lunedì 28 marzo 2011

Ana contro Ana


Adesso magari qui non si vede proprio bene, ma questa rivista sta fieramente conducendo una campagna contro l'anoressia, andando alla radice del problema. E alla radice non ci sono certo le riviste di moda (ci mancherebbe altro) ma nemmeno le famiglie (un po' passée anche quest'abitudine di incolpare le famiglie), bensì... indovinate cosa c'è alla radice di tutto il problema, indovinate.

Ci sono i blog. Vogue vuole la vostra firma per chiuderli. I dettagli sull'Unità.it. Commentate laggiù.

Se vi dicessi che qualche giorno fa mi hanno chiesto di aderire a una petizione di Bob Marley contro i fumatori di cannabis(1), mi credereste? E a una raccolta di firme lanciata da Valentino Rossi contro i motociclisti che fanno rumore e inquinano? Oppure una raccolta di firme contro la piccola criminalità, patrocinata da Matteo Messina Denaro? No, in realtà volevo dirvi che mi hanno chiesto di firmare una petizione contro i siti pro-anoressia; petizione lanciata da Franca Sozzani, gloriosa direttore di Vogue Italia. Non sto scherzando. Bob Marley che ti chiede una firma contro le canne, quella ero uno scherzo. Franca Sozzani che combatte l'anoressia on line è una cosa reale.

E siccome l'anoressia è cosa fin troppo reale, non ci scherzerò sopra ulteriormente. Quello che mi interessa è capire. Per molti anni, ogni volta che un esponente del mondo della moda (stilista o giornalista) veniva invitato a un dibattito televisivo su questa malattia, la sua linea di difesa era più o meno la stessa: la colpa non è della moda, la moda non c'entra, le modelle magre valorizzano i vestiti, ma quelle anoressiche vengono licenziate, è tutta colpa della famiglia, certi genitori sono pazzi. Le cause dell'anoressia risiederebbero nelle carenze affettive; il fatto che molte vittime dell'anoressia sfoglino riviste come Vogue sarebbe un sintomo, non una causa. L'ideale di una bellezza tanto ossuta quanto lontana dalle misure standard delle nostre adolescenti, propagato dalle riviste di moda, non avrebbe nessuna conseguenza sul fatto che alcune di queste adolescenti rifiutino il cibo e facciano diete estreme. Bene, questo è un punto di vista. Discutibile, ma rispettabile.

Però adesso saltano fuori i blog pro-ana, i siti pro-anoressia. Che esistono, per carità: sono anni che gli esperti li studiano. Sono i diari on line in cui si racconta con dovizia di particolari come fingere di mangiare, come vomitare, quali lassativi assumere, e così via. Ecco, per Franca Sozzani questi siti sono pericolosi, perché sono alla portata di tutti. Esattamente come le copertine di Vogue e degli altri magazine di moda. Ma i magazine di moda non dovrebbero avere alcun effetto sulle adolescenti; i siti pro-ana sì. Com'è possibile? Se sbatti in prima pagina un mostro ossuto su una rivista patinata con una tiratura di migliaia non ottieni nulla; se metti lo stesso mostro ossuto su un piccolo blog con cento lettori diventi un pericolo? Non è un tantino illogico?

Mi spiace, non firmerò la petizione. Anche perché non mi è chiaro in che modo migliaia o milioni di firme possano ottenere “l'obiettivo finale di chiudere questi siti”. Non è che su internet non valgano le leggi del mondo reale: se un blog commette un reato nel Paese in cui è stato registrato (il che equivale più o meno ad ammettere che in quel Paese esistano reati di opinione), può essere chiuso dall'autorità senza bisogno che nessuno ci metta la firma. Purtroppo abbiamo scoperto che in Italia un blog si può chiudere per molto meno, anche soloper il sospetto di un inquirente. Detto questo: difendere l'anoressia, in Italia, è un reato? Se sì, le firme non dovrebbero servire; se no, qualcuno ritiene che dovrebbe esserlo? Ogni tanto si potrebbero raccogliere le firme per proporre una legge, invece che per obiettivi un po' fumosi come quello di chiudere “migliaia di siti” (che possono benissimo riaprire il giorno dopo su server e con domini diversi).

E tuttavia bisogna ringraziare la Sozzani, non soltanto per l'attenzione che dedica al problema dell'anoressia, ma anche al piccolo mondo dei blog, che sembra sempre sul punto di passare di moda: e invece guardaci, siamo su Vogue. Eppure c'è sempre qualcuno che tira fuori quella vecchia storia per cui i blog sono out, i blog sono il passato di internet, il futuro è second life (nel 2007), twitter (nel 2009), facebook (adesso), eccetera. In effetti i blog sono un fenomeno ormai antico, eppure sono quelli che fanno più paura di tutti. Nelle prime righe della petizione sembra che la Sozzani voglia soprattutto scagionare facebook, nel momento in cui qualcuno comincia ad accusarlo di essere la “causa principale dell'anoressia”. Per lei non è possibile “che un network da solo possa prendersi carico della diffusione di questo fenomeno”: basta studiare e documentarsi per scoprire che sotto il network esistono “migliaia di siti e blog pro-anoressia”. Si potrebbe anche ipotizzare che la Sozzani decida di prendersela coi blog perché sono i più sfigati, ormai, mentre il popolo di facebook va tenuto buono...

Ma io preferisco pensare che il Direttore stia riconoscendo quello che altri non ammettono più: Facebook non può essere la causa scatenante di nulla, perché Facebook è solo una rete che socializza i contenuti; ma i contenuti sono altrove. Li fanno i blog (e quindi no, professor McLuhan, il medium non è esattamente il messaggio; perlomeno le due cose non coincidono). E di questo voglio ringraziare Franca Sozzani, a nome di tutta la categoria di blogger, compresi i diari on line delle anoressiche, dei bombaroli, degli erotomani e di quelli che sognano di avere storie sentimentali con animali pelosi immaginari (esistono): i contenuti, belli o brutti o pericolosi che siano, in rete ce li mettiamo noi. Certo, ormai dipende solo da facebook o da twitter se qualcuno li legge o no. Però chi li produce siamo noi. Grazie, direttore di Vogue, per avercelo riconosciuto.

Io poi resto convinto che qualche contenuto lo producano anche i giornalisti, e perfino quelli di moda; e che un contenuto preciso (grosso modo “magro è bello”) lo contenga anche un mostro ossuto in prima pagina su una rivista patinata. Che sta in edicola, o in sala d'aspetto, o sul tavolino di casa, dove anche un adolescente (con carenze affettive, certo) può dare un'occhiata. Ma questa resta solo una mia teoria.

(1) Courtesy of Livefast

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