Certo, da noi in Italia pensare ai computer, neanche necessariamente Apple, è già una cosa progressista; poi però a un certo punto i progressisti si ricordano che in Cina i computer che ci liberano dall'ignoranza del regime televisivo li assemblano gli operai sfruttati e ci resta un dissidio interiore. Ma secondo me questo dissidio Steve Jobs non l'aveva, era fuori dalla sua prospettiva di vita. Per quel poco che lo conosco non credo che si sia mai posto il problema se la sua ricchezza, la sua capacità straordinaria di fare soldi su soldi si basasse o no sullo sfruttamento di qualcun altro. Non è che si rispondesse di no, secondo me è proprio che non si poneva il problema, non faceva parte del suo universo morale...
Ora, se io dovessi per un attimo calarmi
nella testa di Steve Jobs per come l'ho conosciuto, quindi
indirettamente, attraverso la sua vita come l'ho ricostruita
attraverso fonti secondarie, mi verrebbe da dire che quando si è
parlato di Foxconn lui almeno ci ha messo la faccia, in diverse
occasioni. Diciamo che anche mettendoci la faccia non ha dimostrato
di considerarla una questione di primaria importanza rispetto a
quella che era la sua missione, da sempre perseguita, cioè costruire
il miglior computer del mondo. Alla delocalizzazione di Apple ha
contribuito enormemente il nuovo CEO di Apple, Tim Cook, che ne è il
responsabile sotto diversi aspetti. Nell'ultimo capitolo del libro,
che è quello in cui cerco di affrontare Jobs non più dal punto di
vista biografico, c'è una parte intitolata “Designed in
California, made in China”, in cui mi domando fino a che punto Tim
Cook potrà portare avanti questo tipo di azioni e operazioni senza
lo schermo protettivo di quella figura iconica che è Steve Jobs. Non
a caso, forse, che nel frattempo si sta insistentemente parlando di
un'espansione di Foxconn in Brasile.
Quindi probabilmente quando sarà
finito il contraccolpo emotivo della morte di
Steve-Jobs-Santo-Subito, la Apple potrebbe avere più problemi di
immagine a gestire la manodopera sfruttata nel terzo mondo.
Mettiamola così: nella misura in cui
hanno già problemi di questo tipo altre aziende. Jobs era, lo dico
provocatoriamente, un eccellente straordinario meraviglioso schermo
deformante in cui e attraverso il quale abbiamo tutti, consumatori e
giornalisti in primis, guardato i prodotti Apple con uno sguardo
particolare. Lui e loro ci hanno convinti perché ben progettati, ci
hanno affascinato la precisione e l'affidabilità (un po' meno il
prezzo), ma ci hanno anche parlato. Mi spiega meglio, ci hanno
suggerito chi potevamo essere per il semplice fatto di possedere un
iPhone o un iPad. Una sorte di ipnosi commerciale, che per ora si
fondava sul magico curatore delle nostre ambizioni: Jobs. Tim Cook
non mi pare abbia le stesse qualità.
Ricordo come il grande uomo a cui
tutti si ispiravano nel decennio precedente, Bill Gates, questo
genere di problemi di immagine lo ha risolto facendo tanta
beneficenza, un'altra cosa molto anglosassone che noi non capiamo del
tutto: il fatto che le falle del sistema vadano turate con la
beneficenza dei ricchi. Mentre Jobs di beneficenza se non sbaglio ne
ha fatta poca, addirittura a volte l'ha sospesa per motivi di
budget... Insomma non ci teneva molto all'immagine del Buono, mi
pare.
Jobs è sempre stato molto concentrato
sul lavoro. Tutto ciò che lo distraeva dal suo lavoro e (nella
seconda parte della sua vita) dalla sua famiglia non lo interessava
granché. Jobs era molto disponibile a curare, anche a coccolare i
propri dipendenti, ma nell'ottica dell'azienda: qualsiasi operazione
filantropica che in qualche modo lo distraesse dall'azienda e dai
prodotti non l'ha mai concepita. Una delle operazioni di lobbying non
profit di Steve Jobs è quella che ha promosso nelle scuole, The Kids
Can't Wait, un programma per mettere un computer in ogni scuola –
che poi alla fine rimane circoscritto alla California: lodevole
iniziativa, ma si tratta comunque di installare un prodotto che lui
produceva. Una filantropia che qualcuno potrebbe considerare un po'
pelosa. Poi c'è l'impegno sul registro della donazione degli organi,
che ha cominciato a sostenere in seguito al trapianto del pancreas
che lui stesso ha avuto, avendo avuto esperienza di qual è la
fatica, la difficoltà, il dolore di questo percorso.
Un altro esempio: nel 1986 – siamo
nel periodo in cui sta lavorando a NeXT – crea anche la Steve Paul
Jobs Foundation, che nasce quindi ben prima della Bill and Melinda
Gates Foundation: però decide di chiuderla dopo appena quindici
mesi. Ti cito cosa dice Mark Vermilion, che era allora il
responsabile della fondazione: “Non aveva il tempo per seguire
questa attività. Steve si è impegnato in due cose nella sua vita:
Apple e la sua famiglia. Tutto il resto era per lui una distrazione”.
Perfino quando torna ad Apple blocca i
progetti filantropici. In questo senso la coerenza con cui si è
mosso Jobs è in sé la sua vera forza di marketing, se si vuole.
Sai come molti Santi abbiano corso
un rischio altissimo di finire come eretici. Ecco, nel caso di Jobs
mi pare che per una lunga fase lui sia stato davvero l'eretico,
l'uomo del think different.
Poi a un certo punto Apple si conquista una specie di egemonia almeno
a livello di immagine, e a quel punto è Jobs a mostrare una certa
intolleranza contro chi pretende di produrre oggetti simili ai suoi.
Mi riferisco per esempio al modello del giardino recintato su iPhone
o iPad, o la vertenza con Samsung a cui Apple vorrebbe proibire di
commercializzare un tablet simile all'iPad. E l'arrabbiatura quando
capisce che a Google stavano lavorando a un sistema operativo per
smartphone, Android, che sarebbe ovviamente diventato il concorrente
naturale dell'iPhone...
Beh... non mi spingerei a considerare
eretici Google o Samsung. Su Samsung è semplice questione di
concorrenza: una corsa all'ultimo brevetto e all'ultima copiatura.
Per quanto riguarda Android la questione è un po' più complessa,
perché nel momento in cui Jobs stava lavorando sull'iPhone, Eric
Schmidt, numero uno di Google, era all'interno del CDA di Apple. Così
quando Jobs venne a sapere che Google stava lavorando ad Android è
noto che se la sia presa con Schmidt, sospettando che ci potesse
essere stato – noi non lo sappiamo – un passaggio di informazioni
non autorizzate. Li visse come un tradimento.
Un altro aspetto importante dei
Santi e degli Eroi è che ci permettono di dare un volto a periodi e
sommovimenti storici che altrimenti forse non riusciremmo ad
affrontare. Almeno, io ho la sensazione che dietro ai monumenti di
parole che i giornalisti dedicavano a Bill Gates qualche anno fa e
oggi a Jobs, ci sia anche una specie di paura del vuoto. L'idea che
il progresso tecnico sia qualcosa di troppo spaventosamente complesso
e spersonalizzato, l'opera collettiva di milioni di ingegneri anonimi
che non sapremmo da che parte cominciare a raccontare: e allora ci
raccontiamo aneddoti su Gates, leggende su Jobs...
Spesso e volentieri noi abbiamo di
fronte delle aziende molto veloci che crescono o muoiono o che si
trasformano o vengono comprate o cambiano facilmente CEO o
amministratore delegato o proprietà. Da questo punto di vista Apple
era un'azienda con un personaggio catalizzante il che semplificava
enormemente la comunicazione. Delle tante aziende della Silicon
Valley è una delle pochissime in cui fino a poco fa il CEO era il
fondatore, uno che in trenta e passa anni, quasi quaranta ha
depositato una storia, un significato. E questo lo ha fatto anche
internamente a livello aziendale. La vera passione di Steve Jobs non
era tanto l'elaborazione dei prodotti, ma la costruzione di
un'azienda. Tutti, in azienda, sapeva in qualche modo cosa sarebbe
piaciuto a Jobs, cosa avrebbe voluto, e tutti si sforzavano di
crearlo. Per rispondere alla tua domanda: sì. Apple è un sistema
molto complesso, che produce oggetti e idee complesse, ma (almeno
fino a poco tempo fa) in maniera estremamente semplice e diretta. I
miti e le leggende sono in questo senso uno dei registri più facili
da adottare per trasmettere concetti complicati, emozioni complesse,
in maniera estremamente semplice al maggior numero possibile di
persone. Come in una narrazione. Salvo che, il 5 ottobre scorso, è
morto il protagonista (e l'autore) del racconto. L'eroe nel mito.



Io la riassumerei così: Steve Jobs era un grande uomo che lavorava per gli ideali sbagliati. Potete dire quello che volete sul genio di Jobs, ma se uno è a capo di un'azienda che crea ecosistemi chiusi, che impugna brevetti ad ogni occasione per depotenziare la concorrenza (dai, hanno brevettato il "Slide to unlock", ma si può?), che crea recinti chiusi ponendo di fatto delle barriere nel mondo dell'informatica, allora, mi spiace, quell'uomo è un genio ma un genio del male. La gente si lamenta di come va il mondo ma poi al momento buono non sa fare una scelta responsabile che pesa pochissimo, come scegliere un sistema operativo e programmi open (Android? Ubuntu? OpenOffice?), o produttori di hardware che non sfruttano la manodopera (Dell?). Invece no, per un po' di design saremmo pronti a svendere qualunque ideale. Siamo senza speranza.
RispondiElimina> o produttori di hardware che non sfruttano la manodopera (Dell?)
RispondiEliminaLeggo su Wikipedia che anche Dell è cliente di Foxconn.
@foobar La fabbrica foxconn che fornisce la Dell si trova in Polonia, a Łódź. Nella stessa città si trova lo stabilimento che produce i pc in vendita in Europa.
RispondiEliminaÈ vero, ha venduto quello stabilimento nel 2009.
RispondiEliminaQuesto vuol dire che non è più cliente Foxconn? Secondo SACOM, una associazione di Hong Kong che si occupa delle condizioni dei lavoratori in “outsourcing”, tra i clienti di Foxconn i cui prodotti sono assemblati nello stabilimento di Shenzhen – quello con le reti anti-suicidio (http://sacom.hk/archives/837) — c'è anche Dell, che tra l'altro insieme ad Apple e HP all'epoca delle catene di suicidi s'è data da fare con comunicati stampa, indagini, etc.
Considerato anche che Foxconn produce pure componenti, non si limita all'assemblaggio del prodotto finale, mi viene da dire che forse la “quest” per un computer “etico” è un po' più complessa che “prendo quello di X invece che di Y”.
Bah, onestamente 'sta cosa del design per me è sopravvalutata; è un po' come la storia che il papa sarebbe un grande filosofo, mi pare la raccontino quasi solo i devoti.
RispondiEliminaInsomma, qui non c'è nessun Munari, nessun Gropius, nessun [nome del tizio che ha disegnato Helvetica].
Al massimo c'è un lavoro sulla realizzazione, sui materiali, sulle finiture, sull'interfaccia; ma un rettangolo con una cornice non mi pare chissà quale pietra miliare nella storia del design...
Un superbo ipnotizzatore di masse, che ha disegnato oggetti tecnologici molto graziosi da guardare. Ci togliamo il cappello come uomo di propaganda e scultore di piccolo modernariato, capace di vendere, nel 2010, il multitasking. La tecnologia per tutti che migliora la qualità della vita, mi pare di avere capito però che sia un'altra cosa. Analfabeti informatici e tecnologici, allevati tali, con gioielli da 600 euro in tasca. Perle (di bigiotteria) ai porci illusi di essere avanti. Illusi, fondamentalmente.
RispondiEliminaQuando Leonardo parla di Jobs passato dal "think different" alla guerra con Samsung sulla copiatura, Bagnato risponde
RispondiElimina"Su Samsung è semplice questione di concorrenza: una corsa all'ultimo brevetto e all'ultima copiatura"
Il problema però resta: uno che "thinks different", e che amava ripetere la frase "I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano" di Picasso, perché dovrebbe arrabbiarsi quando gli altri copiano o rubano a lui? Ancora, un pensiero del genere non dovrebbe essere, per principio, contrario all'idea di brevetto?
Voglio dire, è giusto che Jobs si sia difeso come tutti gli altri dalle copiature dei propri prodotti, ma se usi un claim del genere sarebbe stato coerente accompagnare tale azione con una battaglia per modificare il sistema della concorrenza e soprattutto dei brevetti, in primis quelli sul software. Quello che Jobs, ad esempio, ha fatto con la musica, prima pubblicando un post nel quale stigmatizzava il DRM, poi introducendo in iTunes l'opzione DRM-free iTunes Plus, infine rendendola standard unico.
Si sarebbe potuto fare lo stesso nel mondo dei brevetti, almeno lanciare il sasso. Non mi pare sia stato fatto, ed è questo che fa sussistere la contraddizione: Think different, ma quando abbiamo voglia. I grandi artisti rubano, ma non a noi.
Vale anche per la questione FoxConn: se think different, potresti anche scegliere altri fornitori, o chiedere loro certi standard. Gli altri che si riforniscono da FoxConn non hanno quel claim, quindi a mio parere sono altrettanto complici ma meno incoerenti.
EliminaE per chiarire che non ce l'ho con Apple, vale la stessa cosa anche per Google che prima "don't be evil" e poi si accorda col governo cinese per censurare piazza Tien An Men.
Quando fai dell'etica un marchio della tua azienda, dovresti essere preparato alle conseguenze.