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giovedì 31 marzo 2011

Delenda Cologno

Revolution Will Be Televised

Non è che i quotidiani (quelli alla Feltri, intendo) non abbiano una residuale importanza, nell'ispirare qualche migliaio di boccaloni da bar e in generale la classe imprenditoriale meno lucida d'Europa.

Non è che internet sia un mondo perfetto, con le sue comunità sempre meno comunicanti con l'esterno, una specie d'agenzia che trova a tutti gratis la stanza dove tutti la pensano come te, ti danno ragione, approvano i tuoi elementi.

Però pantomine come quella di Forum, o di Lampedusa, o della rissa alla Camera, ce lo ricordano tutti i giorni: l'arma più forte, l'unica che rimane al Rais per convincere e convincersi di essere ancora in sella, è sempre lei: la televisione. Così banale? Sì, così banale, mi dispiace, ma siamo sempre qui. Scenette come quella della finta terremotata non si farebbero, se non funzionassero ancora così bene, nel 2011 (e il Gabibbo non rilascerebbe dichiarazioni all'Ansa). Forse altrove le cose stanno cambiando, forse davvero twitter o facebook stanno veicolando nuove rivoluzioni, nel qual caso sono felice per egiziani e tunisini, ma qui da noi va così: chi controlla le emittenze, controlla gli italiani. Non tutti? Va bene, diciamo che ne controlla abbastanza per fottersi del resto.

Perché tutto il resto – le proteste a Lampedusa, l'indignazione degli aquilani, il cipiglio allucinato di La Russa, il sorriso mesto e incredulo di Frattini – non esiste; o meglio, esiste per una fetta di italiani che rimane la minoranza. Una minoranza enorme, ma minoranza, a cui non resta che chiudersi nella sua stanza cartacea o digitale (o magari andare al cinema), a indignarsi un altro po', che c'è sempre un motivo e ormai ci abbiamo preso gusto; ad aggiungere un'altra paginetta all'album delle figure di merda internazionali. Va così da vent'anni e non si vede francamente perché dovrebbe cambiare. I giovani, forse, man mano che si stancano dello scatolone di mamma e papà (che è sempre meno uno scatolone, ora è sottile e lucido come uno specchio, e succhia banda a internet). I giovani forse non ci cascano più come una volta, ma sono pochi.

Saranno vent'anni, ormai, che faccio questo discorso, e magari all'inizio esageravo. Di solito la risposta è sempre la stessa: spocchioso, elitario, tu offendi gli italiani, credi che siano cretini. Io non ho mai pensato che gli italiani siano cretini, più di me intendo. Si tratta di un semplice problema di input. Il più potente calcolatore mai costruito non troverà la soluzione corretta a un problema, se i dati che gli avete fornito sono errati. I cervelli per costruire ragionamenti complessi ce li abbiamo, in effetti non abbiamo altro (in effetti tutto questo rumore che sentite, questa frustrazione di fondo, non è la musica delle sfere, ma milioni di cervelli italiani che macinano a vuoto). Ma per elaborare una qualsiasi idea bisogna pur partire da osservazioni, da dati sensibili, ed è qui che siamo stati criminalmente truffati: tutto quello che la maggior parte degli italiani vede e sente passa ancora attraverso il diaframma televisivo, quella famosa calza davanti all'obiettivo. La vera agenda si stabilisce in tv, non in parlamento: vedi il modo in cui una situazione emergenziale ma tutto sommato non ancora drammatica come lo sbarco di profughi a Lampedusa è diventato la Priorità Numero Uno. Davvero, questi trucchetti, se non funzionassero, nessuno li farebbe più. Ma funzionano: e se non aumentano il consenso, comunque lo mantengono oltre il 50%, che è tutto quello che serve a Berlusconi e leghisti per rovinarci.

Oggi come vent'anni fa è la televisione che offre a Berlusconi la possibilità di costruirsi una realtà a suo piacimento dove Lampedusa può diventare la nuova Portofino. Il resto non ha nessuna importanza e forse costituisce soltanto una distrazione. I processi. Il dibattito parlamentare. La gente può anche andare a manifestare davanti al parlamento, o al Palazzo di Giustizia. Io nel 2011 resto convinto che l'Italia sia la nuova Romania, e che l'unica marcia veramente necessaria (e veramente pericolosa) sia quella su Cologno Monzese: e con mezzi ben più contundenti che le monetine. Ogni volta che scrivo questa cosa qualcuno si mette a ridere, va bene così. Ormai i giochi sono fatti, se siete d'accordo con me ormai lo siete da anni e non c'era nessun bisogno che leggeste tutto questo. Se invece non siete d'accordo, non lo sarete mai, ma per voi e per tutti voglio sempre restare il vecchietto rincoglionito che finiva tutti i discorsi con lo stesso ritornello. Perché insomma, io credo oggi come sempre che bisogna distruggere Mediaset.

lunedì 28 marzo 2011

Ana contro Ana


Adesso magari qui non si vede proprio bene, ma questa rivista sta fieramente conducendo una campagna contro l'anoressia, andando alla radice del problema. E alla radice non ci sono certo le riviste di moda (ci mancherebbe altro) ma nemmeno le famiglie (un po' passée anche quest'abitudine di incolpare le famiglie), bensì... indovinate cosa c'è alla radice di tutto il problema, indovinate.

Ci sono i blog. Vogue vuole la vostra firma per chiuderli. I dettagli sull'Unità.it. Commentate laggiù.

giovedì 24 marzo 2011

Il Paese che ha bisogno di Popstar

Riassunto della puntata precedente - qualche tempo fa avevo cominciato una recensione di Popstar della cultura, di Alessandro Trocino, poi Trocino stesso è intervenuto nei commenti causandomi un attacco di timidezza, per cui in questa seconda puntata parto definitivamente per la tangente.


4. L a     t e r r a     t u r r i t a – "Popstar della cultura", dicevamo. Avrebbe senso un titolo del genere all'estero? Perché magari le popstar esistono anche lì – basta dare un'occhiata a Bérnhard-Henri Lévy per sospettarlo. Ma il fenomenale cozzo tra i termini “popstar” e “cultura” fa scintille soltanto nella nostra lingua. In inglese probabilmente no. In inglese diventare una popstar è ormai “culturally relevant” per definizione: il pop è una cultura, se non la cultura tout court, il mainstream. Nessuno negherebbe l'aspetto culturale del fenomeno Lady Gaga, è una battaglia persa in partenza. Per contro, in Italia Allevi deve ancora dimostrare qualcosa al mondo della Cultura. Dischi, ne vende; però i virtuosi storcono il naso. Allo stesso modo, Saviano deve continuamente dimostrare di essere uno scrittore e non un cronista; viceversa, Camilleri deve dimostrare che è qualcosa di più dallo scrittore di gialli; in generale, la Cultura italiana rimane una turris eburnea, un club di terzo livello, puoi sgobbare tutta la vita senza riuscire a ottenere le credenziali sufficienti. Non che si scriva un granché di interessante, da anni, a questo livello; c'è il sospetto diffuso che sia ormai un ospizio, ma non importa, è un ospizio di gente raffinata che non ha bisogno di popstar.

Viceversa, le popstar hanno terribilmente bisogno della tessera del club. Guardiamoli bene. In una nazione senza turris eburnea, cosa succederebbe ai nostri fantastici sei? Beppe Grillo farebbe lo stand up comedian. Magari avrebbe un suo posto fisso in tv; in ogni caso non avrebbe bisogno di fondare un partito o un culto personale per vendere biglietti e dvd. Camilleri farebbe il giallista, e sarebbe apprezzato dal suo pubblico come tale; non ci si porrebbe il problema della letterarietà, della sicilianità, dell'espressionismo, del retaggio sciasciano, verghiano, tomasidampedusiano; scriverebbe gialli buoni o meno buoni e sarebbe valutato dai critici per le loro qualità intrinseche. Corona farebbe l'alpinista, magari lo scultore. Ogni tanto pubblicherebbe qualche raccontino naif, che avrebbe un suo pubblico. Allevi suonerebbe il piano e venderebbe dischi. Saviano farebbe davvero il cronista, o magari lo scrittore di docu-fiction; magari avrebbe scritto Gomorra tale e quale (e vivrebbe sotto scorta tale e quale), ma nessuno avrebbe sentito la necessità di scriverci sopra “romanzo”, col dibattito che ne è seguito. Petrini farebbe il critico gastronomico, non il gastrorivoluzionario. Insomma, queste popstar avrebbero tutte una collocazione e un successo. Senza la necessità di assediare la turris eburnea della Cultura. Necessità assolutamente italiana: è da noi che un'antologia di reportage va spacciata per romanzo per stimolare un dibattito culturale. È da noi che un pianista pop deve affettare manie da grande compositore per farsi notare dai critici. È da noi che un giallista, per farsi rispettare, deve mostrare di appartenere alla letteratura cosiddetta 'alta', che è detta così ormai soltanto da noi; è da noi che un comico per conquistare i suoi spazi alternativi al quasi monopolio tv deve diventare un predicatore itinerante. Anche se non esiste praticamente più, la torre ebrunea funziona ancora da richiamo: ascolteremo il pianista Allevi soltanto se lui ci darà la sensazione di essere il nuovo Mozart, leggeremo Camilleri soltanto se ci darà la sensazione di un nuovo espressionismo siciliano. Le popstar magari in principio erano soltanto onesti operatori culturali, ma le attese e la mentalità del pubblico le hanno spinte fatalmente verso il cosiddetto Midcult.

5. I t a l y ' s    B e s t    P o p s t a r – Il termine midcult è preso da un saggio di Dwight MacDonald, che in Italia è conosciuto soprattutto per la rilettura che ne dà Umberto Eco nella Struttura del cattivo gusto (Apocalittici e integrati, 1964). MacDonald vede il Midcult come genere intermedio tra la Cultura Bassa o Masscult e la Cultura Alta, o avanguardia. Secondo Eco il Midcult “1) prende a prestito procedimenti dell'avanguardia e li adatta per confezionare un messaggio comprensibile e godibile a tutti; 2) impiega questi procedimenti quando sono già noti, divulgati, frusti, consumati; 3) costruisce il messaggio come provocazione di effetti; 4) lo vende come Arte; 5) pacifica il proprio consumatore convincendolo di aver realizzato un incontro con la cultura, in modo che esso non si ponga altre inquietudini”. Sullo stesso MacDonald, però, Eco formula qualche sospetto di snobismo: “non si pone mai la domanda se molte delle operazioni dell'avanguardia siano state prive di ragioni storiche profonde, o se queste ragioni non vadano proprio cercate nel rapporto tra avanguardia e cultura media”. Eco ha in merito un'opinione più precisa, e vent'anni dopo diventerà la massima popstar del Midcult italiano portando col Nome della Rosa l'avanguardia nel giallo storico (o portando gli stilemi di genere nel romanzo d'avanguardia?) Di anni ne sono passati altri trenta, ma il Nome della Rosa rimane secondo me un esempio abbastanza ineguagliato in Italia di Midcult di qualità. Quello che altrove è la norma – penso al genere artistico americano che ultimamente consumiamo con più appetito, le fiction: le migliori si collocano più o meno in mezzo tra avanguardia e Masscult, prendono in prestito le intuizioni del cinema d'autore e le riadattano ai soliti canovacci dei feuilleton – il risultato è ottimo intrattenimento, che magari ci fa venir voglia di saperne di più, così come Eco ci faceva venire voglia di studiare i pauperisti medievali.

6. D a l l a     T o r r e     a l     P o n t e – Il problema è tutto qui: le nuove popstar italiane riusciranno come Eco a gettare analoghi ponti verso forme d'arte e contenuti un po' più complessi? Il lettore di Camilleri proseguirà in direzione Sciascia o D'Arrigo? Se regalo un cd di Allevi a un tredicenne, getto i semi che mi frutteranno un trentenne estimatore di Bach? A ben vedere è lo stesso problema che ci pone il caso Moccia: una dodicenne che legge Moccia oggi è davvero una dodicenne conquistata alla lettura? Il fatto che in una singola unità di tempo legga Moccia invece di pittarsi le unghie guardando una soap (che magari è scritta meglio di un romanzo di Moccia) è positivo in sé? Ricordiamoci l'altra faccia della medaglia: la dodicenne che, davanti a Moccia (o a un cd di Allevi) decide per sempre che la letteratura (o la musica) è robaccia che non fa per lei: e così grazie a Moccia abbiamo perso una potenziale lettrice di Tolstoj (o estimatrice di Mozart). La popstar ideale è quella che mentre ti spaccia canzoncine ti introduce a una tradizione musicale composita e interessante; possiamo criticarlo per la qualità delle canzoncine, ma ha più senso aspettare e vedere come cresceranno i suoi fans. Vale anche per quelle popstar che si muovono su un terreno più politico che culturale: Beppe Grillo non lo giudicheremo dalla biowashball, ma dalla qualità della classe dirigente che avrà o non avrà saputo formare. I discepoli di Petrini rimarranno una casta chiusa di ghiottoni facoltosi o riusciranno a cambiare la mentalità con la quale ci nutriamo tutti i giorni? Più che per i ritornelli, vale la pena di aspettare e giudicare le popstar per l'eredità che ci lasceranno. (Questa, per diversi di loro, somiglia già a una sentenza di condanna. Ma non voglio scrivere quali, metti caso che invece mi sbaglio).

martedì 22 marzo 2011

Andate avanti voi

Gli Dei dell'Alba

- Gli dei dell'Odissea sono una famiglia allargata di entità litigiose e scostanti, non proprio onnipotenti ma comunque piuttosto potenti, che questo potere lo usano un po' come gli viene, tifando ora per questo ora per quel mortale: sicché anche il destino di Odisseo è tirato un po' di qua un po' di là finché Zeus Atena e Poseidone non si stancano del giocattolo.

Gli dei di Odissey Dawn, migliaia di anni più tardi, continuano a rifarsi ai modelli classici. Hanno folgori più veloci del suono, ordigni invisibili e micidiali, però non è che abbiano le idee molto chiare su cosa colpire e perché. Arrivano sempre in ritardo, quando i guai sono stati commessi e i mortali che li invocavano già da qualche giorno morti; quando infine colpiscono, colpiscono comunque in fretta e male, senza obbedire a un disegno preciso, a un coordinamento. Si capisce a questo punto la fretta di Gheddafi nei giorni scorsi: si trattava di spicciarsi a far deserto prima che i lamenti dei ribelli disturbassero troppo le orecchie degli dei. Stava per farcela, ma poi l'Oracolo internazionale, che si chiama ONU, ha rilasciato una delle sue enigmatiche Risoluzioni, in cui chiedeva di salvare i civili in qualsiasi maniera. Anche bombardandoli a tappeto? In qualsiasi maniera: quindi pronti, partenza, via. Chi comanda? Non si sa. Alla fine probabilmente sarà Zeus Obama, per via che possiede più folgori e più possenti; ma finché esita, è una gara a chi fa più casino. È anche lo stato dell'arte del diritto internazionale: una cosa che a 66 anni dalla nascita dell'ONU, a venti dalla prima guerra del Golfo, a dieci dall'intervento in Afganistan, continua a non assomigliare a niente di sensato. Semplicemente, gli Oracoli di New York o di Ginevra rilasciano risoluzioni e poi chiunque abbia degli aeroplani da quelle parti può iniziare a bombardare. Stavolta è stato Sarkozy, e gli altri a ruota. C'è evidentemente qualcosa che non va, ma cosa?

Potrebbe essere l'Europa. Non esiste. È un'espressione geografica. Lo abbiamo sempre saputo, ma fa comunque male constatarlo, perché noi europei invece esistiamo. E senza essere antiamericani per principio, ma avendo sofferto il protagonismo USA in Medio Oriente che ci ha esposto agli attentati dei terroristi islamici, per una volta tanto che lo Zeus a stelle e strisce era riluttante a prendere il comando delle operazioni, avremmo potuto dimostrare che sappiamo prenderci cura del nostro cortile (perché la Libia in fondo è questo: una tirannide affacciata sul nostro cortile). Avete sentito parlare qualche rappresentante di quella cosa che eleggiamo ogni cinque anni e si chiama Parlamento Europeo? Avete sentito una dichiarazione di Javier Solana [update: Solana non è più Mister Pesc, lo è soltanto sul sito della Treccani, è l'ultima volta che uso la Treccani].

Quanto all'Italia, siamo onesti. È una piccola nazione sempre in mezzo ai guai, cronicamente assetata di gas e petrolio, a cui si poteva giusto chiedere qualche baciamano in meno, prima, e meno capricci sui profughi, adesso. Non siamo onnipotenti e lo sappiamo da generazioni: per questo i nostri padri saggiamente scelsero di cedere parte della nostra sovranità a quegli organismi sovranazionali che, in teoria, dovrebbero saper guardare un po' più in là. Non dovremmo essere messi nella condizione di trattare paci separate con questo o quel tiranno, però è successo: è solo colpa nostra? Del resto, nessuno sembra volercelo rimproverare, per il solito motivo che gli dei hanno bisogno delle nostre basi. Noi però vorremmo più chiarezza e chiediamo che l'operazione passi sotto il controllo Nato, insomma, o arriva subito zeus Obama o non se ne fa più niente. È penoso doversi dire d'accordo con Frattini, ma sembra una richiesta ragionevole. Almeno la Nato si sa cos'è: l'alleanza militare di cui ci onoriamo di essere, da sessanta e più anni, i generosi albergatori. E ci ritroviamo così, atlantici per inerzia, filoamericani per paura d'essere europei.

Nel frattempo sui media possiamo passare il tempo con uno dei nostri passatempi preferiti, dalla prima guerra di Libia in poi (giusto un secolo fa): il cancan neutralisti/interventisti. Come se poi il nostro parere contasse qualcosa, come se gli dei ci stessero a sentire. A sinistra ci sbraneremo come al solito, sarà divertente, ma un po' già visto. Più interessante l'atteggiamento della stampa filogovernativa, che a momenti si mette a sventolare la bandiera arcobaleno. Non è del tutto una sorpresa: anche ai tempi feroci del 2003, quando su decine di blog liberali (nati tutti all'improvviso) garriva la bandiera stelle-e-strisce, l'unico organo di stampa genuinamente neocon era il Foglio, e già allora serviva più a punzecchiare i pacifisti che a motivare i berlusconiani. Questi ultimi in fondo non si sono mai scostati molto da quella posizione che storicamente più ci appartiene, almeno dal 1915: se proprio deve essere guerra, occorre attendere finché non sia chiaro che i nostri amici la stanno vincendo; in caso contrario, cambiare amici. Così, mentre a sinistra si discute di massimi sistemi, di diritto internazionale, al limite di dubbi interiori, si gioca a chi l'ha più duro e puro (l'ideale), a destra si ostenta il pragmatismo dei furbacchioni, quelli che la sanno lunga e si mettono in guardia gli uni gli altri contro quel Sarkozy che vuole rubarci il petrolio, dopo la fatica e la saliva spese da Silvio e dalle altre hostess per aspirarlo a Gheddafi. Spicca nel coro dei furboni la voce bassa e greve dei leghisti, sulla nota costante del “no” agli sbarchi: in fondo, in mezzo a tanti strateghi da bar sport, sono quelli che danno l'impressione di maggior concretezza. Per loro non c'è crisi internazionale e umanitaria che non si possa nascondere sotto il tappeto, tutto è subordinato alla quantità di vuccumprà che con la scusa dello status di profughi di guerra potrebbero avvicinarsi alle porte di Varese o Bergamo. Per evitare questa invasione i leghisti sono disposti a mandare un Silvio a sbaciucchiare qualsiasi beduino pianti la tenda in Villa Pamphili: la concretezza dei leghisti è questa cosa qui, l'astuzia del cumenda che si cautela dagli zingari lasciando le chiavi di casa alla badante.


Quanto al Silvio in questione, forse ha ragione Libero a mostrarcelo mentre saluta i liberatori e gli scappa da ridere. Non sa dirci nemmeno se i nostri aerei stiano bombardando o no, non che abbia molta importanza. Notate: di fianco c'è ancora la pubblicità del finto diario del clown precedente, più professionale, ma meno divertente. Anche lui stringeva patti pericolosi con dittatori criminali, ma poi li prendeva sul serio, si prendeva sul serio, e la cosa alla lunga lo rovinò. Silvio invece è il trastullo degli dei: farà qualsiasi cosa per divertivi, e se alla fine sarà costretto a bombardarvi, la cosa comunque gli dispiacerà. Siamo brava gente, noi.

lunedì 21 marzo 2011

La scuola dell'Apocalisse

Prof, ma la fine del mondo è vicina?


La scuola dell'Apocalisse (Ho una teoria #67) si legge sull'Unita.it e si commenta laggiù.

sabato 19 marzo 2011

Crux desperationis

Io l'ultima sentenza di Strasburgo, se devo essere sincero, non l'ho molto capita. Il problema del crocefisso non mi sembra così complesso, e trovo molto strano che in due anni si riescano a scrivere sentenze così diverse. Comunque ne approfitto per ripubblicare l'unico pezzo di questo blog che piacque anche a Giuliano Ferrara, a proposito buongiorno Giuliano Ferrara, l'ho rivista in tv, una volta non era così noioso.

Il Calvario quotidiano

Io un crocefisso l'ho già tolto.
Due settimane fa, nell'intervallo. Stavo dando un'occhiata ai traffici loschi in zona distributore di merendine, quando vengono in due a dirmi che in Seconda è caduto Gesù. Mi reco immediatamente sul luogo del misfatto e interrogo i testimoni oculari. Chi è stato? Silenzio. Proiettili, elastici, palline di carta? Negano tutti, del resto non mi pare l'abbiano mai considerato un bersaglio; hanno una certa soggezione. Forse una vibrazione del pavimento, qualcuno che saltella o che va a sbattere contro la parete, una porta chiusa di scatto: sia come sia, sembra caduto da solo. Ne traggo auspici non buoni.
Ma in quanto insegnante ostento razionalità e pragmatismo. Do un'occhiata al Cristo in questione: è caduto per l'ultima volta. Frattura completa del polso sinistro, il destro era già partito mesi fa. O anni fa. Anche il chiodino sotto i piedi è sparito da molto. A questo punto mi spiace, ma finché qualcuno (chi?) non stanzia nuovi fondi, il crocefisso se ne resta nel cassetto in fondo.

Oggi l'ho rivisto in corridoio, però a grandezza naturale. Sanguinava copioso. Subito ho pensato a una rissa in IIC, poi mi sono accorto della corona di spine e della croce che portava in spalla, quindi, insomma, era Lui.
“Domine, quo vadis?”
“E non parlare latino, che tu sappia io ho mai saputo il latino?”
“No, che io sappia no”.
“Mi dà anche un po' ai nervi”.
“In effetti è comprensibile. Ma insomma, Signore, dove vai?”
“Dove vado, dove vuoi che vada. A farmi crocifiggere un'altra volta, vado”.
“Ma no, dai, Maestro...”
“...visto che la prima non è bastata”.
“Non te la prendere, ti prego. A scuola succede, le cose cadono, si rompono... ho dovuto metterti nel cassetto, ma ti giuro che...”
“Ma non ce l'ho con te, cosa c'entri te. Sei anche tu un povero cristo”.
“Grazie, Maestro”.
“Ce l'ho con i farisei, per prima cosa”.
“Aaah, i farisei”.
“Hai capito, no?”
“Beh, magari un aiutino...”
“Quelli che mi hanno preso per un simbolo della cultura, della tradizione. Una bandierina, praticamente. Aho', ma stiamo a scherzare?”
“Però anche la tradizione ha la sua importanza...”
“Cioè secondo voi io mi sono fatto inchiodare mani e piedi per rappresentare una tradizione? Cioè, siamo a questo? Babbo Natale, la Befana e Cristo in Croce? Magari vi aspettate che vi porti anche i regali?”
“Ma no, non dico questo, però...”
“Però niente. Li vedi questi chiodi qua? Li vedi?”
“Ehm, sì”.
“Sono autentici, va bene? Non sono un simbolo, sono una rappresentazione realistica. Duemila anni fa i ribelli li uccidevano così. Li esponevano su un trespolo finché non morivano soffocati. Perché fossero da esempio. Tutto molto razionale, ma anche molto teatrale, ma anche violentissimo, Dio Me! Io rappresento questo, va bene? Rappresento un supplizio capitale! Rappresento la crudeltà dell'uomo e la ribellione dell'uomo! Rappresento la Morte! Rappresento il...”
“Ehm, Maestro... forse sarebbe meglio abbassare un po' la voce”.
Il Martirio!
Ssssssssssssh!
“Cos'è, hai paura?”
“Maestro, in effetti sì. Siamo nel 2009, è pieno di bambini musulmani qui, e quella parola...”
“Quella parola è italiana, ha radici nel latino che ti piace tanto, è il fondamento della tua cosiddetta tradizione, sepolcro imbiancato che non sei altro”.
“Sì, sì, Maestro, è vero... d'altronde...”
“D'altronde?”
“Non puoi negare che suoni po', come dire... scandalosa”.
“E che m'interessa a me? Guarda che io non sono mica un santone indiano peace and love! Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada”.
“Matteo Dieci Trentaquattro”.
“Appunto. Io sono lo Scandalo! Sono pornografia, non so se è chiaro! Un uomo trafitto da chiodi che grida dai vostri muri, che chiama al combattimento per la salvezza! Io sono questo, mica l'albero di Natale”.
“Ecco, Maestro, in effetti, se mi ci fai pensare, sì. Tu sei molto scandaloso. Molto più di quanto io quotidianamente possa sopportare”.
“Tuo problema, non mio”.
“Però succede un po' come con tutti gli spettacoli disgustosi... all'inizio non riesci a guardarli, ma se ti abitui a darci un'occhiata tutti i giorni, dopo un po' non ci fai più caso... diventi parte di uno sfondo familiare”.
“Ah, dici che è così? Va bene, allora toglietemi immediatamente”.
“Ma poi i Vescovi...”
“Tiratemi fuori solo ogni tanto, quando i fedeli meno se lo aspettano. Io non voglio passare sullo sfondo, io voglio spaventarvi”.
“Se la metti così...”
“E aggiungo una cosa. È proprio sulla mia consistenza di carne e sangue e ossa e chiodi che è fondato il realismo europeo, è chiaro? Se avete avuto Giotto Caravaggio e Mapplethorpe lo dovete solo a me! Esclusivamente a me!”
“Adesso, Mapplethorpe...”
“Adesso niente. Rileggiti Auerbach. Che se era per gli ebrei o per Maometto, con le loro menate filosofiche sulla non rappresentabilità del divino, a quest'ora eravate ancora lì a eccitarvi sui triangoli e gli ottagoni. Dario Argento deve tutto a me. Che dico. Tinto Brass...”
“Piano, Gesù, piano!”
“E adesso salta fuori che sono solo una tradizione. Il mandolino è una tradizione. La pizza è una tradizione. Appendete i mandolini e non rompete, io sono Gesù Cristo morto in croce, non ci credi?, vuoi toccare?”
“No, no, no, mi fido”.
“No, ma guarda, tocca”.
“Maestro, sul serio, io...”
“No, tu adesso tocchi. Il cristianesimo si tocca, va bene? Non è una menata filosofica: è carne e sangue, pane e vino. E i farisei lo sai che fine fanno. Finiscono in vomito”.
“Apocalisse Tre Quindici”.
“Precisamente. E poi ce l'ho anche coi Sadducei”.
“I sadducei”.
“Hai capito, no?”
“Ehm”.
“Ma perché perdo tempo con te. Matteo Ventidue Ventitré”.
“Quelli che non credono nella resurrezione”.
“Ecco. Non ci vogliono credere? Va bene. Che problema c'è? Nessun problema. Voi non ci credete, io non vi risorgo. Non esisto nemmeno, per voi. Facciamo che sono un pezzo di legno”.
“Quindi?”
“Quindi cos'è questa storia che mi denunciate a Strasburgo? Cosa posso aver fatto, se sono un pezzo di legno?”
“Dunque, se ho ben capito la sentenza, la tua presenza sul muro, in quanto pezzo di legno... impedirebbe ai loro figli di crescere secondo i principi dei genitori”.
“Vabbè, siamo alle comiche. Ma che principi hanno questi genitori, si può sapere?”
“Beh, presumo che si tratti dell'illuminismo, del razionalismo...”
“Non conosco, ma dev'essere un pensiero molto debole, se si cancella appena fissi un pezzo di legno. Cos'è, sono un totem, adesso? Se mi fissi ti faccio dimenticare la lezione? Mi volto un attimo e mi tornate all'età della pietra?”
“Maestro, ci vuole tolleranza...”
“Ma tolleranza di che. È come quelli che si sbattezzano. In teoria non credono nel battesimo. In pratica però hanno paura di restare segnati per sempre da uno schizzo d'acqua. Va bene, allora a questo punto chiamiamo Wanna Marchi che vi fa le carte e vi vende i numeri del lotto, a proposito, di che segno sei?”
“Maestro, ci vuole rispetto...”.
“Che poi, spiegami. Il genitore ha il diritto che il figlio sia educato secondo i suoi principi? Non suona un po' totalitario? E quindi ti cresci un piccolo a tua immagine e somiglianza, che creda solamente nelle cose in cui credi in te, e poi la prima volta che lo lasci libero nel mondo, lui vede due legnetti appesi al muro che non corrispondono al suo sistema di credenze e va in confusione? Corte dei diritti dell'uomo, intervieni immediatamente! Il pezzetto di legno sta fissando il mio bambino! Ma come li tirate su questi ragazzi?”
“Facciamo quel che possiamo”.
“Il mondo è pieno di cose. Per dire, ci sono i semafori e non sempre segnano verde. I bambini lo devono sapere. Ci sono persone nel parco che offrono caramelle e non sono tutti buoni. Poi ci sono i pezzetti di legno e non tutti corrispondono alle cose a cui crede mamma o papà. Vogliamo abolirli a scuola? E quando li incontreranno nella vita, come si comporteranno?”
“Quindi Maestro, in conclusione, dobbiamo riappenderti o no?”
“Ma fate quel che vi pare, tanto comunque sia non avete capito. Mi sembra tutto così poco serio. Il fariseo che mi pianta come una bandierina, il sadduceo che vede la bandierina e si sente leso nei suoi diritti umani, è l'umanità? Sembra un pollaio. Non ci sono cose più serie? A scuola, poi. Che io nelle scuole ci vado, lo so quali sono i veri problemi”.
“Eh, immagino”.
“No, non puoi neanche immaginare, fidati. Sai quante non sono a norma? Sai quante non rispettano la 626? Sai quanto costerebbe metterle tutte in sicurezza?”
“Ecco, Maestro, questi sono effettivamente problemi seri...”
“Sai che mancano i sostegni? I corsi di recupero? Sai che la scuola assomiglia sempre meno un luogo educativo e sempre più a una casa di detenzione? Parliamo di questo!”
“No, Maestro, appunto. Proprio perché sono problemi seri, è meglio non parlarne”.
“E perché?”
“Perché, perché... perché a parlarne non si risolvono, e allora ci si deprime soltanto. Siamo in crisi, tutti vorrebbero scuole più belle, ma votano il primo che gli promette una tassa in meno, quindi...”
“Vi consolate chiacchierando di bandierine”.
“Sì. I problemi veri sono deprimenti. I problemi identitari invece, come dire, sono sexy. Tutti possono dire la loro senza impegno... ieri le bandierine, domani i dialetti...”
“Oggi i Cristi in croce...”
“Maestro, sì. Ma non devi prendertela”.
“No, no, non me la prendo. Adesso però vado. Mi aspettano in sala mensa”.

giovedì 17 marzo 2011

Almeno un pareggio

Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.

Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
dopo altri tre anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.

Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?

Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
vent'anni anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.

(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.

Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?

Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

(Buoni primi 150 anni - io adesso vado al Mattatoio a leggere cose patriottiche).

mercoledì 16 marzo 2011

I falsi e i veri Lemming

Shiva e i topolini

- Stavolta sono Madre Natura, anch'io ho la password – mi è stata data in caso di catastrofi, direi che ci siamo. Io però sono Madre solo per modo di dire, e non è che sia tenuta a rendervi conto di quello che succede in questi giorni. Scrivo soltanto per rassicurare chi in questi giorni si è preoccupato per me. Una cosa abbastanza buffa. Voi. Preoccupati per me. No, state tranquilli, io ho visto passare comete e meteoriti, e ho fulgide memorie di quando l'atmosfera era nera delle polveri di milioni di vulcani. In un modo o nell'altro ce l'ho sempre fatta e ce la farò anche stavolta. No, non vi dovete preoccupare per me.

Del resto so che non potete farne a meno; che siete programmati per farlo. Questa idea che avete di me, come una madre dai capelli bianchi, tradizionalista e un po' rintronata, una da non disturbare mentre lavora ad uncinetto con gli elementi, è una proiezione di qualcosa che vi portate dentro, si tratterà magari della vostra vera madre, si sa che la vostra specie ha sempre avuto un rapporto complesso con gli anziani. Io in realtà sono una tipa sbarazzina che si diletta di fulmini e uragani, e la prospettiva di una contaminazione radioattiva su larga scala, con mutazioni genetiche annesse, mi elettrizza. In generale mi piace tutto quello che rompe gli schemi, distrugge, spazza via, in India mi chiamano anche Shiva, il Distruttore. Voi occidentali fate sempre più fatica a capirlo, questo mio aspetto. Ogni volta che capita un disastro cercate in qualche modo di assumervene la responsabilità, persino la devastazione di Haiti qualcuno è riuscito a metterla in conto a Marx, e ora su facebook fantasticate di raggi della morte che scatenerebbero l'armageddon. Siete nevrotici, a un certo punto vi siete inventati un gioco in cui voi sareste il mio figlio ribelle: voi il Progresso e io il Passato, la tradizione, la conservazione... da quel momento in poi, ogni passo in avanti lo mettete con la sensazione di calpestarmi. Se solo vi rendeste conto che le vostre progressiste pedate non mi hanno mai fatto realmente male, che questo terribile conflitto tra me e voi non esiste, così come non esiste tutta questa distanza tra voi e me... Nulla di ciò che è reale è razionale, e men che meno voi. Non siete Idee che imprimono la Materia, non siete lo Spirito che dà ordine al Caos, non siete nemmeno parassiti che intossicano il grande albero della vita: voi non siete che l'homo sapiens sapiens, un rametto che un giorno si biforcherà, oppure si spezzerà: roba mia fino al midollo, io vi ho fatto e a me ritornerete, non che ve ne siate mai andati molto lontano. Non preoccupatevi per me, davvero.

Se solo vi poteste guardare dall'alto, o dal basso, o da una qualsiasi distanza... Se foste quegli animaletti razionali che pensate di essere, non piazzereste decine di centrali nucleari sull'orlo di una faglia sismica. Vi basterebbe la modesta razionalità delle formiche, quando ottimizzano la struttura di un formicaio in base alla sua funzionalità, invece di gareggiare a chi fa più figli e produce più kilovattora. Se foste razionali avreste avuto tutto il tempo, negli ultimi 50 anni, per creare un'authority sovranazionale che ora distribuirebbe in parti eque l'energia prodotta dai pannelli solari del Sahara, dalle pale eoliche sui promontori degli Oceani, e perché no, da centrali nucleari moderne, sicure, costruite nei luoghi meno esposti alle onde telluriche. Tutto questo un animale razionale lo avrebbe pianificato da tempo, per far fronte alla crescente domanda d'energia. Ma in realtà un animale veramente razionale non avrebbe nemmeno il problema di una crescente domanda d'energia, in quanto si guarderebbe bene dal sovrappopolare il suo habitat naturale: e non per un supposto amore materno nei miei confronti (che non vi ricambio certo), ma perché chi è veramente razionale tende a volersi preservare in vita. Voi no, voi correte verso il disastro in ordine sparso. Guerra nucleare, riscaldamento globale, pandemia, semplice carestia? A chi tocca scegliere, a me o a voi? Ma non fa tutta questa differenza.

Per milioni di anni avete occupato la vostra nicchia, senza disturbare più di tanto. Con la rivoluzione industriale avete cominciato a crescere e moltiplicarvi, buffo, avete inventato le macchine e le avete usate per realizzare un versetto della Bibbia. Eravate tre miliardi nel 1960, quattro quindici anni dopo, adesso siete sei, la crescita è costante. Devo sentirmi impressionata? Non sono impressionata, non siete il primo animaletto che a un certo punto esplode oltre i confini della sua nicchia: quando non riuscirò più a nutrirvi, vi stabilizzerete. Voi stessi lo sapete, nel vostro istinto: nelle cellule di ognuno di voi, forse in un filamento, in una proteina, scalcia il germe dell'autodistruzione. È solo il lato oscuro della vostra volontà di affermarvi, la molla che spinge i vostri ingegneri a cercare il petrolio sotto gli abissi dell'oceano, quando vi basterebbe semplicemente riprodurvi meno e bruciarne meno. È lui che vi spinge a progettare centrali nucleari sulle faglie, e a non dismetterle quando sono vecchie. È l'irrefrenabile impulso ad autodistruggervi, che vi porta a stoccare armamenti ad alto potenziale e armi batteriologiche. Voi vi credete razionali, ma è una sottospecie dell'istinto la presunta ragione che vi governa, e che vi suggerisce quasi sempre la soluzione più economica per me, più micidiale per voi stessi.

Non preoccupatevi di me, sul serio. Io esisterò sulla terra, sempre diversa, finché il sole manterrà una certa distanza e una certa forza gravitazionale. Poi mi spegnerò, e non sopravviverà nessuno per rimpiangermi. Preoccupatevi piuttosto per voi stessi, per le vostre piccole esistenze guidate dall'istinto, che corrono verso catastrofi prevedibili, previste, preventivate. Io, come s'è visto, mi salvo sempre. Ma non ho mai avuto pietà di nessuno, milioni di fossili nei vostri musei ve lo possono confermare.

Avrete sentito parlare dei lemming, quei roditori nordici così lesti a riprodursi che gli eschimesi pensavano che piovessero dal cielo. Non è vero. Non è nemmeno vero che periodicamente corressero verso le scogliere al suicidio di massa: era a una storia a fumetti, che poi diventò un documentario Disney, e da lì in poi non ve la siete più tolta dalla testa. Come ogni leggenda, dice molto soprattutto su chi la racconta. Siete voi i veri lemming, figli del cielo nati per correre: troppo indaffarati e impazienti anche solo per alzare gli occhi e fissare il crepaccio in cui state per lanciarvi. In bocca al lupo, topolini.

lunedì 14 marzo 2011

Il blog è morto 4567


Domenica ero all'Unità con tutta questa gente che, fidatevi, dal vero è assai più bella. Si doveva parlare di Unità d'Italia, ma se metti dei bloggers italiani a un tavolo, un'oretta di autodenigrazione collettiva non ce la leva nessuno. Vecchi, aggressivi, autoreferenziali: siamo noi, i blog italiani (tranne quelli della foto, ovviam)

Il pezzo si può commentare anche sulla nuova piattaforma dell'Unità, quindi non si può più commentare qua.  

venerdì 11 marzo 2011

L'Italia è un blog

Domenica prossima, dalle 11 alle 13, l'Unità (giornale) festeggia l'Unità (d'Italia) con una grande tavolata di blogger di tutto rispetto. E poi ci sono anch'io! Seguiteci in streaming sul sito dell'Unità, cercheremo di battere il Papa nella sua stessa fascia oraria. Potrete dialogare con noi scrivendo a unisciti@unita.it, o via facebook, o twitter.

Dove il sì suona
Io ho l'impressione che se si raccogliessero tutte le discussioni che si sono fatte, in rete, negli ultimi mesi, sul centocinquantenario dell'Unità, sull'importanza di festeggiarlo oppure no; sull'importanza del Risorgimento, o viceversa sulla sua irrilevanza – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, celebrare Cavour o seppellirlo, e l'Inno, e la Bandiera, eccetera – se si prendessero tutte queste discussioni, e si infilassero nello stesso file, con lo stesso carattere – facciamo un bel Bodoni corpo 10, e poi si premesse il fatidico tasto “Print”, ebbene, avremmo scritto il più grosso libro mai prodotto sul Risorgimento italiano. E anche il più inconcludente, il più illeggibile, il meno necessario. Sono d'accordo. Però vorrei un attimo ragionare sulla quantità. Quanto stiamo scrivendo, sull'Unità d'Italia? Non era mai successo, per un motivo semplice. Siamo in tanti, che scriviamo: non siamo mai stati così tanti. I linguisti hanno un bel da lamentarsi che la qualità del nostro italiano stia peggiorando: hanno ragione. Resta il fatto della quantità: non abbiamo mai scritto così tanto come negli ultimi anni, da quando esiste internet. E su internet esistono siti, forum, chat, social network, e anche blog. Molti di loro hanno scritto qualcosa sull'Unità d'Italia. Magari giusto per ribadire che non valeva la pena di festeggiarne il 150°, che è meglio concentrarsi su altri problemi; che loro più che italiani si sentono europei, o padani, o cittadini del mondo, o napoletani, o interisti. E poi hanno premuto il tasto publish.

E su internet è comparso un altro testo.
In lingua italiana.

"Si scopron le tombe, si levano i morti! I martiri nostri son tutti risorti!" E poi che farebbero, una volta risorti, i nostri martiri? è ragionevole pensare che per prima cosa vorrebbero verificare se ne è valsa la pena. A quel punto potremmo mostrargli l'enorme libro che abbiamo scritto negli ultimi due mesi, sui blog e sui forum e sui social network (e sì, anche nei giornali). Pensate che lo disprezzerebbero? Al contrario, piangerebbero calde lacrime di zombies, per quello che sono riusciti a scatenare. Ce l'hanno fatta, forse non a fare l'Italia, ma a fare l'Italiano. Centocinquant'anni fa la lingua di Dante era l'idioletto di una esigua minoranza di persone – quanto a quelli che sapevano correttamente usarlo per scrivere non erano probabilmente più di qualche migliaio. Oggi scriviamo centinaia di libri al giorno, siamo instancabili. La wikipedia in lingua italiana ha più di 780.000 voci – più di quella in spagnolo castigliano, e lo spagnolo è la lingua ufficiale di una ventina di nazioni, la quarta più parlata nel mondo. L'italiano non è mai stato così brutto, forse, ma nemmeno così vitale. Possiamo anche passare il tempo a litigare sull'unità d'Italia, senza accorgerci che proprio mentre ne litighiamo – in lingua italiana – la stiamo celebrando. Celebriamo l'unità di genti che nel 1861 forse non avevano niente in comune, e che oggi ascoltano le stesse canzoni, guardano gli stessi film doppiati nella stessa lingua, e da qualche anno a questa parte scrivono, indefessi, su internet. Una sterminata produzione letteraria che dovrebbe chiudere qualsiasi dubbio sull'identità. Ci piaccia o no, siamo italiani, da Ventimiglia a Trieste (non un metro più in là).

Questo ha anche un lato oscuro. Internet è una rete che ci consente di condividere le nostre conoscenze con il mondo. Su facebook potremmo dialogare con persone di Paesi stranieri – non ci capita mai. Se siamo esperti di un argomento, potremmo entrare in un forum mondiale dove se ne discute – abbiamo mai pensato seriamente di farlo? E anche i nostri blog, potrebbero servirci per evadere un po' dalla provincia. In dieci anni che ne scrivo uno, mi dev'essere capitato di essere linkato all'estero una volta sola. Da un blog francese. I francesi sono un altro popolo di 60 milioni di persone che vive a poche ore da me, la Provenza mi è molto più familiare del basso Lazio. Ma ai francesi quel che scrivo non è mai interessato, e io non ho mai fatto molto per interessare i francesi. Non è terribilmente provinciale, questo?

Non siamo in generale, noi blog italiani, terribilmente provinciali? Internet poteva servirci a conoscere il mondo, ma il più delle volte ci serve a specchiarci in noi stessi. Ci troviamo gli stessi dibattiti che affliggono la nostra piccola tv italiana, i nostri piccoli quotidiani. Questa lingua, che ci rende stranieri a chi vive a poche ore da noi, sta diventando una prigione. Là fuori ci sono miliardi di persone che progressivamente si stanno accorgendo di vivere nello stesso mondo, con gli stessi problemi. E poi ci siamo noi, il popolo del Sì, una piccola sacca di indigeni autoctoni che continua a discutere animatamente degli anniversari della sua tribù. Da lontano gli altri ci osservano – forse hanno paura a disturbarci, come quelle popolazioni amazzoniche che vanno lasciate così come sono, per preservare una biodiversità, eccetera.

Forse è quello che siamo, una tribù rimasta ai margini del grande discorso globale, con una lingua autoctona che è meglio preservare così com'è. Vitali, ma chiusi in noi stessi. Per saperlo forse basta aspettare fino al 2061, quando festeggeremo il bicentenario. Non ha molta importanza di cosa ci troveremo a parlare per l'occasione – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, di celebrare Cavour o seppellirlo, l'Inno o la Bandiera, eccetera. Ha molta più importanza la lingua che useremo. Sarà ancora il nostro italiano? Sarà una buona notizia? (Se vi va se ne parla domenica).

giovedì 10 marzo 2011

Il nuovo Baudo (è meglio del vecchio)

Ho letto Popstar della cultura di Alessandro Trocino, e non so se consigliarlo. Il fulcro del testo è l'introduzione, che trovate integrale sul Post, dove si illustra quella fenomenale definizione che poi vale il libro intero: popstar della cultura, appunto. Seguono sei brevi monografie su altrettante popstar (Saviano, Allevi, Petrini, Grillo, Mauro Corona, Camilleri), che in generale suscitano in me l'effetto instant book, non so se riesco a spiegarmi, quando pensi: “Questo è interessante, dovrei leggermi un vero libro sull'argomento”. Forse Trocino ha avuto un po' troppa fretta di uscire dopo il successo di Via con me, che è un po' la premessa di tutto il libro (Fazio come nuovo sacerdote della nuova cultura midcult). In effetti tutti e sei i personaggi si dimostrano molto interessanti e meritevoli di analisi un po' più approfondite, salvo che a quel punto magari Grillo si sarebbe incazzato e avrebbe sequestrato tutto (sì, pare che Grillo faccia ritirare le biografie non autorizzate, è un dettaglio interessante, se si pensa che la vita di Grillo è materiale da Dostoevskij). E in generale, chi si sarebbe letto un volume di trecento pagine, di cui magari cinquanta sulla concezione petriniana dell'agricultura, o altre trenta sul neoprimitivismo coroniano? Mi viene quasi il dubbio che le sei monografie funzionino soprattutto per le scintille che fanno nel sommario: l'effetto di leggere accostamenti come Saviano-Allevi. In realtà Trocino concede molto a Saviano, ed è persino disposto a riconoscere che quella di Grillo non è antipolitica, non più di quella di molti politici. Ma insomma, alla fine un dibattito su questo libro non può che vertere sulla definizione di popstar. Se dovessi riassumere il tutto in una pagina, metterei questa:

L’intellettuale moderno non è più da tempo la cinghia di trasmissione tra il partito e le masse. All’egemonia culturale della sinistra è subentrata, silenziosa ma devastante, una nuova egemonia “sottoculturale”, per usare un’espressione di Massimiliano Panarari, che ha soppiantato la prima, inoculando nella società il pericoloso e pandemico germe del populismo mediatico.
Sedici anni di dominio berlusconiano hanno impresso un segno indelebile nel carattere nazionale. Per uscire dalle strettoie della sottocultura berlusconicentrica e per sfuggire al gorgo mefitico dell’autoreferenzialità, l’intellettuale ha ceduto di schianto. Succube da decenni di dibattiti autopoietici e di soporiferi cineclub, ormai ebbro e nauseato dalla propria presunta superiorità morale, da tempo degradata in un indifendibile moralismo da casta protetta, la sinistra culturale ha rotto le righe e, muovendosi in ordine sparso, si è buttata nello stesso circuito di populismo della destra, innervato da robuste iniezioni di moderni steroidi catodici. Quel che rimane dell’industria culturale in mano alla sinistra scimmiotta il baudesco nazionalpopolare, utilizzando le antiche corde dell’emozione, del sentimento, dell’anima, dell’antirazionalismo, dell’antimodernismo e della cialtroneria, che da sempre costituiscono il nerbo della melodrammatica e furbesca indole italica. Così nasce e prospera Giovanni Allevi...



Alcune obiezioni:

1. B e r l u s c o n i    h a    v i n t o. Ci ha inoculato. Abbiamo ceduto di schianto e adesso ci ritroviamo Allevi, mentre prima ascoltavamo... ascoltavamo... boh, Benedetti Michelangeli? Trocino, che pure identifica con molta chiarezza quali sono i contenuti deteriori delle 'popstar' (sentimentalismo, antirazionalismo, primitivismo, eccetera), e altrove se la prende esplicitamente con i “venditori di apocalisse”, ecco, Trocino non è del tutto immune dal sentimento apocalittico. Addirittura nella sua versione più svenduta, l'antiberlusconismo. Per immaginare che Berlusconi ci abbia lasciato un segno indelebile, dobbiamo postulare un'età dell'innocenza in cui non eravamo berlusconiani, non avevamo ancora colto la mela del biscione e quindi fruivamo di una cultura vera, senza popstar. Ma è mai esistita questa età dell'oro in cui invece di Allevi ascoltavamo Benedetti Michelangeli, mentre sfogliavamo La dialettica dell'Illuminismo invece di Camilleri? Lo chiedo a voi, io non me la ricordo, sarà che sono giovane?

Trocino stesso indica come prima manifestazione di popstar culturali la tenzone post 11 settembre tra la Fallaci e Terzani sulle pagine del Corriere. Ecco, per esempio, la Fallaci. Senz'altro una popstar quando scriveva La Rabbia e l'Orgoglio (la cui estrema appendice si chiama, guardacaso, Apocalisse). Ma la Fallaci degli anni Settanta? Qualla delle super-mega-interviste coi protagonisti del Novecento? La Fallaci di Un uomo o di Lettere a un bambino? Non aveva già il piglio, il carisma e il pubblico di una popstar? E... Pasolini? Trocino si ritrova a citarlo spesso, come padre putativo di un certo sentimento antimoderno che serpeggia tra le nuove popstar. Pasolini è un autore contorto e aggrovigliato sulla sua stessa ideologia, ma pensiamolo semplicemente nel ruolo che interpretava (che aveva in un qualche modo acconsentito a interpretare) nel dibattito culturale degli anni '70; pensiamo alle Lettere Corsare: non era una popstar – anzi, meglio, una rockstar – anche lui, quando scriveva “io so” o “vi odio cari studenti”? E la Morante del Mondo salvato dai ragazzini? E Don Milani, non quello asperrimo delle Esperienze pastorali, ma quello edulcorato della vulgata veltroniana, quello che è un eroe perché non boccia gli studenti poveri? E Dario Fo? E Indro Montanelli quando faceva lo storico? Ed Enzo Biagi quando diventava un marchio di fabbrica (garanzia di medietà) da appiccicare su qualsiasi prodotto industriale, compresi i fumetti? Tutto questo succedeva quando Berlusconi faceva al massimo il palazzinaro: non l'ha inventato lui il midcult. In seguito non mi sembra che abbia aggiunto molto a una formula già rodata. Ne ha semplicemente approfittato, come qualsiasi editore (Feltrinelli non lo ha fatto? E Adelphi?)

2. F a z i o    è    i l   n u o v o     B a u d o. Sono d'accordo. E allora? Secondo me sarebbe d'accordo lo stesso Fazio, probabilmente è il disegno che persegue da anni. A questo punto però propongo un esercizio intellettuale: immaginare cosa sarebbe Domenica In, il contenitore domenicale della Rai, se lo gestisse Fazio da dieci anni, come probabilmente sarebbe successo senza editti praghesi e in generale senza Berlusconi al potere. Non c'è dubbio che lo avrebbe gestito come lo gestiva Baudo negli anni Ottanta: invitando cantanti e scrittori, presentando balletti cantanti e telefilm, e dando verso sera la linea a 90° minuto. Secondo me Fazio ha sempre voluto essere quello lì, quello che regna sulla domenica italiana. E non c'è dubbio che sarebbe una domenica nazionalpopolare, ma che domenica sarebbe? Un'intervista a Peter Gabriel (all'ora in cui invece si parla del delitto di Avetrana), un siparietto con Albanese (invece che Platinette), due chiacchiere divulgative con Odifreddi (invece di un servizio sulla fine del mondo nel 2012), un balletto ma sperimentale, poi un'ospitata di Follett o Calasso che presentano il loro cartonato (invece di un servizio dalla casa del Grande Fratello). Che domeniche sarebbero? Naturalmente noi avremmo meglio da fare che guardarlo – ma non sarebbe un netto miglioramento, non solo nei confronti della merda che affligge la nostra digestione mentre sonnecchiamo sul divano, ma anche rispetto alla Domenica baudiana? Insomma, preso atto che Fazio è il nuovo Baudo, è così male come Baudo? Baudo non invitava la Fallaci o Pasolini, è arrivato troppo tardi: ma non è neanche riuscito a scovare Pier Vittorio Tondelli o Andrea Pazienza. Io ricordo immarcescibili i vari Bevilacqua, Gervaso, De Crescenzo, Luca Goldoni, per carità tutta gente simpatica, ma non stiamo neanche a scomodare il termine popstar. E invece un Pazienza da Fazio ci sarebbe andato. E gli avremmo dato del nazionalpopolare. Perché saremmo convinti di vivere in una pessima Italia, non sapendo quanto è pessima quella in cui Berlusconi ha vinto e la domenica è affidata a creature come Giletti, o Giurato.

3. L e     c e n e r i    d i     G r a m s c i. Per l'apocalittico Trocino l'apparizione di queste popstar è un chiaro sintomo degenerativo della cultura di sinistra (ogni tanto compare Gramsci come nume tutelare, per la verità la riflessione di Gramsci sul nazionapopolare era un po' più sottile). Ora, dare addosso alla sinistra è uno sport nazionale che pratico anch'io a livello amatoriale (ma da bambino sognavo il professionismo). Però, insomma, chi ce lo ha detto che Allevi è di sinistra? Lui no, lui non lo ha detto. Da cosa si dovrebbe capire? E Mauro Corona? Non potrebbe essere considerato più agevolmente un autore di destra, col suo primitivismo apocalittico? A volte, più che essere di sinistra, queste popstar “vengono” dalla sinistra: vedi Petrini, con la sua storia di comunista di sezione. Trocino poi insiste molto sui 'tradimenti' di Petrini, sui suoi flirt con la Lega. Si potrebbe semplicemente prendere atto che il fondatore di Slow Food, partendo da sinistra, si è spostato consapevolmente su posizioni conservatrici che lo portano per forza a incrociarsi con movimenti tradizionalisti e identitari. Lo stesso Saviano, prima che con “Vieni via con me” si ritrovasse nella ridotta televisiva antiberlusconiana, godeva di una certa trasversalità politica, secondo Facci e Socci era addirittura un intellettuale di destra (a proposito: e Socci? Non è a suo modo una popstar, anche se più locale, diciamo un neomelodico della parrocchietta? E Veneziani? E Buttafuoco? E chi li legge? Sì, appunto, è il solito problema della cultura italiana di destra, che non trovi nessuno disposto a leggertela, figurati a passarti i riassunti). Il fatto che da sinistra spuntino più popstar dipende se mai dal fatto che sempre di consumo culturale stiamo parlando, e il bacino di questo consumo è sempre il famoso ceto medio riflessivo coi capelli grigi che intasa le librerie Feltrinelli alle sei di pomeriggio di ogni santo sabato: i libri e i dischi li comprano praticamente solo loro  (per dire io Trocino l'ho preso in biblioteca), quindi è abbastanza naturale che oggi le popstar nascano lì. Ma non restano lì, questo mi sembra importante. Si diventa popstar quando si riesce a sfondare il proprio bacino tradizionale e a piacere anche a tutti gli altri. Lo stesso Camilleri, prima di darsi alle invettive impegnate, ha conquistato la sua popolarità sulla cosa più trasversale che esista sui banchi del mercato letterario: il giallo seriale. Roba tendenzialmente conservatrice, non fosse perché di solito la Legge trionfa e l'Ordine viene ripristinato: salvo che in quegli anni c'è stata un'enorme rivalutazione del noir da sinistra, che ha permesso a Camilleri e ai suoi lettori di non percepire quel senso di colpa – ma anche quel delizioso senso di proibito – che avevano i 'compagni' di trent'anni fa che sfoggiavano Marcuse sugli scaffali del soggiorno ma sul comodino ammucchiavano Gialli Mondadori. C o n t i n u a . . .

mercoledì 9 marzo 2011

La Winx di Veltroni

Veltroni 132 - Nessuno 113

Io mi rendo conto che a volte mi rendo noioso, con Veltroni, che per quante ne dica e ne faccia non è senz'altro sulla lista dei primi dieci problemi di ciascuno di noi. Però stavolta penso che valga la pena di insistere, almeno qui. Ha anche a vedere con quello che si diceva lunedì, l'esigenza di darsi obiettivi precisi, anche minuscoli, ma raggiungibili. Ecco, stasera potrei scrivere di tante cose (la Libia, la scuola, la crisi) senza riuscirne a cambiare neanche una. Oppure potrei insistere su Veltroni, perché forse stasera qui si può fare un passo concreto per ridimensionarlo. Esatto, ormai Veltroni è alla mia portata. Non significa che io sia diventato importante, eh, attenzione. Significa semplicemente che Veltroni sta diventando piccolo, e che le sue dichiarazioni strampalate stanno cominciando a perdersi nel brusio di fondo (che sarei poi io, ciao, mi chiamo Leonardo e produco brusio).

Del resto, giudicate voi. Domenica Veltroni ha chiamato nelle piazze il popolo pacifista. Ha deciso di farlo attraverso facebook, il che a mio parere rappresenta una mossa suicida, una dimostrazione abbastanza plateale di non conoscenza delle dinamiche internettiane – nessuno pretende del resto che WV le conosca, di sicuro ha meglio da fare che imparare cosa sono i tag e i like – ma non dovrebbe esserci qualcuno in grado di consigliarlo? Non è il rappresentante di un'importante corrente del PD? Non si sa. Sia come sia, l'appello è ancora là. Ha collezionato centinaia di commenti, e non sono tutti ingiuriosi come ho scritto lunedì. Ci mancherebbe, il mondo è bello perché è vario. Ma vogliamo parlare dei “like”, o come si chiamano in italiano i “mi piace”? Il pezzo di Veltroni, pubblicato la domenica mattina, piace per ora a 132 persone. Vi sembrano tante? A me non sembrano tante. Mi sembrano quasi 132 sassolini sulla tomba del carisma di un leader. Esagero? Un importante uomo politico si domanda perché le piazze non si riempiono per la pace, o contro Gheddafi (come se fosse la stessa cosa manifestare per la pace e contro Gheddafi), e il suo accorato invito alla mobilitazione... piace a 132 persone. Così, a occhio non ci riempi una piazza. D'altro canto è solo un numero, e i numeri da soli non dicono molto.

Ma è sufficiente accostarli ad altri numeri: per esempio io (che non sono nessuno), lunedì mattina ho pubblicato sull'Unita.it un pezzo in cui rispondevo a Veltroni. Mi è venuto magari un po' pedestre, va bene, chiedo scusa, in ogni caso la mia risposta a Veltroni piace per ora a 113 persone. Sono molte? Sono poche? Per i numeri che faccio di solito io su facebook, sono parecchie. In termini assoluti sono pochissime. Ma se le confrontiamo col dato di Veltroni... Pensateci, è un ex segretario del PD, uno che va ancora in prima pagina con le sue dichiarazioni (ieri ha dato un'intervista sul Sole 24 Ore, sconclusionata come al solito, dove continua a domandarsi perché i pacifisti non sostengono i guerriglieri. Veltroni, insomma, quelli che manifestavano contro l'intervento in Iraq erano pacifisti; quelli che marciano su Tripoli sono guerriglieri. Davvero è così difficile capire la differenza?) Ecco, una personalità del genere chiama i pacifisti alle armi su facebook, e ottiene 132 like. Uno sfigato gli risponde, e ne ottiene 113. E con un po' di sforzo secondo me quel 113 potrebbe anche superare il 132. Esatto, sì, vi sto chiedendo di votare per me su Facebook. Lo so che è imbarazzante, ma credo che potrebbe avere un pur minuscolo significato mediatico. Come minimo, sarebbe la dimostrazione che è meglio non usarlo, Facebook, se sei Walter Veltroni e vuoi chiamare il tuo popolo alle barricate. Non è l'ambiente adatto. Lo so che fuori c'è un mondo che non saprà mai chi sono io e conosce e stima WV. Lo so, Facebook non è assolutamente rappresentativo di nessun bacino elettorale. Però un flop su Facebook è pur sempre un flop. Il ridimensionamento di un personaggio che non sta facendo bene al PD passa anche attraverso momenti come questi: lui prova una sortita, rimedia pernacchie, la prossima volta starà più attento.

È qualcosa che è già successo, in passato, per esempio a Francesco Rutelli. Ve lo ricordate, Rutelli? Vi ricordate che a un certo punto siete persino arrivati a considerare il pensiero di votare per lui? Per molto tempo la sua figura dominò il dibattito politico: la sua scelta di campo prodiana, le sue sbandate centriste, riempivano le prime pagine. Poi successe qualcosa. Lentamente, molto prima che scomparisse dalla scena, Rutelli smise di essere interessante. Cos'era successo? Non si è capito bene, ma nessuno mi toglierà mai dalla testa che fu a causa delle Winx, le popolari bamboline. Ovvero, a un certo punto qualcuno pubblicò un sondaggio sui leader del centrosinistra (Rutelli era evidentemente tra i candidati), qualche buontempone tra i leader inserì le Winx, che non sbancarono, ma guadagnarono un dignitoso uno o due per cento, attestandosi – questo è importante – molto al di sopra del dato di Francesco Rutelli. A quel punto forse anche ai vertici capirono. Continuarono a candidarlo, perché l'autolesionismo a sinistra è un dato oggettivo: riuscirono persino a perdere il municipio di Roma: però ormai era andata, dopo il confronto con le Winx Rutelli non è più stato lo stesso. Era già antipatico più o meno a tutti, ma tutti davano per scontato che fosse il candidato adatto a qualcun altro. I comunisti pensavano ai cattolici, i cattolici pensavano ai radicali, i radicali pensavano mboh, mal che vada ce lo siamo tolti di dosso. Le Winx ci hanno liberato dal sortilegio, grazie Winx. E infatti poi Rutelli è persino uscito dal PD, e sapete quanto ha perso nei sondaggi il PD quando Rutelli è uscito con tutti i suoi teodem? Niente, anzi, ha guadagnato un po'. Grazie Winx.

Ecco, forse il caso, o il destino, o il complotto plutomassogiudaicofacebookiano, mi ha dato la possibilità di essere la Winx di Walter Veltroni. Credo sia mio dovere giocare il mio ruolo fino in fondo. Non sono nessuno, sono un personaggino inutile che scrive pezzi lunghi e seriosi. Però su facebook forse sono più popolare di Walter Veltroni. Quindi, cari giornalisti, non pretendo certo che mi prendiate sul serio. Ma la piantiamo piuttosto di prendere sul serio Walter Veltroni?

lunedì 7 marzo 2011

Se non ora, dopo.

Dunque, come forse già sapete ieri Walter Veltroni - un rappresentante del PD che questo blog segue con un certo interesse - si è domandato su facebook perché nessuno va a riempire le piazze per manifestare contro il cattivo Gheddafi. L'episodio credo che farà storia, anche soltanto per le modalità con cui Veltroni ha deciso di intervenire in un argomento delicato che sta tormentando molte coscienze pacifiste e non: cosa dovremmo fare per i libici? Ecco, mentre noi stavamo a tormentarci le coscienze, Veltroni ci ha scritto che dovremmo darci da fare, che una volta eravamo più attenti, che siamo rifluiti al "nostro giardino", e lo ha fatto su Facebook, così, senza filtri. A questo punto è cominciato il tiro al piccione, che su Facebook viene benissimo.

Mentre Veltroni veniva ingiuriato in vari modi, io ho scritto la mia teoria del lunedì (qui la copia cache), nella quale in sostanza gli spiegavo che Gheddafi non è quel tipo di persona che se riempi una piazza a Roma se ne va; che è un po' semplicista affrontare i problemi in questo modo; che un leader politico si vede anche dalla capacità di offrire a un movimento di piazza delle proposte concrete, invece di lagnarsi perché la gente in piazza non ci va e la domenica preferisce stare a casa a innaffiarsi il giardino. Il pezzo sull'Unità.it stava andando abbastanza bene, ma adesso c'è un problema tecnico e i blog dell'unità risultano (spero momentaneamente) inesistenti. Così per ora lo ricopio qua sotto (update: è tornato, andate a leggerlo di là).


Caro Veltroni, ecco perché non scendo in piazza contro Gheddafi è on line (spero) sull'Unita.it. Si commenta su facebook oppure qui.

venerdì 4 marzo 2011

Ruby è un ologramma (e pure noi)

Quando racconti una storia – e ne va del tuo onore – devi farla il più possibile semplice, senza sbavature, con pochi snodi, perché ogni snodo è un punto critico, una chiave di volta, e ne basta una sola fasulla a far crollare tutto quanto.

Detto questo, cerchiamo di riassumere il caso Ruby. Silvio Berlusconi è accusato di averla pagata per una prestazione sessuale mentre era minorenne (e di aver concusso alcuni pubblici ufficiali affinché fosse affidata a Nicole Minetti, ma di questo al massimo parliamo un'altra volta). Questa è la tesi dell'accusa; ma Berlusconi non può avere avuto una prestazione sessuale con Ruby, perché è un ultrasettantenne anziano che è stato operato alla prostata, e quindi "addio rapporti", come scrisse Vittorio Feltri un paio di anni fa. Il caso quindi è chiuso.

Però insomma, non è detto, esistono operazioni costose che recuperano la funzionalità urogenitale, e lo stesso Feltri qualche giorno dopo titolava “Siamo tutti Berlusconi”, e non intendeva “siamo tutti ultrasettantenni impotenti”, ma qualcosa piuttosto del genere “siamo tutti puttanieri”. Però, nel caso Berlusconi fosse in grado di avere prestazioni sessuali, non le avrebbe avute con Ruby, e con tutte le professioniste e semiprofessioniste del magico mondo del Bunga-bunga, perché lui è fidanzato, dice, e questa fidanzata ovviamente lo tiene d'occhio.

Però Berlusconi (che è impotente) (ma se non lo fosse sarebbe fidanzato) questa fidanzata è ormai da due mesi che dice di avercela e non ce la mostra; una cosa che se Silvio fosse stato un nostro amichetto di cortile a dodici anni, saremmo ancora lì a sfotterlo a quaranta, ehi Silvio, salutaci Gertrude (la mano rude). Comunque Silvio, (che è impotente) (ma se non lo fosse sarebbe fidanzato), anche se avesse fatto sesso con Ruby, non lo avrebbe fatto a pagamento... perché insomma, guardatelo, nel vigore dei suoi 80 anni lui è quel tipo di uomo che le donne deve pagarle perché gli stiano alla larga. Quindi il caso è chiuso.

D'altro canto sembra dimostrato che Ruby si prostituisse prima di conoscere Berlusconi; che prostitute erano molte sue conoscenti, tra le quali anche la signora che chiese aiuto a Berlusconi quando Ruby era in questura; la stessa da cui Ruby andò a vivere dopo che Nicole Minetti dalla questura la fece uscire. Si sa che alla fine dei suoi ricevimenti chic Berlusconi distribuiva cospicue bustarelle anche alle tipe che non gli avevano fatto nemmeno un mezzo sorriso. Dunque Silvio (che è impotente) (e se non lo fosse sarebbe fidanzato) (e se avesse tradito la fidanzata con Ruby non lo avrebbe fatto a pagamento) potrebbe in effetti aver pagato Ruby. Ciò comunque non costituirebbe reato, perché... (rullo di tamburo) Ruby in realtà è maggiorenne! Lo dice un documento in Marocco. Bene.

D'altro canto ci sono documenti e testimonianze dei famigliari che dicono il contrario. E quindi Berlusconi – che è impotente – ma se non lo fosse sarebbe fidanzato – ma se avesse tradito la fidanzata comunque non avrebbe pagato Ruby – ma se l'avesse pagata, comunque Ruby era maggiorenne... Silvio, diciamo, probabilmente dovrà inventarsene un'altra. Non dubitiamo che ci riuscirà, e magari sarà la volta buona. Però stasera mi andava di partecipare al brainstorming. Nella speranza che qualche membro del suo staff legale legga leonardo, ehi tu, senti un po' qui cos'ho per voi:


  • Ruby era sì minorenne, ma in realtà era una minorenne cyborg (segue documentario curato da Daniele Bossari). Il sesso coi cyborg non è ancora regolamentato per legge, e quindi Berlusconi (che è impotente) (e se non fosse impotente sarebbe fidanzato) (e se avesse tradito la fidanzata con Ruby, comunque non l'avrebbe pagata) (e se l'avesse pagata, comunque sarebbe maggiorenne) non può essere punito per aver fatto sesso con un cyborg, ancorché minorenne (ma cosa significa minorenne per la comunità cyborg? Adesso dobbiamo aspettare la maggiore età per adoperare gli automi? Oddio, quanti anni ha il mio minipimer? Tre? E l'ho adoperato per frullare il passato di verdure? Sfruttamento minorile! Ergastolo!) E qualora una banalissima visita medica dovesse dimostrare che non si tratta di un cyborg, potremmo aggiungere che...
  • Ruby è un ologramma di un cyborg, e fare sesso con un ologramma equivale più o meno a farlo con sé stessi... e quindi spiegatecelo, uomini della giuria: volete punire un uomo (che tra l'altro è impotente) (e se non fosse impotente sarebbe fidanzato) (e se avesse tradito la fidanzata con Ruby, comunque non l'avrebbe pagata) (e se l'avesse pagata, comunque sarebbe maggiorenne) (e se non fosse maggiorenne, comunque sarebbe un cyborg) (anzi, l'ologramma di un cyborg) perché si dedica a un po' di sano autoerotismo con delle illusioni percettive hi-tech? Però ci sarà sempre qualche ficcanaso convinto di poter dimostrare che la mora mascellona che iersera si è divertita un sacco al ballo delle slavate silfidi viennesi non è un ologramma, ma una ragazza in carne e ossa, e allora sentite questa:
  • Siamo tutti un ologramma. Lo dicono alcuni scienziati (segue interessante articolo in comic sans). Altri non sono d'accordo, ma a questo punto, scusate, cos'è la realtà? Ha un senso preoccuparsi di un caso particolare, quando filosofi e scienziati non sono ancora arrivati a un accordo sull'esistenza del mondo tale quale lo percepiamo coi sensi? Quindi Silvio (che tra l'altro è impotente) (e se non è impotente sarebbe fidanzato) (e se avesse tradito la fidanzata con Ruby, comunque non l'avrebbe pagata) (e se l'avesse pagata, comunque sarebbe maggiorenne) (e se non fosse maggiorenne, comunque sarebbe un cyborg) (anzi, l'ologramma di un cyborg) non può avere fatto sesso con Ruby perché lui stesso non esiste, così come non esisto io, non esistete voi, cari lettori, e tutta la realtà così come noi la immaginiamo (magistrati inclusi: anzi, sono quelli che esistono meno). Siamo soltanto ombre sulla caverna, riflesso di una caleidoscopia di causalità e casualità che possono e non possono intrecciarsi, e a questo punto se ci coglie la vertigine, di fronte all'ignoto, e ci nascondiamo sotto le coperte con la prima che passa, chi può biasimarci? Tanto più che siamo impotenti. E se non lo fossimo, saremmo fidanzati. E se avessimo tradito la fidanzata, comunque non lo avremmo fatto pagando. E se anche avessimo pagato, avremmo pagato una maggiorenne. E se anche fosse stata una minorenne, eccetera.

giovedì 3 marzo 2011

Il vassoio era trattabile

Nell'interesse nazionale
- Nel futuro prossimo, in un buio palazzo di Roma:

“Presidente, buongiorno, mi aveva chiamato?”
“Buongiorno, sì, è probabile, ma in questo momento non ho la minima idea di chi tu sia, scusa”.
“Sono un agente dell'intelligence del Ministero della Difesa, nome in codice...”
“...lascia perdere, tanto me lo dimenticherò tra un istante. Ma insomma, secondo te perché ti ho mandato a chiamare, non ti viene in mente un motivo...”
“Presidente, è Lei stesso ad avermi incaricato recentemente di svolgere una missione in Libia...”
“Io stesso? Faccio il ministro degli esteri, adesso?”
“No, Presidente, tecnicamente il ministro è Frattini”.
“Frat... ok, ho capito. Di cosa ti avrei incaricato, insomma?”
“Di prendere contatti riservati con la dirigenza del movimento di liberazione libico, che ormai controlla il novanta per cento del Paese”.
“Ah, ecco! Giusto! La Libia! Scusa, eh, ma al mattino ci metto un po' a ingranare. Senti, nome in codice... vabbe', chissenefrega. Se ho chiamato te, è perché nel momento in cui ti ho chiamato ero perfettamente in grado di intendere che tu sei il migliore uomo che abbiamo...”
“Beh, grazie, Presidente, in realtà io...”
“Perché la missione che stai per compiere è maledettamente complicata. Ora, quello che ti sto per dire non deve uscire da questi muri, intesi? Cala le braghe”.
“Qui, presidente?”
“Ma no, sciocco, intendevo in senso figurato. Cala le braghe, accetta qualsiasi richiesta ti chiederanno. Non possiamo assolutamente permetterci di perderla, la Libia. È fondamentale”.
“Sì, presidente, infatti mi aveva già...”
“Non è solo il petrolio. Ma comunque è anche quello. Con i rincari che ci sono in giro io non posso passare alla storia come quello che si è fatto soffiare il petrolio dietro casa. E poi c'è il discorso gas. Certo, abbiamo pur sempre quello di Putin...”
“Riguardo al gas, presidente...”
“Però, se poi domani casca Putin? Non si può mai sapere, mai. Anche Gheddafi sembrava immortale, e adesso guardalo. No, no, la Libia ci serve, costi quel che costi. Non tanto per gas e petrolio, quanto per il discorso respingimenti”.
“Beh, presidente, anche per quanto riguarda i respingimenti, io...”
“Che è una cosa fondamentale, capisci, tizio, l'Italia la governi se sei in grado di nascondere sotto il tappeto i problemi, e noi con Gheddafi avevamo fatto un affarone, gli mollavamo tutti i derelitti del mediterraneo, e lui li faceva sparire nel deserto che era un piacere. Un servizio così, chi ce lo farà più...”
“Ma vede, appunto...”
“Appunto, cala le braghe. Tutto quel che vogliono. Per dire, vogliono una moschea a Roma? Io gliela faccio anche a Roma, non guardo in faccia a nessuno”
“Presidente, in realtà, una moschea, a Roma...”
“Ratzinger s'incazza? E lascia che si scazzi, Ratzinger, mica mi fa il pieno di benzina, Ratzinger, mica se li può prendere Ratzinger i barconi. Senti, tu a questi nuovi colonnelli libici digli che se hanno figli in età giusta glieli faccio giocare in serie A, ma mica nel Perugia, stavolta, digli che li metto in rosa al Milan, non c'è veramente problema”.
“Presidente...”
“E buona fortuna, ché ne avrai bisogno”.
“Fortuna? Perché, presidente?”
“Ma che domande, per il viaggio che stai per fare, nella Libia sconvolta dalla guerra civile...”
“Ma io ci sono già stato in Libia, Presidente, sono tornato l'altro ieri”.
“Ah sì? Ma scusa, chi ti aveva briffato?”
“Ma lei, Presidente, la settimana scorsa. E mi aveva detto più o meno le stesse cose”.
“Di calare le braghe?”
“Non aveva usato proprio la stessa espressione, ma il senso era quello”.
“E quindi sei già tornato”.
“Sì, probabilmente lei mi ha fatto chiamare per sapere com'era andata. Anche se gliel'ho già spiegato ieri”.
“Ecco, bravo, com'è andata? Magari oggi sarò più attento di ieri, proviamo”.
“È andata molto bene”.
“Hai calato le braghe?”
“Ma non c'è stato davvero bisogno. Hanno un Paese da ricostruire e sono ansiosi di fare affari con noi, che restiamo un partner naturale. Certo, bisognerà essere discreti, perché la nazione è ancora percorsa da un fortissimo sentimento anti-italiano. Purché...”
“Quindi con petrolio e gas siamo a posto? Stesse tariffe?”
“Sarebbero anche disposti a un piccolo sconto, purché...”
“E i respingimenti?”
“Non vedono l'ora di diventare i nostri secondini, anche lì, sono dispostissimi a riaprire i campi di concentramento nel deserto a prezzi modici, purché...”
“Perché continui a dire purché?”
“C'è quella clausola, Presidente... ne avevamo parlato ieri...”
“E tu riparlamene. Potrà anche capitarmi di avere qualche vuoto di memoria, ogni tanto, alla mia età... con tutti i miei impegni... le preoccupazioni...”
“Insomma, Presidente, loro sono dispostissimi a fare affari con noi, ma prima di sedersi a un qualsiasi tavolo ufficiale vogliono una cosa. Una sola cosa... piccola... o grande, a seconda del punto di vista”.
“E cosa vorranno mai, questi beduini”.
“La testa di Calderoli su un vassoio d'argento”.
“La che?”
“Informalmente hanno ammesso che il vassoio d'argento è trattabile, probabilmente si accontenterebbero di un contenitore di plastica. Ma è fondamentale, è d'interesse vitale che contenga...”
“La testa di Calderoli, ma perché? Ma scusa, questi qui come fanno a conoscerlo, Calderoli?”
“Eh, è una lunga storia...”
“Faccio fatica a ricordarmelo io, Calderoli”.
“È il ministro della semplificazione normativa”.
“La semplifi... ho davvero inventato un ministero così?”
“Sembra di sì”.
“Sono davvero fighissimo. Ed è un leghista, no?”
“Sì, ecco, probabilmente lei ha dimenticato quel che successe nel 2006... prima delle elezioni in cui vinse Prodi”.
“Chi?”
“Vabbè, insomma, durante una trasmissione televisiva Calderoli, che a quel tempo era il Ministro per le Riforme, mostrò in diretta una maglietta con una caricatura del profeta Maometto. Come saprà per molti musulmani il volto del profeta non è raffigurabile. La scena fu trasmessa anche in Libia e generò dei moti spontanei di protesta contro le sedi diplomatiche italiane. In particolare, a Bengasi, davanti al nostro consolato, la polizia di Gheddafi sparò sulla folla dei manifestanti e fece una decina di morti. Era il diciassette febbraio”.
“Tutto qui? Vogliono la sua testa perché ha mostrato una maglietta?”
“Presidente, per loro l'episodio è diventato simbolico... una specie di piazza Tiennammen, la data era commemorata da tutti i dissidenti libici, che ogni anno si incontravano nella piazza del nostro consolato... e cinque anni dopo l'insurrezione contro Gheddafi è partita proprio da lì, dalla commemorazione del 17 febbraio, che con ogni probabilità diventerà la nuova festa nazionale. Insomma, Calderoli è diventato un simbolo per loro, e chi riuscirà a mostrare la sua testa su un vassoio, beh... avrà il consenso del 90% della popolazione per molti, moltissimi anni”.
“Una questione mediatica, insomma”.
“E chi meglio di lei potrebbe capire...”
“Capire posso anche capire, ma non sono mica un selvaggio, insomma, vogliono la testa? Mica gli posso dare una cosa così, voglio dire, che figura ci faccio?”
“Erano più o meno le sue obiezioni di ieri”.
“Cioè, capirei se parlassimo di un omicidio mirato... farebbe comodo anche a me, magari dare la colpa ad Al Qaeda, un po' di strategia della tensione sotto le elezioni...”
“Questa fu infatti la mia controproposta”.
“Bravo”.
“Non ne vogliono sapere. Non vogliono sembrare mandanti di terroristi, loro vogliono dimostrare che se chiedono una cosa la ottengono, quindi la testa o niente. Dicono che possono benissimo vendere il gas a qualcun altro. Magari è un bluff”.
“Perché io, insomma, nell'interesse nazionale, potrei anche capire... il sacrificio di un uomo per l'intera nazione... dovrei chiedere a Bossi, comunque”.
“Abbiamo già chiesto”.
“E che dice?”
“Non si capisce bene, ma sembra non abbia obiezioni articolate”.
“E certo, si libera un posto per la famiglia. Però che figura ci facciamo con l'elettorato... un beduino islamico ci chiede una testa e noi gliela diamo... non fa molto difesa dei sacri valori dell'Occidente... anche se... ma sei sicuro che non ci siano alternative? E se gli faccio una moschea a Roma?”
“Presidente, la moschea a Roma c'è già”.
“Ah sì?”
“Bella grande, anche”.
“Roba da matti, uno si sveglia un giorno e... Ma senti, al giorno d'oggi la chirurgia estetica fa miracoli. Nel senso che...”
“Ho capito, Presidente”.
“Lo dico così, sto pensando ad alta voce... prendiamo un pirla qualsiasi, un figurante di Forum con l'accento varesotto”.
“Calderoli è bergamasco”.
“Quel che è... gli cambiamo i connotati quanto basta, e in ventiquattr'ore potremmo avremmo un nuovo ministro della semplicità, lì”.
“Della semplificazione normativa”.
“Al posto dell'altro che spediamo ai libici nell'interesse nazionale. Che ne pensi?”
“Presidente, questa idea non mi è nuova, se non altro perché le è venuta identica ieri”.
“Sì? È un segno che è una buona idea”.
“E ieri non ho avuto il coraggio, ma oggi le faccio questa obiezione: scusi, eh, ma a questo punto non avremmo potuto dare il figurante con i connotati di Calderoli ai libici, e al ministero tenerci il Calderoli vero?”
“Ah già, buffo, non ci avevo pensato”.
“Neanche ieri”.
“E Bossi...”
“Non ci aveva pensato neanche lui”.
“Buffo davvero. Beh, sì, potremmo fare come dici tu, dopotutto è più semplice”.
“Temo che sia tardi, Presidente”.
“Ah sì?”
“Già”.
“E Bossi...”
“Non una piega”.
“Beh, allora siamo a posto, no?”
“Se la pensa così”.
“Probabilmente ti avevo chiamato per complimentarmi per l'esito della missione”.
“Grazie, Presidente”.
“Oppure, senti, visto che sei qui, potrei mandarti a fare un giretto nell'Asia centrale... in Afganistan diciamo. Potresti andare a sentire cosa vogliono quei beduini per lasciare in pace i nostri ragazzi? Mi raccomando...”
“Calo le braghe?”
“Più che puoi. In bocca al lupo”.
“Crepi, Presidente”

martedì 1 marzo 2011

Ma chi vi si inculca


Solo un arguto calembour per farvi sapere che c'era un mio pezzo sull'Unita.it anche oggi:

Le scrivo innanzitutto per confortarLa, perché sono convinto che questa storia dei cattivi maestri che inculcano gli studenti innocenti non sia una semplice trovata da propaganda: no, Lei un po' in questa cosa ci crede. Probabilmente ci immagina uno per uno, nelle nostre aule, il lunedì mattina, mentre parliamo male di lei e del suo governo agli studenti... (continua laggiù, ma potete commentarlo anche qui sotto).