venerdì 30 aprile 2010

Perché la tv succhia?

Ma com'è bello andare in giro
col motocrono a tavoletta

> Scusi ti disturbo. Complimenti per il blog!!!

> Grazie.

> Letto che tu mente tra le migliori tua generazione.

> Eh? Ah, sì, che carino. Ma forse intendeva Da Vinci davvero.

> Da Vinci non conosco. Io avrei bisogno di fare domande, ma non parlo bene italiano (si vede).

> Se vuoi parliamo inglese.

> No, no, io devo praticare italiano.

> Da dove vieni?

> Afrapolis.

> Ah.
> Cioè?

> Capitale di Afrabia, non conosci? Confina a nord con Eurasia sud con Grande Congo. Secolo XXV.

> Aaaah, secolo XXV! Ma dovevi dirlo prima.

> Hai ragione.

> Eh, mica ho le carte geografiche di tutti i secoli in mente.

> Domando umilmente il tuo perdono?

> Accordato.

> Grazia. Mi presento. Sono studente di Dams specializzazione arte classica televisiva.

> No, dunque, fammi capire.
> Nel XXV secolo tu frequenti... il Dams?

> Sì.

> Come no, certo. E la sigla sta per... Dipartimento Astronautico Missione Saturno?

> No, no, acronimo italiano per Discipline Arte Musica Shows.

> Mio Dio.

> Italia dato questo a tutto il mondo.

> Chissà com'è contento tutto il mondo.

> Sì! In tutte le città statue in onore del grande U-Eco.

> Gloria a U-Eco, allora.
> Va bene, quindi sei uno studente del Dams che vive in Afrabia nel XXV secolo.

> No, io adesso qui in 2010 a Bologna.

> Ti sei trasferito qui da noi?

> No, solo sei mesi in Erasmus.

> Ah, già, ovvio.

> Mio professore fregòmmi.

> Perché?

> Convintomi scrivere tesi su arte televisiva italiana del primo decennio sec. XXI.

> Dunque sei qui per...

> Vedere televisione in chiaro.

> Ahi.


> Ho mansarda in via Petroni. Tutto il giorno e la notte io guardo tv, rai mediaset, la7, mtv...

> Ti ha proprio fregato.

> Infatti io non capisco. Volevo chiedere a esperto così ho cercato su internet, cercato su blog, ma blog televisivi non li capisco. Scritti troppo difficile.

> Sì, è gente molto competente.

> Poi finalmente letto su Wired che tu mente tra le migliori,
> allora venuto qui in chat per domandare te:
> perché tv italiana succhia?

> Beh... non si dice “succhia”.

> No?
> Io domando perdono?

> Diciamo che “fa schifo”.

> Ecco sì, perché fa schifo così?

> Mah, è un discorso lungo...

> Tu uomo dei discorsi lunghi.

> Già. Però, scusa, la cosa ti sorprende?
> Non ti aspettavi che succhiasse?
> Cioè, che facesse così schifo?

> No, io credevo età dell'oro.
> Noi studiamo che Italia fine XX secolo primo caso mondiale di videocrazia.

> In effetti.


> Già Mussolini tentava con radio e cinema, ma troppo presto.
> Invece con Berlusconi la tv va al potere.
> Noi studiamo che voi guardavate tv notte e giorno.
> E quindi io pensavo: doveva essere tv veramente buona, fatta con molto impegno.

> O poverino
> mi dispiace.

> Invece tutto succhia!
> Io non ho mai visto televisione così brutta!
> E ho fatto tesina al liceo su televendite di stoviglie peruviane nel sec. XXII!
> Ma è niente al confronto.
> Spero non offendoti.

> No, no, anzi.

> Ma perché succhia così?
> Cioè, perché così schifo?
> Non una sola idea!
> Io guardo Grande Fratello 10, Isola dei Famosi 6, Amici 9
> tra un po' tutto avrà numero a due cifre
> non una sola idea nuova negli ultimi 10 anni! 
> Decadenza.

> Beh, forse sei arrivato un po' tardi... Berlusconi è al potere da parecchio, ormai si è rilassato, ha il monopolio...
> Come l'Impero Romano alla massima espansione... non ci ha lasciato un granché, era più interessante ai tempi di Cesare... un secolo di guerre civili... Catullo, Cicerone, Sallustio... dovevi arrivare negli anni Ottanta.

> C'era Sallustio?

> No, però c'era il Drive In, la Gialappa, Arbore... insomma qualcuno qualche idea l'aveva...
> Poi anche loro le hanno finite.

> Io guardo rai2 non capisco.
> Quasi tutte le sere telefilm americano in replica.
> Sembra tv via cavo usa anni '90.

> Eh, magari.

> Nemmeno tanta pubblicità. Pochi inserzionisti.
> Io credevo che in anni Zero in Italia inserzione era potere.

> Ma sai, sono i canali di Stato... Berlusconi li sta affondando perché fanno concorrenza ai suoi.

> Ma anche canali Mediaset succhiano!
> Pardon significavo “fanno schifo”!
> Tu spiegami ti prego Maria De Filippi.

> Temo di essere un po' prevenuto.

> Io preparato esame su Maria De Filippi. Grande eroe del televisionismo italiano.
> Donna famosa in tutti i mondi.
> Io pensavo: di sicuro grande professionista.

> Eh.

> NON SA LEGGERE IL GOBBO
> E SI VANTA!

> Cosa ti posso dire


> Sua voce monotona addormenta.
> Sbaglia perfino il titolo trasmissione
> Una volta è entrata ad “Amici” dicendo “benvenuti a È posta per te”
> Io con mio italiano squallido ho presentato feste di laurea più eccitanti di sue trasmissioni.

> Non ne dubito, ma credo faccia parte anche un po' del personaggio.
> Cioè, lei ci tiene a sembrare svogliata, perché... non è proprio la presentatrice, è qualcosa di più.

> Cosa è lei?

> È la detentrice del Potere, del Microfono.
> Lei non presenta, è come se... regnasse. Non deve far fatica.

> Non è brava, non è carismatica, non è bella.

> Gli altri devono essere bravi o belli per piacere a lei. Devono essere scelti dal Potere.
> Ma il Potere non è bello né capace. Il Potere è intrinsecamente mediocre. Non so se riesco a spiegarmi.

> Io credevo lei Grande presentatrice che aveva portato in Italia il talent show.
> Suo talent show sembra imitazione parrocchiale di talent sudamericano.

> Credo che parrocchiale sia il termine giusto.
> È una piccola comunità in cui devi piacere ad alcune persone potenti ma mediocri.

> E caroselli. Siete tornati a caroselli.

> Le televendite, vuoi dire.

> Totale anacronismo. Perché?

> Ma in effetti mi spaventa.
> Su MTV in prima serata fanno i siparietti sugli assorbenti, non so se li hai visti.

> Vuol dire che le televendite sono mirate anche ai giovani. Non capisco.

> Anch'io pensavo che fossero una forma di comunicazione per vecchi, però...
> Può darsi che a furia di tarare il livello sugli anziani, anche i ragazzini si siano adeguati.
> Sono cresciuti guardando televendite, gli spot veloci magari non li capiscono.


> Non posso credere che stanno a vedere televendita di telefono cellulare per due minuti

> Perché no?

> Ma perché non cambiano canale.

> Per vedere cosa? Il livello più o meno è quello ovunque.
> Oppure ti stanchi e compri il decoder, che forse è l'obiettivo finale.
> Siamo in monopolio, e quindi la qualità è precipitata, tutto qui.

> Ma non capisco neanche questo. Tu dici: siamo in monopolio.
> Non è vero

> Ma praticamente sì.

> No, perché tu ragioni solo su televisione.
> Ma non c'è solo tv in Italia, soprattutto adesso
> C'è il sole, primavera, belle giornate
> Si può anche spegnere televisione e uscire

> Andare in Pratello e bersi un bicchiere

> Ecco, per esempio
> Oppure farsi un giro sui colli in motorino
> O un raid col motocrono.

> Il motocrono sarebbe?

> La moto per i viaggi nel tempo a breve percorrenza
> non la chiamate così in italiano?

> No
> Cioè, forse sì
> Quando la inventeremo.

> Oddio è vero che non avete ancora scoperto i cronoviaggi
> che idiota me nero dimenticato
> Ecco perché non sai dov'è l'Afrabia.

> Guarda, tu sei probabilmente un pazzo, ma nella tua pazzia c'è del genio

> Oddio sono un idiota devo aver messo troppa hash nel mio knerg
> Ho parlato di cronoviaggi con un nativo del XXI secolo

> Del XX, prego.

> Ho violato tipo 15 direttive. Domando il tuo perdono?

> Perdono accordato.

> Vabbeh, tanto anche se lo racconti in giro non ti crede nessuno.

> Sono solo un blogger.

> Appunto

> Cosa fai stasera, esci?

> No dovrei studiare. C'è Santoro, molto difficile.

> Dai, lo vedi, sei troppo stanco.
> Hai messo troppa hash nel tuo comesichiama
> Se vuoi un consiglio esci, almeno tu
> prendi una boccata d'aria

> Mi sa che hai ragione
> Mi ha fatto piacere sfogarmi con te

> Figurati
> Quando vuoi

martedì 27 aprile 2010

Der Zauberlehrling

Ci sto riflettendo seriamente: e se Fini uscisse davvero? E se qualcuno lo seguisse? Non succederà, ma nel caso. Non si meriterebbe la mia simpatia?
In fondo cosa vuoi, i tempi sono quel che sono. È vero, una volta ha detto che Mussolini era il più grande statista del Novecento, ma era giovane, da giovani, si sa... No, aveva già passato i 40. Ma in fondo, in senso neutro, Mussolini è stato davvero un grande statista, ha cambiato l'Italia e blablablà, l'Agro Pontino, la battaglia del grano, sono state cose comunque importanti, vuoi mettere con... con De Mita? Tra Mussolini e De Mita, chi è stato lo statista più grande? Ecco vedi? In un certo senso Fini aveva rrrrrrr.
E poi basta passato. L'importante è quello che vuole oggi, per esempio far votare gli stranieri. Quelli che non ha fatto annegare con la Bossi-Fini. Buffo, così quelli che sopravviveranno voteranno per lui. In un certo senso fila: only the strong will survive. Sì, lo so, è un'altra cazzata, il darwinismo sociale. Ma almeno assomiglia al darwinismo vero. Bisogna essere pragmatici.
Così magari nascerà una destra seria e moderna – che in questo momento è in Parlamento mescolata alla destra poco seria e poco moderna. Sì. Vota le stesse leggi. Il legittimo impedimento? Votato. Lo scudo fiscale? Votato. Nuove centrali nucleari? Votate. Ronde? Votate. Insomma, per ora a parte le parole la nuova destra di Fini è indistinguibile da quell'altra. Ma magari, se tutti la incoraggiamo, nascerà, crescerà, cambierà idea... Cioè, alla fine anche Galeazzo Ciano è un martire antifascista, no? Ah no? Boh, credevo. Beh, ma discutiamone. Una lapide se la meriterebbe, un cippo da qualche parte, io credo che i tempi sian maturi.
E poi insomma, non è da oggi che Fini muove critiche al Presidente, con un'indipendenza di giudizio e un coraggio di cui pochi sono capaci in Italia. Per esempio due anni fa disse in tv che era un po' basso di statura.

Ci sto riflettendo seriamente: e se Bossi uscisse davvero? E se volesse mandare all'aria il governo? Difficile, ma se succedesse? Non si meriterebbe un po' della mia simpatia?
In fondo cosa vuoi, i tempi sono questi. Recessione, involuzione, siamo tutti un po' più poveri e attaccati alle nostre povere cose, le nostre povere, com'è che le chiamano adesso? “tradizioni”. “Identità”. Va bene, sì, perlopiù son corna di plastica e spillette made in Romania. E film in costume anche loro made in Romania. Però l'intuizione è buona, bisogna dirlo, la gente riscopre l'appartenenza a una comunità. Anche quelle sparate, trecentomila fucili caldi... uno spaccone da bar, quel Bossi, sì, ma non facevano la stessa cosa i capi partigiani? fingevano di avere i fucili per ottenere qualcosa... non sto veramente paragonando Bossi a un partigiano, ma la situazione presenta qualche analogia... e poi almeno i leghisti parlano al territorio, ne capiscono i problemi. Poi tagliano i fondi agli enti locali, però almeno loro parlano. Anche in dialetto, che è divertente.
E poi insomma, non è da oggi che Bossi muove critiche al Presidente, con un'indipendenza di giudizio e un coraggio di cui pochi sono capaci in Italia. Per esempio quindici anni fa diceva che era un mafioso massone.

Ci sto riflettendo seriamente: e se il culo di Berlusconi volesse separarsi dalla faccia? Poco plausibile, ma se succedesse? Non si meriterebbe, il culo, un poco della mia simpatia?
In fondo, cosa vuoi, i tempi son quelli che sono. Recessione, crisi, terremoti, vulcani, cavallette, non è che chieda molto dalla vita, salvo non vedere più quella faccia, quella maledetta faccia. Pur di non vederla più, appoggerei chiunque. Anche il suo culo, sì, in fondo il suo culo che mi ha fatto? Niente. Certo, lo ha seguito da vicino durante tutta la sua funesta carriera, ma nei momenti giusti ha sempre fatto rimarcare le sue divergenze. Per esempio mi ricordo una volta che la faccia di Berlusconi sudava freddo a un convegno perché voleva finire un discorso e il culo aveva deciso di no, il culo aveva un altro ordine del giorno.
Ecco, forse è stata l'unica volta che ho visto qualcuno veramente in grado di fermare Berlusconi. E quel qualcuno era il suo culo. Bisognerebbe fargli un monumento, credo che i tempi sian maturi, da qualche parte, un cippo.

lunedì 26 aprile 2010

Tortellino tra i tortellini


A me, troppi emiliani in una stanza, fanno una strano effetto, come essere...
(Ho una teoria #20! Si commenta qui).

Ne approfitto anche per segnalare, con un imperdonabile ritardo, l'ebook commemorativo sulla Resistenza Schegge di Liberazione raccolto dalla infaticabile redazione di Barabba in occasione del 25 aprile. Ci sono belle pagine, memorie, racconti ispirati alla Resistenza; e li hanno scritto i migliori bloggatori d'Italia... per dire, tra i più scarsi c'ero io, figuratevi gli altri. Godetene tutti.







Sabato l'Unità era in Emilia. C'ero anch'io. In realtà io ci sono tutti i giorni, in Emilia, ma proprio per questo probabilmente non ci faccio più caso, non ci rifletto abbastanza. Comunque sabato la carovana dell'Unità arrivava a Reggio, e io non potevo perdermela. Appeno entro provo una strana sensazione. Vedo metalmeccanici emiliani, pensionati emiliani, genitori emiliani, bambini emiliani. È da anni che non mi trovo così circondato. Non ci sono abituato; a scuola ho colleghi calabresi e allievi pachistani. Tanti emiliani tutti nello stesso posto non li trovo più nemmeno alle feste dell'U... alle feste democratiche. Mi viene un po' d'ansia, e così, mentre aspetto che cominci il dibattito politico, mi faccio un giro in centro. 

È bella, Reggio Emilia: forse non è più il gioiellino di qualche anno fa, la crisi si sente; ma i negozi sono ancora pieni di belle cose da comprare. Qualche mese fa un giornalista del Corriere venuto a intervistare i leghisti emergenti scrisse che alle sei di sera non c'era un solo italiano in piazza. Chissà in che città lo avevano portato, i leghisti emergenti. Non è che non ci siano facce scure, a Reggio. È una delle città con la più alta concentrazione di residenti stranieri. Ma ci vuole fantasia per immaginare che i reggiani doc sbarrati dentro casa alle diciotto. È un sabato normalissimo, italiani e stranieri passeggiano, mangiano il gelato, guardano le vetrine. L'ansia è passata. Torno al dibattito.

La sala nel frattempo si è riempita. L'età media, come noterà il direttore, è abbastanza avanzata. E il tasso di emilianità è altissimo, quasi insostenibile. Per carità, sono simpatici gli emiliani, ma... come i tortellini, sono buoni la domenica; non li mangeresti tutti i giorni. Troppi emiliani tutti assieme sembrano un'esagerazione. Forse perché l'Emilia non è mai stata una terra omogenea. Non esisteva, l'Emilia, al tempo delle Signorie, quando già Repubblica Veneta e Piemonte erano concetti chiari, ma Parma Modena e Bologna avevano tre signori diversi. Non esisteva all'inizio del Novecento, quando nella bassa non ancora del tutto bonificata i braccianti distruggevano le trebbiatrici e il fascismo agrario incubava. Non esisteva nel dopoguerra, quando le fonderie richiamavano lavoratori prima dal meridione, e poi dall'Africa. Io sono cresciuto in un paesino dove la seconda lingua più diffusa era il dialetto casertano: questa è l'Emilia per me. Ritrovarmi in una stanza con tanta gente che parla il mio stesso accento e mi assomiglia, mi dà una strana vertigine. Come su cento specchi deformanti, rivedo i miei tratti emiliani doc su volti più magri, più floridi, più anziani; ecco come sarò quando mi cadranno i capelli... Vorrei tornare in piazza, con gli africani che mangiano il gelato, e invece resto. Proiettano un video sui giovani leghisti emiliani. Ecco, va già meglio, quella è gente che mi sembra di aver visto in piazza. Certo, dicono scemenze a raffica. Uno ha appena finito di leggere il Piccolo Principe di Machiavelli. Però sono gli stessi giovani che stanno guardando le vetrine, che leccano il gelato nella panchina di fronte agli africani. 

A questo punto mi ritrovo in un paradosso. Quei ragazzi del video dicono di voler essere padroni a casa loro. Che vorrebbero mandare a casa i clandestini. Le solite cose. Si capisce che hanno in mente un'Emilia di soli emiliani. Proprio quella in cui sono rinchiuso in questo momento, e che mi dà un po' di nausea. Chissà se a loro è mai capitata una riunione così, di soli emiliani. Per quanto se la cantino e se la suonino, non sono ancora così tanti. Per far numero devono andare in Lombardia: per loro dev'essere un viaggio straordinario in un Paese esotico... Ma chissà, forse un giorno ce la faranno a riempire la loro assemblea emiliana. Forse quel giorno sentiranno la stessa ansia che sento io. Ma per ora non ne sono ancora capaci, fanno il 14%. Invece, sapete chi è capace di riempire un salone di puri emiliani? L'Unità. 

La cosa fantastica
 è che tutti i signori seduti intorno a me sono a favore dell'integrazione, della parità dei diritti, dell'accoglienza; gli amministratori per la verità si lamentano un po' del fatto che di stranieri ne siano arrivati troppi e troppo in fretta, e che Maroni non riesca a tenere in prigione quelli che delinquono... Il solito pragmatismo degli amministratori emiliani, nemmeno questo è una novità. Nessuno accenna alla necessità di dare diritti civili ai regolari, ma voglio pensare che lo diano per scontato. Il paradosso è che qui dentro sono tutti uguali, e vogliono accogliere i diversi. In piazza invece sono tutti diversi, e preferirebbero trovarsi soltanto in mezzo agli uguali.

Non se ne esce. Ne usciranno gli immigrati, quando finalmente entreranno in questa stanza, si siederanno, prenderanno parola, lotteranno per i diritti che gli spettano. Non possiamo farlo noi al posto loro, ci facciamo la figura di altruisti benefattori, e noi emiliani non siamo così. 

Il mio incubo
 è che forse in questa stanza gli immigrati non entreranno mai; che a un certo punto, semplicemente, se ne andranno come sono venuti, sulle tracce di un Benessere che per trent'anni è transitato anche da noi, ma evidentemente era solo di passaggio. Sono stati gli ultimi ad arrivare, ma se il lavoro non c'è più saranno i primi ad andarsene. E mi lasceranno qui, emiliano tra emiliani, tortellino tra i tortellini, e a me i tortellini – spero di non offendere nessuno – alla lunga stancano. 

giovedì 22 aprile 2010

Dietrologie di primavera 1

Questo Sentimento Popolare

“Pronto, Sezione Monitoraggio del Sentimento Popolare, dica”.
“Sono io”.
“Ah, buongiorno Capo”.
“Chi c'è lì a parte te, qualcuno intelligente?”
“No Capo, mi dispiace, sono tutti in mensa”.
“E si capisce. Vabbè, come stanno le cose, fora?”
“Eh?”
La lite Fini-Berlusconi, fora?”
“Su internet sembra proprio di sì”
“E chemmifregammè di internet, scusa. Ce li hai i tracciati dei medium?”
“Capo, lei ci ha detto che non dovremmo parlare di medium quando siamo al telefono... che se qualcuno si accorge che riusciamo a leggere nel pensiero degli spettatori televisivi...”
“Massì, certo, se nessuno se n'è ancora accorto dopo anni... ormai chi ci intercetta più. Ce li hai i tracciati o no?”
“Ho due medium su tre...”
“Non mi dire che è in mensa pure il terzo”.
“No, no... ha ancora l'occhio a palla, ha presente”.
“Sbava?”
“Un po'”.
“Dannazione. Non mi piace affatto quando sbava. Ma gli altri due?”
“Beh, lo sa che per decifrare i tracciati ci vuole un po', ma...”
“Ma?”
“Sembra proprio che quattro o cinque milioni di italiani siano incuriositi dal fatto che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non vadano più d'accordo. Anche un po' inquietati”.
“Ma porca zozza”.
“C'è una specie di... fastidio come quando... papà e mamma vivono separati in casa”.
“Separati in casa, ho capito. Va bene, contromossa”.
“Non vuole aspettare il terzo medium?”
“No, no, bisogna fare in fretta. Contromossa. Hai delle proposte?”
“Io, capo?”
“Guarda, se al telefono in questo momento ci fosse uno scimpanzè lo chiederei a lui: hai delle proposte? Qualcosa che si possa fare nel giro di mezz'ora? Bisogna distrarre almeno il 40% del target”.
“Beh, Capo, dunque, in questi casi la traslazione sembra la tecnica più efficace... è stato dimostrato dagli studi di Bokanovsky che...”
“Falla breve, se non ti dispiace”.
“Insomma, se il problema è una coppia in crisi, il modo migliore è attirare l'attenzione su un'altra coppia in crisi”.
“Va bene. Procedi”.
“In che senso procedo?”
“In che senso... ma vi devo dire tutto? Datti da fare, telefona, ci sarà qualche coppia dello showbiz che è disposta ad andare in crisi in mezz'ora, no? Chiedi a Signorini!”
“Ma è in mensa, gliel'ho detto...”
“Va bene, allora fa' così. Hai una matita?”
“Sono davanti a un computer”.
“Ecco, allora segnati questo numero: 3XX XX XX XXX”.
“È una persona famosa?”
“Un po'. Ha lavorato per noi in passato. Chiamala e spiega per chi lavori. Spiega che se molla l'osso in venti minuti sarà ricompensata. Alla grande. Hai capito?”
“Capo, non ho mai avuto il tempo per dirle che lavorare per lei è la cosa più”...
Clic.
“...orribile che mi potesse capitare”.

L'addio era nell'aria da tempo, ma a mettere un punto definitivo sulla storia ci ha pensato in un'intervista a Panorama, Fabrizio Corona. Ha rotto con Belen: "Mi ha distrutto casa e adesso sto cercando di convincerla che non sono l'uomo sbagliato che crede". Subisce minacce: "Giorni fa mi hanno chiesto il pizzo puntandomi addosso una pistola". 

lunedì 19 aprile 2010

Gomorra e non Gomorra

Guarda avanti, Lot
Oggi vorrei parlarvi di due opere audiovisive prodotte in Italia negli ultimi anni: Gomorra di Matteo Garrone e Il Capo dei Capi di Enzo Monteleone e Alexis Sweet. Si vedrà che non hanno poi molte cose in comune.

Gomorra (2008) è un lungometraggio tratto dall'omonimo libro-inchiesta di Roberto Saviano. Il Capo dei Capi (2007) è una miniserie tv di sei puntate, tratta da un libro-inchiesta di Giuseppe D'Avanzo e Attilio Bolzoni.

Gomorra dura due ore abbondanti; Il Capo dei Capi nove.

Il Capo dei Capi racconta la formidabile ascesa di Totò Riina, da umile contadinello a capo della più grande organizzazione malavitosa italiana. Gomorra racconta le vite “normali” di alcune persone in un territorio governato dalla camorra. Nessuno di loro ascende in nessun posto; alcuni si ammalano, un paio scappa, molti muoiono.

Gomorra è un film discusso, tratto da un libro altrettanto discusso. Fu il fim più visto in Italia nel week end in cui uscì (maggio 2008). Nel marzo del 2009 aveva già incassato 10.175.071 euro. Divisi per sette fanno più o meno un milione e mezzo di spettatori paganti. È una cifra impressionante, complimenti.

Però Il capo dei capi è stato visto, nell'autunno del 2007 da un numero di telespettatori praticamente mai inferiore ai sette milioni. Il trenta per cento dello share – più o meno un telespettatore su tre, in prima serata. Più o meno una famiglia su tre ha visto il capo dei capi. Molta di questa gente di Gomorra ha sentito solo vagamente parlare (da quanto mi risulta non è mai stato programmato sulla tv in chiaro).

Questo può in parte sorprendervi. Perché state leggendo un blog su internet. Non c'è niente di male, ma dovete sapere che fate parte di una certa nicchia statistica. Chi vive in questa nicchia può essere portato a pensare che Gomorra sia un prodotto più famoso del Capo dei Capi. Probabilmente ha visto il film, magari ha pure letto il libro. Difficilmente però avrà seguito una fiction su Canale5: le fiction italiane, si sa... Ripeto, niente di male: e non sentitevi soli, parliamo di più di un milione di persone.

Ma fuori c'è tutto un mondo. Ci sono sette milioni di persone che hanno visto Claudio Gioè interpretare l'indomito Riina, e di Gomorra hanno solo vagamente sentito parlare. Giusto per ristabilire le proporzioni. Gomorra ha vinto il Gran premio della Giuria a Cannes (ma la palma d'oro è andata a un filmetto scolastico su un prof demotivato) e ben sette David di Donatello, sì, vabbè. Il Capo dei Capi ha macinato milionate di euro di inserzioni: e quanto rimpiango di non averlo videoregistrato, di non potervi dire che prodotti ci fossero in televendita (una linea di coppole trendy?)

Nella prima puntata del Capo dei Capi, Totò è un tredicenne che perde il padre zappatore su una bomba rimasta nel sottosuolo dalla Seconda Guerra Mondiale. Divenuto così capofamiglia, con tante bocche da sfamare, Riina si mette a lavorare per i corleonesi, brillando subito per ferocia e capacità organizzativa.

Nella prima seqenza di Gomorra c'è un camorrista che si abbronza in un centro estetico. Un suo collega, dopo aver scherzato con lui, estrae una pistola e lo uccide a sangue freddo. Di lui non sapremo più niente. È come se l'eroe del film morisse subito, e il resto dei personaggi brancolasse per due ore senza trovare un senso. Una cosa molto spiazzante.

Il Capo dei Capi è una success story, una specie di versione sicula del sogno americano: tutti possono diventare Presidente, se studiano sodo... ehm, no: tutti possono diventare capiclan, se si liberano dagli scrupoli e imparano ad ammazzare i traditori prima che ammazzino loro. Anche Gomorra ci mostra un capoclan, ma per pochi minuti. È un poveretto cocainomane che vive nascosto in una brutta casa, ossessionato dalla necessità di ammazzare gli altri prima che ammazzino lui, Bum! Bum! Bum! (Dice proprio così: “Bum! Bum! Bum!” Non è carismatico proprio per niente).

Pare che a Totò Riina, che dal carcere di Opera non si perdeva una puntata, l'interpretazione di Claudio Gioè non sia dispiaciuta. Invece i camorristi ritratti da Saviano, si sa, hanno un po' brontolato, tanto che l'autore è sotto scorta.

Il Capo dei Capi è un figlio di contadino che diventa capoclan, ma cosa significhi essere capoclan da un punto di vista economico non è affatto chiaro. La mafia sembra semplicemente adeguarsi alla società in progresso: quando tutti si mettono a comprare le automobili, anche i mafiosi cominciano a usarle per ammazzarsi. Gomorra mostra cosa succede all'economia nei luoghi dell'indotto della malavita: il sarto Pasquale, artista di livello internazionale, non riesce a vivere del suo lavoro. Alla fine tradisce i segreti del suo mestiere ai cinesi e si mette a fare il camionista.

Dicevamo che all'inizio del Capo dei Capi Totò Riina è un tredicenne. Molti appassionati telespettatori del Capo dei Capi avevano più o meno quell'età. Nel novembre del 2007 il pm Antonio Ingroia andò a parlare di mafia in una scuola di Palermo. La maggioranza degli studenti di quella scuola, in un sondaggio, aveva scritto di non voler far parte della mafia. Alla domanda di Ingroia “qual è il personaggio più simpatico della fiction?” risposero tutti Totò Riina. È impossibile non notare che i modi del giovane Totò sono quelli del classico bulletto da corridoio.

Anche in Gomorra ci sono alcuni ragazzini. Uno di mestiere resta nascosto tutto il giorno, pronto a dare un segnale appena passa una macchina della polizia. È lavoro, come dice lui, è fatica. Sua madre verrà uccisa alle spalle dai camorristi del clan avverso. A tradirla sarà il suo migliore amico, un bambino pure lui. E poi ci sono Marco e Ciro, proprio due bulletti di quartiere: rubano droga di qua, armi di là, sparano all'aria, toccano le donne, sono convinti di poter fare quello che vogliono. Vengono ammazzati da una squadra di vecchi camorristi spazientiti. Anche loro in un agguato. Anche loro senza gloria.

Potrei andare avanti molto a lungo, ma direi che il senso è chiaro: il Capo dei Capi è una cosa, Gomorra è un'altra.

E dunque sabato il produttore del Capo dei Capi si è lamentato per la pubblicità che Gomorra ha fatto alla mafia.

Elisir di eterna vecchiezza


Il coccodrillo su Vianello che non avete ancora letto è sull'Unita.it: Raimondo, da Poggio Bersezio a Milano2 (si commenta qui).

È strano pensare che Raimondo Vianello non ci sia più. Per quelli della mia età, cresciuti mentre la Rai passava dal bianco e nero al colore, non è mai esistita una televisione senza che lui occupasse almeno un angolo del palinsesto. E anche quando non avevamo voglia di vederlo, era bello sapere che c'era: statuario senza essere ingombrante, stava lì e non dava noia a nessuno; era parte del paesaggio; ed era sempre anziano. Impossibile immaginarlo bambino negli anni Venti, ragazzo nei Trenta; pensare che tra Salò e Badoglio avesse scelto Salò, e condiviso la prigione con Ezra Pound. Lui era un uomo di mezza età che battibeccava con la moglie in tv; erano meno giovani dei nostri genitori, quindi erano vecchi. Ma di una vecchiezza eterna, immutabile, come quella dei nonni visti dagli occhi dei bambini; si dava per scontato che avrebbero battibeccato per sempre, e non ci avrebbero lasciato mai. 

C'è un vecchio sketch in bianco e nero in cui Vianello non recita ancora la parte dell'eterno marito-canaglia; è un autore televisivo con diverse idee da proporre, e si trova nello studio di un funzionario Rai (l'azienda, ricordiamolo, lo aveva già licenziato in tronco nel 1959, con l'amico Tognazzi, per aver mimato una caduta maldestra del Presidente Gronchi). E dunque questo funzionario, irremovibile e sorridente incarnazione bernabeiana, riempie Vianello di lodi e complimenti per i suoi testi... ma glieli boccia tutti. Guai però a parlare di censura: ad esempio, la tale scenetta di satira politica è spassosa... ma è troppo difficile per lo spettatore medio della Rai, “il contadino di Poggio Bersezio”; anche quella di satira di costume è intelligente e ben costruita... ma siamo sicuri che sarebbe compresa “dal contadino di Poggio Bersezio”? Alla fine, esasperato, Vianello prende congedo dal funzionario e si reca in macchina nel paesino di Poggio Bersezio; trova un contadino e lo prende per il bavero: “Si può sapere cosa vuoi?” Come è già stato notato, il contadino di Poggio Bersezio è il padre di tutte la “casalinghe di Voghera” o dei “pastori abruzzesi” che ciclicamente vengono tirati in ballo per giustificare una tv che vola basso, assecondando i gusti dei telespettatori invece di formarli. Nel caso di Vianello, il contadino di Poggio Bersezio evidentemente non chiedeva che battibecchi tra mogli e mariti; mogli un po' fanatiche e mariti un po' canaglia, ma anche amanti del quieto vivere, del divano e della Gazzetta dello Sport. Forse l'attore Vianello avrebbe meritato di impersonare personaggi più complessi, come quelli che il suo collega Tognazzi, abbandonata la televisione, cominciava in quegli anni a trovare al cinema. Ma tra piccolo e grande schermo, Vianello aveva ormai scelto il primo, e il successo clamoroso dei suoi show con Sandra Mondaini sembrava dargli ragione. 

E tuttavia c'era stato un momento in cui sembrava che Sandra e Raimondo
 non sarebbero stati per sempre “Sandra e Raimondo”. Il vecchio varietà a base di balletti e battibecchi mostrava la corda già all'inizio degli '80, quando ne uscì l'ultima versione Rai, dal titolo fin troppo autocritico: “Stasera niente di nuovo”. Qualcosa di nuovo in realtà c'era: una pimpantissima Heather Parisi, che toglieva alla Mondaini il ruolo di prima ballerina. Quanto a Raimondo, i suoi maldestri tentativi di corteggiamento risultavano persino malinconici: il personaggio cinico di qualche anno prima sembrava ridotto anzitempo a un vecchietto bavoso. Lo show raccontava, con tutta l'autoironia del caso, un passaggio generazionale: in quel momento nessuno avrebbe potuto credere che Raimondo e Sandra avrebbero continuato a battibeccare sullo schermo per un altro quarto di secolo. 

A operare il miracolo sarà, anche stavolta, Silvio Berlusconi
. I Vianello saranno tra i primi a seguire Mike Bongiorno alla corte di Cologno Monzese. Ma se per Mike la Mediaset è la realizzazione di un'idea perseguita per tutta la vita (quella di una televisione francamente e puramente 'commerciale', basata sugli introiti pubblicitari), per Raimondo e Sandra è una specie di capsula d'ibernazione. I meccanismi comici messi a punto in vent'anni di sketch vengono congelati, riprodotti in show fotocopia e poi diluiti all'infinito nella sit-com più ipnotica mai trasmessa in Italia, rilassante e tranquillizzante come l'infinita litania di “che barba, che noia” pronunciati dalla Mondaini a fine trasmissione. Anche stavolta l'autocritica era evidente, e Vianello non aveva nulla da aggiungervi: a quel punto della sua carriera gli bastava rimanere impassibile per conquistarci; persino le solite risate finte, per quanto lugubri, non erano del tutto fuori posto: se c'era qualcuno in grado di farci ridere con un'occhiata era Vianello. 

Certo, era molto invecchiato
. Ma il contadino di Poggio Bersezio è invecchiato con lui. Da molto tempo ha messo via la zappa e si è comprato una villetta; magari non proprio un superattico a Milano2, ma una residenza dignitosa. Da molti anni passa il tempo a beccarsi con la moglie, provarci con le badanti, e trascinare tutto il vicinato in equivoci incresciosi – in sottofondo, una musichetta implacabile. Ho una teoria: Berlusconi è uno di quegli Dei sbadati che ci promette l'eternità, ma si dimentica l'eterna giovinezza.

giovedì 15 aprile 2010

Intervista su Jesus L.

We're more popular than Jesus now. I don't know which will go first, rock and roll or Christianity.
John Lennon, 1965.
Attraverso la loro musica quei quattro ragazzi di Liverpool, splendidi e imperfetti, sono stati capaci di leggere e di esprimere i segni di un'epoca che a tratti hanno persino indirizzato, imprimendovi un marchio indelebile. Un marchio che segna lo spartiacque tra un prima e un dopo. E dopo, musicalmente, nulla è più stato come prima
L'Osservatore Romano, 10/4/2010.

Più Grandi di Lennon?

DAL NOSTRO INVIATO - SILVABUL, 10 APRILE 3754.
Gsaui Rradoc, il più famoso lennonologo 'laico' del nostro semisfero, autore del controverso Intervista su Jesus mi accoglie nella sua confortevole cella di rigenerazione. Quando gli racconto delle ultime dichiarazioni di Ganesh XXVI, le rughe intrecciate sul suo volto sussultano; è il suo modo di ridere.

“Cos'è che avrebbe detto, l'elefantino?”
“Ganesh XXVI, il Dio vivente del Punjab, ha dichiarato ai giornalisti di essere diventato più grande di Lennon. È stato il suo modo di festeggiare la quarantesima settimana in testa alla top 20 Divinità”.
“Ah, già, la top 20. Beh, io non m'intendo molto di queste cose...”
“Si calcola che in media GXXVI richiami venti milioni di fedeli alle sue celebrazioni settimanali. È in effetti un record con pochi precedenti nella Storia recente”.
“Beh, se la mettiamo su questo piano, sì, non credo che Lennon facesse numeri del genere, ma vede, è sulla distanza che si vedono queste cose... non so se si ricorda T-re§”
“Vagamente. Faceva uno show coi serpenti...”
“L'incantatore di rettili transessuale di Ganimede. Fece il botto quindici anni fa, milioni di fedeli in tutto il sistema solare, anche a lui a un certo punto scappò detto di essere più grande di Lennon. E poi che fine ha fatto?”
“Che fine ha fatto?”
“Pare abbia aperto una concessionaria di condizionatori su Plutone. Vede, Jesus Lennon resta il più grande predicatore della Storia, non per i milioni di contemporanei che ha portato dalla sua parte; ma per il solo fatto che a duemila anni di distanza stiamo ancora parlando di lui. Tra dieci, vent'anni, arriverà qualche nuovo fenomeno da baraccone – una donna con dodici mani, un dio-lucertola, che ne so – e di loro, scommetto, nessuno dirà che sono “più grandi di Ganesh XXVI”. Diranno che sono più grandi di Lennon”.
“Gli Dei passano, Jesus Lennon resta. Come mai?”
“Il tempo è dalla sua parte, come recita un suo inno (per la verità di incerta attribuzione). Essere vissuto due millenni fa, nell'oscuro medioevo prediluviano, lo mette al riparo dalla luce troppo invadente dei riflettori. Di lui in effetti non sappiamo poi molto”.
“Chi era veramente Jesus?”
“Dopo duemila anni di rielaborazione mitologica è difficile rispondere a una domanda come questa. Ma almeno viviamo nel semisfero dove possiamo porcela senza temere di essere crocifissi da qualche inquisitore troppo zelante”.
“Profeta o figlio di Dio?”
“Io preferisco pensare a lui laicamente, come a un grande musicista. Per molti secoli questo aspetto della sua biografia è stato tralasciato; ci si concentrava sui contenuti degli inni, senza riprodurre la musica (che comunque era molto lontana dalla nostra sensibilità). Ma io resto convinto che non sarebbe diventato il più grande predicatore della Storia se non avesse avuto l'idea geniale di musicare le parabole e trasformarle in canzoni. Penso a certi inni immortali, come Stairway to Heaven o God Save The Queen. Figlio di Dio... mah, senz'altro nei suoi inni il padre è visto come un'entità lontana; è possibile che Lennon fosse orfano di padre, o comunque avesse sperimentato l'abbandono durante l'infanzia”.
“Falegname o chitarrista?”
“Le due cose potrebbero andare assieme; abbiamo trovato in vari siti archeologici esemplari di chitarre interamente lignee; può darsi che il giovane Jesus abbia svolto un breve apprendistato musicale in una bottega di falegnameria”.
“Fino all'incontro, che gli sconvolge la vita, con Elvis il Battista”.
“Su questo i Vangeli concordano: la predicazione di Lennon ha inizio solo dopo che Elvis lo battezza nel Giordano. È un evidente passaggio di consegne; il Battista è nella fase calante della sua carriera; i seguaci gli hanno voltato le spalle, lui stesso si considera Vox Clamans in Las Vegas
“Eh?”
“È latino. Voce che chiama nel deserto”.
“Ah”.
“Nel frattempo in Galilea Jesus raccoglie i primi discepoli, gli Scarabei”.
“Questi li so, li so. Luca, Matteo, George e Ringo”.
“Così secondo i Vangeli, che sono attribuiti a loro. Ma gli storici tendono a escludere George, che nei documenti più antichi è visto indossare una chitarra lignea”.
“Ma non era lo strumento di Lennon?”
“Appunto. La tesi più accreditata è che gli Scarabei fossero quattro in tutto, e che Lennon fosse uno di loro; San George sarebbe stato aggiunto al racconto un millennio più tardi, durante le crociate, quando diventa il patrono dei crociati e poi dell'Inghilterra.; probabilmente un soldato inglese reduce dalla prima crociata in Terrasanta, che tornando nel Merseyside riscuote un incredibile successo spacciando per sue le canzoni di Lennon, e trasformandosi in una vera e propria reincarnazione di Lennon in una terra tanto lontana da quella che aveva assistito alle esibizioni del quartetto originale”.
“Quindi lei non ammette l'ipotesi che Jesus Lennon e gli Scarabei d'Argento abbiano vissuto gran parte della loro vita in Inghilterra”.
“È una deformazione medioevale, quando fioriva il mercato delle reliquie e ogni nazione si inventava luoghi santi in cui avevano vissuto... pensi che un culto di Lennon sopravvive anche nelle isole del Pacifico Orientale, dove rappresenta il Sole, contrapposto al Dio Luna Yoko...”
“Ma la Sindone mostra i lineamenti di un inglese biondo, capellone...”
“La Sindone è una reliquia medievale. Potrebbe essere effettivamente il sudario di un crociato, chissà, magari proprio George. Ma il Lennon storico deve avere avuto lineamenti molto diversi da quelli con cui viene raffigurato di solito. Tratti somatici mediorientali, carnagione olivastra...”
“Niente capelli biondi, quindi. E niente occhialini”.
“Nella Palestina romana? No”.
“Già, i Romani. Sono stati davvero loro a ucciderlo?”
“Anche questo ovviamente non è chiaro. Lennon viveva in un periodo turbolento, in cui molti predicatori sobillavano alla rivoluzione. All'inizio però la sua posizione è ambigua. C'è un inno, Revolution, di cui si conoscono due versioni. In una dice “You can count me in”, che in aramaico significa “Includetemi, anch'io voglio fare la vostra rivoluzione”. In un'altra dice l'esatto contrario: “You can count me out”, tenetemi fuori”.
“Probabilmente una delle due è apocrifa”.
“Sì, ma è praticamente impossibile determinare quale; entrambe le versioni sono antichissime, al punto che alcuni ipotizzano che lo stesso Lennon fosse indeciso sulla strada da prendere, e che abbia inciso la canzone in due versioni. In ogni caso all'inizio non si considerava un predicatore politico nel senso che diamo oggi all'espressione. La sua figura era più simile a quella che oggi chiameremmo artista”.
“Jesus Lennon, un artista?”
“Nei primi anni di predicazione con gli Scarabei, Lennon non sobilla nessuna rivoluzione. È soltanto un musicista ispirato che richiama folle ovunque si esibisca, in Galilea, Giudea, e nella misteriosa Bolla degli Olivi”.
“È il periodo dei miracoli: dà la vista ai ciechi, risuscita i morti...”
“La tradizione dei miracoli è probabilmente un equivoco linguistico. Quante volte ci capita di dire che la tal cosa “risuscita i morti”. È un'espressione enfatica che sottolinea la grande potenza espressiva delle parabole musicali di Jesus”.
“Quindi Lennon non risuscitava i morti”.
“Solo in senso figurato”.
“Non tramutava l'acqua in birra”.
“Probabilmente i birrai in sua presenza preferivano spillare birra vera e non la solita broda annacquata”.
“E il grande miracolo di Woodstock?”
“Su Woodstock ci sono diverse teorie. Tutti gli studiosi concordano che fu un disastro logistico, e che migliaia di persone rimasero in mezzo al fango senza nulla da mangiare”.
“Finche Lennon non moltiplicò i pani e i pesci”.
“È indimostrabile, ovviamente. Il vero miracolo di Woodstock sono le sue parole, il cosiddetto discorso della montagna, sul quale è fondato il lennonismo occidentale: "Beati i miti perché erediteranno la terra, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia..." peccato che di questa canzone si sia persa la musica. Comunque i Romani non avevano nulla da temere da un fenomeno musicale-religioso di questo tipo. Gran parte dei riferimenti delle sue canzoni (il divino Tricheco, la Lucia nel Cielo di Diamanti, i Perpetui Campi di Fragole) erano oscuri già allora”.
“E allora perché lo crocifiggono?”
“A un certo punto qualcosa cambia. Lennon è accusato di avere frequentazioni scandalose, pubblicani, prostitute, spacciatori, artisti concettuali. Gli Scarabei d'Argento si sbandano”.
“Forse il successo gli stava dando alla testa”.
“È la tesi forte del Vangelo di Ringo, che però è il più tardo dei quattro. In realtà i suoi inni del periodo post-Scarabei sono i più politicizzati. È possibile che a un certo punto Lennon si sia veramente trasformato in oppositore al regime di occupazione romana che, non dimentichiamocelo, era fondato sulla violenza e sulla prevaricazione. Anche nell'ultimo periodo Lennon rimane comunque un pacifista; non inneggia alla lotta armata, al contrario. Ma è possibile che il suo antimilitarismo desse ugualmente fastidio. Era il periodo in cui l'Impero reclutava legionari anche nelle province per difendersi dalle incursioni Sovietiche e Iraniane”.
“Tradito dal suo manager, Lennon viene arrestato e condannato alla morte sulla croce”.
“Il resto è leggenda”.
“Una leggenda comunque miracolosa, per aver resistito tutti questi secoli”.
“Chissà quanti altri cantanti e predicatori infiammarono i cuori per una breve stagione e poi furono dimenticati. Lennon ha potuto contare su uno dei più grandi PR della Storia”.
“Si riferisce a Paul McTarso?”.
“Il buffo è che probabilmente i due non si sono mai conosciuti di persona. Paul aveva ricevuto un'educazione musicale classica, e all'inizio non aveva assolutamente orecchio per le composizioni di Lennon. Anzi, con le sue prime ferocissime recensioni Paul dà inizio a una vera e propria campagna di persecuzione contro il lennonismo e i suoi seguaci”.
“Poi succede qualcosa... Un incidente, mi pare”.
“Sull'autostrada Damasco-Liverpool. Paul vede una luce abbagliante, sbanda ed esce di strada. Viene soccorso, ma rimane temporaneamente cieco, muto, e apparentemente sordo. Ma è evidentemente una sordità selettiva. Immerso nel silenzio, Paul sperimenta una vera e propria epifania. Può ascoltare le composizioni di Lennon senza pregiudizi culturali. La sua conversione fa scalpore e getta le basi per il successo del credo lennoniano in tutto il bacino del mediterraneo”.
“C'è anche chi dice che il vero Paul sia morto nell'incidente”.
“È una leggenda durissima a morire. Ma ce ne sono di più interessanti. Secondo alcuni è Paul il vero inventore del lennonismo moderno: molti ritornelli degli inni lennoniani sarebbero suoi. In effetti è difficile pensare che la stessa persona possa aver scritto composizioni musicalmente così diverse tra loro come Helter Skelter o Yesterday. Alcuni si spingono ad affermare che Lennon non sarebbe che una figura mitica, un musicista biondo e capellone studiato a tavolino per rendere più appetibili le composizioni dello stesso Paul. Come vede, c'è una teoria per tutti”.
“Non c'è proprio niente di cui possiamo essere sicuri?”
“Io sono ragionevolmente sicuro di un paio di cose. La prima è che tra un millennio o due ci sarà ancora qualcuno, come lei o come me, che ha voglia di discuterne. La grandezza di Lennon è questa”.
“E la seconda cosa è...”
“Anche l'invidia non cesserà mai. Ci sarà sempre qualche Messia o Avatar pronto a dichiarare di essere diventato Più Grande di Lui. Guardi questa, è la riproduzione di un antichissimo ritaglio giornalistico. Come sa, gran parte dei documenti originali dell'epoca lennoniana non ci sono arrivati, perché gli archivi erano stati digitalizzati nei decenni precedenti al diluvio, e non abbiamo mai capito come si leggono i loro supporti magnetici. Di loro ci è rimasta solo la carta stampata che si erano dimenticati di reciclare. Vede? Questo è un antichissimo ritratto fotostatico di Lennon, molto sbiadito. La scritta in basso è in aramaico. Sa cosa dice?”
“IGGER THAN JESUS LENNON CLAIMS. Ovviamente no”.
“La traduzione più accreditata è: Qualcuno afferma di essere più grande di Jesus Lennon. Evidentemente Lennon veniva attaccato dagli emuli già in vita. Eppure loro sono passati, lui no. La sua musica era semplicemente migliore”.
“Io in realtà non ne ho ascoltato molto”.
“Venga, le faccio sentire un pezzo rarissimo”.
“Ma veramente... non m'intendo molto di musica classica, sa...”
“Quando è buona musica, non è classica né moderna: è eterna. Sente?”
“Sento solo rumore”.
“Deve abituarsi un po'. Vede, in questo pezzo Lennon chiede all'ascoltatore di ascendere, di immaginare un luogo meraviglioso dove qualsiasi cosa è possibile”.
“Le parole dicono questo?”
“Le parole dicono: Portami laggiù, nella Città Paradisiaca, ove l'erba è verde e le fanciulle sono leggiadre”.
“Molto bello. Si è fatto tardi, devo andare”.

lunedì 12 aprile 2010

Il network trema

A Napoli il mese scorso si sono autoconvinti che ci sarebbe stato un terremoto. Lo avevano letto su facebook, lo avevano visto su youtube... Beh, si sbagliavano. Non si possono prevedere, i terremoti.


Le eruzioni, quelle sì. Ho una teoria #18, sull'Unità! Si commenta laggiù.

Quanti terremoti ci sono stati in Italia negli ultimi dodici mesi? Almeno undici percepiti senza strumenti. Dopo quello spaventoso dell'Aquila di un anno fa, a settembre la terra ha tremato di nuovo in Abruzzo; nello stesso mese scosse di magnitudo 4 si sono verificate nel Mugello, al largo di Cefalù e nelle Marche, dove c'è stato un nuovo sisma in gennaio. In dicembre c'erano state scosse in provincia di Perugia e nella zona Etnea, interessata da un altro sisma a inizio di aprile. Fin qui siamo a nove terremoti. E gli altri due?

Gli altri due hanno qualcosa di particolare. Non sono stati percepiti da alcun sismografo, eppure qualche danno lo hanno fatto: nessuna vittima, per fortuna, ma costituiscono un pericolo da non sottostimare. Sono i terremoti-bufala, che non si propagano attraverso la crosta terrestre, ma grazie ad annunci anonimi diffusi via sms o su internet (ma anche attraverso le chiacchiere da bar). La prima scossa-bufala viene avvertita dalla Protezione Civile marchigiana nell'ottobre scorso, quando il centralino comincia a ricevere chiamate di cittadini spaventati (soprattutto giovani) che chiedono informazioni su un terremoto “devastante” che avrebbe colpito il Piceno il 27 ottobre.

La voce incontrollata speculava sulla paura sperimentata durante la scossa del mese precedente; benché palesemente falsa (non è possibile prevedere una scossa, addirittura con giorni di preavviso) era curata nei dettagli: si parlava di “una scossa di magnitudo 5.4 sulla scala Richter davanti a Porto San Giorgio, con effetti nelle province di Fermo e Ascoli Piceno”. A conferire un'aura di scientificità, veniva evocato Giampaolo Giuliani, il controverso tecnico abruzzese che ha più volte dichiarato di aver messo a punto un metodo scientifico per prevedere i terremoti. Giuliani smentì immediatamente di aver previsto e di poter prevedere scosse così lontane dal raggio dei suoi strumenti. Il terremoto in effetti non ci fu, e la bufala svaporò. Soltanto un brutto scherzo?

La scossa-bufala colpisce di nuovo un mese fa, stavolta all'ombra del Vesuvio, e fa parlare i cronisti di psicosi collettiva. Ancora una volta viene diffusa una data precisa (il 12 marzo), anche attraverso un video su Youtube. Ancora una volta viene tirato in ballo Giuliani, che smentirà prontamente. L'Osservatorio Vesuviano, tempestato di telefonate, si affretta a pubblicare un messaggio per rassicurare la popolazione: troppo tardi. A Torre del Greco il 12 marzo alcune scuole restano deserte; a Ercolano si fa incetta di beni di prima necessità nei supermarket. 

Cosa c'è dietro a simili scosse “del quarto grado bufala”? Per Giuliani si tratta di un tentativo di gettare discredito sul suo lavoro. Per Paolo Attivissimo, giornalista e storico cacciatore di bufale su internet, dietro simili fenomeni di psicosi collettiva c'è la cattiva educazione scientifica degli italiani, “la cultura dell'antiscienza”, di cui almeno in parte è responsabile la televisione (“la gente viene imbottita di scemenze da trasmissioni che spacciano gli oroscopi per fatti assodati, raccontano di rapimenti alieni come se fossero realtà conclamata, blaterano di scie tossiche lasciate dagli aeroplani”). In effetti oggi l'italiano medio dispone di tecnologie (sms, internet, video) che gli consentono di essere raggiunto dagli allarmi più strampalati, ma non del senso critico necessario per metterli in discussione. Pare che nelle scuole vesuviane siano stati gli stessi insegnanti a diffondere l'allarme: proprio coloro che per primi dovrebbero sapere e spiegare che non si può prevedere la data di un terremoto (nemmeno volendo dar credito alle teorie di Giuliani, tuttora in attesa del vaglio della comunità scientifica). Del resto, in materia di terremoti, qualsiasi rivoluzionaria teoria sulla previsione a breve termine non otterrà mai i risultati di una reale cultura della prevenzione del rischio: quella che in Cile ha permesso che un terremoto centinaia di volte più intenso di quello di Haiti facesse seicento morti e non duecentomila. 

Il terremoto-bufala del 12 marzo però si può anche leggere come un inconsapevole, beffardo grido di allarme. Perché se è vero che i terremoti non si possono prevedere, a Napoli qualcosa di relativamente prevedibile c'è, ed è il Vesuvio, vulcano esplosivo attivo che gli esperti osservano con preoccupazione. Quando l'eruzione spettacolare del 1944 concluse una fase di attività tutto sommato regolare che datava dal Seicento, l'edilizia abusiva prese di mira il cono del vulcano. Ma nel sottosuolo il Vesuvio continua a covare i suoi vapori ardenti. Gli esperti non si azzardano a fornire date per una prossima eruzione, ma sono consapevoli di una cosa: evacuare i 550.000 abitanti della zona rossa sarà un incubo logistico senza precedenti. La statale 268, unica via di fuga per migliaia di residenti, è parzialmente ostruita dagli sversamenti di rifiuti delle discariche abusive. Di fronte a una così plateale negazione del pericolo, condivisa da cittadini e autorità (e cosche), la piccola scossa-bufala del 12 marzo è poca cosa. Ma potrebbe anche essere il primo sussulto di una coscienza collettiva: ancora pre-moderna, è vero, facilmente influenzabile e plagiabile, pronta all'isteria. Ma almeno adesso sappiamo che la terra trema: ce lo mostrano su youtube, ce lo ricordano via sms. Forse è preferibile l'allarmismo delle scosse-bufala all'ignavia di chi ha lasciato che i rifiuti si accumulassero sulla via di fuga. Passato il panico, forse nella coscienza di qualcuno resterà lo spazio per riflettere. Questa, almeno, è una teoria. 

giovedì 8 aprile 2010

= 5 bicchieri pieni

(Questo pezzo puzza un po'; in effetti doveva uscire lunedì. Mi scuso del disguido).

Elezioni: dieci motivi per essere contenti

È stata una settimana difficile. Migliaia di persone hanno riversato su blog e social network la rabbia e la rassegnazione per una sconfitta elettorale che stavolta non sembrava così scontata, e invece... Internet è anche questo: uno spazio dove sfogarsi. Ma prima o poi bisogna tirarsi su. Per questo motivo, invece delle solite teorie, vi offro qui sotto qualche motivo di essere contenti di come sono andate le elezioni. Avete letto bene: motivi per gioire, festeggiare, sperare. Quando ho cominciato a cercarle pensavo che ne avrei trovate soltanto due o tre... beh, ecco qui dieci bicchieri mezzi pieni per sbollire la rabbia. Insomma, poteva andare peggio.

1. Berlusconi crede di aver vinto: lasciamoglielo credere. In queste elezioni non rischiava molto: anche perdendo non avrebbe ceduto un grammo del suo potere; e gli sarebbero rimasti tre anni per prendere le misure e contrattaccare. Un Berlusconi ansioso, affamato di rivincita a tutti i costi, è l'avversario peggiore che ci si possa augurare. Non ci avrebbe risparmiato nessun colpo basso. Molto meglio un Berlusconi relativamente sereno, rilassato, sicuro di controllare ancora il gioco. Colpi bassi ne tirerà comunque: proibirà le intercettazioni, tratterà la Rai come un suo feudo, proverà a riscrivere la Costituzione. Ma se si illude per altri tre anni di avere il polso dell'italiano medio, forse è la volta che riesce a fregarsi con le sue mani.

2. Berlusconi non ha vinto. Il suo partito è in discesa libera ovunque, e questo provocherà degli scompensi nella maggioranza. Da padre-padrone del centrodestra, Berlusconi rischia di trasformarsi nell'ago di una bilancia precaria che deve reggere i leghisti al nord e i baroni del Pdl meridionale. Certo, un modo per continuare ad occupare le scena c'è: se lancia una grande riforma presidenziale, Fini e Bossi saranno costretti a portarlo ancora una volta sugli scudi. Ma poi si dovrebbe passare per il referendum, e la vittoria non è affatto scontata: l'astensione è sempre più alta, e anche tra quelli che sono andati alle urne, soltanto uno su quattro ha votato veramente per lui. A furia di trasformare ogni consultazione in un plebiscito su sé stesso, Berlusconi rischia di andare a sbattere contro un referendum vero.

3. La Lega dilaga in tutto il nord, penetra in Emilia, detta legge. Benissimo. Sarà sempre più difficile, per i leghisti, perpetuare la finzione del partito di lotta e di governo. Prima o poi i nodi vengono al pettine: il federalismo fiscale si farà o è solo uno slogan ripetuto all'infinito? Le città del nord sono diventate più sicure dopo l'istituzione del reato di clandestinità? Nove bambini stranieri per classe possono bastare, o i ghetti scolastici rimangono ghetti? Gli elettori della Lega erano stanchi dei vecchi partiti romani che promettevano e non mantenevano: ora a Roma il partito più vecchio è la Lega. In questi due anni ha riaperto le discariche del nord per i rifiuti di Napoli, e il portafogli per i debiti di Catania e Roma. La gente si fida ancora: si fiderà in eterno? Abbiamo tre anni di tempo per convincere i nostri vicini di casa leghisti che Bossi e compagnia sono una cricca di arruffapopoli ciarlieri e inconsistenti. Non sembra un'impresa così impossibile.

4. Il PD ha perso. Dispiace, ma davvero, forse è meglio così. Un risultato positivo avrebbe congelato l'apparato che resiste all'ombra di Bersani, suggerendo l'illusione che le cose stessero andando bene: ma non stanno andando bene, ed è bene che tutti al PD se ne rendano conto. Meglio una sconfitta di misura, che una vittoria di Pirro come nel 2005. Quella volta l'incredibile punteggio finale (12 regioni a 2 per il centrosinistra!) fece pensare a tutti che l'impero di Berlusconi stesse crollando sotto i colpi di una coalizione di dieci partiti. Questa sconfitta è più onesta: ci mostra dove sono i problemi e ci lascia tre anni per intervenire. Bersani ha trenta mesi per mostrare che il suo partito non vuole cambiar pagina solo a parole. Siccome altri test elettorali per lui non ci saranno, e questo è stato deludente, forse è il caso di pensare a un altro turno di primarie nel giro di due anni. Se avrà fatto un buon lavoro sarà riconfermato.

5. L'astensione è al massimo storico – sì, anche questo fa ben sperare. Significa che là fuori c'è tantissima gente che non crede né a Berlusconi né alla Lega. È quello il fronte da sfondare (non quell'ipotetico “centro” moderato che da anni ipnotizza tutti i leader). Gli astensionisti di oggi non daranno il loro voto di domani a un politico cauto e moderato: se qualcuno riuscirà a portarli nelle urne, saranno senz'altro volti nuovi, con una proposta forte. Abbiamo tre anni (facciamo due) per trovarli, e se non ci sono, inventarceli.

6. Qualcuno già c'è: per esempio, Vendola ha vinto di nuovo. Il candidato meno moderato in una delle regioni più a destra. Quella in Puglia è una vittoria più sua che del PD, ma a questo punto anche i più ottusi dei notabili democratici dovranno prendere atto che l'unico modello davvero vincente per adesso è il suo.

7. Ha perso Brunetta, Superuomo del Fare. Evidentemente anche il monopolio televisivo non è riuscito a vendere ai veneziani il quasi-premio-Nobel iperattivo, capace di combattere l'assenteismo statale durante la settimana e governare Venezia nel week end. Il ministro che più di tutti ha investito su un'immagine aggressiva, ringhiante, incassa una sconfitta che è prima di tutto mediatica. Con Brunetta potrebbe essere entrato in crisi un certo modo di farsi largo nella stampa e in tv, a furia di piccole riforme e grandi tagli annunciati come rivoluzioni epocali (sarà un caso che il ministro più votato, Mara Carfagna, è quello che parla di meno?)

8. Ah, e ha perso anche Castelli. Pur di tenerlo lontano, Lecco ha tradito la Lega per la prima volta in 17 anni. Forse a questo punto nella stanza dei bottoni si renderanno conto che non è questo gran comunicatore, e in tv manderanno qualcun altro, con immediate ricadute positive sul fegato di tanti telespettatori. Un altro piccolo grande motivo per stare allegri.

9. L'antiberlusconismo esiste, e tra IdV e Movimento 5 Stelle vale nove punti percentuali. Una fetta di elettorato importante, da non marginalizzare. Gli elettori antiberlusconiani non sono tutti giustizialisti manettari incantati dai proclami di Grillo. Molti di loro provengono da quel mondo di sinistra che non ha più rappresentanza parlamentare (postcomunisti e Verdi). Altri ancora arrivano dal mondo cattolico, altri sono ex astensionisti recuperati al gioco della democrazia. Per gran parte di loro il berlusconismo coincide con il malaffare e l'ingiustizia sociale, e faranno qualsiasi cosa per opporvisi. Se il PD non li emargina, e fa una scelta chiara di trasparenza, lo appoggeranno.

10. Invece una cosa che non esiste è l'UdC. Perlomeno, non esiste nessun motivo per stringere accordi con un partitino che ormai è un doppione. La Conferenza Episcopale ha fatto la sua scelta, appoggiando il PdL e chiedendo in cambio il blocco della Ru486. Ma i cattolici non sono quel blocco compatto che tanti credono. Ci sono quelli che pensano che la legge 194 vada bene così com'è; quelli sconvolti dalla copertura fornita dal Vaticano ai sacerdoti pedofili; quelli che pensano che il Vaticano debba prendersi le sue responsabilità, quelli favorevoli a un patto civile di solidarietà – in breve, ci sono ancora i cattolici progressisti, e il PD è il loro partito. Non c'è bisogno di ulteriori sbandate al centro per raccattare pittoreschi antiabortisti in cilicio. E questa è l'ultimo, ma non certo il più piccolo, dei dieci motivi che ho trovato per essere ottimisti. Coraggio. La situazione è eccellente.

martedì 6 aprile 2010

In bagno coi Maestri

L'educazione sessuale di Don Tinto, 1

(è un racconto d'invenzione. Ogni riferimento a cose, persone, situazioni, è puramente casuale e assolutamente non intenzionale. Non ho la minima idea della vita sessuale dei preti).

C'è da dire che la sessualità è un mistero – la nostra: figurati quella degli altri. Ognuno ha la sua storia e non ve la viene certo a dire. D'altro canto a chi interesserebbe. (A Kinsey interessava, ma gli sospesero i finanziamenti).
Del resto, giudicate voi. Per tutti i lunghi anni del seminario e dell'università, mai Don Tinto si era masturbato o ne aveva anche solo sentito l'urgenza. In questa che a voi lettori potrà sembrare una bizzarria statistica (ma quale statistica? ne esistono di attendibili?) e che i suoi coetanei avrebbero ritenuto una grave menomazione, sin dalla prima pubertà Don Tinto aveva creduto di scorgere un dono del Signore, un segno evidente della Sua chiamata. Pur sensibile alla bellezza dei corpi (anzi all'università aveva optato per l'indirizzo storico-artistico), Don Tinto sembrava riuscire a goderne a distanza, senza cadere nei turbamenti delle passioni carnali. Sporadicamente, è vero, in qualche sogno sperimentava un'estasi, una specie di trasporto – di cui al risveglio la biancheria recava tracce imbarazzanti. A sedici anni il confessore gli aveva spiegato di che si trattava, del retaggio dell'inevitabile debolezza della carne – ma non era peccato, tecnicamente. Non nella fase onirica. A meno che non avesse sognato... angeli? Vestiti? Maschi? Femmine? Proprio non riesci a rammentare, figliolo?
“Padre, non mi prenda in giro, ma...”
“Ci mancherebbe altro”.
“Mi sembrava di stare nell'assunzione del Correggio”.
“Un quadro, insomma”.
“Un affresco del Cinquecento. La basilica di Parma”.
“Ne so più o meno quanto prima. Mi dovresti spiegare se c'erano corpi o no, spogliati o no, e di che ses...”
“Angioletti, bambini, asessuati”.
“Ah. Mhm. Tre rosari alla Madonna della Neve”.
“Quindi ho peccato, Padre!”
“No. Però un rosario non può far male. Vai, figliolo, e non pec... non sognare troppo, eh?”

Centocinquantemilatrecentosettantadue rosari più tardi, Don Tinto (ora cappellano di buone speranze, in una grande parrocchia metropolitana) ebbe finalmente qualcosa di piccante da confessare al suo padre sprirituale.C'era una ragazza castana di dodici anni, nel coro, che non lo faceva dormire. Era forse il modo sfrontato e insieme dolcissimo con cui attaccava gli acuti. Don Tinto era stravolto. Non riusciva a pensare che a lei. Non che ci fosse molto da pensare; allora diciamo che non riusciva a pensare ad altro che non fosse il suo non riuscire a pensare che a lei, e chissà, forse in queste vertigini consiste l'amore? La pubertà, come si vede, stava arrivando in ritardo, tram sferragliante che rischiava di travolgerlo. Mai avrebbe toccato la fanciulla, mai, anche solo presa sottobraccio, o afferrata alle spalle per salvarla da uno strapiombo come gli era capitato una volta di sognare, ma quindi come avrebbe potuto accompagnarla nel pellegrinaggio a Roma con la classe dei cresimandi? Mentre ascoltava, il confessore censurò in sé stesso una certa torva soddisfazione. Il fatto è che se lo aspettava. Tutti quei sogni di apoteosi angeliche da qualche parte dovevano pure andare a parare, bastava aver letto Freud – e poi la carne è debole, Cristo Santo, anche quella dei vitelli da latte come Don Tinto. Fu brusco con lui, come si faceva ai vecchi tempi:
“Ti tocchi?”
“Eh?”
“Ti sto chiedendo se ti masturbi, figliolo”.
“Ma no, padre”.
“Allora forse è meglio cominciare”.
“Ma padre!”
“Che padre e padre. Senti un po'. Tu sei convinto di essere sul precipizio di chissà quale perdizione. E mi sta bene. Significa che dai ancora molto peso ai tuoi sentimenti”.
“Ma...”
“Io però ho sessant'anni ormai, confesso i seminaristi da trenta, e non hai idea di quante storie del genere ho già sentito. Per cui scusami se taglierò corto. Quanti anni hai?”
“Ventiquattro”.
“È tempo che cominci a masturbarti con regolarità”.
“Ma...”
“La sera dei giorni dispari, dopo compieta. Salta la domenica. Vedrai che la bimba ti sparirà dai sogni alla velocità della luce”.
“Ma io...”
“Non sai come si fa. Eh, beh, certo. Dio mio, tutto ti devo spiegare? Con la mano destra...”
“Padre, la meccanica più o meno la conosco”.
“Oh, meno male”.
“Ma non mi viene niente da pensare...”
“Hm. Dormi ancora in San Filippo, no? Hai accesso alla biblioteca di Don Bruno?”
“Padre, sì”.
“La pornografia è nel terzo stipetto a destra, la chiave è nel trofeo della corale del 1974. E adesso va'”.
“Padre, non mi assolve?”
“Peccati non ne hai fatti, per adesso. Adesso dovrai cominciare a farne di molto piccoli, con regolarità, in modo da evitare quelli grandi. Se tutto va bene arrivi alla mia età senza avere niente di veramente brutto di cui pentirti”.
“Speravo che non sarebbe mai successo”.
“Ma certo, perché avresti dovuto avere un corpo, come noialtri? Dei desideri? Un pisello, addirittura? Perché mai Nostro Signore avrebbe dovuto farti uomo come noi? Non avrebbe potuto farti angelo? Il peccato lo stai commettendo adesso. Ed è di superbia”.
“Ha ragione, Padre”.
“Ma che ragione e ragione. Ascolta. Per quanto ne so, tu sei un bravo ragazzo. Non toccheresti una bambina neppure se ti costringessero. Il solo fatto che tu sia venuto a raccontarmi questa storia... però potrei sbagliarmi. Mi sono sbagliato altre volte”.
“Sbagliato?”
“Su altre persone. Ma devi sapere una cosa. Mettiamo che un giorno ti succeda. Mettiamo che un giorno ti capiti veramente di toccare una bambina”.
“Dio non voglia...”
“Dio, sempre questo Dio. Dio ci lascia liberi. Tu verresti a dirmelo?”
“Penso di sì”.
“E io cosa dovrei fare?”
“Dovrebbe... non so, immagino che non mi assolverebbe”.
“Esatto”.
“E mi denuncerebbe alle autorità ecclesiastiche e... a quelle secolari”.
“Ai carabinieri, dici? No, questo no”.
“E perché no?”
“C'è una direttiva molto precisa a riguardo, figliolo. Se ti denuncio rischio la scomunica”.
“Dunque la Chiesa... mi proteggerebbe?”
“Ora pecchi di stupidità. La Chiesa non protegge te. La Chiesa protegge sé stessa. Se tu infangherai il tuo abito, la Chiesa si tiene il diritto di lavarlo in casa propria. Sappiamo lavare come chiunque altro, noi. Meglio di molti altri, devo dire. Ora sai che, se un giorno tu peccassi, puoi venire da noi, da me, sapendo che io non chiamerò i carabinieri. Ti prenderò a ceffoni, questo sì. Lungamente”.
“E giustamente”.
“Ti spezzerò tutta una serie di piccole ossicine tignose che conosco io. Farò quanto mi è possibile per farti trasferire nella parrocchia dell'Africa nera frequentata dai più sifilitici dei sodomiti, ma non ti denuncerò. È giusto che tu lo sappia. E adesso vai. Che giorno è oggi?”
“Mercoledì”.
“Giorno dispari, ottimo. Buona meditazione”.

Una tragicommedia, la prima 'meditazione' di Don Tinto. All'inizio l'impresa sembrava veramente disperata, i polverosi numeri di Le Ore ritrovati nello stipetto rivelandosi quanto mai inadatti alla bisogna. Queste signorine (così sconciamente lontane dall'oggetto dei miei desideri) sono ormai tutte nonne, pensava Don Tinto; tranne quelle che senz'altro sono già passate a miglior vita; ora io devo credere a un Dio misericordioso che avrà perdonato i loro vizi di gioventù e le avrà portate in cielo; dal quale cielo mi possono vedere mentre tento di eccitarmi con le immagini dei loro decrepiti peccati, ormai rimessi, eppure ancora in circolo. Preso da siffatti pensieri, Don Tinto era tanto lontano dall'erezione quanto lo siete voi, miei intristiti lettori, in questo esatto momento. E tuttavia il padre spirituale era stato molto chiaro; ed era uomo di provata saggezza, a cui Don Tinto avrebbe ciecamente obbidito anche se non glielo avesse imposto il voto, appunto, di obbedienza. Di fronte a Don Tinto si spalancava la voragine, non già del peccato (quello sembrava essersi stranamente ridimensionato) ma della conoscenza di sé: che uomo era, se non riusciva a peccare nemmeno volendo? È santo l'uomo che tra il bene e il male sceglie la prima strada; ma è santo proprio perché sceglie, non perché un qualche accidente di natura gli ha impedito l'accesso alla seconda. Quando alla fine il volume di Caravaggio dei Maestri del Colore riuscì dove le Ore avevano fallito, Don Tinto fu preso da uno disgusto di sé che mai nella sua vita aveva sperimentato. La sola idea di aver potuto nutrire pensieri per una ragazzina – lui? Era successo veramente? Erano solo fantasie, sogni, poi si sa com'è la vita nelle parrocchie, ci si annoia, si ingigantiscono le cose, ci si inventano peccati anche solo per avere qualcosa da confessare. Eppure, sotto tutto quel disgusto, covava una strana soddisfazione. Dunque anch'egli era un uomo, in grado di disperdere il suo seme come chiunque altro. Aveva potere sul suo corpo; un potere che non avrebbe mai esercitato, ma ora era suo. Non era più un ragazzo in balia dei sogni. Quarantotto ore dopo, la prima sensazione di disgusto era scemata; ma la soddisfazione per la conquista del suo corpo ruotava ancora lì, vorticosa intorno al suo cuore. Don Tinto non covava più nessun assurdo pensiero per la moretta del coro. Si era dimenticato del tutto di lei; ma non del solenne impegno preso col Padre. All'ora prestabilita di venerdì, detta compieta, rientrò in bagno coi Maestri del Colore. (Continua, con scene assai più esplicite).

giovedì 1 aprile 2010

Intermezzo


Il calcinculo dell'85

Ma chi l'ha poi detto che questo è un sito politico, che io debba scrivere le cose politiche, chi l'ha deciso. Musica. Adesso scrivo di musica.

Ho sentito l'ultimo pezzo dei Baustelle, l'album non ancora. Il pezzo mi entrerà in testa come tutti gli altri, persino Irene Grandi c'è riuscita, ma quella sensazione claustrofobica che mi fanno provare da qualche anno in qua le canzoni di Bianconi merita un'analisi. Mi sembra che stia giocando con la mia educazione musicale. Mi sveglio nella mia cameretta del 1996, con qualche oggetto fuori posto. C'è sempre qualche elemento diverso, questa volta il trombone, che è appena arrivato e sembra che sia sempre stato lì, con un po' di sforzo posso anche risalire alla fonte originale, ma il punto è, perché debbo fare questo sforzo? Sono prigioniero nella testa del compositore Bianconi? Bianconi è prigioniero nella mia? Non potremmo entrambi aprire le finestre, farci un giro, ascoltare musica diversa, i dervisci, la dodecafonia... quando ascolti Bianconi ti tornano in mente gli incubi degli ingegneri, quelli che dicono che essendo le note solo sette (una più una meno) tutte le canzoni saranno prima o poi scritte, e questo infallibilmente succederà, anzi è già successo, probabilmente nel 1966 (per questo le avanguardie erano ochei). Poi sarebbe ingiusto non notare come lo stesso Bianconi provi ogni volta a metterci qualcosa di diverso; però la sensazione, è quella degli stilisti che sfogliano vecchie riviste alla ricerca affannosa di qualcosa di 'nuovo', nel senso di qualcosa che nessuno si è ricordato di copiare da almeno dieci anni. Il video ribadisce l'idea: stavolta ci mette barattoli Campbell e telefoni rossi, l'altra volta erano poltrone di plastica, la prossima (tiro a indovinare) avremo fiat Centoventisette e tinelli marron. Il catalogo però ha i fogli sempre più sgualciti.

Detto questo non voglio cimentarmi nel tiro al Bianconi, sport fin troppo popolare. In fondo è uno dei pochi a cui il mestiere sta andando bene. Tira un disco ogni due anni, media notevole per i tempi, e alla gente piace; piace senza bisogno di andare in tv a fare la rivoluzione culturale o vantare le proprietà antidepressive di qualche droga pesante; è anche riuscito a trovare un'interprete popolare, ha già scritto un paio di canzoni degne entrambe di figurare a Sanremo senza essere brutte canzoni. Si deve chiedere qualcosa di più a un compositore di musica leggera? Perché Bianconi questo è, anche se forse a noi piace ricordarcelo giovane virgulto indie, ma è stato una vita fa. La musica, almeno questo tipo di musica, è una disciplina intuitiva, in cui le tue cartucce migliori le spari da giovane. In seguito, la fine va da sé (è inevitabilè). Se hai fatto abbastanza soldi campi di rendita; sennò amen, ti trovi un altro mestiere. Questo pone un grosso problema agli artisti italiani, che per arrivare al mainstream devono farsi gavette decennali. Come i Baustelle: sono in giro già da sedici anni. Tanto per il gusto del paragone assurdo: i Beatles sono durati la metà. I Rolling Stones il doppio, ma dopo sedici anni erano già all'autoparodia. Persino Bacharach ha scritto tutto quel che doveva scrivere in dieci anni. È un fuoco accecante ed effimero, la musica leggera. D'altro canto, con un po' d'impegno e molta fortuna, si può rimanere aggrappati a quei due o tre bei dischi che hai fatto quando non ti conoscevano in molti, e trasformare le tue intuizioni giovanili in mestiere. Si tratta di ricombinare le idee che hai già avuto, magari rendendole più dirette, più appetibili, ora che hai capito più i gusti del grande pubblico e hai bisogno di soldi per il mutuo. Io non ce l'ho coi mestieranti. Mi fanno una grandissima malinconia gli artisti che dopo dieci, quindici anni di tentativi (spesso ottimi) appendono gli strumenti al chiodo e si rassegnano alla vita. Per esempio, ho sentito che si sarebbero sciolti i Settlefish: mi dispiace. Me li ricordo mentre salgono sulla torre degli asinelli cantando, e quando arrivano in cima i turisti non applaudono: ecco, l'arte è questa qui, regalar canzoni senza avere in cambio nemmeno un grazie. Ma quanto si può vivere così? Dieci anni, quindici probabilmente sono il massimo. Poi, se decidi di restare in circolazione, la tua arte devi trasformarla in mestiere. E non c'è niente di male, sul serio, è inevitabile rifriggere la stessa canzone ogni due anni; le note sono sette, fuori c'è un pubblico che paga esattamente per quel tipo di cose, aggiungi il mutuo, la famiglia... sentite come sto invecchiando mentre faccio queste considerazioni? Mi cadono i capelli, tutti, tra le fessure della tastiera.

Perché in tutto questo rischio di dimenticarmi che comunque stiamo parlando di musica leggera, roba da ragazzini, e quindi al massimo il problema sono io, che tutte le melodie di Bianconi le ho già sentite ricombinate in un modo lievemente diverso per il semplice motivo che ho passato troppa vita a orecchiare melodie; per il solito motivo che alla mia età ormai dovrei dedicarmi a cose più serie, la dodecafonia appunto, o risolvere l'enigma finale dell'Arte della Fuga; ma là fuori ci sono i ragazzini, che il trombone suonato in quel certo modo non l'hanno mai sentito e d'ora in poi lo considereranno una cosa da Baustelle, mentre invece le parole tristi al pianoforte sono cosa da Morgan. E ne hanno il diritto. Di trovare originale Lady Gaga, che, discorso immagine a parte, non tira fuori niente che non si potesse già sentire su un calcinculo nel 1985, ma vuoi negare a qualcuno il diritto di salire sul turbinante calcinculo del 1985? O di farsi stantuffare dallo stallone negro Jimi Hendrix? No, aspettate, spiego.

È successo la scorsa settimana che mi sono arrabbiato molto, probabilmente troppo, per una copertina di Rolling Stone che prendeva uno dei chitarristi più innovativi e geniali del secolo scorso, James Marshall Hendrix detto Jimi, e lo sbatteva in faccia al lettore così: altro che chitarra, la sua vera arma l'aveva tra le gambe. Un'immagine che, analizzata, rivela un 43% di sessismo, un 29% di razzismo, un 26% di trasgrescio cazzara, tracce sparse di necrofilia, passione per la musica non pervenuta. Qualche anno fa sarei divampato direttamente qui, fortuna che adesso ci sono i social network per sbollire. E allora i seguaci su friendfeed mi hanno detto tante cose, per esempio che non devo giudicare una rivista dalla copertina (la rivista no, ma la copertina da cosa dovrei giudicarla se non dalla copertina?) Oppure: cosa vuoi, in fondo è Rolling Stone, mica una rivista di musica... e parlando di lifestyle, in fondo Jimi Hendrix era anche quello: un pisello nero in libertà in un mondo ancora in mano ai bianchi. Può darsi, ma questa storia del lifestyle non mi convince.

Continuiamo a sfogliare il passato come una rivista da cui rubare idee, di solito immagini – in effetti ce ne sono di fantastiche, ma poi le mettiamo indosso ai nostri fantasmi. Il sesso interrazziale è un argomento attuale, adesso, qui, che giustamente fa vendere copie: (il numero contiene servizi sul turismo sessuale al femminile, esperienze interraziali ecc.), però bisogna per forza nobilitarle schiaffandoci sopra un nume tutelare del passato, un pisello della Storia del rock. Non facciamo che deformare la Storia, adeguandola alle nostre ansie 2010 (prestazioni, dimensioni, mercato, tutte cose che quarant'anni fa erano per forza diverse). A quel punto il passato ti si sgualcisce in mano, la famosa Storia del famoso Rock diventa una galleria di vip strafatti o sessuomani, più o meno il canone di metà anni Settanta che in teoria il punk avrebbe spazzato via. Ma probabilmente a RS sono convinti che il punk sia soltanto un'altra generazione di vip strafatti; che il “Rock” in genere consista in una genealogia di vip strafatti per l'invidia dei discepoli, e a quel punto, davvero, si arriva a Berlusconi rockstar: chi più vip strafatto e puttaniere di lui? Se ci alleniamo a invidiare Bowie o Jagger, come facciamo a non invidiare anche lui? Ma a pensarci bene anche Leonida Breznev, quando faceva chiudere al traffico la Prospettiva di Leningrado per cercare di ammazzarsi guidando auto occidentali ad altissima velocità, era molto rock'n'roll, fateci una copertina. Detto questo, insomma, perché prendersela tanto, hanno ragione, non è mica musica, è Rolling Stone. Ma infatti. Non sapevo neanch'io perché me la stavo prendendo tanto. Poi domenica c'era il sole, ho fatto un giro a Bologna, e ho capito.

Ecco, è molto semplice: in un pacco costipato nei jeans voi ci vedete la leggenda del rock, io ci vedo Beppe Maniglia. Questo chiude ogni discussione.
(Si paga a duro prezzo, l'educazione bolognese, è un mutuo a vita).