libro, un dvd, un giornale, milioni di biglietti. È un ottimo segno, dove va il popolo ci sono sempre i chioschi di caldarroste e prima o poi arriva anche il tizio un po' matto che cerca di venderti la biowashball. Ma se vi siete messi in testa che l'antiberlusconismo sia un'adunata d'imbecilli montata dai venditori di biowashball, non avete capito molto degli italiani. Forse pensavate che bastasse capire tre leghisti a Varese, un paio di fascisti all'Esquilino, due gay al Grande Fratello – ehi, aspettate, gli antiberlusconiani sono più dei leghisti. Sono più dei fascisti. Più dei provinati al GF. Gli antiberlusconiani si meritano almeno lo stesso rispetto si tutte le minoranze antropologicamente interessanti.

L'antiberlusconismo c'è. È superficiale, dite. Sarete profondi voi. Io nell'antiberlusconismo ci trovo una stratificazione che nelle mozioni pd, francamente, mah. C'è un sano riflesso giustizialista che non deve sfociare necessariamente nel forcaiolismo. C'è l'avversione, più che giustificata, per chi ha costruito un impero mediatico sul malaffare. Una richiesta di democrazia e pluralismo; uno sguardo all'Europa, perlomeno a quei Paesi dove un Berlusconi sarebbe inammissibile. Ci sono cose di destra e di sinistra e non fanno affatto a pugni, anzi in un qualche modo si armonizzano e lasciano intravvedere una sintesi; al punto che sull'antiberlusconismo si potrebbe anche mettere in piedi un nuovo arco parlamentare, un nuovo patto. Non si possono costruire identità in negativo? La solita domanda: in che Italia vivete? La mia è nata antifascista e per molti anni se l'è cavata decentemente. L'antiberlusconismo è un antifascismo aggiornato ai tempi, io lo sostengo.

Certo, quando si incarna in un moto di piazza può avere dei risvolti volgari – mai volgari quanto il leghismo. Perché l'antiberlusconismo è viscerale, anche se circola nel ceto medio; però non si è mai capito perché le cose viscerali al governo vadano interpretate, comprese, studiate, e le cose viscerali all'opposizione liquidate con questo ossimoro stucchevole del populismo snob. L'antiberlusconismo non è né populista né snob, è una semplicissima e comoda bandiera, e come bandiera è molto più elegante di quelle che abbiamo visto in questi anni. Anni nei quali non sempre gli antiberlusconisti sono stati lucidi... mentre altri, lucidi, non lo sono stati proprio mai.

L'antiberlusconismo è una minoranza. E siamo daccapo: anche i verdi di Teheran non sono propriamente la maggioranza del popolo, embè? La loro lotta non è l'unica giusta? Dicono che l'antiberlusconismo non si pone i veri problemi. Ma non è vero: tra antiberlusconiani si parla di giustizia, di democrazia, di pluralismo, diritto al lavoro... ancora, sono più o meno le stesse monete correnti di tutti i partiti. C'è questa piccola differenza, nel far rimarcare tra tutte la priorità di mandare via il Moloch. Vi sembra ingenua? A me sembra ingenuo pensare di poter parlare di giustizia mentre un delinquente è al governo coi suoi avvocati. Mi sembra ingenuo parlare di pluralismo quando lo stesso delinquente fa e disfa giornali e telegiornali nazionali. Mi sembra ingenuo far finta che non esista, semplicemente. Mi differenzio dai viola solo in questo, che a me le dimissioni non bastano. L'unica soluzione mi sembra ormai il 25 luglio: carabinieri, manette, camionetta e sequestro immediato dei beni. Toglierlo dal governo e lasciargli tutti gli strumenti di propaganda non funziona, abbiamo già provato due volte: e del resto anche Mussolini, se gli avessero lasciato l'Eiar, non si sarebbe fatto appendere così facilmente.
Dicono che invece di criticare Berlusconi bisognerebbe avanzare proposte concrete... Ma a Teheran direste le stesse cose: non bisogna criticare Ahmadinejad, ma avanzare proposte concrete? Cioè, sfilare in piazza con striscioni che parlano di libertà e diritti fingendo che non esista il blocco di potere del Partito di Dio? Ma sul serio, ce l'avreste la faccia di proporre una cosa del genere a Teheran? O a Rangoon? O a Lhasa? O in qualsiasi altro luogo un po' esotico? E allora qual è il problema dell'opposizione in Italia? Perché non si può riconoscere nell'opposizione a un personaggio che veramente, platealmente, incarna tutto il peggio dell'Italia?

E guardate che nessuno, davvero, nessuno crede che una volta saltato il Tappo i problemi finiranno. No, sarà solo l'inizio. E se non stiamo attenti, dopo sarà persino peggio: ci sono sinistri rumori in sottofondo, c'è gente odiosa che scalda i motori. Ma il fronte adesso è quello: non ci sarà mai né meglio né peggio, finché l'Italia gira intorno a Lui. E no, non siamo stati noi a fargli girare l'Italia intorno.

Se ne deve andare. Certo, non se ne andrà con una chiassata in piazza: e quindi? Anche in questo caso: perché a Teheran comunque vale la pena di chiassare e a Roma no? L'unica vera differenza che mi viene in mente, è che a Teheran dopo un po' ti sparano ad alzo zero. Ma anche a Roma, tempo al tempo. Ecco, forse allora i viola avranno la vostra solidarietà. Sapete che vi dico: possano non averne mai bisogno.

Vorrei ringraziare chi è andato a Roma, e scusarmi se ho un po' snobbato l'iniziativa. Il berlusconismo potrà durare un altro secolo, e i nipotini pensare cose orribili di noi, ma l'onore si salva giorno per giorno, e l'altro giorno siete stati bravi. Grazie ancora.

venerdì 4 dicembre 2009

Da che parte è caduto?

La vittoria della libertà

20 novembre 2009, BERLINO - La caduta del Muro di Berlino «segna non solo la fine del comunismo sovietico ma soprattutto la vittoria della libertà come bisogno insopprimibile dell'animo umano». Così il premier Silvio Berlusconi che partecipa oggi alle celebrazioni per il ventennale della caduta del muro. Per il Cavaliere «dobbiamo avere coscienza che la libertà non è sinonimo di egoismo, di individualismo, non significa libertà di fare ciò che più ci aggrada e ciò che è possibile fare grazie ai progressi della scienza e della tecnica. La libertà è vera libertà quando è relazione con gli altri, quando rivendica non solo i legittimi diritti, ma si fa carico dei doveri nei confronti dell'intera società».

30 novembre 2009, MINSK - il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, primo leader occidentale da almeno dodici anni a questa parte a mettere piede a Minsk, ha ringraziato il Capo di Stato bielorusso per anni isolato dalla comunità internazionale anche per il sospetto di brogli nelle elezioni. «Grazie anche alla sua gente, che so che la ama: e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti» ha detto il premier italiano rivolgendosi al leader bielorusso in conferenza stampa.

20 novembre 2014, ROMA – A un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, il Presidente della Repubblica Berlusconi ha voluto ricordare nel suo discorso alla nazione “la data che segna la vittoria della libertà, intesa non come simbolo di decadente individualismo, ma di responsabilità nei confronti della collettività, del popolo e dello Stato”. Nel pomeriggio ha ricevuto al Quirinale l'ambasciatore cinese, per un incontro “franco e cordiale” durante il quale “è stato confermato il forte vincolo di amicizia tra i nostri Paesi liberi”. Durante la conferenza stampa finale il Presidente ha anche voluto commentare le recenti epurazioni avvenute nel Partito del Popolo della Libertà “In tempi come questi la più importante conquista è un miglioramento all'interno del Paese, miglioramento che non colpisce, che non salta agli occhi, non si scorge a prima vista, un miglioramento del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi risultati, un miglioramento nel senso che la lotta è diretta contro l'influenza dell'elemento piccolo-borghese e piccolo-borghese-anarchico che disgrega il popolo e il partito. Per ottenere questo miglioramento bisogna epurare il partito dagli elementi che si staccano dal popolo; per non parlare, s'intende, degli elementi che disonorano il partito agli occhi del popolo”.

25 novembre 2019, MOSCA - “Festeggiando la caduta del Muro di Berlino, noi celebriamo la vittoria in Europa della libertà: ricordando tuttavia che nessuna libertà è conquistata per sempre, ed è compito del popolo e del Partito salvaguardarla contro le tendenze individualiste, capitaliste e reazionarie che oggi come ieri lo minacciano”. Con queste parole il premier della Federazione delle Repubbliche Popolari Italiane, on. Bondi, ha ricordato il trentennale dell'evento che cambiò la faccia dell'Europa. L'occasione era il summit della Cooperazione Mercati Comuni Nazionali italo-russi (COMECON). “L'alleanza commerciale tra le Federazioni italiana e russa è più salda che mai”, ha confermato il Presidente russo Vladimir Putin; “la Russia guarda alle Italie come al suo naturale partner mediterraneo”. Putin ha anche garantito che la fornitura di gas alle repubbliche italiane in deficit energetico non sarà sospesa. “Potete passare un inverno tranquillo”, ha aggiunto.

22 novembre 2039, PYONGYANG, “La caduta del muro di Berlino, di cui ricorre il cinquantenario, segna non solo la fine del capitalismo occidentale, ma la vittoria della libertà come bisogno insopprimibile dell'animo umano”. Con queste parole il segretario del Partito Unico Popolarista Piersilvio Berlusconi ha voluto ricordare la fausta ricorrenza, durante un summit della Quinta Internazionale. Una festosa sorpresa ha rallegrato la giornata del Segretario: durante una parata nella via centrale della capitale nordcoreana, egli ha inaugurato di persona una statua di dieci metri di altezza dedicata all'Amato Leader Silvio Berlusconi, fondatore del popolarismo italiano. “Vedere il monumento di mio padre a poche centinaia di metri da quello dell'Eterno Leader Kim Il Sung mi riempie gli occhi di commozione”, ha ammesso il Segretario.

22 novembre 3989 – Nuova Shangai. A distanza di duemila anni la leggenda del cosiddetto “Muro Diberlino” continua a turbare gli storici. La maggioranza resta convinta che un muro del genere – malgrado le numerose testimonianze, per lo più letterarie – non sia mai esistito. “Opere simili di solito resistono per millenni”, sostiene l'archeologo Pier Ya Sen. “Basti pensare alla grande muraglia cinese... ma anche una fortificazione lignea come il Vallo d'Adriano ha lasciato qualche traccia. Invece un muro del genere, che avrebbe dovuto tagliare l'Europa in due, sarebbe scomparso nel giro di una notte: impossibile. Si tratta senza dubbio di una leggenda”. “Dietro ogni leggenda si nasconde sempre un briciolo di verità”, afferma dal canto suo lo studioso Yung Dangela XXV. “Quella del muro Diberlino ci parla di un'Europa che alla fine del secondo millennio cristiano scivola in uno stato di decadenza e di divisione, al termine del quale le deboli democrazie occidentali vengono soppiantate da un nuovo ordine mondiale, modellato sulle autocrazie orientali, come Russia e Cina”. In questo quadro il Muro Diberlino rappresenterebbe “il confine, cristallizzatosi per almeno mezzo secolo, tra le decadenti nazioni democratiche dell'occidente e le potenze emergenti dell'est: due economie radicalmente diverse e inconciliabili, che nel corso dei decenni conobbero uno sviluppo assai diseguale. Finché probabilmente i regimi democratici occidentali non furono costretti a innalzare uno sbarramento, forse un vero e proprio muro di cemento, onde proibire ai propri cittadini di raggiungere i Paesi dell'Est dove le condizioni di vita dovevano essere diventate incomparabilmente migliori. Ma come accade sempre in questi casi, il muro finì con lo sbriciolarsi, e il modello autocratico orientale tracimò in occidente, con esiti talvolta imprevisti: vedi ad esempio il caso italiano, dove la dinastia dei berlusconidi impose la sua autocrazia mediatica proprio negli anni immediatamente successivi alla caduta del cosiddetto 'Muro'”.

[Un saluto a chi va a Roma domani - io faccio quel che posso e stavolta non ce la faccio, ma grazie].

mercoledì 2 dicembre 2009

Tuo sinceramente

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"Caro papà.
Come va? Io sto bene, ma la tua lettera mi ha un po' preoccupato.
Soprattutto mi ha preoccupato che invece di scrivere al mio indirizzo tu l'abbia mandata a Repubblica. Perché, ecco, se hai qualche problema preferirei che restassero in famiglia.

Allora, io il tuo messaggio non l'ho tanto capito. Ricapitolando: tu sei un pezzo grosso. Io sono tuo figlio e mi sto per laureare. Ora, dovrei essere veramente l'ultima anima candida d'Italia per non aspettarmi da un genitore serio e rispettato come te, in un momento così delicato per la mia formazione, un solenne spintone.

E invece mi arriva 'sta letterina aperta, in cui mi chiedi neanche tanto velatamente di levare le tende... Come no, certo, mio papà dirige la Luiss e io devo andare a fare l'assistente sottopagato alla facoltà di Stocausen... Papà, senti, senza tanta sociologia, dimmi qual è il vero problema: hai promesso a qualcuno un posto che tenevi per me? Ti sei innamorato? Ti ricattano? C'è in giro un tuo video con due trans e la Mussolini? Papà, sul serio, se c'è un problema possiamo parlarne.
Basta che non attacchi la manfrina della povera Italia – sai papà, noi giovani abbiamo tanti difetti, però non è che ci beviamo qualsiasi fregnaccia.

Tuo sinceramente".