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sabato 31 luglio 2010

Con calma, Gianfranco

venerdì 30 luglio 2010

Ilvo Punk

Così Fini fece buon viso a cattivo gioco. E divenne, a sua volta, socio fondatore del PdL. Per trasformarsi, presto, in un critico implacabile. Secondo Berlusconi: un capo corrente. E nel PdL le correnti non sono previste. A Berlusconi non piacciono. Anzi non le sopporta. D'altronde, non gli piace - e non sopporta - neppure Fini. Lo ha ripetuto molte volte, negli ultimi giorni. Senza troppa cautela.

La sintassi di Ilvo Diamanti

Spezzata. Franta. In tante frasette minuscole. Legate dal senso. Ma divise. Dal punto fermo. Onnipresente. Connettore e divisore. Un ceffone al lettore. Ehi lettore. Ciaf! Stai attento. Ciaf! Sto dicendo cose importanti. Ciaf! La sintassi. Di Ilvo Diamanti. Una gragnuola di ceffoni.
Mi piace.

La ammiro. Lo ammiro. Ha fegato. Che ci vuole per cominciare le frasi con un pronome relativo. O con una congiunzione. Per proseguire con una preposizione. Altri ci provano. Lo imitano. Mettono un punto. Poi scrivono “che”. E provano un brivido. Il brivido della libertà. Ma poi si pentono. Prima di pubblicare. Si correggono. È più forte di loro. Hanno paura. Del direttore. Che alle vecchie regole ci tiene. Dei colleghi. Maligni. O dei lettori. È pieno di maestre in pensione. Che non hanno altro da fare. Nella vita. Che protestare. Per la sintassi troppo sbarazzina. Ci vuole coraggio. Il coraggio di Ilvo.

In un'Italia ancora malgrado tutto convinta che scrivere bene consista nell'inanellare subordinate su subordinate in rapporti sempre più complessi e inestricabili – appesantiti, ogni tanto, da qualche inciso ridondante – un'Italia barocca che dietro al carrozzone sintattico seicentesco nasconde un'inveterata tendenza all'anacoluto liberatorio, sicché dopo avere affastellato venticinque proposizioni tutte dipendenti tra loro uno non ricorda più bene quale fosse la principale su cui era basato tutto il castello, e manda tutto all'aria col fare di colui che in fondo la sintassi la saprebbe padroneggiare benissimo, ma oggi ha meglio da fare (laddove viceversa non ha assolutamente niente di meglio da fare, e semplicemente non sa manovrare la sua lingua natale, figurarsi le altre che in teoria qualcuno avrebbe dovuto insegnargli, vive o morte che fossero), in quest'Italia di prosatori prolissi, gaddiani della domenica pomeriggio, arbasini in congedo, l'esempio di Ilvo ci mostra una nuova via. Coraggiosa. Una rottura. Col passato. E col presente. E il futuro. No future. Il Punk. Non è morto. È Ilvo. Il punk. Della sintassi italiana. Ilvo Rotten. Ti rulla di ceffoni. Ilvo Céline.

I ragazzini. A cui insegno. Vorrei lo imitassero. Una volta portavo il giornale in classe. Poi la Repubblica cessò le copie omaggio. La crisi. Comunque finché c'era glielo leggevo. Sentite? Dicevo. È semplice. Si può scrivere così. Frasi brevi. Una dopo l'altra. Non è uno stupido. Insegna all'università. Guadagna il decuplo di me. Scrive frasi più brevi delle vostre. Si può fare.

Col tempo poi magari vi allungherete. Comincerete ad attaccare una frase con l'altra, imparerete i segreti della coordinazione. E con un altro po' di tempo, e molta pazienza, dalla coordinazione passerete alla subordinazione, che è difficile, sì; ma la vera difficoltà sta nel non abusarne. Ma una frasetta breve alla Diamanti, ogni tanto, continuerete a infilarla. Un ceffone. Ogni tanto. Fa bene. Al lettore. Che dorme. Sempre. Dovete pensare al lettore come a vostro padre. Sul divano. Alle ventitré. Non vi ascolta. Per più di tre righe. Dovete scoppiargli in faccia, periodicamente. Ma non a ritmo regolare. Sennò si abitua. Cullatelo finché non vedete che gli sta per calare la palpebra e poi ciaf! Lettore! È di te che si parla! Stronzo! No, non dico le parolacce ai ragazzini, le sto dicendo a te adesso! Io lo so come fai. Scorri la riga e pensi ai fatti tuoi. Sbagliato. Ilvo. Non. Te. Lo. Consente.

Invece questi qui arrivano su dalle elementari che scrivono frasi lunghissime ma il loro concetto di frase lunghissima è fatta di tante frasi semplici alla Diamanti ma collegate tra loro da congiunzioni ma sono quasi sempre le stesse congiunzioni ma io gli dico ma mettete punto piuttosto ma loro no ma io gli dico ma che male c'è ma è solo un punto fermo ma non vi fa mica niente, e poi ogni tanto si potrebbe mettere anche qualche virgola, che ne dite, ma non c'è verso ma davvero qual è il problema delle maestre elementari col punto fermo ma che male vi fa ma siete tutte joyciane ma forse avete paura che la punta della bic trapassi il foglio che si pungano che vadano in coma come la Rosaspina nella fiaba ma su ma dai, ma almeno il punto alla fine della frase le maestre ve l'avranno tramandato, ma no neanche quello

mercoledì 28 luglio 2010

Il fantasma della Disco

Non si esce vivi

È difficile spiegare a chi non ne guarda. Se scrivo che la tv italiana in chiaro sta facendo schifo, voi penserete vabbè, sai la notizia. Cane morde uomo. Ecco, no. La tv italiana sta facendo molto più schifo del solito. Chihuahua sdentato morde Tyson, una cosa del genere, vi dico che la notizia c'è.

Ma è difficile da tirar fuori perché non è uno schifo eclatante, non sono nati nuovi format schifosi, come all'inizio del decennio scorso. Diciamo che i format di dieci anni fa sono stati lasciati a decomporsi, e intorno... non sta succedendo niente. Mancano idee, anche orribili. Ma a volte si ha proprio la sensazione che manchino le persone; la scorsa settimana hanno mostrato la puntata sbagliata di Lost perché nessuno l'aveva pre-visionata. E poi manca il mercato. MTV ha chiuso TRL per quattro mesi. Da gennaio ad aprile, niente TRL. Come se i bimbominchia di colpo non esistessero più, e purtroppo in un certo senso è vero: consumano così poco che non conviene più fare un programma per loro. Già l'offerta degli anni scorsi era quel che era, ci eravamo ridotti a importare rockstar di quarta categoria dalla Repubblica Federale Tedesca, però alle ragazzine comunque andava bene. Sono commoventi in fondo le ragazzine, perché se dai loro Chopin si strusceranno su Chopin, ma se dai loro letame di cammello saranno egualmente entusiaste; il problema è che non conviene nemmeno più raccogliere un po' di letame di cammello: evidentemente non si vendono abbastanza cd e suonerie da convincere MTV a montare il carrozzone. È più triste di quel che sembra.

La cosa diventa eclatante in estate – anche qui, mi direte: ma l'estate non esiste. L'estate della tv in chiaro è una replica di un carosello di repliche di caroselli. Ecco, quest'anno riescono a essere scadenti anche le repliche. Sempre Rai2, che nei mesi scorsi era una heavy rotation di vecchi episodi di NCIS o Criminal minds, in luglio ha finito il fondo del barile e fino a qualche giorno fa programmava Love Boat - adesso è passata agli scarti di magazzino tedeschi. E Un posto al sole estate, dov'è finito? Io lo odiavo di un odio etnico e totalitario, ma era comunque una cosa fatta in Italia, da attori italiani, concepita per l'estate italiana – via, spazzata via.

Perché non è vero che l'estate tv non esistesse, una volta. Almeno fino a luglio qualche cosa c'era, faceva schifo ma c'era. Per esempio Lucignolo, che era tutt'uno con l'estate. Si poteva amare od odiare (io ho varie volte maledetto i suoi autori fino alla settima generazione) ma aveva un suo pubblico, un suo senso. Non c'è più. Ma il pubblico c'è ancora. È questo che ti fa pensare alla crisi. La gente un rotocalco alla Lucignolo se lo vedrebbe ancora, ma si vede che scriverlo e realizzarlo costerebbe già troppo. Al suo posto c'è I mitici anni '80 con Sabrina Salerno. La sovrapposizione è abbastanza chiara: addirittura nelle edicole c'è il calendario dei Mitici Anni '80, con le tipe vestite alla Drive In.

Sui Mitici anni '80 molte cose sono state già scritte: è orribile, forse è la cosa più orribile mai programmata in chiaro, è una riscrittura della nostra storia attraverso le lenti berlusconiane, è l'inno alla berlusconizzazione, ok, tutto vero. Io aggiungo una cosa che mi sembra importante. È un programma poverissimo. In estate è normale fare i programmi con gli scarti, ma qui l'impressione è che siano finiti anche gli scarti commestibili.

Del resto, giudicate voi. Il programma che dovrebbe inneggiare all'edonismo di quel decennio meraviglioso è presentato da una tizia che balla sola in una discoteca buia e vuota. Qualcuno ha avuto l'idea non stupida di vestirla di placche rifrangenti, trasformandola in una palla-che-pende-dal-soffitto-della-disco umana: in pratica una scenografia vivente, che costa molto meno di una scenografia vera. È quel tipo di creatività che nasce nelle privazioni.

La tizia ha un bel da ballare: l'impressione è che se ne siano andati tutti, e da molto. È rimasta lei, che è pur sempre Sabrina Salerno: come si fa a non volerle un po' di bene. Si è mantenuta in forma, ma non importa, rimane imprigionata in un contesto sepolcrale, come una protesi di silicone rimasta intatta in un cadavere in putrefazione.

Mente balla legge il gobbo (e le viene il fiatone). Sul gobbo qualcuno ha scritto cose che Sabrina Salerno di sua sponte non direbbe mai (noi abbiamo la stupida pretesa di conoscerla, Sabrina Salerno). In sostanza tutte le sue frasi sono costituite su questa struttura:

'Negli anni Settanta facevamo cose tristi, poi sono arrivati gli anni Ottanta e ci divertivamo'.

Ad esempio: 'Negli anni Settanta c'era il terrorismo, poi sono arrivati gli anni Ottanta e guardavamo il Drive In'. E va bene. 'Negli anni Settanta c'erano le femministe che rifiutavano di depilarsi, poi negli anni Ottanta sono arrivate le tette'. Fin qui ci siamo. Ma dopo un po' il campionario di cose tristi dei Settanta e di divertimenti degli Ottanta comincia a mostrare la corda. A un certo punto Sabrina Salerno, per ribadire la tristezza dei Settanta, dice: “leggevamo i Quaderni Piacentini”. E il mondo implode. Ma voi ci pensate, che c'è al mondo una persona che si ricorda ancora dei Quaderni Piacentini e che scrive i testi dei Mitici Anni Ottanta? E che persona è? Quanto deve odiare sé stesso e l'umanità? Diventa inevitabile imbastirci un romanzo, lui che ama lei, lei che gli chiede di restare a casa per farle un sunto di un saggio di Fofi sulla questione operaia e nel frattempo si tromba il migliore amico sulla spiaggia, lui che brucia le annate dei Quaderni con i dischi degli Stormy Six e promette di vendicarsi sull'intero genere umano...

Seguono filmati. Non è tutta roba vecchia, ma il repertorio almeno non dovrebbe essere scadente, no? Se puoi pescare da migliaia di ore di girato, pescherai cose buone? Ma a Italia1 è come se fossero rimasti al Betamax. Soprattutto i filmati Rai, sono sgranati come i super8 del matrimonio di papà. Adesso sì che gli anni Ottanta sembrano lontani, a un passo dallo smagnetizzarsi, dal dissolversi in un indistinto sgranato. La gente era felice a quel tempo, adesso c'è Sabrina che ce ne parla in una stanza vuota. La tv italiana in chiaro ultimamente fa paura. Sono lunghissime nozze coi fichi secchi. C'è una frugalità da dopoguerra in Europa dell'Est, salvo che i programmi bulgari o cecoslovacchi, per quanto poveri, non smettevano probabilmente mai di incitare i telespettatori alla speranza nel futuro, nel radioso sole dell'avvenire. Sabrina Salerno no, lei non ci parla di futuro, ma solo di quanto eravamo felici nel passato, delle tette e dei culi che non ci sono più. Balla da sola in un posto buio, ansima, sorride, e non riesce a uscire.

lunedì 26 luglio 2010

Le catene dell'infamia

Stavolta è sul serio.
Stavolta, se passa la legge, siamo fregati. Tutti.
Anche voi, sissignore.
Blog di gattini, tremate. (Ho una teoria #33, sull'Unita.it, si commenta qui).

venerdì 23 luglio 2010

La libera impresa è fichissima

Lo Stato Liberale

Nel senso che ti cresce con molta libertà. Ma non ti fa mai mancare niente. Ti ho mai fatto mancare niente?

Tesoro, ti vedo un po' patito, ma mangi?
Dai, prendi ancora un po' di questi contributi alle rottamazioni. Senti, mi han detto che a Termini o Pomigliano ci sono sacche di manodopera a basso costo molto saporite, cosa ne pensi? Se vuoi ti pago il viaggio. Ma sì, anche un po' degli stabilimenti, sei uno di famiglia, non te lo devi dimenticare mai. Sì. Adesso però scusami che io Stato ho da fare, devo bombardare Belgrado per una serie di circostanze controverse.

***

Mi hanno detto che ti ha mollato la GM. Quella lì non ti meritava, sai, io l'ho sempre detto. Ti sei fatto dare una congrua buonuscita, almeno? Bravo. Adesso sai cosa facciamo? Torni a casa da mamma che ti prepara il tuo piatto preferito, una bella scofanata di incentivi, che lo so che ti piacciono tanto.
Manda giù, manda giù, bravo, bravo. Cocco di mamma.
Ah, senti, volevo dirti una cosa. Stacci un po' attento, con quelle polacche.
Non credere, non siamo mica bacchettoni noi, però... quelle sembra che non pretendano niente, all'inizio, ma poi...

***

E così è deciso, te ne vai a Belgrado. Eh, beh, è chiaro che lì ti danno tutto quel che vuoi per un pezzo di pane, hanno ancora gli stabilimenti bombardati... Ma no, figurati, è giusto così. E' solo che... sembra ieri che muovevi i primi passettini, mi ricordo il Lingotto, Mirafiori... e adesso te ne vai libero per il mondo. Ma è giusto così, largo ai giovani, benvenuti nel duemila e tutto il resto. Cosa dici?

Vuoi che ti compri la tua nuova macchinina?
Tesoro, ormai sei grande, pensavo che avessi capito.
Sei tanto bello e bravo, ma con le macchinine non ci hai mai saputo fare. Te le compravo perché mi facevi compassione, adesso cerca di farne ai polacchi e ai serbi, perché io qui ho già i miei problemi. Largo ai giovani, dai.
Adesso se non ti spiace, sto cambiando badante, devo fare un'audition a una giovane domenicana che mi pare molto... Ma mi vuoi mollare il braccio o no?

giovedì 22 luglio 2010

Gli esami (non iniziano mai)

La società dei praticoni

Avrete sentito dire che il Ministero vuole retribuire noi insegnanti in base al merito. Giusto, no? Mmm.

Siccome comunque soldi in più non ce ne sono, il sospetto è che si tratti di mascherare un taglio: invece di ammettere che ci hanno bloccato la paga, diranno che l'hanno aumentata ai più meritevoli, che ovviamente saranno pochi. Ma lasciamo stare. Fingiamo che a porsi il problema non sia questo ministro e questo governo. È giusto pensare di premiare il merito? Secondo me sì. Il problema è come capire quali siano gli insegnanti meritevoli.

Per molti anni si è voluto pensare che il merito c'entrasse con l'esperienza: quindi gli insegnanti maturavano (e maturano) scatti di anzianità. Più uno è anziano, più conosce il mestiere. In fondo è la naturale conseguenza di un certo modo di considerare la pedagogia in Italia. Ovvero, di non considerarla. All'università non si insegna. Poi ci si stupisce che i neolaureati non siano bravi insegnanti, per cui si organizzano corsi post-universitari propedeutici all'insegnamento in cui... non si insegna pedagogia. L'idea è che il neo-prof debba sbarcare nella classe come un alieno sulla terra, senza nulla sapere dei processi di apprendimento dei suoi studenti, e commettere nei primi anni una caterva impressionante di errori che faranno poi di lui, in seguito, con la pratica, un bravo insegnante. Se resiste. Selezione naturale. Di conseguenza, più uno resiste più uno è bravo. Il bravo maestro in Italia è il maestro praticone. Ha un senso.

Però è anche vero che l'esperienza non è tutto. Soprattutto quella che ti fai dai 55 anni in poi: per quanto l'accumuli, il tempo per metterla a frutto si assottiglia sempre più. E comunque c'è gente che arriva incompetente alla pensione, non è vero? Scommetto che ne conoscete tutti qualcuno. Quindi gli scatti di anzianità non vanno bene. Che fare? Il Ministero ci valuterà in base alle prove Invalsi.

Un test a crocette? Vabbe', meglio che niente – no, aspettate. Non somministreranno un questionario a noi. Lo somministreranno ai nostri studenti. All'inizio e alla fine dell'anno. E dalla differenza dei risultati il Ministero capirà se siamo stati bravi. Bravi a fare cosa? A truccare i risultati delle prove Invalsi, per esempio. Persino negli USA, se vincoli lo stipendio di un insegnante ai risultati dei suoi studenti, il risultato che ottieni è una quantità impressionante di insegnanti disonesti. Oddio, disonesti... voi non suggerireste una risposta a uno studente in difficoltà? Neanche se si mette a piangere? Complimenti, siete proprio tosti. Ma neanche se vi tolgono soldi dalla busta paga? Ecco, vedete.

Quindi trufferemo. Perché non dovremmo farlo? Perché siamo i buoni, gli onesti? Non sta scritto da nessuna parte. Oltre a non aver studiato pedagogia, non abbiamo nemmeno frequentato seminari di etica. Da nessuna parte prima di assumerci ci hanno chiesto se abbiamo un forte senso dello Stato e delle istituzioni. Alcuni lo avranno, altri no. Siamo insegnanti, teniamo alla pagnotta come tutti quanti. E in più c'è un altro problema.

Noi le odiamo, le prove Invalsi.
Questo odio, in parte, è giustificato. Qui ho cercato di spiegare il perché: distribuire test a pallini senza fornire le scuole di lettori ottici, significa pretendere che gli insegnanti italiani (età media 55) si trasformino per 12 ore in scanner umani. Ma ho il sospetto che ci sia di più.

Noi odiamo le prove Invalsi in quanto prove. Verifiche.
E a noi le verifiche non piacciono. Siamo convinti che non servano a nulla, con la loro finta oggettività. E infatti gli studenti bravi (quelli che noi abbiamo sempre considerato bravi) a volte le sbagliano. Allora diciamo che si sono emozionati. Invece quelli che non valgono un granché (abbiamo sempre pensato che non valessero un granché) magari le fanno bene. Avranno copiato. Da chi non si sa, visto che i più bravi han sbagliato tutto. Però è impossibile che abbiano capito qualcosa di più degli altri. Come facciamo a saperlo?

Beh, ma è ovvio, li conosciamo. È da anni che stiamo nella stessa aula, sappiamo come si vestono, con chi chiacchierano nel corridoio, cosa ci dicono dietro le spalle – tutto questo significa conoscerli bene.

E poi qualche volta li interroghiamo, e non rispondono come vogliamo. Su questo si basa la scuola italiana: sull'Interrogazione. Un insegnante “che ti conosce” ti fa certe domande e ti valuta per le risposte. È sempre andata così, e funziona bene, no?

No. Non funziona bene per niente. Ma se lo dici rischi di passare per un amico della Gelmini, uno scanner umano. Oltre a saper poco di pedagogia e di etica delle istituzioni, gli insegnanti italiani sono convinti che la valutazione sia un affare del tutto soggettivo. Solo l'insegnante “che ti conosce” può giudicarti. Test a crocette? Non funzioneranno mai. Commissario esterno? Vade retro. In realtà bisognerebbe abolirli proprio, gli esami, perché i ragazzi si emozionano e non danno il loro meglio.

Un mese fa Massimo Gramellini (via Ludik) raccontò la storia (che davvero, sembra inventata), del prof che falsificava la versione di latino agli esami, con tanto di errori commessi appositamente per gli studenti meno meritevoli. Ancor più impressionante della parabola è la reazione dei commentatori. Molti di loro esaltano il prof truffatore come esempio di buon insegnante, che premia i ragazzi perché li conosce davvero, e combatte la sua lotta segreta contro le meccaniche spietate del sistema educativo, i cosiddetti 'esami'. Sono tutti convinti che il prof distribuisse le soluzioni per combattere contro il fattore emotivo. A nessuno viene in mente un'altra semplicissima ipotesi: che quel prof avesse paura. Paura di cosa? Degli esami, anche lui.

Paura di non risultare davvero un buon maestro, malgrado l'esperienza e il rispetto che aveva accumulato. Paura di non esser riuscito a ottenere risultati concreti. E quindi costretto a falsificarli. C'è sempre un nobile motivo per farlo. L'emotività. Dobbiamo combattere l'emotività. E poi in estate fa caldo, come si può pretendere che i nostri studenti traducano Seneca col caldo? Ma io li conosco, li ho visti su Seneca in inverno, garantisco che eran bravi. Del resto gliel'ho spiegato io, che sono un bravo insegnante. Chi ha deciso che sono un bravo insegnante? Ma i miei studenti, i colleghi, i genitori, tutti ne sono convinti...

Il paradosso della scuola italiana è tutto qui: chi ci lavora non crede negli esami. Sono soltanto ostacoli. Se la Gelmini ce ne mette uno in più, faremo il possibile per aggirarlo.

martedì 20 luglio 2010

La Marescialla

Uno a zero per te

Ho pensato spesso alla Marescialla in questi ultimi anni; molto più di quanto lei si meritasse.

Quando cominciai a mettere da parte le Dieci Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare, la immaginavo sul podio, forse al primo posto: forse tutta la commedia della classifica era soltanto una morbosa strategia elaborata dalla mia mente per rimetterla sotto i riflettori, lei che c'era stata per così poco.

Poi il buon senso ha preso il sopravvento: in un qualche modo devo essermi reso conto che la Marescialla è un'ossessione soltanto mia; a un certo punto ho voluto accorgermi che in senso tecnico la sua telefonata non è un'intercettazione. Durante i fatti del g8 la questura di Genova stava registrando le comunicazioni tra agenti e centrale operativa. Immagino sia la prassi. Il fatto è che in quei giorni le forze dell'ordine distruggevano le documentazioni fotografiche e filmate; addirittura irruppero nella scuola Pertini e si portarono via i server del Genoa Social Forum. La volontà di riscrivere la storia di quei giorni sembrava evidente. E allora perché non hanno cancellato i nastri della centrale operativa? Perché hanno lasciato che gli avvocati delle vittime acquisissero le comunicazioni dove si attestavano le violenze della polizia, e soprattutto il caos in cui stava operando? Un sussulto di trasparenza, o un altro caso di disorganizzazione? O ancora il risultato di una lotta tra bande, per cui si erano lasciate filtrare soltanto certe comunicazioni, e altre no... non lo sapremo mai, accontentiamoci di quel che abbiamo. La Marescialla, intrappolata nella sua registrazione come un insetto nell'ambra. Un insetto che ride, scherza, esulta per la morte di un ragazzo (ma anche l'esultanza in fondo è parte dello scherzo).

Di lei non sappiamo nient'altro. A Genova ci abitava, il che le impediva di godersi appieno l'esperienza. Temeva (non a torto) che le sfasciassero la macchina. Non era una violenta, non sentiva l'odore della sfida che in quei giorni impregnava le strade. Era contentissima di trovare riparo dietro le "montagne enormi" del Reparto Mobile di Napoli, gente che per calpestare le zecche era venuta da lontano, magari aveva fatto domanda. Lei invece se le era semplicemente trovate sottocasa e sperava che morissero tutte: vasto programma, ma all'alba di sabato poteva trovare promettente il fatto che ne avessero ammazzata già una. Uno a zero per noi, yeh!

Uno a zero per noi, yeh.

Quand'è che l'ascolto di una conversazione più o meno privata, divulgata via internet o tv, si trasforma in compulsione morbosa? Nel mio caso ha a che fare col lettore mp3, con l'idea di infilare una telefonata in un lettore, e poi, a distanza di mesi e di anni, mentre si è in tutt'altre faccende affaccendati, in coda a un semaforo o in palestra, ritrovarsi a tu per tu con la Marescialla che ripete: Uno a zero per noi, yeh. Amica, amica. Speriamo che muoiano tutti. Maledette zecche del cazzo. È l'odio che mi ha lasciato un promemoria, perché mi conosce, sa che sono pigro in tutte le passioni, compreso il rancore: incapace di odiare tanto a lungo, e invece dovrei. A Genova avrei potuto perdere un occhio, o un dente, o un naso: ad altri è successo, che non erano molto più incoscienti di me. Poteva succedermi, e la Marescialla ne avrebbe riso.

Ciao Marescialla. Mi chiedo a volte dove sei in questo momento. Non che abbia la minima importanza. In questi nove anni sarai cresciuta anche tu, come tutti noi (meno uno). Avrai avuto le tue gioie e i tuoi dolori, facile che abbia messo su famiglia, magari proprio con Nicoula. Nel 2007, riascoltando la tua voce su internet, avrai probabilmente avuto pena di te stessa. Non ti sarai voluta riconoscere in quell'allegria, quel sorriso congelato nell'ambra, una smorfia che non ti rappresenta. Tu non sei più così, ormai è come se non lo fossi mai stata. Siamo tutti migliori di come ci intercettano. Ti sarai sentita presa di mira, esposta alla rabbia di milioni di zecche, non più coperta dall'ala protettiva del Repartomobbile, tu che in fondo stavi soltanto dicendo belinate a un collega, come se ne dicono in tutti gli ambienti di lavoro.

Ciao Marescialla, da una zecca del tempo che fu. Uno che non avrebbe mai sfasciato la macchina a nessuno - prima di averti ascoltato: dopo, due bottarelle al tuo cofano le avrebbe assestate volentieri. C'è stato un periodo in cui ti ascoltavo apposta, mi davi la carica. Quando mi sentivo troppo buono, caricavo il tuo nastro e poi ero pronto a dar calci contro il muro. Ma è passata anche quella fase. Alla fine, sai cos'è successo? Che mi sono affezionato. Lo so che c'è gente come te nelle centrali operative di tutti gli abusi di potere del mondo, che si fa quattro risate mentre passa le comunicazioni tra assassini. Però alla fine non ha senso prendersela con te. E poi mi sono accorto che t'invidio.

Non t'invidio l'allegria, né senz'altro il mestiere. T'invidio Genova, che è una città di cui mi sono preso in un modo difficile da spiegare. Forse perché nessun'altra mai mi aveva tenuto fuori, con tanto di transenne e un muro di container: e allora sai come sono i maschi, certe volte s'incapricciano. Ogni tanto mi capita di rivederla alla tv, e mi sembra mia, non so perché. È come certe storie che durano una notte o due, poi ognuno per la sua strada: c'è chi non se ne ricorda più, c'è chi se le tiene dentro per tutta la vita. Genova non si ricorda più di me, lo so, la capisco. Io invece continuo ad ascoltarti perché mi fai pensare a lei. Buona vita Marescialla, e scusa se mi sono preso la tua città per un paio di notti. Ti giuro che mi piaceva, mi piaceva sul serio.

lunedì 19 luglio 2010

Il blog degli errori


Sull'Unita.it si parla di abusi satanici rituali. Speriamo bene.
Nei commenti si potrebbero materializzare creature subdole. Le riconoscerete dai quattro puntini di sospensione.

(Nel frattempo Il giustiziere ha aperto un nuovo blog. In bocca al lupo!)

mercoledì 14 luglio 2010

Ritorno del Coccodrillo à Pois

Copiare è ok, ma

In margine al pezzo già lunghissimo di venerdì, alcune osservazioni:

1. Per chi non l'abbia letto (vi capisco): in sintesi, gli articoli 'in memoria' di Lelio Luttazzi pubblicati dai quotidiani all'indomani della sua scomparsa erano tutti troppo simili. Identiche le informazioni (e fin qui non ci sarebbe nulla di male), identiche le imprecisioni, i modi di dire, persino gli errori di ortografia. Si parla di dozzine di organi di informazione. Gran parte riceve dallo Stato i contributi per l'editoria. Gran parte etichetta le sue pagine con la dicitura © riproduzione riservata.

2. La fonte principale degli scopiazzamenti erano due agenzie di stampa. Nei commenti è stato fatto presente che è normale per i quotidiani attingere dalle agenzie; che pagano per farlo: insomma, la riproduzione è “riservata” a loro. Giustissimo. Purtroppo anche le due agenzie sembrano essersi scopiazzate a vicenda. Il problema è alla radice. Se è normale che i giornalisti peschino dalle agenzie, da dove pescano le agenzie?
Nel caso di Luttazzi è a questo livello che è successo un guaio, perché l'agenzia ha diffuso una frase che lasciava intendere che il personaggio non fosse stato completamente scagionato da una “vicenda di droga”. Luttazzi invece da quella vicenda è saltato fuori pulito, malgrado i venti giorni in galera abbiano contribuito ad allontanarlo dai palcoscenici tv. A poche ore dalla sua scomparsa, i quotidiani di tutt'Italia hanno scritto che la vicenda aveva dei contorni “mai chiariti” (???) e che le colpe “non erano tutte sue”. Perché lo avevano letto sull'agenzia. Ma l'agenzia da chi lo aveva saputo? Se n'è accorto DestraLab: la fonte della frase incriminata sarebbe un pezzo di Repubblica del 2003, dove si legge identica (e nello stesso pezzo, finalmente! c'è l'accento giusto su rentrée). Ricapitolando: un quotidiano scrive un'inesattezza, l'agenzia la ricopia, tutti i quotidiani copiano l'agenzia (e hanno il diritto di farlo), Luttazzi viene infamato per l'ennesima volta. Se succedesse a me non sarei contento.

3. Di chi è la colpa? Un'agenzia non è un'enciclopedia: il suo ruolo era quello di dare succintamente la notizia che Luttazzi era morto. Poi, per spiegare chi fosse questo signore, ha aggiunto un profilo biografico: ma siccome non è un'enciclopedia, ha messo insieme informazioni trovate on line alla bell'e meglio, tanto poi i quotidiani le avrebbero vagliate. Ma era già giovedì, e venerdì si scioperava; faceva caldo; di questo tal Luttazzi non si ricordava bene nessuno... insomma, è andata così. Magari di solito va meglio. Magari. Perché poi è inutile lamentarsi che nessuno compra i giornali. Per quale motivo l'utente medio dovrebbe voler spendere per leggere la copia non corretta di qualcosa che è già gratis on line? Qual è il valore aggiunto?

4. Un giornalista che copia così, o ha molta fretta (troppa), oppure è convinto che nessuno se ne accorgerà. Si comporta come se il tasto “cerca” di Google fosse suo esclusivo privilegio, quando ormai sta nella homepage di vecchi e bambini. I giornalisti forse non hanno capito che con internet non cambia soltanto la paginazione, ma anche il rapporto coi lettori. Il lettore del cartaceo ha scelto proprio quel quotidiano, e difficilmente può sfogliarne un altro per accorgersi che i contenuti sono identici. Il lettore via internet ha un approccio diverso. Non necessariamente più intellettuale. Ma provate a pensare agli utenti di youtube. Come si comportano? Quando trovano un video interessante, ne cercano di simili. Se ne trovano uno identico, lo riconoscono subito e cliccano oltre. Non sono intellettuali, sono nonni o bambini, e a volte siamo noi. Su internet ci comportiamo così. Il lettore che trova un articolo interessante su Luttazzi può rimanere incuriosito dalla vicenda e cercarne altri che la illustrino meglio. Ci mette pochi secondi, e ancora meno ad accorgersi che i testi sono simili o identici. Un quotidiano su carta può permettersi di copiare, ma un quotidiano on line che copia così è spacciato.

5. Con un po' di tempo sui quotidiani sono arrivate anche i famosi contenuti di qualità: per esempio l'Unità di sabato aveva un bel ricordo di Fazio. Nel frattempo il Corriere pubblicava questo pezzo di Grasso, che ci dice una cosa interessante: Luttazzi ogni tanto querelava (vincendo) quelli che lo davano ancora per implicato nel famoso scandalo. Avrebbe quindi querelato anche il Corriere di due giorni prima? Ma dunque i quotidiani hanno le risorse per fare informazione di qualità: il problema è che non sono tempestivi, ovvero, non sono abbastanza “quotidiani”. Può anche darsi che lo sciopero di venerdì abbia complicato le cose: in ogni caso il mio quotidiano ideale è quello che a cadavere caldo ha già nel cassetto il pezzo di Grasso. Il caro vecchio coccodrillo, esatto.

6. Se la prendono in tanti col Post perché molti suoi articoli sono semplicemente citazioni da altri organi di stampa: ma al Post non fanno altro che rendere esplicito il meccanismo con cui tutti i quotidiani producono i loro “contenuti”.

7. Il problema non è che i quotidiani copiano. Continueranno a farlo, perché è troppo facile, e l'alternativa (produrre contenuti originali) troppo costosa. Il problema è che il sistema permette la diffusione di notizie incontrollate, come l'infamia su Luttazzi. Quello che vorrei dai quotidiani è il cosiddetto fact-checking: copiate pure le agenzie, ma verificate ogni singola affermazione che fanno (e già che ci siete, sì, anche un controllo all'ortografia). Quando un'informazione non si riesce a verificare (non era certo il caso della fedina penale di Luttazzi), è meglio fare come al Post: citare la fonte.

8. Venerdì citavo Wikipedia. In realtà l'articolo su Luttazzi di su Wikipedia Italia è ben lontano dall'essere perfetto. Non si tratta di allungare la polemica tra contenuti liberi amatoriali (wiki) e contenuti professionali coperti da copyright. Wikipedia per me è soprattutto un metodo. Nei primi anni ci rovesciavamo dentro tutto quello che sapevamo, senza preoccuparci troppo di spiegare perché lo sapevamo, chi ce l'aveva insegnato. Col tempo Wiki ci ha insegnato l'importanza delle fonti. In teoria (ed è una teoria ancora lontana dalla realtà, ma non importa) tutte le informazioni inserite su Wiki dovrebbero rimandare a una fonte. Questo rende a tutt'oggi Wiki una risorsa impagabile: non per i contenuti, che possono essere scarsini, ma per le fonti a cui punta. Per esempio, io non riuscivo a capire come si conciliava la “caduta in disgrazia” di Luttazzi dopo lo scandalo del 1970 col fatto che continuasse a lavorare in Rai fino al 1976. Nessun quotidiano me lo spiegava. Invece nella pagina di discussione su Wiki qualcuno ha spiegato che a partire dal 1970 Luttazzi smise di essere un personaggio tv: il varietà che aveva condotto fino all'anno prima cambiò conduttore. Ma quel che è importante, è che questa affermazione puntava a una fonte: una pagina della Rai con l'organigramma dei varietà dal 1954 al 2006. Ecco, questa è un'informazione verificata. Questa si può copiare.

9. Perché il problema non è copiare. Copiare è ok. Il problema è copiare le cose giuste. Sapere dove trovarle e sapere come verificarle. A quel punto copiare diventa così impegnativo che l'alternativa – produrre contenuti originali – diventa quasi preferibile.

lunedì 12 luglio 2010

Dinasty

Non so voi, ma io mi sarei anche stancato di parlare sempre solo di Berlusconi.
E Berlusconi qui e Berlusconi là, e Berlusconi Berlusconi Berlusconi.
Come se in Italia ci fosse solo lui, come se ci fosse un solo Berlusconi.
Mentre invece
ce ne sono altri cinque.
Ho una teoria #31, è sull'Unità.it, e si commenta lì.

venerdì 9 luglio 2010

Coccodrillo à pois

E invece sei più cinico di me!

Salve, sono Leonardo, e per molti di voi sono un fenomeno. No, magari per te che stai leggendo in questo momento sono solo un poveretto, ma ti garantisco che qui passa gente convinta che io potrei subentrare a Eugenio Scalfari da un momento all'altro, e se non lo faccio è soltanto perché sono troppo timido io, oppure per via che in Italia non c'è la meritocrazia eccetera... Balle. Chi mi conosce veramente lo sa. Io non sarei un bravo editorialista, in effetti non lo sono. La verità è assai più prosaica.

Io ero nato per scrivere i coccodrilli.
Lo sapete cosa sono i coccodrilli, no? Quei pezzi che si scrivono in morte del tal personaggio famoso... quando però il personaggio è ancora in vita. Dove si finge tristezza, quando in realtà ci si sta soltanto portando avanti col lavoro. A dire il vero i miei non sono veri coccodrilli: mi è capitato soltanto una volta di mettermi avanti, e non ne vado fiero. Di solito scrivo a corpo già freddino.

Però non ne sbaglio uno. Personaggi di reality, poeti di neoavanguardia, presentatori senza scrupoli, attori decrepiti, musicisti dimenticati (forse giustamente), fumettisti oscuri, tenori strampalati, ciclisti tossicomani, io riesco a spremere una lacrimuccia per tutti. Sarà che più si diventa vecchi... Ma no, è proprio un dono di natura. Che comunque va esercitato.

Il problema è che di Lelio Luttazzi io so pochissimo, giusto qualche antica canzone e ricordi confusi di repliche in bianco e nero. Le poche cose che so, tra l'altro, non combaciano: da qualche parte ho letto che condusse Hit Parade in radio per tantissimi anni, fino a metà dei '70. Ma da qualche parte ho appreso che proprio nel 1970 fu coinvolto in uno scandalo di droga, e che la sua carriera s'interruppe bruscamente. Eppure non smette di condurre Hit Parade, com'è possibile? La verità è che non ne so niente. In quel periodo ero molto impegnato a venire al mondo.

Comunque non è un problema. Questione di mezza giornata, il tempo che serve alle redazioni per tirare fuori i loro veri coccodrilli, a stamparli e poi metterli on line. Nel giro di poche ore la rete sarà piena di informazioni sulla vita di Lelio Luttazzi, e saranno tutte notizie sicure, messe insieme da giornalisti seri, che hanno avuto il tempo di prepararsi e che possono accedere ad archivi importanti. Meno male che esistono, questi giornalisti. Altrimenti non saremmo mai sicuri di niente. Sarebbe tutto un enorme sentito dire. V'immaginate che caos?

Lascio passare dunque una mezza giornata, e poi consulto il Corriere (Luttazzi m'ispira Corriere, saranno i doppiopetti).

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la «sua» Trieste) il 27 aprile del 1923: aveva compiuto 87 anni. È stato uno dei personaggi di maggior successo della canzone italiana degli anni '50 e '60 ma soprattutto un protagonista della televisione, dell'epoca d'oro di Studio Uno, della radio e del cinema. Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre "swingato"...

Vabbè, fin qui ci siamo.

Probabilmente l'apice della popolarità lo ha toccato grazie ad «Hit Parade» uno dei più longevi programmi radiofonici, uno dei primi esempi italiani di trasmissione dedicata alle classifiche trattate con lo spirito del varietà. L'annuncio con il titolo dilatato ('Hiiiiiit Parade!!) come in uno spettacolo di Broadway è rimasto nella memoria del pubblico italiano che seguiva la radio negli anni '60-'70.

Ahimè, non nella mia. Ma quella storia dello scandalo?

...ha visto interrompersi bruscamente la sua parabola artistica quando è rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti della quale è risultato in un primo tempo responsabile di colpe che non erano tutte sue. Questo episodio, insieme all'atteggiamento di alcuni colleghi che gli erano più vicini e che certo non lo hanno aiutato in quel momento così difficile, hanno spinto Luttazzi ad una volontà di esilio da quale è uscito soltanto raramente per qualche piccolo spettacolo con alcuni musicisti amici.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


Fine dell'articolo. Non dice molto. Notate quante ambiguità: “Contorni mai chiariti”, “colpe che non erano tutte sue” (quindi aveva alcune colpe? Quali?), “alcuni colleghi” (chi?) È il classico pezzo di qualcuno che non ha accesso a informazioni di prima mano e non vuole sbilanciarsi (me ne intendo). Insomma, non è un vero coccodrillo. Non è stato scritto mesi fa, e poi chiuso in un cassetto in attesa che venisse utile. È stato buttato giù in fretta da qualcuno che non aveva tempo per documentarsi.

Cosa pensare? I coccodrilli sono cinici, ma professionali. E se smettono di essere cinici i giornalisti, dove lo trovo io il materiale per fare un pezzo empatico e straziante? Mi sarebbe piaciuto leggere un bel pezzo documentato sulle traversie giudiziarie di Luttazzi, magari piagnucolare un po' sul modo ingiusto in cui si è interrotta la sua carriera. Ma in realtà non sono ancora sicuro che si sia interrotta bruscamente, o in modo ingiusto. Non ne so niente.
Vabbè, mi dico, il Corriere ha bucato. Proviamo la Stampa.

Il maestro e compositore Lelio Luttazzi è morto la scorsa notte nella sua casa, a Trieste. Lo si è appreso dal suo amico e agente, Roberto Podio, portavoce della famiglia. Aveva 87 anni e soffriva da tempo di una neuropatia. È stato uno dei personaggi di maggior successo della canzone italiana degli anni '50 e '60 ma soprattutto un protagonista della televisione, dell'epoca d'oro di Studio Uno, della radio e del cinema. Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre 'swingato'...

Ehi ehi, un momento. L'ho già letto, questo pezzo.

...ha visto interrompersi bruscamente la sua parabola artistica quando è rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti della quale è risultato in un primo tempo responsabile di colpe che non erano tutte sue. Questo episodio, insieme all' atteggiamento di alcuni colleghi che gli erano più vicini e che certo non lo hanno aiutato in quel momento così difficile, hanno spinto Luttazzi ad una volontà di esilio da quale è uscito soltanto raramente per qualche piccola rentreè con alcuni musicisti amici.

Oddio, qualche differenza c'è: per esempio, nella versione della Stampa al posto di “spettacolo” c'è “rentrée” (con un errore di ortografia, ma passi). Ma al Corriere lo sanno che la Stampa li scopiazza così? E se fosse la Stampa che scopiazza il Corriere? Tanto comunque ne sanno poco entrambi. Che fare?
Proviamo la stampa locale. Una cosa che ho capito è che Luttazzi è nato e morto a Trieste. (La "sua" Trieste). Figurati se al Piccolo non gli hanno preparato un coccodrillo decente...

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la "sua" Trieste)...

No. Anche il Piccolo no.
Ora, io lo so che scrivere profili biografici è molto meno facile di quanto sembri. Mi è capitato di farlo per lavoro, e il mio lavoro consisteva esattamente in questo: scopiazzare informazioni a destra e manca. Però mi hanno insegnato che oltre a copiarle devo cambiarle un po', lavorare di sinonimi, rimescolare la sbobba... sennò non sono più un pubblicista. Non sono neanche più un essere umano, sono un software semantico neanche troppo elaborato. È la seconda volta in due necrologi che leggo “la «sua» Trieste”. È un inciso ridondante, la prima cosa che un essere umano taglierebbe per dissimulare il furto di contenuto. Ma qui non c'è più nessuna umanità, a parte quella che serve a premere ctrl+c e ctrl+v.

L'annuncio con il titolo dilatato ('Hiiiiiit Parade!!) come in uno spettacolo di Broadway è rimasto nella memoria del pubblico italiano che seguiva la radio negli anni '60-'70. 

Sì, e anche nella mia: è la terza volta che leggo lo stesso necrologio. Contro questa epidemia di contenuti scadenti non mi resta che usare l'arma finale: Google. Lo faccio anche coi ragazzini che mi portano tutti orgogliosi una ricerca stampata al pc: prendo una frase un po' strana, la virgoletto, la butto su google, e in 0,3 secondi trovo la fonte del copione. Vediamo un po' quanti giornalisti hanno scritto la stessa frase:


329 risultati.
No, aspetta, 329?
Vabbè, non sono tutti giornalisti: molti sono blogger che scopiazzano i contenuti professionali dei giornalisti senza nessun rispetto per la proprietà intellettuale, quei felloni. E tuttavia... Avvenire. Il Sole 24 Ore. Il Mattino. L'Unità, ahimè. Il Corriere Adriatico. Il Velino. Il Gazzettino. Il GiornaleRadio KissKiss. Tgcom. RaiNews24. Il Messaggero. La Gazzetta di Parma. È l'elenco di tutte le testate che non hanno ritenuto nemmeno necessario cambiare il numero di “i” della parola “Hiiiiiit”: si vede che Luttazzi ne pronunciava esattamente sei, né una di più né una di meno. E ancora: il Nuovo Quotidiano di Puglia. Leggo On Line. Agi. Alt! Ho scritto Agi? Forse ci sono, ho trovato la fonte. L'Agi è un'agenzia: fornisce le notizie di prima mano ai quotidiani. Il suo articolo mi pare di averlo già letto una mezza dozzina di volte, ma mancano due elementi che ormai mi sto allenando a riconoscere: la “sua” Trieste e la parola rentrée. A questo punto mi viene la curiosità di guardare la concorrenza, ovvero l'Ansa. Molto interessante:

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la ''sua" Trieste) il 27 aprile del 1923: aveva compiuto 87 anni.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati

Bingo!
Dunque forse ho capito: i quotidiani non fanno più i coccodrilli. Quando muore qualche personaggio importante prendono le schede delle agenzie e le pasticciano un po'... però, aspetta.

Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre 'swingato' 

Questo c'era anche nella scheda dell'Agi, maledizione. Quindi anche le Agenzie si pasticciano le informazioni tra loro?
C'è un altro dettaglio interessante. Nella versione Ansa compare la parola rentrée Ma è scritta in un modo diverso. Comunque sbagliato, ma diverso. Controllo in giro: trovo tre versioni diverse (rentreé, rentree', rentreè). Tutte e tre sbagliate, dannazione – e va bene, il francese è ormai una lingua esotica. Però il dettaglio getta una luce inquietante su tutta la faccenda: questo è un errore di copiatura. Un errore che un ctrl+c e un ctrl+v non potrebbero mai commettere.

Dunque questi non sono pezzi copia-incollati all'ultimo momento. Sono stati scritti a mano. Sbagliare un accento è una prerogativa umana. Insomma: qualcuno ha perso ore e fatica, per ottenere alla fine dei pezzi che sono più o meno scopiazzature reciproche. E se ci sono degli errori, difficilmente li avrà corretti. Al massimo ne ha aggiunti. Questo mi ricorda qualcosa.

Una delle discipline più interessanti che ho studiato da giovane è l'ecdotica. È la scienza – forse è meglio considerarla un'arte – che si occupa di restaurare per quanto possibile le versioni originali dei testi. Specialmente quelli che ci sono stati tramandati lungo il medioevo, quando il software più elaborato era un monaco con pennino tra le mani e neanche un paio d'occhiali decentemente graduati. Questi monaci, non ci credereste, facevano tantissimi errori. Ma era proprio grazie agli errori che si poteva risalire in qualche modo al testo originale. L'idea è che ogni copiatura aumenti il numero di errori contenuti in un testo. Quindi la versione più vicina a quella originale è quella che contiene il minor numero di errori. Insomma, se ci fosse anche una sola versione del coccodrillo di Luttazzi con la parola rentrée scritta correttamente, forse avrei trovato l'originale. Poi ci sono le lectio facilior, le situazioni in cui il copista si trova davanti una parola che non riesce a capire e a copiare, e la sostituisce con una più semplice. È il caso del copista del Corriere, che si è trovato davanti a rentreé o rentreè, ha capito che il rischio di sbagliare accento era altissimo, e ha tagliato la testa al toro scrivendo “spettacolo”. Una lectio facilior che dimostra che il testo del Corriere non è quello originale.

Errori e banalizzazioni permettono di raggruppare le versioni in famiglie. Se cinque manoscritti contengono lo stesso errore, o la stessa lectio facilior, probabilmente derivano da un manoscritto solo, e così via. In questo modo i filologi riescono a costruire l'albero genealogico delle versioni manoscritte dello stesso testo, e a recuperare un'immagine il più possibile precisa di come doveva essere la versione originale.
Ecco, avendo una vita a disposizione mi piacerebbe diventare il filologo di questa roba. Sul serio, mi piacerebbe capire chi ha copiato chi e chi ha aggiunto cosa. L'idea che mi sono fatto è che esistano due coccodrilli originali, entrambi piuttosto reticenti sui trascorsi giudiziari di Luttazzi. Il primo contiene l'urlo di guerra “Hiiiiiit Parade”; l'altro insiste sulla “sua” Trieste e parla di una rentrée. I giornalisti li hanno smontati e rimontati a piacimento, quasi sempre senza usare il copia-incolla automatico. I più scrupolosi hanno aggiunto informazioni prese da altre fonti; alcuni hanno semplicemente giustapposto i due articoli, riscrivendo due volte le stesse informazioni.

A proposito, pare che Luttazzi sia stato incastrato da un'intercettazione telefonica: fu arrestato con Walter Chiari e Franco Califano per detenzione e spaccio. Si fece 27 giorni in prigione, durante i quali Hit Parade fu condotta da Giancarlo Guardabassi. Però poi tornò, completamente scagionato, e continuò a condurla per altri sei anni: insomma, di una carriera troncata di netto non si può parlare. È vero tuttavia che non condusse più “Ieri e oggi” in tv: fu sostituito da Arnoldo Foà. Sapete da dove ho preso queste informazioni, alla fine? Esatto. Wikipedia.
Il bello è che sono le uniche informazioni che avrei potuto copiare e incollare senza temere complicazioni.
Tutti gli altri brani che ho citato sono coperti da copyright.

(Ps: ma chi è il vero re dello swing? Luttazzi batte Arigliano 25.300 a 3.930!)

giovedì 8 luglio 2010

Sequestraci questo

La settimana scorsa un giudice ha sequestrato un blog. Sì, un sito come questo, ospitato da blogspot, proprio come questo. Non voglio entrare nel merito della questione, non è il tempo né il luogo. Era un bel blog (lo è ancora, da qualche parte nei server di blogger), amatoriale nel senso migliore del termine, con punti di vista interessanti e informazioni difficilmente reperibili altrove. Mi era capitato già di saccheggiarlo tre anni fa, e ora continuo.
Il pezzo che incollo qui è una delle cose più leggibili e serie che si possono trovare on line su un argomento spinoso come la bufala degli abusi rituali satanici. Era apprezzato e linkato da molti altri siti. Adesso quei link finiscono nel nulla. Non lo trovo giusto.


La svolta satanica della Prometeo: RAY WYRE

Dal sito dell'associazione anti-pedofilia Prometeo è possibile leggere l'elenco delle personalità che ne compongono il Comitato Scientifico".


Ad una prima occhiata superficiale, l'elenco può impressionare per l'altisonanza di alcuni titoli che vengono indicati. Bastano tuttavia pochi click su Google per scoprire che "non è tutto oro ciò che luccica".

Concentriamoci ad esempio sul seguente personaggio: RAY WYRE (descritto come "massimo esperto inglese di pedofilia"). Si tratta effettivamente di un conosciuto criminologo britannico che ad oggi offre i propri servizi attraverso la "Ray Wyre Associates" (http://www.raywyre.uk.com/) ed ha in curriculum diverse collaborazioni anche con le istituzioni britanniche.

Orbene, se usciamo per un attimo dal sito ufficiale di Ray (promozionale ed autocelebrativo) e dai molti link che riportano ad occasioni in cui egli ha collaborato con Prometeo ed è intervenuto ai congressi da questa organizzati, e ci avventuriamo invece nel web indipendente, scopriamo qualcosa di molto interessante: Ray Wyre è stato protagonista (negativo) dei celebri "Broxtowe cases", un caso di falsa ritualità satanica avvenuto a Nottingham, e soprattutto egli sembra avere anche il triste ruolo fondamentale di traghettatore nel percorso che ha portato la bufala (o isteria collettiva) degli abusi satanici rituali (Satanic Ritual Abuse hoax, SRA) prima dagli USA in Gran Bretagna, e poi probabilmente dalla Gran Bretagna in Italia, attraverso Massimiliano Frassi e l'Associazione Prometeo.


Offro una sintetica traduzione riassuntiva della vicenda, come tratta direttamente dalle fonti citate in fondo:


PREMESSA - la credenza popolarmente diffusa nell'esistenza degli abusi satanici ritualizzati (SRA) affonda radici in tutta la storia umana, ma esplode nella sua forma attuale nel 1980 negli USA, allorchè subito dopo la pubblicazione del libro "Michelle Remembers" (dimostrato un falso) iniziano a manifestarsi denunce e testimonianze di simili fenomeni, prima mai riferiti. Nasce così il concetto dell'esistenza di estese reti segrete ed intergenerazionali di gruppi di persone dedite all'abuso sessuale, alla tortura ed all'uccisione ritualizzata di bambini. La psicosi si allarga rapidamente negli anni successivi negli USA e porterà ai notissimi casi di Bakersfield nel 1983 e della scuola McMartin a Manhattan Beach nel 1984;


1) nell'ottobre 1987, in Inghilterra a Nottingham 7 bambini provenienti tutti da una estesa famiglia (caratterizzata da gravi problematiche socio-psichiatriche) vengono presi in carico dai servizi sociali per una serie grave di abusi sessuali intrafamiliari (in questo caso adeguatamente provati e confermati dalle indagini mediche, che porteranno poi a condanna dei genitori e degli altri familiari responsabili). Sono i "Broxtowe cases";


2) I 7 bambini vengono assegnati a famiglie affidatarie. Su consiglio degli assistenti sociali, i genitori affidatari iniziano a tenere dei diari delle reminiscenze dei bambini;


3) nel febbraio 1988, RAY WYRE era stato chiamato dal servizio sociale di Nottingham a fornire la propria consulenza sul caso, in particolare ad effettuare una presentazione agli assistenti sociali del servizio ed ai genitori affidatari di quali fossero gli "indicatori" da ricercare con la tecnica del diario;


4) nel frattempo, il giornalista televisivo Tim Tate aveva prodotto un report per la televisione. Tate era un convinto sostenitore dell'esistenza degli SRA e dei network dei satanisti, ed aveva ottenuto da un collega statunitense una lista di "indicatori satanici", che aveva passato a RAY WYRE. Non ci sono dubbi sul fatto che questi fossero gli stessi indicatori che il presunto esperto WYRE presenta ad assistenti sociali e genitori affidatari;


5) poco dopo la trasmissione televisiva del report di Tate e l'intervento di WYRE sugli assistenti sociali e sui genitori affidatari, iniziano a comparire progressivamente nei diari dei bambini dei ricordi di episodi di satanismo, stregoneria, sacrifici umani ed animali, cannibalismo, sangue offerto da bere. Non mancano elementi di manifesta bizzarria, con trasformazione di bambini in rospi, madri che volano su scope, Superman etc. e non mancano neppure le descrizioni degli immancabili tunnel e case in cui avvenivano i rituali.


6) la Polizia locale sembra dare poco credito a questi elementi e a seguito di una breve indagine (Gollom Enquiry) si affermava di non ritenere che alcun rituale satanico fosse esistito nel caso in questione. In tale inchiesta si sottolineava come bambini e genitori si influenzassero a vicenda e come i genitori scambiassero le informazioni durante riunioni bisettimanali. Si crea però una spaccatura con gli operatori del servizio sociale, che presero invece per buona l'ipotesi della presenza di SRA e diedero pieno credito ai ricordi dei bambini, nonostante la loro palese assurdità. Lo stesso ritennero gli esperti WYRE e WEIR ed anche il giudice inquirente.


7) nel giugno 1988 si era ad una situazione di completa spaccatura tra Polizia (che rifiutava di investigare su qualsiasi nuovo fatto emergente dai diari) ed operatori del servizio sociale (che presentavano sempre nuove testimonianze di nuovi abusi che coinvolgevano anche altre persone e altri luoghi). Le amministrazioni locali si accordarono allora per affidare la soluzione della questione ad una nuova task force (Joint Enquiry Team, JET), composta da 2 membri di polizia e 2 operatori sociali, che non avevano avuto fino a quel momento nessun ruolo nel caso e partivano da una posizione neutrale;


8) al termine del 1989, venne consegnato il "Joint Enquiry Report", che escluse categoricamente che fosse mai avvenuta ritualità satanista nel caso Broxtowe. Il report indicava esplicitamente che solo dopo l'intervento di RAY WYRE compaiono nei resoconti dei bambini dei ricordi di altre persone coinvolte nei rituali e di abusi avvenuti in posti diversi dalla casa della famiglia dei bambini. Tra le indicazioni finali del report si leggeva anche che "L'uso delle correnti informazioni sui SRA nei servizi sociali dovrebbe essere fermato immediatamente, in assenza di qualsiasi evidenza empirica a suo sostegno. Le presentazioni che utilizzano questo materiale, che secondo noi non ha validità, dovrebbero anche cessare immediatamente, poichè esso è contagioso". Il report affermava anche che le tecniche di intervista insegnate da WYRE erano fallaci e che le risultanti testimonianze riflettevano in realtà le ossessioni degli assistenti sociali. Questo è ciò che la task force JET concluse a riguardo delle fonti e dei metodi "scientifici" che furono usati dal presunto esperto RAY WYRE.




E DOPO BROXTOWE?


9) I timori del JET si dimostrarono fondati, i loro appelli inascoltati ed il contagio si diffuse, dando luogo a diversi successivi casi di SRA in Gran Bretagna. In particolare, si segnala che breve tempo dopo che RAY WYRE tenne un corso di training di tre giorni per operatori di polizia e dei servizi sociali della città di Pembroke, West Wales, in questa comunità scoppiò il più esteso caso di abuso rituale Multi-victim Multi-offender (MVMO) della storia britannica. Grazie, WYRE.


10) Lo scandalo non sembra aver colpito la carriera dei presunti esperti in esso coinvolti e sia Tate sia WYRE sono comparsi in diversi altri programmi televisivi in cui hanno propagandato idee sulla presenza di cospirazioni sataniste (Tate in seguito ebbe anche guai giustiziari e fu costretto a pagare grossi riscarcimenti per alcune sue dichiarazioni in merito). WYRE prosegue la sua carriera di consulente.


11) Sabato 19 ottobre 2002 l'Associazione Prometeo invita RAY WYRE a Bergamo per una conferenza sulla pedofilia. Mi risulta che sia questa la prima volta che WYRE giunge in Italia (col suo bagaglio di conoscenza sugli "indicatori satanici"), ma su questo punto non è possibile trovare informazioni certe sul web. Non è neanche possibile risalire con esattezza a quando siano avvenuti i primi contatti tra WYRE e Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo.

Dal 2002 è comunque ininterrotta la collaborazione scientifica tra Prometeo e WYRE, definito un "maestro" da Frassi, che mi risulta esserne l'unico sponsor in Italia e che ne ha anche curato per primo la traduzione dei libri in italiano.

12) Nei primi mesi del 2003, il processo per i presunti abusi presso le scuole materne di Brescia subisce una improvvisa svolta, con l'estensione alla scuola Sorelli, la moltiplicazione delle accuse raccolte dalle madri attraverso interrogatori improvvisati e utilizzo di diari (!!). Questa fase vede la presenza attiva di una psicologa afferente all'Associazione Prometeo, che opera dalla parte delle famiglie accusanti. In questa fase nasce anche esplicitamente una "pista satanista" per la spiegazione dei presunti abusi di Brescia.



CONCLUSIONI

Tutti gli elementi tipici emersi nei recenti casi di RSA italiani (Brescia, Rignano Flaminio, Vallo della Lucania etc) erano presenti già nel caso Broxtowe (si consiglia la lettura integrale delle fonti sotto citate, poichè le corrispondenze sono davvero impressionanti).


Questi elementi invarianti sono stati importati in Europa da RAY WYRE attraverso la lista statunitense di "indicatori satanici" fornitagli dal giornalista Tate. RAY WYRE e Tate sono considerati responsabili di aver importato e diffuso in Gran Bretagna l'isteria collettiva sulla presenza di abusi rituali satanici.


Fin qui i fatti già documentati sul web e ampiamente indicativi della reputazione del sig. RAY WYRE. A questi fatti, possiamo aggiungere una nuova ipotesi suggerita dai fatti: Massimiliano Frassi e l'Associazione Prometeo potrebbero risultare essere responsabili di aver introdotto in Italia il contagio dell'isteria collettiva sugli abusi satanici rituali, attraverso il tramite della consulenza di RAY WYRE.




RACCOMANDAZIONI

Si conclude ricordando che in molti dei paesi in cui il fenomeno dell'isteria degli abusi rituali satanisti è dilagata a partire dai primi anni '80 (ad es. Stati Uniti ed Inghilterra), attualmente il fenomeno si è del tutto estinto. Purtroppo nel decennio di durata di questo fenomeno (tempo medio approssimativo, prima che la società civile metta in atto opportune risposte all'isteria) tali paesi hanno dovuto marcare un enorme ed assolutamente inutile costo in termini di sofferenza umana (degli onesti ingiustamente accusati, dei bambini irrevocabilmente plagiati, delle famiglie sconvolte, delle comunità spaccate), in termini di vite umane (innocenti suicidati, morti di crepacuore o erroneamente giustiziati) ed anche in termini economici, con costi a carico del sistema giudiziario e sanitario pubblico valutabili nell'ordine dei milioni di euro.


Negli stessi paesi, gli esperti attivi nella diffusione dell'isteria (psicologi, criminologi, operatori di agenzie antipedofilia etc), che hanno prodotto consulenze pubbliche o private a sostegno dell'ipotesi dell'abuso ritualistico pur in mancanza di vere prove, hanno ottenuto invece grande visibilità e realizzato notevoli guadagni economici sotto forma di contributi pubblici e di parcelle professionali.


In molte situazioni estere, il dilagare del fenomeno è stato arrestato non solo mediante l'approvazione di nuove leggi ad hoc, ma anche mediante la messa in stato di accusa e la condanna (penale o professionale) di quegli psicologi, operatori sociali, magistrati che avevano contribuito al dilagare del fenomeno con la propria inadeguatezza tecnica e deontologica.

Si ritiene opportuno e urgente un intervento del Governo Italiano e dell'Autorità Giudiziaria.



Fonti
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SITI GENERICI SUL SRA:
http://www.ags.uci.edu/~dehill/witchhunt/
http://www.religioustolerance.org/sra.htm


SUL CASO BROXTOWE-NOTTINGHAM:
http://www.users.globalnet.co.uk/~dlheb/introduc.htm (il report del JET)
Dominique Nephtys
http://www.clogo.org/Archives/ASGL-L/03/0349_1997-06-23.html (articolo del 'Private Eye' magazine(articolo del 'Private Eye' magazine)


SUL CASO PEMBROKE:
http://www.religioustolerance.org/ra_pembr.htm

lunedì 5 luglio 2010

La Salute Pubblica

Io se fossi in Berlusconi non avrei certo paura delle Larghe Intese, anzi.
Non sarebbe certo un governo di Responsabilità Nazionale, a farmi perdere il sonno.
Un inciucio? Macché.
Un papocchio? Pffft.
Io, se fossi in Berlusconi, avrei paura solo di una cosa:


di un Governo di Salute Pubblica. Ecco, di quello sì. (Ho una teoria #30 è on line sull'Unità.it, e si commenta qui in tempo reale. Ci ho messo quattro ore a scriverlo! E dopo quattro ore era già superato! La vita del blogger è fantastica!)

venerdì 2 luglio 2010

Cattiva Giovanna

Gabbia per uccelli

Divento più tollerante ogni giorno che passa. Sarà l'età? Per esempio non ho mai nutrito dubbi sul basso livello dello spot Fernovus Saratoga. Finché non ho scoperto che era stato censurato, anzi, “non censurato, è più esatto dire represso”, dall'Istituto di Autocontrollo Pubblicitario. “Perché erano arrivate molte proteste dal pubblico”. E ancora una volta la mia mente vacilla nel tentativo di immaginare questo pubblico che dopo lo spot Fernovus Saratoga, invece di farsi una risata, scrive lettere all'Istituto di Autocontrollo per annunziare che si sente offeso. O fax. È quel tipo di gente che manda i fax, ci scommetto.

Siccome poi sono sempre i migliori che se ne vanno (è un po' una regola di questo blog, ve ne sarete resi conto) anche lo spot Saratoga, ora che è stato represso, mi sembra molto migliore di come lo dipingevano. Me lo riguardo e lo trovo perfetto, non c'è un'inquadratura che non sia funzionale al risultato finale – sì, c'è un blooper, ma è funzionale persino quello. L'avevo sempre liquidato come un omaggio veramente ritardatario al cinema italiano scollacciato anni '70, ma riguardandolo devo correggermi: è un omaggio al porno, forse anni '80, forse no, non me ne intendo. Quel che ha fatto il regista è stato allestire un set da porno, girare il primo minuto di una scena porno, e poi tagliare. In sé l'idea mi sembra originale e persino... coraggiosa: omaggiare il porno in tv senza esibire il corpo delle donne.

Perché, e questa è la cosa importante (tutto il resto potete saltarlo), lo spot Fernovus Saratoga non esibisce il corpo delle donne. Non lo fa. Forse lo farebbe in Afganistan, in Iran, dipenderà dai contesti. Ma in Italia secondo me no. In Italia la situazione odierna è più o meno rappresentata dagli spot della Tim con la Rodriguez in costume o in bikini, il cui raffinato messaggio più o meno corrisponde a: “Ehi, avete visto che stragnocca è la Rodriguez? Questa sequenza in cui corre in costume al ralenti ve la offre la Tim”. In Italia abbiamo tanga in prima serata, e ci vuole persino impegno per accorgersi del décolleté e della coscia di Giovanna. Ecco, questo spot chiede al suo pubblico un certo tipo di impegno. Il punto di partenza è il porno, ma quello d'arrivo è l'erotismo. Un piccolo passo per l'uomo, un enorme passo per la Saratoga.

Storicamente questa azienda ha sempre avuto un'idea molto chiara di come attirare l'attenzione del suo target: tette. Anche qualche culo, ma in buona sostanza tette. Probabilmente la raffinata associazione mentale col silicone era un invito che nessun pubblicitario poteva rifiutare. Vorrei anche approfittare per dire che questa strategia di buttare lì due tette nello spot che interrompe un Gran Premio era rozza, offensiva nei confronti delle donne, ecc. ecc., ma nella sua totale rozzezza in un certo senso più onesta delle trasgressive campagne di Oliviero Toscani, uno che se gli danno da vendere il cibo per cani e gatti, prende un quintale di modella nuda e ci sbatte sopra le maschere da cani e gatti. Se l'anno prossimo gli daranno lo spray antizanzare, lui se ne uscirà con la maschera delle zanzare, e sarà un'altra geniale e oltraggiosa trovata. Per di più, a parità di sfruttamento del corpo femminile, le donne nude di Toscani sono ben più tristi di quelle Saratoga.

Il punto è che mentre Toscani usa il corpo perché non ha mai saputo usare altro, col solito alibi di scandalizzare ecc. ecc., la Saratoga ha in mente un target preciso: gli artigiani. E con gli artigiani le tette funzionano. Potrà dispiacere alle donne, e magari anche a qualche artigiano, però evidentemente le cose stanno così. Però se qualche donna (o qualche artigiano) avesse scritto una letterina per protestare contro uno spot Saratoga a base di tette e culo, io non avrei trovato nulla da eccepire. È giusto pretendere più rispetto, è sensato alzare la soglia dell'intolleranza nei confronti dello sfruttamento del corpo. Il punto è protestare proprio quella volta che la Saratoga aveva provato a fare uno spot senza capezzoli: la prima volta che invece di sbattere un paio di chiappe in faccia ai muratori stava cercando di far funzionare un dispositivo erotico. Che può sembrare ridicolo, ma è sempre meglio di un culo in un box doccia. E invece no, non va bene. Ma a quel punto cosa può andar bene? Sarebbe interessante leggere quelle letterine, capire le motivazioni. È offensivo mostrare una domestica un po' lasciva, o una moglie compiacente? A me sembrano fantasmi maschili, esibiti come tali (la scena è assolutamente irrealistica, girata in un mondo a parte sospeso sul mare). Lo so che c'è del sessismo nel messaggio “è una vernice così facile che può usarla anche una donna senza sporcarsi”, però mi sembra un sessismo innocuo: credo che anche il giorno in cui le donne avranno raggiunto l'assoluta parità continueremo a raccontarci barzellette su donne che non sanno parcheggiare e uomini che non riescono ad accendere la lavatrice. Peraltro l'uomo dello spot (una faccia da culo perfetta, complimenti al casting) ha un ruolo piuttosto passivo: sono le due donne ad avere in mano, oltre al pennello, il controllo della situazione. Il fatto che stiano rimettendo a nuovo una voliera, ovvero una gabbia per uccelli, lo trovo sottilmente inquietante, una metafora da stampa erotica cinese.

C'è poi da tener conto dell'autoironia. Ciao, siamo la Saratoga, quelli che insistono a portare il sesso in ferramenta, ben oltre la soglia del ridicolo. L'autoironia investe anche i clienti, le loro libido cresciute a vhs porno. Ed è oggettivamente divertente: il tormentone Brava Giovanna strappa sempre una risata. Uno spot che invece di mostrarti il culo o 'scandalizzarti', prova ad eccitarti e poi ti fa ridere di te stesso e dei tuoi sogni erotici non è poi così male. L'ironia è una prova di consapevolezza, e quel che definitivamente mi piace dello spot Fernovus è il proprio il suo essere un congegno non raffinato, ma funzionale. Si capisce che dietro c'è un cervello, laddove dietro a molti spot ormai si riesce a immaginare soltanto una stanza piena di scimmie vestite da ex studenti di scienze della comunicazione, che battono i piedi a caso sui loro Mac. Un giorno scriveranno lo spot perfetto: nel frattempo se ne escono con ciofeche inguardabili come la campagna dell'anno scorso di Nastro Azzurro. Dove non c'è un grammo di ironia, né di consapevolezza, né di nulla: si riesce soltanto a immaginare questa scimmie che zompano disperate nella stanza mentre un altoparlante grida parole incomprensibili: “Made in Italy!”, “Design!”, “Azzurro, nel senso di Blu!”, “Opera lirica, nel senso di donne che fanno versi incomprensibili!”, Modelle!”, “Eleganza!” Il risultato finale è la cosa più volgare che mi è mai capitato di vedere su una tv in chiaro. Persino alle tre di notte su Telesanterno potevi trovare delle tipe allusive che mangiavano molto lentamente una banana, ma un facial no, un facial non l'avevo mai visto, e ai creativi della Nastro Azzurro è scappato così, per caso, senza nessun intento parodico o scandalizzatorio: il volto di una modella come carta assorbente, perché no. Sarei curioso di sapere se qualcuno ha protestato all'Istituto di Autocontrollo – direi di no, visto che lo spot è ancora in giro. Mi sembra logico: per capire quanto sia volgare e offensivo questo spot bisogna avere un minimo di cultura pornografica. Ovvero: noi uomini sappiamo offendervi in maniere che voi donne non riuscite nemmeno a immaginare. Quando ve ne renderete conto, forse l'idea di rimettere a nuovo la vecchia gabbia non vi sembrerà così sbagliata.

Quanti Brava Giovanna riesci a guardare senza impazzire? (io sono arrivato a 1:42)