lunedì 2 agosto 2010

Le nostre parole, la vostra pelle

Safiya Husaini e Amina Lawal vivono in Nigeria. Quando sono state condannate a morte, l'opinione pubblica si è indignata. I politici hanno recepito. Il governo si è mosso. La diplomazia italiana ha fatto tutto il possibile per salvarle. Se fosse servito, magari le avremmo anche offerto asilo, come prevede la nostra Costituzione. Un posto per loro lo avremmo trovato. O no?

...no, temo di no. Per Faith, per esempio, non c'è più posto (sull'Unita.it, i commenti sono qui).

Quando nel 2001 una corte islamica nigeriana condannò Safiya Husaini alla lapidazione per adulterio, la politica italiana non rimase a guardare. Una cinquantina di senatori sottoscrisse una mozione che impegnava il governo Berlusconi “a promuovere un'azione diplomatica diretta ad impedire l'orrenda esecuzione; più in generale ad adoperarsi affinché cessi ogni prevaricazione a carico delle donne, là dove ancora le stesse sono considerate schiave, incapaci di intendere e di volere, scambiate e messe all'asta come carne da macello, assoggettate e segregate in casa, senza diritti e senza dignità”. Al di là dei discorsoni è difficile ricostruire cosa abbia fatto in concreto il governo: magari un richiamo all'ambasciatore, questo tipo di cose. Alla fine comunque la Husaini fu assolta.

Un anno dopo un'altra corte nigeriana condannò Amina Lawal Kurami alla stessa pena capitale per lo stesso reato. E anche in questo caso la politica italiana non si tirò indietro. Il nostro ambasciatore andò a parlarne col Ministero degli esteri nigeriano. Come riferì poi alla Camera il Sottosegretario di Stato, Margherita Boniver, il Ministro si dimostrò “molto comprensivo dell'interesse riservato al caso da parte dell'opinione pubblica, della società civile e delle istituzioni del nostro paese”. Nel frattempo a Roma l'incaricato d'affari della Repubblica federale di Nigeria veniva convocato alla Farnesina, che gli comunicava “l'emozione enorme suscitata nel nostro paese dalla vicenda giudiziaria della signora Lawal”. Anche questo diplomatico volle rassicurarci, confermando che “che il Governo federale è ben consapevole delle reazioni suscitate in Italia e nel mondo dalla sentenza e della necessità che la Nigeria rispetti i suoi impegni internazionali in materia di diritti umani”.
Tutte queste, beninteso, sono solo parole.

Ma non significa che non siano importanti. La diplomazia si fa con le parole, la politica è fatta di chiacchiere, e la vita di Safiya Husaini e Amina Lawal è stata salvata anche dall'enorme volume di chiacchiere che l'opinione pubblica e i politici hanno prodotto sull'argomento. Se tutto quello che puoi fare per salvare la vita a una persona è parlarne, tu ne parli. In parlamento, alle ambasciate, ovunque puoi.

Nelle prossime settimane un'altra donna nigerianaFaith Aiworo, dovrebbe essere processata. Il suo caso è un po' diverso (Faith avrebbe ucciso un uomo che cercava di stuprarla), ma il rischio di una condanna a morte è comunque concreto. I giornali italiani ne hanno parlato – non tutti, per la verità. Ora si tratta di vedere cosa farà la politica, come si muoveranno le istituzioni. Il Senato produrrà un'altra mozione, com'è successo con Safiya? Convocheremo i diplomatici, come successe con Amina? Arriveremo al punto di disturbare il Ministro degli esteri nigeriano? Possiamo sperarci, ma per come si sono messe le cose è difficile che accada. E questo non perché Senato e Camera siano assorbiti dalle scissioni e compravendite degli ultimi giorni. Il problema è un po' più grave.
Il fatto è che Faith Aiworo, ai nigeriani, l'abbiamo consegnata noi.

Per salvarsi dal boia, Faith era scappata in Italia. Un Paese storicamente molto sensibile al problema dei rifugiati, anche perché molti antifascisti sopravvissero rifugiandosi nei Paesi vicini. Quando tornarono, e il fascismo fu sconfitto, vollero iscrivere nei principi fondamentali della nostra Costituzione il diritto d'asilo, per “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (art. 10). Ma Faith è entrata in Italia da clandestina, e con i clandestini sembra che la Costituzione non funzioni più. A un certo punto abbiamo stabilito, senza dirlo troppo in giro, che non sono esseri umani; e quindi possiamo impacchettarli e renderli al mittente senza preoccupazioni.

Per questo è difficile che stavolta la politica italiana faccia qualcosa per “promuovere un'azione diplomatica diretta ad impedire l'orrenda esecuzione”; che si adoperi sul serio “affinché cessi ogni prevaricazione a carico delle donne, là dove ancora le stesse sono considerate schiave, incapaci di intendere e di volere, scambiate e messe all'asta come carne da macello, assoggettate e segregate in casa, senza diritti e senza dignità”. Del resto cosa potrebbero fare, ormai, parlamentari e diplomatici, a parte produrre un po' di chiacchiere. Certo, ogni volta che chiacchierando potevamo contribuire a salvare una donna condannata a morte, non ci siamo risparmiati. Ma stavolta occorreva qualcosa di più: l'ospitalità. Safiya, Amina, più che donne per noi erano teorie. Si potevano tranquillamente salvare da lontano. Ma Faith viveva tra noi, occupava un posto; e un posto per salvare una donna schiava, senza diritti e senza dignità, in Italia evidentemente non c'è più.