venerdì 18 novembre 2011

Il peggior scrittore del secolo

e ADESSO chi è la più bella del reame, eh?
Come? Non ti sento bene, scusa.
Non di questo, del secolo VI. Un secolo in cui probabilmente in Europa sapevano leggere in cinquecento e scrivere in quindici - comunque si aggiudica il trofeo San Gregorio da Tours, di cui si leggono mirabilie sul Post. Quella nell'immagine invece è una bis-bis-bis-nonna di Cenerentola, giuro.


17 novembre - San Gregorio di Tours (538-594).

Uno dei motivi per cui la gente guarda i talent show, secondo me, è che sono pieni di incapaci che fanno ridere, all'inizio; e in seguito di mediocri che possono sbagliare nota o figura da un momento all'altro. E a quel punto lo spettatore si sente come Nerone sul palco del Colosseo pronto a invertire il pollice e far entrare i leoni, no? No, esagero, tra l'altro ai suoi tempi il Colosseo non c'era, e comunque a Nerone non piacevano gli spettacoli sanguinosi. Forse i mediocri ci fanno stare bene perché sono gente come noi, sbagliano come noi, se diventano ministri fanno le stesse cazzate che faremmo noi, se non peggiori.

Ma c'è di più: a volte solo contemplando un mediocre noi riusciamo a farci un'idea della grandezza. Per esempio. Io la danza classica non sono mai riuscito a guardarla, alla prima ruota impeccabile sbadiglio, sono sempre tutte incommensurabilmente brave e mi annoio. Invece se guardo un'amica di Maria col collo del piede inadeguato riesco a capire le sue mancanze, le correggo con l'immaginazione e all'improvviso mi rendo conto della fatica, della grazia che deve metterci una ballerina vera; è come se la mediocrità mi aiutasse a misurare il valore di chi è bravo davvero, è come quando fotografi un piccione spennato in cima a un monumento e finalmente riesci a capire quanto il monumento è grosso. Dico tutto questo perché oggi è San Gregorio di Tours, che non è patrono di Tours (con San Martino non c'era gioco) e quindi non si sa esattamente di cosa sia patrono, e allora io avrei una proposta: nominiamolo patrono di tutti gli scrittori mediocri (sì, me compreso).

Gregorio in effetti è un po' l'amico di Maria della scrittura. Il mio Dizionario dei Santi (“Da Abacuc a Zosimo tutti i protagonisti della fede”) spiega che la sua Historia Francorum “non si può dire un'opera d'arte”, mirabile eufemismo per nascondere ai non esperti la terribile verità: Gregorio come scrittore è un disastro. Ma è uno di quei disastri molto interessanti da studiare, come il Big Bang. Non è che non sappia mettere la punteggiatura: ai suoi tempi nemmeno esisteva la punteggiatura, forse non costumava nemmeno più spaziare tra una parola e l'altra, siscrivevatuttoattaccatoperevitarecheilpenninofacesselagocciamacchiandolapergamena (con quel che costava, la pergamena: per qualche secolo si è andato avanti riciclando testi antichi, se volevi raccontare gli ultimi gossip sulla regina Cunegonda prendevi un rarissimo volume della Poetica di Aristotele, lo raschiavi, e iniziavi ascriverefittofittoqualsiasistoriellativenisseinmente). Niente punteggiatura, insomma, niente spazi: quindi diventano importantissimi i nessi logici, quelle paroline come “Perciò, Quindi, Infatti, Siccome”... ecco, quelle. Gregorio non sa bene come usarle, è come uno di quegli studenti che cominciano sempre con Infatti e con Perché ma non stanno spiegando niente, è solo un modo per prendere parola e iniziare a raccontare fattoidi senza continuità finché qualcuno spazientito non ti toglie il microfono.

Gregorio del resto non è che capisca il come e il perché, la sua Historia non è che un groviglio senza capo né coda di Merovingi che si accoppano e poi fanno la pace e poi si riaccoppano, con un vescovo (a volte Gregorio stesso) che ogni tanto ne prende due sottobraccio e dice “Va bene adesso basta ammazzarsi tra cugini di terzo grado, dite un Pater Ave Gloria e da qui in poi tutti amici, oc?” [Non è vero che si diceva “oc”, a Tours non si parlava la Langue-d'Oc, ma mi piaceva la scena di un vescovo che dice “Oc”]. E il bello è che nella pagina seguente i due sono davvero amiconi e fanno bisboccia insieme, poi quando è ora di pagare il conto uno dice Paga il mio amico che ha appena ereditato, è diventato ricco da quando ho fatto uno spiedo di tutti i suoi parenti, eh eh, Cramnesindo, dovresti solo ringraziarmi... e Cramnesindo a quel punto si adonta, gli taglia la testa e la infilza su un palo, ecco, questi erano i tempi di Gregorio di Tours (continua...)


Gallia, sesto secolo. L'Impero Romano è finito dai tempi dei nonni dei bisnonni, e al suo posto ci sono questi sovrani burgundi visigoti e merovingi che però non conoscono la differenza tra nazione e proprietà privata, sicché qualsiasi regno lo dividono tra numerosi figli maschi, i quali ovviamente non perdono tempo e cominciano ad ammazzarsi a volte quando il padre è ancora vivo, spalleggiati da mogli e concubine efferate: i confini cambiano continuamente, le nazioni hanno nomi stranissimi (Neustria, Austrasia), e in mezzo a tutto questo Gregorio cerca di fare l'uomo saggio, l'uomo di fede e soprattutto di lettere. La volontà non gli mancava, ma cominciava a scarseggiare il materiale, dico proprio le pergamene: in tutta la sua vita Gregorio si nutrirà soprattutto di cronache tardo-antiche, un po' di Eneide, poca patristica, Cicerone solo attraverso San Girolamo, le Scritture compreso qualche apocrifo, tutto lì. Per i tempi era comunque una biblioteca degnissima, che gli valse una fama di intellettuale, non del tutto immeritata, perché son tutti buoni oggi di fare i sapientini con google. Gregorio non aveva nemmeno a disposizione un vocabolario decente della lingua in cui cercava di scrivere (il latino).

Quanto alle fonti, è tutto un sentito-dire. Gregorio è contemporaneo di alcuni dei personaggi più incredibili della sua Historia; donne fatali e criminali, come Brunechilde e Fredegonda. Quest'ultima, nata schiava, seduce il re Chilperico e lo convince a ripudiare la prima moglie Audovera e a trovarsene una degna di lui. Chilperico obbedisce ma, come capita sovente ai Merovingi, fraintende e sposa Galsuinda, sorella di Brunechilde regina di Austrasia. Fredegonda abbozza ma appena Chilperico si stanca della sposa novella riesce a convincerlo a farla sgozzare: la cognata non apprezza, e da qui un'infinita guerra tra Austrasia e Neustria in cui inutilmente gli studiosi moderni cercherebbero quei moventi, quegli indicatori socio-economici per cui si fanno le guerre, perché ce la racconta Gregorio da Tours, e per Gregorio alla fine è tutto molto semplice: quelle due tipe, Fredegonda e Brunechilde, non si sopportavano, per trent'anni continuarono a scagliarsi contro re principi  e pretendenti come pezzi bianchi e neri sulla scacchiera.

Nel frattempo Fredegonda aveva anche il suo daffare ad eliminare i figliastri, avvelenandoli o facendoli sgozzare o screditandoli presso il marito. Persino i suoi figli naturali dovevano stare attenti alla testa, letteralmente. Alla vezzosa Rigonda promise di regalare ogni vestito e prezioso che sarebbe riuscita a trovare in un baule; ovviamente era solo un pretesto per chiuderle la testa nel baule stesso, ma le sue guardie sventarono il crimine e... e niente, il mattino dopo tutti a colazione come prima, che gente i Merovingi.

L'episodio è interessante perché riaffiora dieci secoli dopo nell'ultimo posto dove uno se lo potrebbe aspettare, e cioè nella fiaba di Zezolla, che è poi la versione napoletana di Cenerentola, narrata nel Cunto de li Cunti da Giambattista Basile. Qui in una versione italiana:
Ma [il padre di Zezolla], essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: "O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?" E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell'orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: "Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi". Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: "Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l'arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo" "Orsù" replicò la maestra, "senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, di' alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: 'Tieni il coperchio' E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l'osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia".



Sì, lo so, di queste cose Walt Disney non parla, ma la Cenerentola originale napoletana spezza il collo della matrigna in un baule. Le va comunque male, perché il papà sposa la maestra che diventa una matrigna peggiore della prima, ed è quella che poi la relega definitivamente alle pulizie. Secoli prima lo stesso crimine era stato imputato a quella granculo di Fredegonda, che con Cenerentola del resto condivide il salto improvviso da domestica a principessa. Insomma dietro alla fiaba della scarpetta di cristallo (che con molte variazioni è attestata nell'antico Egitto, in Cina e tra i nativi americani) potrebbe esserci una delle più malvagie regine della storia, una di fronte alla quale Lucrezia Borgia è una Teresina del bambin Gesù. E alla fine un dettaglio della fiaba potrebbe averlo messo su pergamena proprio il mediocre Gregorio da Tours, con la sua passione per le scene un po' truculente, ma vivide. Se lo amiamo, con tutto l'affetto fraterno che riserviamo ai mediocri, è grazie a Erich Auerbach, che in Mimesis ci ha fatto conoscere la sua prosa sgrammaticata, e ci ha insegnato a riconoscere l'alba nell'imbrunire degli antichi nessi logico-sintattici. Perché è vero, Gregorio scrive male, ma senza di lui forse non avremmo il realismo moderno.
Gregorio non dispone che del suo latino grammaticalmente corrotto, sintatticamente povero e di conseguenza quasi di scolaretto, egli non ha registri da manovrare e non ha un pubblico sul quale possa influire con un gusto inconsueto o con una variante stilistica; ha però i fatti concreti che accadono intorno a lui, che si svolgono davanti ai suoi occhi o che gli sono riferiti “caldi caldi”[...] Quello che racconta è il suo proprio, il suo unico mondo; non ne ha altri, e in esso vive. Dall'opera di Gregorio in verità apprendiamo assai confusamente la connessione dei fatti politici, ma arriva per così dire alle nostre narici l'aria del primo secolo della dominazione dei Franchi nelle Gallie. Vi dominano costumi tornati spaventosamente rozzi, non soltanto perché la violenza prorompe nei singoli territori, e i governi non hanno più la forza d'intervenire, ma anche l'astuzia e la politica hanno perduto ogni forma e sono diventate primitive e rozze. [...] [Gregorio] aveva di poco passati i trent'anni quando divenne vescovo di Tours; se è lecito giudicare l'uomo dallo scrittore, deve aver posseduto coraggio e forza di carattere, e certamente nulla di quanto vide poté distoglierlo dalla sua via. Egli è uno dei primi esempi di quella attività pratica nel senso della Chiesa che ha fatto della dottrina cristiana uno strumento che agisce entro la vita terrene, e che si può sotto molti aspetti ammirare nella Chiesa cattolica. A Gregorio nulla dell'uomo è estraneo, fa luce in tutti gli abissi, chiama le cose col loro nome, e conserva tuttavia la sua dignità e una certa unzione di tono, e non si fa nemmeno nessun ritegno d'impiegare mezzi temporali accanto a quelli spirituali; sa che la Chiesa deve essere forte e potente se vuol raggiungere in questo mondo qualcosa di durevole nel campo morale e che bisogna legare a sé anche con interessi pratici coloro di cui si vuol conquistare durevolmente il cuore. [...] Di certo il suo talento e il suo temperamento conducono il vescovo Gregorio molto al di là della semplice cura spirituale e della pratica ecclesiastica; quasi senza avvedersene diventa uno scrittore che afferra e foggia la vita. Non ogni prete avrebbe potuto diventar quello che è diventato lui, ma in quel tempo soltanto un prete poteva diventarlo.
È passato molto tempo da quando studiavo Auerbach e il realismo in generale, ma ancora oggi quando correggo qualche tema di tredicenne, e sbatto inevitabilmente contro sintassi traballanti, punteggiature insensate o inesistenti, “perché” che non spiegano e “ma” che non avversano, proprio mentre sto per accartocciare il foglio protocollo... mi torna in mente Gregorio di Tours, grande e sgrammaticato scrittore che coi cocci del latino s'inventò una lingua nuova e un realismo nuovo, patrono di tutti noi cattivi e incompresi scrittori sempre in guerra con punteggiatura e logica. Magari il mio peggior studente sarà il cronista dei prossimi barbari; possa San Gregorio illuminargli il desktop, mentre raschia dalla memoria fissa qualche e-book inutile e comincia a scrivere le gesta del popolo tamarro.

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