lunedì 22 febbraio 2010

Ho una teoria #11

"Hai letto? Dicono che sull'Unità sei moscio".
"Moscio? A me sembra di essere un po' rigido".
"Insomma, non sei a tuo agio".
"Ci sto lavorando. Vedrai che lunedì li stendo. Sto lavorando a un pezzo che... ti leggo l'incipit?"
"Se insisti".
"Accadde qualche anno fa: stavamo scegliendo l'aspirapolvere. Bello eh?"
"Senz'altro ti crea una certa suspense".
"Vero? Vuoi sapere come va a finire?"
"No, no, non ti preoccupare, me lo leggo poi con calma".
"Stavolta li stendo, me lo sento".
"Stavolta li stendi proprio".

(C'è qualcuno su internet che parla male di te!, sull'Unità online. UPDATE: C'era un bug che non permetteva la pubblicazione di commenti. Adesso funziona, quindi se vi va, commentate di là).

(La vignetta è ovviamente rubata a XKCD).

Accadde qualche anno fa: stavamo scegliendo l'aspirapolvere. C'era una marca che conoscevamo sin da bambini: tutti ce ne avevano sempre parlato come il non plus ultra; sapevamo che costava un po' di più ma che probabilmente ne sarebbe valsa la pena. Insomma, ormai ci eravamo decisi.

Poi però siamo andati su Internet. Abbiamo visitato un sito di recensioni, non ricordo quale – ce n'è più d'uno, e non danno alcuna garanzia d'affidabilità. Ci scrive gente normale, che decide di pubblicare on line il proprio punto di vista su un aspirapolvere, o una lavatrice, o un automobile, facendo spesso scempio di sintassi e ortografia. Però sono persone vere, che nessuno paga per parlare bene di un prodotto; se condividono il loro parere è per il solo gusto di farlo. Bene, queste persone normali distrussero la fama del prestigioso elettrodomestico nel giro di cinque minuti. Leggemmo che era un affare ingombrante e inutilmente costoso, che l'assistenza era un calvario, ecc. Così non lo comprammo. Magari ci siamo sbagliati, le recensioni on line non sono più attendibili dei pareri di amici e conoscenti. Ma riflettono le opinioni di un insieme più vasto di persone. In fondo non abbiamo fatto altro che sostituire a un sentito dire (“l'aspirapolvere X è buono perché me l'ha detto un cugino, o un collega, o un vicino di casa”) un altro sentito dire (“X è scarso perché ne parlano male 9 recensioni su 10”), che ci sembrava più affidabile perché più condiviso.

Ah, dimenticavo: le recensioni erano tutte rigorosamente anonime. Non è difficile capire il perché. Tutti abbiamo il diritto di parlare bene o male di un prodotto, ma scrivere dello stesso prodotto comporta un rischio che in Italia non sono disposti a correre nemmeno i quotidiani. Anche le testate più critiche nei confronti dei politici più potenti si guardano bene dall'attaccare esplicitamente aziende che possono ritirare la pubblicità o mettere in mezzo gli avvocati. Capita così che sulla carta stampata sia più facile criticare il Presidente del Consiglio che parlare male di un aspirapolvere. Certo, Internet ha un poco cambiato le cose. Ha dato a tutti uno spazio per esprimerci; e, cosa non meno importante, ci ha dato la possibilità di farlo in modo anonimo. Ha regalato a tutti una maschera, un avatar, un profilo vuoto da riempire. Per un po' è stato fantastico.

Ma probabilmente era illegale. Questa maschera, come molti giornalisti esperti non cessano di farci notare, internet l'ha regalata anche a mitomani e diffamatori. A nessuno piace trovare su una pagina web falsità o cattiverie sul proprio conto: tanto più a chi gestisce un'azienda, e che spesso non sa ancora come reagire ad attacchi che in Italia fino a poco fa erano una novità. Per esempio: una settimana fa la blogger Sybelle ha avuto un'esperienza che chiunque scriva su un blog considera tra i suoi incubi peggiori: perdere l'accesso al suo sito personale. Cos'era successo? Qualche mese prima un anonimo aveva lasciato un commento lesivo della reputazione di un marchio d'abbigliamento. L'azienda titolare del marchio, invece di chiederne la rimozione a Sybelle, coinvolge Wordpress, il servizio di hosting (in pratica i proprietari dello spazio web concesso a Sybelle). Così, per impedire la lettura di un commento anonimo, Wordpress oscura l'intero blog. Apparentemente le norme d'utilizzo glielo consentono.

A questo punto entra un gioco un fattore che l'azienda e il servizio di hosting non avevano calcolato: la solidarietà di decine di utenti che si sono immediatamente messi nei panni di Sybelle. Il caso è approdato su blog e social network, creando un fiume di interventi che ha preso diverse direzioni. Da una parte la polemica con Wordpress (che dopo qualche giorno ha rimesso on line il blog, eliminando soltanto il pezzo in cui era apparso il commento incriminato). Dall'altro, il marchio di abbigliamento. Il famigerato commento, ripescato su google, è statoripubblicato sul popolare blog del giornalista dell'Espresso Alessandro Gilioli. A quel punto i responsabili dell'azienda si sono resi conto di avere amplificato a dismisura la visibilità di un oscuro commento dimenticato da mesi su un blog personale, e hanno addirittura chiesto scusa. Purtroppo per loro la credibilità di un marchio non si ripristina così facilmente come l'accesso a un blog. (Per un resoconto più dettagliato sulla vicenda vedi MyWeb 2.0); per una riflessione più articolata vedi Punto Informatico).

L'anonimato di internet è un problema. Inutile negarlo. Ma sbaglia chi crede di poterlo risolvere in maniera repressiva, con l'abolizione dell'anonimato o altre misure impraticabili. Internet è un universo fluido (la metafora della navigazione è ancora la più azzeccata): invece di piantare paletti e alzare steccati, a volte basta seguire la corrente. Se uno sconosciuto parla male di te, ignorarlo è sempre l'opzione migliore. E bisognerebbe comunque evitare di farsi troppi nemici... in pratica, le regole che abbiamo imparato nel cortile della scuola sono ancora le migliori per farsi rispettare sul web. Almeno, questa è una mia teoria. Non è detto che sarà così per sempre. Forse un giorno le aziende riusciranno a imporre quel rispetto un po' omertoso che già vige nel nostro giornalismo. Perdonatemi se quel giorno non canterò vittoria. Certo, nessun anonimo potrà più permettersi di offendere me e il mio lavoro. Ma probabilmente possiederò un aspirapolvere ingombrante e inutilmente costoso.

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