lunedì 21 marzo 2011

La scuola dell'Apocalisse

Prof, ma la fine del mondo è vicina?


La scuola dell'Apocalisse (Ho una teoria #67) si legge sull'Unita.it e si commenta laggiù.

Io lavoro nella scuola media, e ci sono cose che mi toccano più o meno tutti i giorni: per esempio, fare l'appello, correggere compiti, e spiegare ai ragazzi che il mondo non sta per finire. Quest'ultima cosa è una relativa novità – ovvero, sarà da qualche anno, più o meno da quando Giacobbo scoprì la bufala dell'apocalisse Maya nel 2012 e decise di mungerla per bene – che ogni tanto mi tocca interrompere una lezione di Storia o grammatica per rassicurare dodicenni impauriti sull'assoluta ininfluenza delle congiunzioni planetarie, sull'inaffidabilità del calendario Maya e soprattutto di Voyager. Però è soltanto negli ultimi giorni che l'apocalisse è diventata un'ossessione quotidiana.

Non è solo colpa della tv. Ormai tutti i miei studenti, anche i meno facoltosi, accedono quotidianamente a internet, anche soltanto per controllare il proprio profilo facebook. Sui social network le catastrofi epocali arrivano per mille rivoli, filtrate da una rete che lascia passare soltanto i titoli più strillati – del resto, qualcuno ha letto titoli non strillati la scorsa settimana? Non credo si sia mai abusato tanto di un termine, “apocalisse”, che a rigore implicherebbe la chiusura immediata dei quotidiani: nel giorno del Giudizio, nessuno si preoccuperà di passare dalle edicole. E non è nemmeno tutta colpa dei giornalisti: la fatidica parola è stata adoperata almeno da una fonte ufficiale, il commissario all'energia dell'Unione Europea, Gunther Oettinger, per descrivere quello che stava succedendo martedì nella centrale di Fukushima. A quel punto chi poteva più impedire ai giornalisti di calcare i toni? Soprattutto quelli delle versioni on line, sempre più vincolati al numero di clic che riescono a ottenere dagli utenti (e si capisce al volo che “Apocalisse” fa più clic di “allarmante fuga di particelle radioattive”).

A tutt'oggi, domenica 20 marzo, non sappiamo ancora se il disastro di Fukushima si rivelerà grave quanto quello di Chernobyl – se non più grave ancora. Ma chi sui media ha gridato per una settimana all'apocalisse non ci ha certo aiutato a farci un'idea. Sicuramente sarà riuscito a vendere qualche migliaio di copie in più, a farsi guardare o cliccare di più. Ma nel farlo ha disseminato in mezzo a noi un'onda di ansia che non sarà cancerogena quanto le radiazioni di Fukushima, ma non è nemmeno del tutto innocua.

Sono soprattutto i ragazzini a non essere schermati. Sono grandi abbastanza per accedere ai titoli urlati, abbastanza inesperti per non capire che si tratta in buona parte di un gioco delle parti mediatico tra i filo-nuclearisti che minimizzano e gli anti-nuclearisti che apocalizzano. Sono nati dopo Chernobyl, parola che sentono pronunciare col tremore con cui in un esorcismo cinematografico si evoca uno dei nomi del demonio: nessuno si prende la briga di spiegare loro che sì, Chernobyl fu una tragedia per russi e ucraini, e anche per gli italiani, a voler prendere per buona la stima choc di tremila morti (Istituto Superiore della Sanità) – ma si tratta più o meno delle vittime di un anno di incidenti stradali in Italia, non della Fine del Mondo. Che è quello a cui pensa un ragazzino, quando sente dire “Apocalisse”. Ha torto? Dobbiamo cambiare significato al termine, visto che i media non riescono più a trattenersi dall'usarlo?

Più che al titolo urlato del quotidiano on line, i ragazzi credono al link catastrofista che un amico gli ha passato su facebook. In nove casi su dieci i link portano a impresentabili siti complottardi, dove l'apocalisse è messa in relazione con ufo, scie chimiche, complotti pluto-masso-giudaici, insomma tutta la paccottiglia che in questi anni si è accumulata negli angoli meno presentabili di internet. Manca solo la solita quartina di Nostradamus-che-aveva-previsto-tutto (ne uscì una, apocrifa, quando erano ancora calde le ceneri dell'11 settembre). In compenso abbiamo una Madonna apparsa a un giovinetto brasiliano che aveva previsto tutto (ma non poteva apparire a un pastorello giapponese?), e a poche ore dallo tsunami c'era già qualcuno su youtube pronto a sostenere che una scossa del genere era stata provocata via satellite dal Nuovo Ordine Mondiale, che ogni tanto avrebbe necessità di sacrifici umani su larga scala.

Sarà anche la fatica di dover sfatare ogni giorno tutte queste sciocchezze, ma è da un pezzo che ho smesso di trovarle divertenti. L'angoscia dei miei studenti di fronte a questi argomenti è reale. Io avevo la loro età ai tempi di Chernobyl e ricordo bene la paura per un evento enorme a cui non si riusciva bene a dare forma. Al tempo però in tv non c'erano Giacobbo e gli altri venditori di apocalisse un tanto al chilo: al massimo Piero Angela, che in prima serata provava a spiegarti cos'erano le radiazioni coi meravigliosi disegni di Bruno Bozzetto. Se oggi riesco a non spaventarmi davanti a un titolo che strilla “Apocalisse”, se conosco la differenza tra fusione nucleare e fusione del nocciolo, tra fuga radioattiva e contaminazione radioattiva, lo devo un po' anche alla tv dei tempi di Quark. Non era perfetta, ma cercava di fornire delle conoscenze ai futuri cittadini. Mentre Voyager, Mistero, e tutti i venditori di Apocalisse cartacei e on line, hanno bisogno soltanto di pesci che abboccano. Il danno che hanno fatto alla nuova generazione coi raccontini dell'orrore che hanno spacciato per approfondimenti scientifici, l'ansia e l'incertezza che hanno distribuito a piene mani per aumentare lo share, vendere un libro o aumentare una tiratura, non possiamo misurarla. Ma probabilmente ci danneggerà nei prossimi anni più delle radiazioni di Fukushima.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).