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domenica 29 maggio 2011

Va tutto benissimo


(Veramente benissimo).
La teoria di questa settimana sarà un po' in ritardo, credo che non sia un problema per nessuno.

giovedì 26 maggio 2011

Dharma 740

La dichiarazione dei peccati

“Quindi adesso a chi tocca? Onorato, Osoppo, Oronzo...”
“Mi scusi, io sono Ognibene”.
“Ognibene, avevamo appuntamento un'ora fa”.
“Sì, ecco, io... ero uscito a... a prendere una boccata d'aria, perché qui... non si respira, davvero, stavo per svenire”.
“Vabene vabene vabene, se Onorato accetta di aspettare... Ma c'è Onorato?”
“Ecco, credo sia il signore che è svenuto davvero, lo hanno portato via poco fa”.
“Meglio così. Si accomodi”.
“Certo che fa caldo qui”.
“Non me lo dica, non me lo dica. Ha con sé i documenti? Codice fiscale?”
“GNBDVD73H11HGKJFG fjhkjh lk jj dij fsaokekelleterre678”
“Codice Ibann?”
“OT709834750943446'549'65987'98'97987098760980989809483098043085094860594ì743'097ì063898u'9'29046895i6498690509ì'098098098'0ì0000000000000000000459384790578'60589890'0”
“Numero di Carta di Credito?”
“76896”.
“Pin della Carta di Credito?”
“...”
“Ahahah, stavo scherzando, ci stava per cascare eh?”
“Quanti abboccano?”
“Sempre meno, uno su venti ormai, ne vale comunque la pena. Codice meccanografico?”
“Domodossola Livorno Cagliari Domodossola Domodossola Domodossola Pisa Milano Empoli Domodossola Domodossola Arezzo Frosinone Gaeta Domodossola Domodossola Belluno Klagenfurt Novi Ligure Piazza Al Serchio Altolà Madonna dell'Oppio...”
“Basta così. Peccati da dichiarare?”
“Mah, le solite cose: non ho santificato le feste, non ho meritato la fiducia dei miei clienti, non ho ricambiato l'affetto inesauribile dei miei genitori, ho tradito la mia compagna in miliardi di minuscoli modi e poi...”
“Sì, sì, ma ha portato le notule?”
“Ha ragione, mi scusi, è il caldo. Dunque... qui c'è una vecchia notifica di violazione del terzo comandamento”.
“Questo al massimo sarebbe il sesto comandamento. Lei ha commesso atti impuri”.
“Atti impuri? Io? Ma se non mi ricordo nemmeno come...”
“Sullo scontrino c'è scritto 2004”.
“Aaaaah, sì, il 2004, fu un estate difficile, poi mi ero totalmente dimenticato e...”
“La gente come lei mi fa uscire di matto”.
“Mi scusi”.
“Cioè, ha idea di che mora le faranno pagare per un minuscolo atto impuro del 2004?”
“Non ho idea, davvero”.
“Ma la gente non potrebbe essere più attenta? Dico, cosa ci vuole? Commette un peccato, le rilasciano la ricevuta, lei appena a casa la archivia in un cassetto... ma è chiedere troppo?”
“Io non so gli altri, ma io... forse non ho abbastanza cassetti in casa”.
“È quel che dicono tutti. Sa cosa le rispondo io? Balle. Siete tutti convinti di avere miliardi di peccati da dichiarare”.
“In effetti...”
“Quando alla fine sono le solite due o tre cose tutti gli anni, sa cos'è questa? Superbia. Settimo vizio capitale. La paga lei l'aliquota sul settimo vizio capitale?”
“Di solito no”.
“Forse sarebbe il caso”.
“Se lo dice lei”.
“Vabene vabene. Ha delle esenzioni?”
“Un bonifico per l'onlus ex bambini ciechi...”
“Buono”.
“E poi un contributo al canile municipale”.
“Questo non lo passiamo, mi dispiace”.
“Ma pensavo di fare del bene”.
“Noi contiamo solo il bene che si fa agli esseri umani. Tutti gli anni ve la spiego, questa cosa”.
“Ma non è giusto. Secondo me...”
“Senta, è inutile che mi spieghi l'universo secondo lei. Io sono solo quello che riempie i moduli, lo vede?”
“Mi dispiace. È che con questo caldo...”
“Non lo dica a me. Non lo dica a me. È tutto? Sicuro di non aver fatto nient'altro di buono?”
“Mi sono fermato spesso nel mio luogo di lavoro, dopo l'orario”.
“Quella non è bontà, è lavoro in nero”.
“Ma non per i soldi... l'ho fatto per risolvere dei problemi di cui mi sarei potuto fregare, invece sono rimasto lì, ho aiutato i miei colleghi, credo di aver fatto del bene...”
“Lei si crede importante e insostituibile. È convinto che senza di lei i suoi colleghi non sappiano risolvere un problema. Direi che a questo punto l'aliquota sulla superbia scatta automatica”.
“Ma avevo le migliori intenzioni...”
“Sì, sì, dite tutti così. Che caldo, Signore...”.
“È difficile fare del bene”.
“La cosa più difficile al mondo. Dunque, è tutto?”
“Tutto, sì”.
“Molto bene, allora, lei deve all'Ufficio del Giudizio trentacinque punti karma”.
“Così tanti?”
“Eh, arriva con una pendenza del 2004, cosa pretende?”
“Ma trentacinque punti... cosa mi aspetta?”
“Dunque, mi faccia vedere... noi abbiamo già cominciato a farle i perdere i capelli, direi da tre anni...”
“Da due”.
“Sì, beh, però a questo punto dobbiamo recuperare un'altra decina di punti, non resta che accelerare il passaggio alla calvizie completa”.
“La prego, mi lasci ancora stempiato per un anno. Non voglio diventare come quei quarantenni che si rasano”.
“Eh, la fa facile lei. Dove li prendiamo trentacinque punti? Col fegato come sta messo?
“È un po' grasso”.
“Senta, mi sembra di ricordare che qualche anno fa le avevamo assegnato una dermatite rara”.
“Atipica. Poi c'è stato il condono”.
“Ecco, ricominciamo progressivamente con la dermatite atipica, e dieci punti li abbiamo fatti fuori. Poi, visto che si sente così giovanile, che ne dice di una bella forfora?”
“Forfora?”
“In dodici mesi ci recupera cinque punti, che ne pensa?”
“-Sigh- Vada per la forfora”.
“E poi ci sono i denti”.
“La prego, i denti no”.
“Senta, allora me lo dica lei da dove prendere altri venti punti. La colecisti ce l'ha?”
“Me l'avete presa due anni fa. Però ho ancora l'appendice”.
“L'appendice, che tenerezza. Non conta nulla l'appendice, come i denti del giudizio. Qui ci vuole una bella carie, glielo dico subito, una capsula in un molare”.
“Li ho finiti”.
“Va bene, mi dica lei cosa vuole! Calcoli? Alitosi? Paranoia? Faccia lei. Abbiamo una ventina di punti da recuperare”.
“Non è possibile una dilazione?”
“Un modo c'è. È un pacchetto lancio che stiamo offrendo negli ultimi tempi. Non paghi nulla per cinque anni”.
“E poi?”
“Ischemia cerebrale, invalidità semipermanente”.
“No, non credo che sia il caso, no. Non... non potrebbe aumentarmi la forfora?”
“Magari vorrebbe anche qualche brufoletto?”
“Eh”.
“Senta, bisogna che se ne faccia una ragione. Lei va per i quaranta. Questo non è l'ufficio della fatina del dentino, questo è l'ufficio della dichiarazione dei peccati. L'acne giovanile dei suoi diciottanni non tornerà più".
"Mai più"..
"Al massimo se vuole un herpes”.
“No, non è proprio la stessa cosa”.
“Va bene, sa cosa le dico? Alziamo il livello di tolleranza alimentare”.
“Ma l'abbiamo già alzato l'anno scorso, ormai non mangio più latticini...”
“Perfetto, da qui in poi astensione completa”.
“Quanti punti karma fa?”
“Sette”.
“Auff”.
“Lei è miope? Potremmo abbassare le diottrie”.
“La forfora, l'intolleranza alimentare, gli occhiali più spessi...”
“Senta, noi qui riempiamo solo i moduli con i dati che ci portate voi. È colpa nostra se lei fa oggettivamente una vita di merda?”
“Con tutti gli stronzi che si vedono in giro”.
“Niente turpiloquio”.
“Coi loro denti bianchi, la loro pressione sanguigna nella norma, i loro capelli folti...”
“Senta, è il karma. Ognuno ha il suo. Non deve guardare agli altri. Ognuno se la vede col suo proprio destino”.
“E tutti gli evasori dove li mettiamo?”
“Si reincarneranno in ragionieri. Ma lei deve preoccuparsi di sé. Senta. Un po' di reumatismi?”
“Reumatismi? Mai avuti”.
“Ecco, vede? Un'esperienza nuova”.
“Ma sono dolorosi”.
“Un po' fastidiosi, ma poi ci si affeziona. È come un sesto senso, sentirà la bassa pressione, l'anticiclone delle Azzorre”.
“E vada per i reumatismi”.
“Così la voglio. Positivo e propositivo. Mancano ancora cinque punti. Si sbizzarrisca”.
“Non so...”
“Una disfunzione erettile!”
“Ma no... Senta, la tristezza conta?”
“La tristezza... nel senso di malinconia, no”.
“Maledizione”.
“Nel senso di crisi depressiva, beh, di punti ne facciamo otto”.
“Ho sforato?”
“Sì, ma li recupera sulla dichiarazione dell'anno prossimo, non si preoccupi. Allora stampo?”
“Stampi, stampi”.
“Vuole lasciare l'otto per mille allo Stato Italiano?”
“No, ai Paesi Bassi”.
“Ecco qui. Una firma sul modulo...”
“Aspetti, aspetti un attimo. Mi stavo dimenticando...”
“Ecco, lo sapevo. La buona azione che vi viene in mente all'ultimo momento. Dio quanto vi odio”.
“Io... ho regalato un ombrello a un'anziana signora, tre mesi fa. Conta?”
“Eh, dipende. Stava piovendo?”
“Un acquazzone improvviso, lei non riusciva ad andare avanti, e così io...”
“Si è fatto fare la ricevuta?”
“Sì, ma credo di averla a casa. Mi scusi...”
“Non è possibile”.
“Mi scusi davvero, io... a volte mi dimentico delle cose buone che faccio”.
“Ma è rimasto seduto lì davanti per tre ore. Non poteva farselo venire in mente prima?”.
“È che non riesco a pensare qui dentro. Fa caldo”.
“Lo dice a me?”
“Non si respira. Sembra di stare nell'anticamera dell'inferno”.
“Sembra?”

lunedì 23 maggio 2011

Chi verifica le verifiche?

L'esperto
È uno di cui vi fidate. Ogni volta che trovate il suo nome, leggete fino in fondo, non cambiate canale. È uno di quelli che ne capiscono. Soprattutto, è uno di quelli che sanno citare i dati, che non sparano sentenze a capocchia. L'esperto è affidabile.
Finché un giorno, per caso, l'esperto si mette a parlare di qualcosa che conoscete anche voi. Anche se voi della vita non conoscete molto, pure c'è sempre qualcosa di cui la vita finisce per rendervi esperti, a volte vostro malgrado. Ed ecco che questa persona, che stimate tantissimo, di cui non vi perdete un intervento, per la prima volta vi sembra un po' fuori tono. Distratto, quasi superficiale. Magari è una coincidenza. O è solo la prima volta che ve ne accorgete? Potete fidarvi ancora di lui?

Domenica sulla Repubblica Tito Boeri ha pubblicato un lungo intervento sulla prova Invalsi, che qui viene ricopiato pari pari, con tutte le obiezioni che mi sono venute in mente a una prima, una seconda, una terza lettura. Quello che segue è dunque un pezzo molto lungo, che parla di una cosa un po' specifica, smettete pure di leggere quando vi va.

Il costo della rivolta contro i test Invalsi
Solo a settembre sapremo quali sono le conseguenze della "rivolta" contro i test Invalsi nelle scuole superiori, quanti esami sono stati consegnati in bianco, quanti studenti hanno disertato le prove.
Sapremo anche quanti docenti hanno permesso che i loro studenti copiassero gli uni dagli altri, rendendo il test di apprendimento del tutto inutile. Ma è tempo già ora di organizzare la rivolta di coloro che pagheranno il costo di queste "agitazioni": i docenti, a partire da chi si è visto invalidare il test sulla propria materia da un collega che magari non li ha neanche informati della sua intenzione di boicottare l'esame, gli studenti e le loro famiglie.

Solo a settembre sapremo... sicuri? Questo è uno di quei problemi statistici che non ho mai capito. Se i dati sono stati raccolti male, come faremo a sapere che i dati sono stati raccolti male? Dai dati? Ma sono stati raccolti male. Oddio, laddove un'intera classe abbia messo le stesse crocette sugli stessi pallini, non sarà difficile immaginare un boicottaggio. Ma dove hanno messo i pallini a caso, con in media il 25% di possibilità di azzeccare comunque il quesito? E dove l'insegnante in sede di spoglio dopo aver compilato diligentemente una quindicina di tabulati, ha sbroccato e ha messo a caso l'altra quindicina? A settembre lo sapremo? Ce ne accorgeremo? Mah.

La rivolta contro l´invalidazione degli Invalsi dovrebbe andare ben al di là della difesa di queste prove. Come tutti i test, anche gli Invalsi sono perfettibili [...]

Ecco, i test sono perfettibili. Tre anni che sento dire questa cosa: tante grazie, siamo tutti perfettibili. La Venere di Milo è perfettibile. Don Seppia è perfettibile. La prova Invalsi è senz'altro nell'insieme delle cose perfettibili, ma dopo tre anni che viene svolta, e pubblicata, sarebbe anche ora di cominciare a porci il problema: come possiamo renderla un po' più perfetta di così? Quand'è che cominciamo a discutere nel merito dei quesiti che vengono posti, delle risposte che vengono imposte? Ne vogliamo parlare? O vogliamo continuare ad accettare in blocco la prova così com'è, con la scusa che è perfettibile?

[...] a partire dalle modalità con cui vengono svolte e valutate le prove. Ci devono essere ispettori che controllino che agli studenti non venga permesso di copiare e i risultati devono essere valutati da docenti diversi da quelli degli allievi che hanno sostenuto la prova, che hanno tutti gli incentivi a far fare bella figura ai propri studenti.

Gli ispettori. In tutte le classi. Professor Boeri, ha fatto il calcolo di quanti ispettori servirebbero? Quante classi elementari fanno il test (e lo devono fare tutte nello stesso orario)? Quante prime e terze medie? Quante classi superiori? Dove li troviamo tutti questi ispettori, e come li paghiamo? Ma soprattutto, una volta assoldate queste decine di migliaia di ispettori (probabilmente dai bassifondi delle graduatorie) chi è che si assicura della loro correttezza e professionalità? Bisognerà mandare ispettori degli ispettori a ispezionare gli ispettori... oppure si fa una prova a campione. Ecco, se si fa una prova a campione (ad es. una classe per istituto) ha senso mandare gli ispettori. Ma se davvero volete somministrare un test a livello nazionale, non avete scelta: l'unica rete di funzionari presente sul territorio è la classe docente. Siamo noi. Se volete fare la prova Invalsi, dovete convincerci. Pagandoci, per esempio. Oppure motivandoci in qualche altro modo. Finora avete provato con le minacce. A settembre vedrete se ha funzionato. Forse.

Bisognerebbe, al contempo, raccogliere informazioni sugli studenti assenti alle prove in modo tale da dissuadere gli istituti dall'incoraggiare assenze selettive degli studenti con le performance peggiori.

Sì. Ha un senso. Un po' poliziesco, ma posso capire. Non ci avevo ancora pensato, Boeri sì (a questo servono gli esperti): quando il sistema andrà a regime, le scuole cominceranno a competere furiosamente tra loro, ed evitare che gli studenti peggiori partecipino alla prova nazionale sarà per molte una questione di vita e di morte. Non resta che imporre un apparato poliziesco..

A questo punto i risultati dei test potrebbero essere resi pubblici, scuola per scuola senza timore di fornire segnali fuorvianti alle famiglie. Che devono comunque chiedere alle scuole informazioni aggiuntive rispetto ai test. Ad esempio, nell'era di Internet ogni docente dovrebbe affiggere sulla pagina web della scuola una nota in cui descrive a grandi linee come intende organizzare il programma di insegnamento e illustrare i propri metodi didattici e criteri di valutazione.

Ma per carità, sono d'accordo. Nell'era di Internet, invece di stampare il programma su una fotocopia e allungarlo al genitore (che lo smaltirà nel primo cestino di carta straccia sulla strada di casa), si può sbattere tutto questo materiale on line, con un bel risparmio di foreste. Però non è che prima dell'“era di internet” i programmi degli insegnanti fossero un segreto di Stato, eh. C'è da dire che un insegnante che sa “descrivere a grandi linee” il suo programma e i suoi metodi didattici su una pagina web (o su una fotocopia) non è necessariamente un bravo insegnante, e se ne rendono conto subito tutti: genitori, studenti, colleghi, il prof stesso. La differenza tra saper insegnare e saperla raccontare, a scuola, è enorme. All'università le cose vanno già diversamente. Così l'idea che un genitore possa scegliere una scuola sulla base della paginetta di presentazione dell'insegnante, ecco, è come dire... un po' accademica.

Il nostro sistema scolastico permette alle famiglie, soprattutto nelle grandi città, di scegliere la scuola a cui iscrivere i propri figli. Ci sono vincoli in questa scelta, ma molto meno che in altri paesi, dove l'iscrizione è dettata unicamente dalla residenza.

Altri Paesi. Quali? Perché? In questi non meglio precisati Paesi l'iscrizione è vincolata “unicamente dalla residenza”. In Italia da cosa altro è vincolata?

Questa maggiore possibilità di scelta dovrebbe fondarsi su informazioni adeguate sul valore aggiunto offerto dai diversi istituti alla formazione di chi si prepara per il mondo del lavoro. Invece paradossalmente in Italia ci sono meno informazioni che altrove sui contenuti formativi dei programmi didattici, sugli sbocchi professionali e sull'accesso all'università dei diplomati nei diversi istituti.

Anch'io sono convinto che “altrove” le cose vadano meglio, però non sarebbe male sapere dov'è questo “altrove”, e cosa fanno loro di meglio rispetto alle brochures informative e ai POF dei nostri istituti che, ne sono sicuro, sono perfettibili. Ma qual è il punto? I POF sono poco visibili? (Nell'“era di internet” di solito sono la prima cosa che una scuola mette on line). Stanno diventando tutti uguali? Per forza: sono il settore in cui vanno a incidere i tagli. Una scuola che metteva nel POF la madrelingua, se non ha più soldi per pagarla deve toglierla dal POF; la scuola che teneva aperti tutti i pomeriggi per corsi di potenziamento, ai primi tagli ha dovuto togliere i corsi dal POF. E così via.

A cosa si deve questo paradosso? 

Ai tagli, per esempio.

Ci sono sicuramente barriere di natura ideologica ad ogni tipo di valutazione svolta dall'esterno. C'è poco da argomentare contro i pregiudizi. 

No, l'ideologia no. Sul serio. Non c'è nulla di meno ideologico della resistenza alle prove invalsi. Gli insegnanti non vogliono essere precettati per svolgere un censimento sulle conoscenze dei loro alunni che avrà ripercussioni sul loro reddito e sulla reputazione dell'istituto dove lavorano, e l'ideologia in tutto questo c'entra poco o nulla. Il boicottaggio non l'ha promosso il sindacato trotzkista (ma neanche la Cgil), il boicottaggio lo ha fatto l'insegnante del quartiere svantaggiato che ha paura che lo giudichino inferiore a uno omologo del quartiere non svantaggiato perché è in ritardo col programma (chiamalo fesso).

Bene ricordare un vecchio adagio popolare: "se non ti poni il problema di misurare una cosa, significa che quella cosa per te non ha alcun valore". Chi non vuole misurare la qualità dell'istruzione, non assegna alcuna importanza alla scuola.

Io quell'adagio popolare, giuro, non l'ho mai sentito (in compenso potrei incartare chili di baci perugina con proverbi del tipo: il sapere non si pesa, la cultura non si misura, l'essenziale è invisibile agli occhi eccetera eccetera. Ma lasciam perdere).

C´è poi il rifiuto dei test standardizzati. Molti docenti ritengono che solo loro siano in grado di definire parametri di valutazione adeguati, che tengano conto della specificità del loro programma di insegnamento. La ragione ultima, talvolta inconsapevole, di queste obiezioni è che chi viene valutato vorrebbe sempre costruirsi il proprio test. Quelli standardizzati servono proprio ad evitare che i docenti scelgano di adottare criteri di valutazione favorevoli ai propri studenti, dunque a se stessi. E permettono di svolgere comparazioni del livello di apprendimento prima e dopo l'operato di un docente, oltre che fra classi e scuole diverse.

Non fa una piega. Il problema è che per permettere tutte queste comparazioni i test invalsi devono essere fatti bene. Ma sono fatti bene?

Ci sono poi i timori di alcuni docenti che la valutazione possa ritorcersi contro di loro. Nel caso dei bravi docenti sono paure del tutto infondate:

Beh, ma questa è buona. Siate bravi e nessuno vi farà male. Ma noi temiamo, appunto, di non essere bravi. Perché misuriamo ogni volta la distanza tra la nostra preparazione e il risultato di una prova che non dipende nemmeno dal programma che stiamo svolgendo. C'è un migliaio di modi diversi di essere bravi insegnanti di italiano, ma se la prova invalsi fa una domanda sulla subordinata consecutiva, l'unico insegnante che sarà ritenuto “bravo” è quello che ha perso due settimane di tempo a far entrare nella testa del singolo ragazzo il concetto di subordinata consecutiva. Gli altri magari sono bravi a fare altre cose, ma non è vero che non hanno nulla da temere. Hanno da temere la proposizione subordinata consecutiva, per esempio. Cominciano a sognarsela di notte.

i miglioramenti compiuti dagli studenti nelle loro materie vengono ben monitorati da questi test che, non a caso, sono in genere molto coerenti fra di loro.

Lo trovo discutibile (almeno per le prove che ho somministrato io), e magari un'altra volta lo discuterò. Prendo atto che per Boeri le prove Invalsi sono in generale fatte bene.

Non è neanche vero che le prove distolgano le scuole dal perseguimento dei programmi didattici inducendole a preparare gli studenti per i test, anziché perseguire i programmi didattici. Le conoscenze che i test intendono valutare sono parte integrante degli standard minimi educativi.

La proposizione consecutiva? In terza media? E non me la sono mica inventata io, c'era nel test di tre anni fa. Cioè, terza media di scuola dell'obbligo, un alunno su quattro non è di origine italiana, e secondo voi lo “standard minimo” è che sappiano cos'è una proposizione consecutiva? Ma voi lo sapete cos'è una proposizione consecutiva? La sapreste riconoscere a colpo sicuro in un testo scritto? E soprattutto, ditemi, vi serve così tanto nella vita di ogni giorno? Vi è indispensabile nel lavoro che fate, nell'andare a far la spesa o nel discutere coi vostri vicini? La proposizione consecutiva? Lo standard minimo? E se io invece di insegnarla mi concentro, per dire, sul complemento oggetto, è perché sono un cattivo insegnante, e la mia scuola una cattiva scuola?

E non è affatto detto che il cosiddetto "teaching to the test", insegnamento finalizzato a una migliore performance nel test, sia efficace.

Questo è interessante. Da quando le prove Invalsi sono arrivate a scuola, un sacco di insegnanti ha cominciato a usare le ore di lezione per allenare i ragazzi a riuscire nei test, e gli esperti storcono il naso: quella non è vera scuola. Sì, ma se l'obiettivo diventa riuscire nel test, meglio allenarsi, no? No, non è detto che sia meglio. Sì, ma chi è che non lo dice? Ci sono degli studi in materia, dei dati statistici? Perché professore, finché non mi fa vedere dei numeri, io continuo a far fare ai miei ragazzi dei test a nastro, nella speranza che becchino più o meno le stesse risposte della prova finale: ne va della mia reputazione e del mio salario, mica mi posso fidare dei suoi “Non è detto”.

Ma forse gli ostacoli più forti al miglioramento delle informazioni sulla qualità del nostro sistema scolastico vengono dalla politica. Senza questi dati non è possibile valutare le tante piccole modifiche, più di facciata che di sostanza, apportate da ministri che vogliono solo apporre una bandierina, mostrare di avere fatto una "riforma" che immancabilmente porta il loro nome. 

Ecco, sarei anche d'accordo. Secondo me il primo ad aver boicottato l'Invalsi è stato il Ministero stesso.

La mancanza di valutazione rafforza la discrezionalità della politica. Può fare tutti i cambiamenti che vuole, magari definendoli sperimentali. Tanto poi non ci sarà nessuno in grado di valutarne gli effetti. I test standardizzati permettono di valutare queste pseudo-riforme. Ad esempio, uno studio condotto da Erich Battistin, Ilaria Covizzi e Antonio Schizzerotto dell'Irvapp di Trento e basato proprio sui test Invalsi ha dimostrato che il ripristino dei cosiddetti esami a settembre (al posto del recupero dei debiti formativi in corso d'anno) ha accentuato le differenze quanto a conoscenze linguistiche tra studenti liceali e studenti di scuole tecnico-professionali, peggiorando la qualità dell'istruzione soprattutto per chi viene da famiglie con redditi più bassi. 

Ecco, finalmente una fonte, un rimando a una ricerca sul campo. Sono contento. Ma sono anche un po' perplesso. Non ho potuto ovviamente leggere la ricerca di Battistin Covizzi e Schizzerotto, ma non dubito che si tratti di un lavoro valido. Non capisco però come possa essere basata “proprio sui test Invalsi”, visto che i test delle superiori li abbiamo fatti per la prima volta quest'anno, per la precisione due giovedì fa, e, come diceva lo stesso Boeri, fino a settembre non conosceremo i risultati. Se Battistin e compagni hanno adoperato dei dati su studenti liceali e studenti di scuole tecnico-professionali, non erano quelli delle prove nazionali Invalsi. Oppure si sono basati sulle prove che gli stessi ragazzi avevano svolto alle medie due anni prima?

Sia come sia, il risultato non è questa straordinaria sorpresa. I crediti scolastici si recuperano a scuola aperta. L'esame di settembre si prepara a scuola chiusa. Chi è che riesce a studiare meglio con la scuola chiusa, Pierino Reddito-Medio-Alto o Gianni Reddito-medio-basso? E per scoprirlo bisognava sul serio impartire un test a tutti gli studenti italiani? Non dico che sia sbagliato, ma era necessario?

Chi oggi rifiuta le valutazioni in nome dell'egualitarismo dovrebbe riflettere su questo risultato. Senza le informazioni offerte dai test standardizzati la battaglia contro la scuola di classe rischia di avere le armi spuntate.

Io non sono in linea di massima contro la prova nazionale. Ma non ditemi che è l'unico modo per ottenere dati scientifici. Altrimenti l'Istat ci farebbe un censimento una volta all'anno. Si fanno ricerche di mercato a livello nazionale su campioni statistici di decine di migliaia di individui; possibile che a scuola non bastino?

domenica 22 maggio 2011

Gli effetti della ridondanza

A costo di risultare ripetitivo, vorrei ricordare che Silvio Berlusconi possiede tre emittenti nazionali. Il centrosinistra, che in vent'anni di berlusconismo è stato al governo per almeno sette, non ha voluto fare la cosa più ovvia per difendere la democrazia: portargliele via. Invece ha difeso la proprietà statale di altre tre emittenze nazionali, col bel risultato che appena è tornato a capo dell'esecutivo Silvio Berlusconi ha piazzato i suoi uomini in almeno due su tre. Perciò, quando gli va, Silvio Berlusconi può occupare decine di minuti coi suoi messaggi elettorali su tutti i canali più visti in Italia, anche se c'è gente che in questo caso si indigna. Che è un po' come indignarsi perché Napoleone usava i cannoni, o re Pirro gli elefanti, con quello che gli sarà costato addestrarli. Doveva lasciarli in Epiro? Per fair play?

Perché in fondo è quello che gli stiamo chiedendo: gli abbiamo lasciato i cannoni, gli abbiamo lasciato gli elefanti, ma lui dovrebbe essere tanto educato da non scatenarceli addosso. Invece lui, pensate un po', non è educato. Anzi, più è alle strette, peggio diventa. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Tutti. Dovevamo aspettarcelo tutti.

Se di solito Silvio Berlusconi non è così presente in tv (ma se avete dato un'occhiata al tg di Minzolini, sapete che ha qualcosa come una rubrica fissa in cui le sue telefonate ai “Promotori della libertà” vengono rilanciate senza contraddittorio) è che lui stesso, in quanto Silvio Berlusconi, è consapevole che l'uso dei media non può essere troppo sfacciato, e che la ridondanza può rivelarsi controproducente. Per cui, di solito, Silvio Berlusconi occupa quel tanto di tv che gli basta a convincere i suoi che è ancora in forma. Ora, indubbiamente il fatto che l'altra sera abbia dovuto farsi in cinque per occupare i telegiornali ci lascia immaginare che il vecchietto sia alle corde. Ma appunto: è alle corde il vecchietto, non il sistema. Se anche perdesse a Milano – cosa che mi auguro con tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente – il sistema resterebbe in piedi. Possiamo chiamarlo anche berlusconismo, ma siamo sicuri che per funzionare abbia bisogno di Silvio Berlusconi? E chi, tra festini e processi, è andato in fusione negli ultimi venti mesi, il berlusconismo o Silvio Berlusconi?

Lo abbiamo dato per finito tante volte: un giorno senz'altro finirà davvero. Il giorno dopo, tuttavia, Mediaset continuerà a essere una concentrazione mediatica che per funzionare e fatturare ha bisogno di un regime di duopolio. Il giorno dopo, la Rai sarà ancora piena di personaggi in cerca del miglior protettore politico sulla piazza. Il giorno che Berlusconi sarà finito, il berlusconismo sarà ancora tutto lì, una macchina sferragliante ma efficace a disposizione del prossimo conducente. E noi intanto faremo festa, perché siamo sciocchi. Faremo festa perché abbiamo sconfitto un vecchietto che non riusciva più a farsi inquadrare dalle telecamere, senza preoccuparci di chi continua a stare dietro le telecamere. La sua stessa sconfitta diventerà un argomento in mano a chi non ha interesse che il sistema cambi: vedete, aveva in mano cinque telegiornali, ma non è riuscito a convincere il Paese, quindi le tv non sono poi così importanti (quindi lasciamo pure le cose come stanno). E invece sì, signori, c'è riuscito per quasi vent'anni, finché la maschera ha tenuto; ed è impossibile che dietro le quinte voi non stiate già cercando una maschera migliore. Chiunque lo farebbe al posto vostro.

Un giorno Berlusconi sarà finito. In esilio ad Antigua, agli arresti a Palazzo Grazioli, frollato nel mausoleo di Arcore. Io non smetterò di temerlo quel giorno, e neanche i successivi. Crederò alla fine di Berlusconi quando il mercato radio-televisivo e pubblicitario italiano sarà diventato una cosa normale, con un regime di concorrenza tra almeno quattro, meglio cinque proprietà diverse. Magari nel frattempo gli italiani si saranno stancati dei telegiornali tv – meglio ancora.

E quindi... Cosa stavo dicendo?

“Si avvii a una conclusione, senatore”.

Ah, sì. In conclusione, io ritengo ancora e sempre che Cologno debba essere distrutta. Grazie per l'attenzione.

venerdì 20 maggio 2011

Simpatia per Lars Von Trier

Your own personal Führer

Avrete sentito dire in questi giorni come il famoso e controverso regista Lars Von Trier abbia affermato pubblicamente di provare simpatia per Hitler, ebbene, non è così vero. Il verbo inglese “to sympathize” non significa esattamente “simpatizzare”. Il suo significato è più aderente all'originale etimo greco, “patire assieme”: compatire, comprendere il dolore. Per un'affermazione del genere, Lars Von Trier è stato bandito dal Festival di Cannes. Pare che sia vietato affermare di poter compatire la sofferenza dell'uomo malvagio, che in quanto malvagio è radicalmente diverso da noi al punto da sfuggire a ogni nostra capacità di comprensione. Altrimenti ti cacciano dalle feste. E dire che fino a ieri avevamo riempito migliaia di pagine, miliardi di fotogrammi, nel tentativo di capire, di spiegare come una persona come noi possa diventare, in certe situazioni, a certe condizioni, un assassino di massa. Ma questo era ieri, appunto, quando ci interessavano le cause, le conseguenze, le nostre psicosi individuali e di massa: oggi abbiamo deciso che gli assassini sono sempre gli altri, che non parlano la nostra lingua e probabilmente non sono della nostra razza. Abbiamo tracciato una linea, chi la oltrepassa è il Male Assoluto e non può essere spiegato né compreso: o condanni pubblicamente il Maligno come fonte e origine di ogni male o sei evidentemente un po' parte del Maligno anche tu. Questa è l'Europa di oggi, un posto dove abbiamo risolto le psicosi ritornando ai tabù.

Credo di poter simpatizzare con Von Trier, intendo, capire un po' come si sente. Ci sono vari tipi di gaffe, o meglio di gaffeur. C'è il gaffeur tattico, come Vittorio Sgarbi, che a un certo punto si rende conto che la sfida con Santoro o Saviano è persa in partenza e allora calca la mano, in pratica si auto-boicotta, affossa il suo programma e dopo due ore corre a intascare gli stessi soldi che avrebbe dovuto guadagnare lavorando qualche mese (chiamalo fesso). C'è il gaffeur trionfante, senza secondi fini, il personaggio così pieno di sé da essere convinto di avere sempre qualcosa di intelligente da dire, anche se non sa ancora cosa (ma intanto ha già aperto la bocca e sta parlando di nazismo davanti a un eurodeputato tedesco). E poi c'è il gaffeur suicida, che ha una pessima opinione di sé stesso e parla a vanvera per distruggersi, come il tuo partner esausto di te che decide di farti una scenata in società. Basta avere sfogliato la Newton Compton di Freud ((c) Enzo) per riconoscere nel balbettante Von Trier un esempio di gaffeur del terzo tipo. L'uomo ha cose orribili da rimproverarsi – di non essere un buon regista, diranno molti. Ma molto prima di castrare i suoi attori era l'etica stessa di Dogma a essere autocastrante: Non avrai altra Soundtrack al di fuori di me; Non ti gioverai di cavalletto; Non girerai esterni, ecc.

Poi, in modo non molto dissimile da quel che accade nella Bibbia, dove il popolo di Dio non fa che disobbedire alle leggi di Dio (sennò la Bibbia sarebbe assai più corta e perfino meno divertente); allo stesso modo di Isaac Asimov (autore di origine ebraica!), che prima inventa tre leggi della Robotica e poi scrive dozzine di racconti in cui, sostanzialmente, i suoi robot non fanno che rivoltarsi alle leggi della robotica... tutto quello che ci ha reso interessante Von Trier probabilmente sta nel modo in cui ha aggirato le sue stesse autolimitazioni e ha girato musical o commedie dell'assurdo. Per cui a un certo punto ci siamo convinti che tutto l'affare dogmatico era semplicemente un esercizio per stimolare la propria creatività. Potrebbe darsi.

Però potrebbe anche trattarsi di psicosi maniaco-depressiva. Il giovane Lars è cresciuto in una famiglia danese comunistoide e antirepressiva, vacanze nudiste e tutto il resto: il tipo di ambiente in cui a un certo punto un adolescente può trovarsi a rimpiangere la totale assenza di regole (o a riconoscere le regole non scritte dietro il permissivismo genitoriale). Crescendo ha scoperto che il padre, benché ateo, era di origine ebraica: quindi da qualche parte c'era una Legge, anche se negletta dal padre. A un certo punto però il padre muore e la madre spiega a Lars che comunque non era il suo vero padre: quest'ultimo non era ebreo, bensì... tedesco. Così a 33 anni Von Trier si ritrova sbalzato, da membro di una perduta tribù di Israele a figlio dei volonterosi carnefici di Hitler. Qui avviene una sorta di sdoppiamento: può darsi che Von Trier si odi seriamente, e non per posa, può darsi che ci sia un Von Trier interiore che cospira contro tutto quello che Von Trier cerca di fare di buono nella vita, un Von Trier che boicotta attivamente la sua stessa carriera, che assiste alla prima del suo film e lo trova inguardabile (“Maybe it’s crap,” von Trier joked. “Of course, I hope not. But there is quite a big possibility that this might be, you know, really not worth seeing); poi si ritrova davanti ai giornalisti, circondato da due attrici brave e famose, e in un momento che potrebbe rappresentare uno dei due o tre possibili apici della sua carriera, e senza accorgersene – e senza che nessuno riesca a interromperlo – sente sé stesso parlare a vanvera di nazismo ed ebrei. Il modo più spiccio per rovinare una carriera, ormai lo sanno anche i fantasmi dell'inconscio. La trascrizione non rende il senso discorso: dalle pause, dalle esitazioni, emerge chiaramente che lo stesso Von Trier non chiedeva di meglio che essere interrotto, salvato dalle sue stesse chiacchiere. E invece i giornalisti lo lasciano parlare, fiutando la gaffe succulenta; la Dunst si mostra scioccata ma non lo interrompe, probabilmente spera che il regista riesca a spiegarsi meglio, a salvarsi in corner; la stessa cosa cerca di fare malamente Von Trier, ma il suo Doppelgänger autodistruttivo riesce a tenere la palla al piede, dribbla ogni tentativo di riportare la discussione alla ragionevolezza festivaliera, e continua ad ammucchiare gaffes sulla collega danese-ebraica che ha vinto un Oscar; su Hitler; su Israele che è “una rottura di coglioni” (“a pain in the ass”, mi pare che nessuno in Italia abbia osato tradurre), su Albert Speer che è un grande a cui piace fare le cose in grande, come i nazisti, come lui stesso. Nel frattempo il Von Trier ragionevole alza la bandiera bianca: “how can I get out of this sentence?"


Israel Von Trier
Nazi Von Trier
Ho pensato di essere ebreo a lungo, ed ero davvero contento di essere ebreo. Ma poi è arrivata Susanne Bier e non ero più così contento...
No, questa era una battuta, mi dispiace. Ma è saltato fuori che non ero un ebreo, ma anche se fossi un ebreo sarei un ebreo di seconda classe, perché c'è una specie di gerarchia nella popolazione ebrea.
Ma in ogni caso, volevo davvero essere un ebreo E poi ho scoperto di essere davvero un nazista, sapete, perché la mia famiglia era tedesca, Hartmann, il che mi ha dato comunque qualche piacere, eh, eh, così sono una specie di...
Io... io... cosa posso dire? Io capisco Hitler.
Ma... ma... penso che abbia fatto alcune cose sbagliate, sì, certamente Ma posso vederlo seduto nel suo bunker alla fine.
Ci sarà un senso alla fine di tutto questo. Ci sarà... No... stavo solo dicendo che... capisco l'uomo.
Non è quello che chiameresti un bravo ragazzo Ma... capisco molto di lui, e provo compassione per lui, un po', sì...
Ma insomma, non sono per la Seconda Guerra Mondiale! Non sono contro gli ebrei!
E Susanne Bier?




No, neanche contro Susanne Bier... anche questa era una battuta, io naturalmente tengo molto agli ebrei No, non così tanto, perché Israele è una rottura di coglioni.
Come posso uscire da questo discorso?




Dopo che hai offeso gli ebrei, cosa puoi fare di peggio? Offendere le donne, probabilmente. Qualche minuto dopo riuscirà a disegnare per Kirsten Dust un futuro da aspirante pornostar. “Now she wants more. That’s how women are, and Charlotte is behind this. They want a really, really, really hardcore film this time, and I’m doing my best”.

Dunque: c'è un Von Trier che credeva di essere ebreo. Che voleva essere ebreo. L'aspirazione a voler far parte del popolo della Legge si lascia facilmente interpretare. A parte l'opportunità, per un regista, di trovarsi rampollo nella stessa schiatta di Kubrick, Polanski, Lubitsch, Allen, e ne ho senz'altro lasciato fuori qualcuno enorme, c'è anche la necessità dell'intellettuale di simpatizzare col perdente, con l'oppresso, con la minoranza. E allo stesso tempo c'è la necessità di una Legge scolpita sul marmo, di un Dio che ti fulmini se non lo rispetti. Però a un certo punto, magari guardando il film di una collega che ebrea lo è davvero, Von Trier capisce di essere qualcos'altro: non oppresso ma oppressore, non ebreo ma tedesco. Un nazista. Probabilmente la realtà è in mezzo, probabilmente Von Trier è l'ebreo e il nazi di sé stesso, ma è facile dirlo da fuori. Se Von Trier fosse riuscito a fare andare d'accordo le sue due identità, non si troverebbe davanti al disastro dell'altro ieri. Von Trier è il nazista di sé stesso per le regole inflessibili che continua a darsi, per le punizioni bizzarre e atroci che infligge a chi sgarra, cioè a Von Trier stesso. E allo stesso tempo non può che provare pietà per quel dittatore frustrato che non riesce ad autocontrollarsi, e che forse si ritrova già nel bunker interiore, pronto a spararsi un colpo. 'Però non sono un nazista vero', dice il Von Trier aspirante semita, facendo appello alla ragionevolezza dei giornalisti: guardatemi, mica dichiaro le seconde guerre mondiali, mica odio gli ebrei... Anche se Israele è un pain-in-the-ass”, replica il Von Trier sadico, e questo probabilmente è il vero tabù che un regista europeo non dovrebbe infrangere. Perché comprendere Hitler, via, non è questa gran novità: col mondo interiore del Führer si sono misurati registi anche meno scomodi di Von Trier; una delle sequenze di maggior successo del cinema degli ultimi vent'anni è quella in cui Bruno Ganz ci mostra un umanissimo Hitler impartire un umanissimo cazziatone ai suoi sottoposti. Non è un caso che lo spezzone della Caduta sia diventato un tormentone del web; non è un caso che migliaia di internauti abbiano voluto mettere in bocca al Führer le proprie esternazioni, in pratica abbiano voluto mettersi nei panni di Hitler “sitting in his bunker at the end”, senza che nessuno abbia perso tempo a misurare il potenziale antisemita del giochino. No, Hitler si può compatire – entro certi limiti. Ma offendere Israele, descriverlo come un fastidioso ospite conficcato nel retto della nostra sensibilità occidentale, ecco, questo era il tabù che il Von Trier sadico andava cercando, per inchiodarcisi sopra. Missione compiuta.

giovedì 19 maggio 2011

Dov'è il mio registro elettronico?

E insomma, nel 1983 i monitor erano in bianco e nero. Una partita a Space Invaders costava cento lire. E nelle scuole di Seattle usavano i registri elettronici (in bianco e nero) (ma elettronici).



Siamo nel 2011, abbiamo monitor a colori, milioni di colori, anche in 3d, possiamo giocare a tutti i giochi che vogliamo, e il mio fottuto registro scolastico è ancora di carta! Di carta! Voglio un conflitto termonucleare globale qui ora adesso!

Ho una teoria (#76): la scuola italiana è come l'impero romano, non passerà mai all'automazione finché può contare sulla forza bruta degli schiavi (cioè la mia). (Si commenta di là, come sempre).

lunedì 16 maggio 2011

Non siamo malati

Chi è tuo fratello

“Allora, come l'hai trovato tuo fratello?”
“Peloso”.

...

“Uh, sì, comincia a mettere qualche pelo sotto il naso, è l'età...”
“Verranno anche a me dei peli così?”
“Può darsi, ma non ti devi preoccupare”.
“Quando mi vengono me li posso togliere?”
“Certo”.

...

“E lui perché non se li toglie?”
“Credo che abbia scelto di tenerseli”.
“Ma è brutto”.
“Non è brutto. È tuo fratello. Sta crescendo e ci tiene molto a mostrarlo. Magari tra qualche mese non si piacerà più e se li taglierà”.
“Allora può fare quello che vuole?”
“Con i peli che ha sotto il naso? Certo. Sono suoi”.
“Ma se può fare quello che vuole, perché non torna a casa con noi?”
“Tesoro, ne abbiamo parlato già. Tuo fratello non può vivere con noi. Non avrebbe abbastanza posto”.
“Poteva stare nella mia camera, come quando io ero piccolo”.
“Ma adesso tu non sei più piccolo, hai bisogno di più spazio, e anche tuo fratello ne ha bisogno. Ne abbiamo già parlato. Le persone come tuo fratello non possono dormire nelle stanze con gli altri bambini”.
“Perché diventano cattivi?”
“Ma no... non diventano cattivi. Chi ti dice queste cose”.
“Salima97 dice che mio fratello quando vede la luna diventa un lupo e morde la gente, ma io non ci credo tanto”.
“Fai bene, perché non è vero. Tuo fratello non diventa un lupo”.
“E allora perché non può venire a casa con noi? È malato?”
“Non è ammalato. Tuo fratello sta benissimo. Ma è un maschio. Non c'è niente di male. Però non può stare con noi”.
“Ma cos'è un maschio, mamma?”
“Ti ricordi quando abbiamo preso l'aeromobile e siamo andati in campagna, a vedere la stalla?”
“Sì”.
“Ti ricordi gli animali?”
“C'erano le oche, le anatre, i maiali, le galline, un cane e poi tutti gli animali con le corna”.
“Ecco. Ti ricordi come si chiamano gli animali con le corna?”
“Quando sono piccoli sono tutti vitelli, e poi mettono le corna e diventano: mucche, buoi e tori”.
“E che differenza c'è?”
“Le mucche sono le femmine, fanno i vitelli e gli danno il latte”.
“E i buoi?”
“I buoi sono neutri, sono buoni da mangiare e abbastanza forti per trainare i carretti. Però adesso invece dei buoi si usano i trattori a idrogeno”.
“Invece i tori...”
“I tori sono i maschi, sono forti ma non trainano i carretti perché sono cattivi, e mettono incinte le femmine”.
“Ti ricordi quante mucche hai visto nella stalla?”
“Quindici”
“E quanti buoi?”
“Dieci”.
“E i tori?”
“C'era un solo toro ma ce l'hanno fatto vedere da lontano”.
“Ecco”.
“Perché il signore ci ha detto che il toro era cattivo, crede che le mucche siano solo sue e aveva paura che noi gliele portavano via”.
“Ed è la sua natura, capisci? Il toro non ci può far niente. È fatto così”.
“E anche mio fratello è fatto così?”
“Lo conosci tuo fratello. È sempre lui, anche se sta mettendo i baffi. È simpatico, ti vuole bene, ti fa fare le capriole, però è un maschio. Se lo metti in mezzo alle altre persone, diventa nervoso, capisci? Pensa al toro. Cosa succede se vede una femmina?”
“Se un toro vede una femmina, pensa che è sua”.
“E se vede un maschio?”
“Pensa che è venuto a rubargli le femmine”.
“Ecco”.
“Ma mio fratello non è mica stupido così”.
“Tesoro, non è una questione di intelligenza. È una questione di istinto, capisci”.
“Cos'è l'istinto?”
“L'istinto è... quello che tutte le creature sanno fare senza che nessuno glielo spieghi. Per esempio, io sono la tua mamma. Nessuno mi ha insegnato come si fa, anche se tanti mi hanno dato dei consigli. Io ti vorrò sempre bene e cercherò sempre di difenderti, perché me lo dice l'istinto. Tuo fratello, invece, sta cominciando a guardare le ragazze”.
“Le ragazze sono stupide”.
“È l'istinto che lo guida. Non sarà contento finché non avrà trovato una ragazza con cui stare, e quando ne avrà trovata una si stancherà e ne cercherà un'altra, e così via. A te può sembrare strano, ma per lui è normalissimo”.
“Ma allora è vero che è cattivo?”
“Sei stato con lui tutta la giornata: ti è sembrato cattivo?”
“No, a me sembra sempre mio fratello”.
“Ecco. E sarà sempre tuo fratello. E ti vorrà sempre bene. L'importante è tenerlo lontano dagli altri maschi”.
“Perché gli altri maschi gli fanno paura?”
“Non è paura. È un istinto di competizione. Quando stanno assieme, i maschi sempre la lotta per decidere chi è il più forte”.
“Ma che senso ha?”
“Non ha nessun senso per te, ma per i maschi serve a decidere chi va con le ragazze”.
“Ma non possono andare tutti con ragazze diverse?”
“Adesso sì, perché di maschi ce ne sono pochi”.
“Una volta non era così?”
“No, una volta c'erano tanti maschi quanti femmine, e i neutri come te non esistevano”.
“E come facevate con così tanti maschi?”
“Eh, come facevamo... evidentemente le cose non andavano tanto bene. I maschi iniziavano a farsi la lotta da ragazzini e poi continuavano per tutta la vita. E siccome erano tanti, comandavano loro e facevano fare la lotta anche a noi femmine”.
“Comandavano loro?”
“Facevano i presidenti, i giudici, i poliziotti, i soldati... tutti i lavori più pericolosi”.
“Ma dai mamma, scusa, come faceva un maschio a fare il presidente?”
“Te l'ho detto, era un grosso problema. Infatti scoppiavano continuamente delle guerre”.
“Cos'è una guerra?”
“Una guerra è quando tutti i maschi di una nazione attaccavano i maschi di un'altra nazione, con le armi”.
“E perché dovevano fare una cosa del genere?”
“Tesoro, per milioni di motivi... però col tempo ci siamo resi conto che il motivo principale era l'istinto, appunto. I maschi si fanno la lotta fra loro: sono fatti così. L'unico sistema era... farne molti di meno, e tenerli separati dal resto della società”.
“Ma anche le donne si fanno la lotta”.
“Sì, tesoro, non siamo mica delle sante. Ma noi di solito lottiamo per difendere la nostra tana, la casa, la famiglia. I maschi invece, quando comandavano, erano molto più violenti e distruttivi. Ed erano sempre insoddisfatti, capisci? Perfino quelli più importanti... i presidenti, i colonnelli, i direttori delle banche mondiali... persino all'apice del loro potere, continuavano a dare la caccia alle donne, come dei selvaggi. Noi donne per molto tempo abbiamo pensato che fossero malati. Poi abbiamo capito che non era una malattia: erano semplicemente troppi. E così abbiamo deciso di farne meno”.
“Cos'è una banca mondiale?”
“Adesso un maschio come tuo fratello vive in un collegio. L'anno prossimo sarà considerato maturo e gli sarà assegnata una circoscrizione che contiene più o meno un centinaio di femmine di ogni razza ed età. Tutto quello che gli serve per essere felice senza diventare cattivo e senza fare la guerra a nessuno”.
“Ma come avete fatto a fare meno maschi?”
“Ti ricordi due anni fa, quando sei stato all'ospedale?”
“Sì, che sono stato in vacanza per una settimana e siamo stati anche a disneyland”.
“Ecco. Ti ricordi cosa ti hanno tolto all'ospedale?”
“Le palline”.
“Ecco. Se te le avessimo lasciate saresti diventato un maschio, come tuo fratello, e tra qualche anno avresti messo i peli come lui”.
“Che schifo!”
“Ma no, non sta così male”.
“Però non mi sarebbero piaciute le femmine!”
“Probabilmente sì”.
“Ma solo per via di due palline? Se uno ce le ha corre dietro alle femmine e se non ce le ha non gli interessano? Non ha senso”.
“Non deve avere senso, tesoro. È la natura”.
“Ma perché invece a mio fratello gliele hai lasciate? Non lo volevi tenere?”
“Tesoro no, come puoi dire una cosa del genere! Non sono stata io a scegliere. Quando siete piccoli, in ospedale vi fanno tutta una serie di esami. In base a questi esami tuo fratello è risultato più adatto a fare il maschio. Io nei primi anni non ero tanto convinta, sai. Ma poi sono rimasta incinta di te e ho pensato che forse era un segno”.
“Mamma, scusa, ma chi ti ha messo incinta?”
“Non lo conosci. Era il maschio della nostra circoscrizione, è andato in pensione cinque anni fa. Hai il suo naso”.
“E questo signore quindi... è mio padre?”
“Dove hai sentito questa parola?”

sabato 14 maggio 2011

Non amo che i test che non Invalsi

Si riparla di test Invalsi (rassegnatevi, ne riparleremo tante altre volte). Avete mai pensato a quanto siano umilianti? Non per gli insegnanti, quelli ormai sono soltanto automi che crocettano pallini. Ma gli studenti? Mettetevi nei panni di un quindicenne, provate a rispondere a questo quesito:


Non vi sentite umiliati? Boh, a quanto pare dovreste. Cosa mi piace e cosa mi dispiace dei test Invalsi (H1t#75) è sull'Unità, e si litiga, pardon, si commenta laggiù.

Meno male che Lui c'è

Mandiamo giù anche questa

- La redazione di Leonardo, che non ha più niente da perdere, è entrata in possesso di un documento sconvolgente: il verbale di una riunione della direzione di un partito di centrosinistra a caso, svoltasi a porte chiuse nel dicembre scorso.

“Dunque, Piergigi c'è, Max c'è, Enrico, Valter, Rosi, Dario... voialtri ci siete tutti quanti... Cominciamo?”
“Allora, signori e signore, anzi, posso dirlo? Siamo a porte chiuse, dopotutto”
“E diccelo, dai, se ti fa stare meglio:”
“Compagni e compagne”.
“Uuuuuh”.
“Fa un certo effetto, eh?”
“Ho i brividi”.
“Guarda, guarda la Rosi com'è tutta rossa”.
“Ehi Rosi, questa al padre confessore è meglio se non la racconti, eh”.
“Fatela finita. Compagni, compagne, ho voluto convocarvi a porte chiuse perché la situazione è, per certi versi, incredibile. Come sapete negli ultimi mesi abbiamo commissionato dei sondaggi segreti, per capire quale sarebbe stato l'esito di eventuali elezioni politiche anticipate in primavera. Ebbene, sign... compagni, è chiaro che i sondaggi vadano presi con le molle, eppure...”
“Il porco a quanto lo danno?”
“Tra il venti e il trenta per cento”.
“E i leghisti?”
“Coi leghisti”.
“Impossibile”.
“Pure è così. C'è un enorme astensionismo, un travaso sensibile su Fini, ma noi comunque stiamo tra il cinquantacinque e il sessanta. Signori, in primavera vinciamo facile”.
“Un attimo. Forse vale la pena ricontroll...”
“Max insomma datti pace, abbiamo già commissionato quattro sondaggi in tre settimane, e ogni volta quello là perde punti e noi ne guadagniamo. Sembra proprio che il bunga bunga non gli stia giovando”.
“Ma chi l'avrebbe detto”.
“Quindi noi lo batteremo. Proprio noi. Finiremo sui libri come quelli che hanno sconfitto Berlusconi”.
“Ma è vera gloria? In realtà si è sconfitto da solo. Voglio dire, ce lo meritiamo?”
“E chi se ne frega – scusa Rosi – ne discuteranno gli storici, adesso è ora di bere, direbbe Orazio, mi sono infatti permesso di mettere in fresco un lambrusco millesimato che...”
“Il lambrusco non si millesima, Gesù”.
“Massimo ma lo so, diobono, era per scherzare, e ridi un po' anche tu, no? È andata. Vinceremo”.
“Va bene, dai, stappiamo!”
“Rosi non far finta, perdio, non dire che sei anche astemia”.
“Cin-cin”.
“A chi brindiamo?”
“Ma è ovvio, alla più bella classe dirigente di questo Paese!”
“A noi!”
“Quello non si può dire”.
“Va bene, allora all'Italia!”
“All'Italia!”
“Signori, sentite, dopo che avremo finito coi festeggiamenti, ci sarebbe un altro punto all'ordine del giorno”.
“Sì, mi sono scordato, cos'era?”
“Gheddafi”.
“Gheddafi, già, ma è davvero così importante?”
“Beh, se Berlusconi cade – e dovrebbe cadere quando, il tredici, no?”
“No, la fiducia è il quattordici”.
“Bene, diciamo che il 14 dicembre Berlusconi cade...
“A proposito, il governo di transizione chi lo forma?”
“Già, a Palazzo Chigi chi ci mandiamo, ci avete pensato? Max, tu no, eh?”
“No no, io ho già dato”.
“Forse sarebbe meglio mandare avanti Casini, o un finiano, o un rutelliano...”
“Col cazzo - scusa Rosi - chi ha tradito una volta tradisce sempre”.
“L'ho già sentita questa”.
“Io pensavo a Enrico, che ne dici Enrico? Secondo me sei rassicurante il giusto”.
“È per il cognome, vero?”
“Un po' sì, e poi hai quell'aria da giovane”.
“Ma se va per i cinquanta!”
“Ha parlato il Piccolo Lord”.
“Sì, va bene, signori, vi dicevo di Gheddafi”.
“Ma qual è il problema con Gheddafi?”
“Mah, niente, solo che verso gennaio dovrebbe scoppiare una guerra, diciamo”.
“Che cosa?”
“Ma sei sicuro?”
“Dunque, è chiaro che i nostri diplomatici non ne sanno niente. I francesi fanno finta di niente, i tedeschi non si fidano, però qualche dritta dal PSE ci arriva ancora”.
“Ma la guerra con chi, scusa?”
“All'inizio dovrebbe trattarsi di una tribù autonomista in Cirenaica, poi, tempo al tempo...”
“La Cirenaica? Che roba è?”
“Ma chi c'è sotto, gli americani?”
“Per una volta no. Dunque, mentre qua brindiamo a lambrusco, a Parigi c'è un tale Sarkozy che probabilmente sta ripassando anche lui i suoi sondaggi elettorali, e non gli piacciono. In più ha avuto la bella idea di appoggiare Ben Ali durante la rivoluzione”.
“Praticamente gli hanno fottuto (scusa, Rosi) la Tunisia sotto il naso”.
“Così adesso ci sta provando con le tribù autonomiste della Cirenaica: hai visto mai”.
“Ma Gheddafi non è mica un novellino, voglio dire, quello le rade al suolo, le tribù autonomiste”.
“Probabilmente andrà così, dopodiché ovviamente scatterà la crisi umanitaria, una bella risoluzione ONU, e poi via che si bombarda”.
“Chi bombarda, i francesi?”
“Stanno già scaldando i motori”.
“E noi?”
“E noi saremo nella merda, se non si è capito. Abbiamo appena firmato una pace eterna con Gheddafi – peraltro, l'abbiamo votata anche noi, complimenti”.
“Non è che avessimo molta scelta”.
“Ma scusate, io non ho mica capito, è così importante Gheddafi? Se abbiamo gioito per la caduta di Ben Alì, non dovremmo festeggiare anche se casca Gheddafi”.
“Signore... sentite, spiegaglielo voi che se casca Gheddafi ci trascina in Africa tutti quanti”.
“Adesso poi”.
“Sentite, la Libia è quella pentola bollente su cui siamo tutti seduti. Gheddafi fa più schifo a me che a voi, ma è l'unico coperchio che c'è. Quando se l'è vista brutta si è rilanciato come nostro carceriere di fiducia: tutti gli africani che intercettiamo li rimandiamo da lui, lui ne fa quel che vuole e siamo tutti contenti”.
“Se cade lui esplode tutto”.
“E non è un Ben Alì qualsiasi, lui. È sopravvissuto a Reagan”.
“Ci ha l'arsenale batteriologico, o sbaglio?”
“Ma lascia perdere l'arsenale, lui ha le bombe umane. Ci mette una settimana a riempire il canale di Sicilia di carrette del mare. Perciò io ve lo dico subito, se state pensando a me per la Farnesina...”
“In effetti...”
“Col cazzo – scusa Rosi – che vado alla Farnesina, senza nemmeno aver vinto le elezioni, tanto vale che mi strozziate subito con questo lambrusco che, tra parentesi Piergigi, è un abominio”.
“E non è tutta. Dovremo anche bombardare”.
“Ma non ci penseranno i francesi?”
“Eh, ma aspetta bene. Quando gli americani si renderanno conto, vorranno metterci mano anche loro, cioè non esiste una guerra nel Mediterraneo senza l'intervento Nato. E lo sai qual è la più importante portaerei Nato del Mediterraneo, vero?”
“Ma figurati se so i nomi delle portaeree”.
“Gesù”.
“Walter, siamo noi. La più importante portarei Nato del Mediterraneo è l'Italia”.
“E quindi bombarderemo?”
“Non ci sarà verso di sottrarsi”.
“Anche perché alla fine della guerra almeno un piedino in Tripolitania dovremo tenerlo, eh”.
“Tipo che ci toccherà mandare i carabinieri a gestire direttamente i campi di prigionia?”
“Una cosa del genere”.
“E tutto questo quando dovrebbe succedere?”
“Dunque, dicono più o meno che comincia tutto appena casca Mubarak”.
“Perché salta pure Mubarak?”
“In gennaio, dicono. Massimo febbraio”.
“E quindi...”
“Sì, ci facciamo una bella campagna elettorale coi bombardieri”.
“O mio dio”.
“Urg!”
“Mi vien da vomitare”.
“E ti credo, col vino che porti”.
“Ma non è possibile, cazzo! Scusa Rosi, ah, no, aspetta, sono io Rosi. Non è possibile! Avevamo venti punti di vantaggio”.
“Calcola di perderne uno per ogni barcone di immigrati sul Tg5. A Lampedusa potrebbe arrivarne un centinaio”.
“Se non è sfiga questa”.
“Non è sfiga, è la Storia che arriva in gommone, senza guardare in faccia nessuno”.
“Ma non potremmo rifiutarci? Dopotutto l'Italia ripudia...”
“O Signore...”
“Sentite, io non ce la faccio. Spiegateglielo voi che dalla Nato non possiamo uscire, né in campagna elettorale né dopo”.
“Va bene, quindi abbiamo perso anche stavolta”.
“Ma non è detto. Pensiamoci bene. Abbiamo lo scenario di cosa succederebbe se scoppiasse una guerra libica mentre siamo al governo e ci prepariamo a una campagna. Proviamo a elaborare altri scenari”.
“Ho la nausea”.
“Ovviamente le tv berlusconiane ci accuserebbero di voler islamizzare l'Italia perché assistiamo i profughi sui barconi, mentre i nostri elettori ci accuserebbero di essere guerrafondai, schiavi della Nato”.
“E non avrebbero tutti i torti”.
“No, no. Ma se non fossimo al governo? Se restassimo all'opposizione?”
“Cioè, in pratica tu proponi...”
“Lasciamo Berlusconi dov'è”.
“Ma stai scherzando?”
“Mai stato così serio. Si tratta di prolungargli un po' l'agonia, un po' di accanimento terapeutico, niente di così grave”.
“Ma neanche Bossi vuole più andare avanti! Nessuno vuole! Persino lui dice che preferirebbe andare alle elezioni”.
“È un bluff. I sondaggi riservati li fa anche lui. Probabilmente se gli facciamo una buona offerta, lui oggi l'accetta”.
“Cioè, gli dovremmo offrire di...”
“Di salvargli il governo”.
“Dopo tutto quello che è successo con Fini?”
“Fini era ieri. Pensiamo al domani. Ci vuole qualcuno che gli dia una mano a salvargli il culo il quattordici. Vedrai che qualche deputato trasformista lo troviamo”.
“Lui se vuole si compra mezza IdV”.
“Se la mangia intera l'IdV, e sputa Di Pietro come un semino”.
“Ma non è il caso, un po' di IdV ci serve, piuttosto vendiamogli un po' dei nostri, e dei rutelliani, magari di quelli che hai reclutato tu all'ultimo momento, Walter, quelli che non sanno più nemmeno loro che ci stanno a fare in parlamento... faccio per dire, uno come Calearo...”
“Magari è la volta che si rende utile”.
“Non sono sicuro di aver capito. Vuoi regalare dei parlamentari a Berlusconi? E cosa dovrebbero fare, entrare nel PdL?”
“Ma vediamo, potrebbero formare una specie di partito cuscinetto con un po' dei loro, prendersi qualche poltrona di quelle che sono saltate con Fini... e magari anche qualche soldino, che Berlusconi ne ha per tutti. Secondo me li troviamo, dei personaggi così”.
“Se poi è a fin di bene”.
“In che senso è a fin di bene?”
“Non so se hai compreso l'alternativa. L'alternativa è prendersi la responsabilità di governo nel momento in cui esplode la pentola libica. Invece noi ce ne stiamo belli belli all'opposizione, ce la prendiamo con Maroni che non soccorre le carrette del mare, con La Russa che bombarda, con Frattini che non capisce niente... e magari rosicchiamo anche qualche altro punto percentuale”.
“Ma cosa li rosicchiamo a fare, scusa, se poi alle elezioni non ci andiamo mai”.
“Ci andremo. Al momento giusto ci andremo”.
“E quando sarà, il momento giusto?”
“Chissà. Alla fine della guerra”.
“Ma sarà estate, ormai... non avevamo detto che in estate crolla la Grecia? E che i prossimi siamo noi?”
“Ecco, allora magari l'autunno”.
“Te lo raccomando l'autunno. La nuova manovra. Le solite alluvioni... frane... scandali della protezione civile... Vogliamo davvero finire invischiati in tutto questo?”
“Va bene, allora se ne riparla per la primavera 2012”.
“Magari finisce il mondo”.
“Un problema in meno – no, scherzavo. Ma... se invece muore?”
“Chi muore?”
“Come chi, Lui. Non è mica più un ragazzino, a furia di tenerlo lì, dopo un po'...”
“Cosa vuoi che ti dica, speriamo che tenga”.
“Dio ce lo conservi in salute”.
“Al massimo ci sono i figli”.
“Meno male”.

martedì 10 maggio 2011

Abbasso La Russa brutto

Il brutto o il cattivo

“Ma hai sentito di La Russa?”
“No, che ha detto?”
“Che le donne di sinistra sono brutte”.
“Proprio lui?”
“Ecco, appunto, direi che sarebbe ora di controbattere”.
“Ma infatti. La Russa, ma guardati”.
“La Russa, fai schifo all'estetica comune”.
“La Russa, sei un cesso... però, aspetta... mi viene un dubbio...”
“Uff, sempre con questi dubbi”.
“...non è che in questo modo ci abbassiamo al suo livello? Un livello, tra l'altro, in cui non potrà che stracciarci con la sua maggiore esperienza?”
“Mah”.
“Non sarebbe la prima volta che la butta in caciara e vince”.
“Vabbe', ma a dei personaggi del genere cosa vuoi controbattere... vuoi trattarli seriamente? In fondo è soltanto un pagliaccio”.
“Ci sarebbe la storia di quei sessantuno morti di sete, avrai sentito”
“Vagamente”.
“Ieri il Guardian ha accusato le forze Nato di aver lasciato morire sessanta persone di sete in mezzo al mediterraneo, una storia agghiacciante”.
“Ma cosa c'entra La Russa, scusa”.
“Come cosa c'entra, è il ministro della Difesa”.
“È facile dimenticarsene”.
“Insomma questi il 25 marzo si ritrovano in avaria e chiamano un prete eritreo che vive a Roma. Il prete contatta subito la Guardia Costiera, che correggimi se sbaglio fa parte della Marina Militare, che è competenza di La Russa”.
“E la Guardia Costiera ha fatto finta di niente?”
“Anzi: hanno detto al prete che se n'erano già accorti e avevano allertato le autorità competenti, probabilmente i maltesi. I maltesi però negano”.
“Ma erano acque maltesi?”
“Non è chiaro, comunque poco tempo dopo si fa vivo un elicottero militare che lancia acqua potabile e cibo. E nessuno ammette di averlo mandato: né Malta, né Italia, né Nato, nessuno”.
“E poi?”
“E poi basta. Non si fa più vivo nessuno. Per sedici giorni. L'Italia sa che sono lì. Malta sa che sono lì”.
“Il pagliaccio sa che sono lì”.
“Mentre si trucca per andare in onda. C'è una nave militare che passa poco lontano – forse è la Garibaldi, forse la Charles de Gaulle. Fanno finta di niente. Li lasciano morire di sete, uno alla volta”.
“Intanto il pagliaccio va ai comizi”
“Ci sono due bambini piccoli che sopravvivono per due giorni ai genitori. Gli altri migranti continuavano a nutrirli. Poi muoiono anche loro. Di settantadue sopravvivono in undici, bevendo urina e mangiando dentifricio. Alla fine sbarcano dalle parti di Misurata. Uno muore toccando terra. I libici li sbattono in prigione – un altro muore là, dopo sedici giorni di naufragio. Roba da Tribunale Internazionale, secondo il mio modesto parere”.
“Sì, però se vuoi sentire anche il mio, di modesti pareri... uno come La Russa non lo combatti mica così”.
“E perché? È un criminale o no? C'è l'omissione di soccorso. C'è tutta”.
“Erano acque internazionali, o maltesi”.
“Ma che Malta e malta, è un teatro di guerra, non si muove una foglia senza che non se ne accorgano a Roma a Parigi e a Washington, e c'era una nave a tiro di schioppo, adesso dimmi che un bombardamento può servire a sloggiare un dittatore, ma una strage così a cosa serve?”
“Da esempio per altri che vogliono partire”.
“Sì, ma è disumano”.
“A questo punto bisognerebbe ridefinire l'umanità, perché sai, se attacchi La Russa da quel lato, lasci intendere che qualcun altro al suo posto sarebbe meno criminale di lui”.
“Lo spero bene”.
“E la gente lo voterebbe? Uno meno criminale di lui? Uno che va a pescare settanta disperati nelle acque internazionali? Fidati, se lo chiami criminale gli rendi un servizio. C'è un sacco di gente pronta ad rieleggerlo, un criminale così”.
“E quindi?”
“E forse è meglio che di questa storia non parliamo. È deprimente. Tra trent'anni magari ci faremo una giornata della memoria, ma adesso... concentriamoci sui pagliacci”.
“Lasciamo stare i criminali”.
“Siamo tutti un po' criminali, qualche volta esecutori e il più delle volte mandanti. Ma brutti così no, non siamo così brutti. Ministri così brutti...”
“Non li vogliamo più”.
“Esatto. Abbasso il ministro brutto”.
“Scusami, ma che partito votiamo noi?”
“Non mi ricordo più. Ha importanza?”
“No, non tanta. Avremo senz'altro candidati più giovani e carini. Abbasso La Russa brutto”.
“Abbasso”.
“La Russa puzzi!”
“La Russa lavati!”
Ecc.

lunedì 9 maggio 2011

The Man in the High Castle

Se ne sta nel suo palazzo blindato, a emettere sentenze di morte.
Ogni tanto manda fuori un video per i suoi fedeli, 
li informa di qualche sua vittoria,
e tutto quello che dice 
è sempre vero.

Lo avete senz'altro riconosciuto.


La versione di Obama (H1t#74) è sull'Unita.it e si commenta laggiù

venerdì 6 maggio 2011

Dall'Uomo Fico ci guardi Iddio

Come alcuni affezionati lettori già sanno, la redazione di Leonardo è in comunicazione con un universo parallelo al nostro, praticamente identico, con alcune trascurabili differenze: ad esempio, in quell'universo i mammut non si sono ancora estinti. Un'altra differenza curiosa è che Bin Laden è stato ucciso diversi anni fa, durante la Presidenza Bush, anche se le circostanze dell'episodio sono in verità molto controverse. Riportiamo qui alcuni stralci della conferenza stampa:

Da' retta a un cretino
“...Noi sapevamo, e una fonte autorevole ce lo aveva confermato, che Osama non si sarebbe mai allontanato dal suo mammut di famiglia, che lo seguiva in tutti i suoi spostamenti. Sapevamo anchesì che il bestione era molto anziano, e che aveva bisogno di un trattamento di dialisi. Localizzare un pachiderma dializzato non è stato poi così difficile, in Pakistan non sono molte le istituzioni ospedaliere, pardon, veterinarie in grado di offrire un servizio di questo tipo, e così... per farla breve, questo è il modo in cui lo abbiamo localizzato. E io avrei finito. Se ora voi della stampa volete farmi qualche risposta...”
“Intende 'domanda', Presidente?”
“Sì, quelle cose lì”.
“Presidente, mi pare che la versione che avete dato oggi presenti diverse contraddizioni rispetto a quella di ieri...”
“Beh, me ne rendo conto e mi dispiace... magari quella di domani andrà meglio”. (risate)
“Per esempio, la questione dell'elicottero”.
“Già, già l'elicottero. Brutta storia”.
“A dire il vero non si è capito se sia caduto o no, per quale motivo, e se ci siano state vittime. Ci sono state?”
“Ottima domanda”.
“Già”.
“Non credo di poterle rispondere adesso”.
“Lo immaginavo”.
“Altre risposte? No, scusate, domande. Scusate, sapete che soffro di asfissia”.
“Afasia, Presidente. A proposito: ieri avevate detto che Bin Laden era morto durante un conflitto a fuoco; che aveva anche tentato di usare alcuni suoi famigliari come scudi umani. È vero?”
“Sì. Cioè, è vero che ieri ho detto così”.
“Oggi però una figlia di Bin Laden ha affermato che Osama era disarmato quando fu ucciso. Ci potrebbe dire quale delle due versioni si avvicina di più alla verità?”
“Potrei dirvelo, sì”.
“Ma non lo farà?”
“Magari più tardi. Altre domande?”
“Presidente, ieri si era parlato di alcune foto”.
“Già, beh, le foto”.
“Lei comprende che l'attenzione di tutto il mondo è rivolta a queste foto... come ha dimostrato, nelle ultime ore, la circolazione di tutta una serie di fotomontaggi”.
“Roba da sciacalli, se volete la mia opinione”.
“Ecco, più che la sua opinione, Presidente, vorremmo sapere quando arrivano le foto vere”.
“Già. Beh, ecco, ne abbiamo discusso molto con lo staff, e alla fine abbiamo deciso che è meglio di no”.
“Cioè, non mostrerete le foto?”
“No, nella maniera più assoluta”.
“E come mai?”
“Beh, sono immagini molto forti, che rischiano di... di esporci a serie ritorsioni da parte dei terroristi”.
“Presidente, mi scusi, ma le ritorsioni ci saranno comunque. Se volevate evitare ritorsioni, tanto valeva non dargli la caccia, o non annunciare al mondo la sua morte. È chiaro che a questo punto i suoi seguaci cercheranno di vendicarsi. La divulgazione delle foto cosa cambia, esattamente?”
“Beh, potrebbero cercare di vendicarsi... di più”.
“Perché hanno visto la testa del loro profeta crivellata di colpi?”
“Ecco sì, una cosa del genere. Non vogliamo creare un mito”.
“Presidente, scusi, ma Bin Laden era già un mito. E sa cos'aveva in comune coi personaggi mitologici?"
“Immagino che me lo stia per dire".
“Era elusivo, ubiquo e immortale. Ma se da qualche parte c'è una foto che lo ritrae morto e sconfitto... al di là di ogni considerazione di carattere morale... dovrebbe trattarsi di una foto che mette in discussione il mito, piuttosto che il contrario. Visto e considerato che gran parte del carisma di Bin Laden era dovuto alla sua ubiquità, all'abilità con cui fino a questo momento era riuscito a nascondersi all'esercito più potente del mondo... un'immagine di questo tipo dovrebbe demolirlo, questo tipo di carisma. Non trova?”
“Mi scusi, credo di essermi distratto”.
“Auff. Le sto dicendo che la foto di un mito morto non rafforza il mito: lo uccide. È d'accordo?”
“Non saprei, diciamo di sì”.
“E allora perché non ci mostra le foto?”
“Ho deciso che è meglio di no”.
“Vede, Presidente, l'impressione è che lei questo mito, più che ucciderlo, lo voglia proprio rafforzare”.
“Boh, non saprei. Altre risp... domande?”
“Presidente, riguardo al funerale in mare...”
“No, ancora con quella storia”.
“Ma presidente, deve concedere che è una storia veramente strana, cioè... qui abbiamo il parere di un centinaio di imam che sostengono tutti che seppellire un musulmano in mare non sia esattamente halal”.
“Noi non la pensiamo così, ma dovete avere pazienza, stiamo cercando”.
“Cercando cosa, presidente? Un imam che dia ragione a voi?”
“Qualcosa del genere. Altre domande?”
“Presidente, ma ci vuol dire una buona volta perché vi siete sbarazzati del corpo così rapidamente?”
“L'ho già detto ieri: nessuna nazione islamica voleva accogliere il corpo, e quindi...”
“Presidente, ma quindi davvero voi avete chiesto a tutte le nazioni islamiche del mondo? Per dire, avete chiesto al Brunei? O alla Tanzania?”
“Non posso rispondere. In ogni caso non potevamo assolutamente consentire che la sua tomba diventasse un santuario, anche a Tarzania”.
“Tanzania”.
“Quel che è”.
“Tarzan non c'entra niente”.
“Lo sapevo. È che sono afisico”.
“Afasico”.
“Quel che è, e voi ve ne approfittate. Mi fate passare per un cretino. Beh, sentite questa: sono il cretino che ha fatto fuori Osama Bin Laden”.
“Sì, però, Presidente, lei le prove ce le deve ancora mostrare...”
“Auff, ma ve l'ho spiegato! E poi insomma, quando Roosevelt ha preso Hitler nessuno gli ha chiesto le foto, no? Si sono fidati. Fidatevi anche voi”.
“Non è stato Roosevelt”
“Volevo dire Truman”.
“È stato Stalin”.
“Ecco, appunto”.
“E poi, Presidente, ancora questa storia del santuario...”
“Cosa c'ha che non va, la storia del santuario, a me sembra buona”.
“Francamente, se il problema è tutto lì, piazzate una ventina di videocamere tutto intorno al mausoleo, e se qualche alqaedista vuole davvero venire ad adorare il suo profeta, tanto peggio per lui e tanto meglio per la CIA, no?”
“Abbiamo pensato che è meglio di no”.
“E poi, insomma, il culto delle personalità esiste. Esiste anche senza il corpo e senza l'immagine del volto, basta dare un po' un'occhiata ai vangeli... insomma, non potete continuare a fare i socio-psicologi della domenica, se avete deciso di ammazzarlo è chiaro che avete operato anche sul piano simbolico, e in cambio di una vittoria che su questo piano può fruttarvi molto dovete accettare anche le conseguenze negative. Non trova?”
“Eh?”
“Presidente, ascolti, io non sono un complottista. Non credo alle panzane sulle Twin Tower minate, alle scie chimiche e a tutte le altre menate. Non credo a tutto quello che mi si racconta”.
“Bravo”.
“Ma proprio per questo motivo, non posso nemmeno credere a tutto quello che mi dice lei. Cioè, lei ci sta dicendo che i suoi uomini hanno localizzato e fatto fuori Bin Laden, il che è plausibile e potrebbe benissimo essere vero, ma non ci fornisce una sola evidenza, una sola prova. Per quale motivo dovremmo credere che le cose siano andate esattamente come dice lei?”
“Risponderò alla sua domanda con un'altra domanda: per quale motivo non mi crede?”
“Gliel'ho detto: perché non ci ha fornito nessuna p...”
“Stronzate. Lei non mi crede perché sono un texano figlio di papà con la faccia da scemo, e un lieve ritardo cognitivo che mi porta a dire un sacco di strafalcioni. Non è così?”
“No, non è così. Io...”
“Lei è un razzista, in realtà. Mi guarda in faccia, pensa a mio padre, pensa al mio passato di imboscato nella guardia costiera, e si dice: un tizio così, vuoi che abbia preso Bin Laden? Naaaa. Ora, può anche darsi che mia versione di oggi non sia proprio il massimo, eh?”
“Ecco, in effetti...”
“C'è ancora qualcosa da ritoccare qui e là. Ma sa cosa le dico? Non ha la minima importanza. Se anche io arrivassi qui con le foto di Bin Laden, e i raggi x di Bin Laden, e la provetta col dna di Bin Laden, e la testa di Bin Laden su un piatto d'argento, lei non mi crederebbe comunque. Ma se al mio posto ci fosse un ragazzo fico, con un bel sorriso, uno di quelli che studiano sodo e vanno avanti a furia di borse di studio, magari con un cognome che non suona proprio proprio inglese, beh, sa cosa le dico? Lei si berrebbe tutte le stronzate che ho detto oggi, più quelle che ho detto ieri, più quelle che dirò domani, e se le berrebbe d'un fiato, e non le passerebbe nemmeno per la testa di chiedermi del funerale in mare o dell'elicottero – come se io le potessi dire la verità su un elicottero, andiamo”.
“Presidente, si è fatto tardi...”
“E allora sa che le dico? Ringrazi Dio, e ringrazi il popolo americano che mi ha eletto, più o meno a maggioranza, ringrazi il popolo che ha scelto un presidente non fico. Perché almeno finché ci sono io, coi miei strafalcioni, qualche domanda ve la fate. Non che io vi possa rispondere. Ma almeno vi fate ancora le domande. Mi capisce?”
“No, credo di no”.
“Ma il giorno che vi eleggerete un presidente fico, uomo o donna, bianco o nero, non importa, sarà il giorno in cui smetterete anche di farvi le domande, e vi terrete come verità la prima stronzata che vi raccontano. Si ricordi di queste mie parole”.
“Presidente, il mammut scalpita, è ora di andare”.
“Sì. Buonasera a tutti. Dio benedica questo Paese”.

Le altre storie dal Mondo dei Mammut: Il Silvio Parallelo, Veltroni tra i mammut.

mercoledì 4 maggio 2011

Catholics do it better

C'è che i laici sono dei pivelli, più vado avanti più me ne rendo conto.

Per esempio, a Milano è successo che l'Associazione Luca Coscioni - che lotta per introdurre in Italia l'eutanasia e sta chiedendo il 5 per mille - ha stampato e affisso il seguente manifesto:

Perché sono dei pivelli. E adesso la Moratti li vuole far rimuovere (via Gilioli). Quando sarebbe bastato semplicemente stamparlo così.

Ecco qui, prova a rimuoverlo adesso.

martedì 3 maggio 2011

Vediamoci ad Abbottabad

(Quelli che seguono non sono che stralci dal corposo pdf Bin Laden: tutte le dietrologie che non hai ancora osato immaginare, disponibile su tutti i migliori internets).

#67 Alla fine eri solo un cugino di terzo grado che voleva dare una mano, riabilitare la famiglia, insomma, a un certo punto un tuo amico Emiro ti presenta a quelli della Cia che ti fanno un'audizione, trovano la cosa fattibile, ti fanno una plastica, ti montano una barba e ti fanno leggere il gobbo, e tu davvero quel giorno ce l'hai messa tutta, volevi fare del tuo meglio, ma gli idioti yankees avevano clamorosamente cannato la colorazione della barba, per cui la nuova serie di videomessaggi di Bin Laden viene interrotta dopo il pilota, e tu che fine fai? Ti trovano un residence superaccessoriato in una tenuta fuori Islamabad, ti dicono di star buono lì e aspettare ordini, e tu aspetti. Vorresti solo renderti utile.
Pensi: prima o poi busseranno. Prima o poi verranno a prendermi.


#75
“Trump? Ma sul serio Trump?”
“Presidente, i sondaggi segreti sono molto, molto attendibili”.
“Cioè ma insomma, dai, adesso mi tocca sul serio fare la campagna contro un parrucchino miliardario con la moglie di silicone? Roba che neanche in Italia?”
“E c'è di peggio”.
“Che c'è di peggio, pioverà? Per tutta la campagna?”
“Potrebbe anche perdere”.
“Perdere? Contro quello lì?”
“Lo sa com'è il sistema elettorale. Bisogna rassicurare l'Ohio, galvanizzare il Wisconsin e distrarre il Wyoming”.
“Distrarre il Wyoming... e come diavolo facciamo a... ma senti... ce l'abbiamo ancora quel campione di dna della famiglia Bin Laden?”

#156
“Va bene, adesso fine pausa caffè. A qualcuno è venuta un'idea sulla gestione delle spoglie?”
“Non ce la faremo mai”.
“Niente panico. Niente panico. Dunque, riassumiamo il problema: dobbiamo mostrare il corpo a tutto il mondo, dimostrando che è Osama al di là di ogni ragionevole dubbio. Dobbiamo però anche evitare qualsiasi possibile riesumazione del cadavere, per i motivi che ci siamo già detti. Idee? Coraggio”
“Ma sul serio non possiamo cremarlo?”
“Perdio no, per l'ennesima volta no, la cremazione non è consentita dall'Islam”.
“Allora, io un'idea ce l'avrei, ma è una cazzata...”
“Spara”.
“Potrebbe essersi convertito in punto di m...”
“Genio. No, sul serio. Conflitto a fuoco, i nostri gli sparano, lui cade, e prima di morire dissanguato si converte al cristianesimo”.
"Beh, sì, potrebbe avere una visione in punto di morte... Gesù che lo perdona e..."
“E chiede di essere cremato”.
“Te l'ho detto che era una cazzata”.
“Va bene, ho capito, si resta al piano A. Lo gettiamo in mare”.
“No, il piano A no. Ma chi se la berrà, scusa”.
“Qualcosa inventeremo. Che nessun Paese islamico vuole tenersi il corpo”.
“Che sarebbe un ottimo motivo per tenercelo noi, no?
“Insomma, finché non ci viene un'idea migliore..."

#543
“Cari fratelli nella fede, parliamoci chiaro, qui il morale è bassissimo. I droni degli Yankees ce le stanno suonando di brutto sul confine afgano. Ma non è nemmeno quello il problema. Lo sapete qual è il problema? È che non facciamo più presa sui ragazzini”.
“Com'è vero”.
“Una volta qui fuori era pieno di ragazzini pachistani, iraniani, sauditi, perfino qualche europeo e americano attraversava il mare per venire ad affiliarsi alla nostra prestigiosa organizzazione. E adesso più niente, finita”.
“È che adesso vanno di moda le rivoluzioni, quella roba lì”.
“I ragazzini stanno tutto il tempo a twittare su quel che succede in Egitto o in Tunisia o in Siria, alla jihad non ci pensa più nessuno, è diventata una roba da vecchi”.
“Fratelli, io credo che sia venuto il momento di recuperare quella ribalta mondiale che ci spetta di diritto. Siamo o non siamo la più prestigiosa sigla del terrorismo islamico? Siamo Al Qaeda, cazzo! E tutti si devono ricordare di noi”.
“Bravo! Ben detto! Ma...”
“Come facciamo? Fratelli, credo che sia il momento di giocarci il martire”.
“Proprio lui?”
“Sì, anzi, ce lo siamo tenuti in frigo anche troppo. Dove sta, adesso?”
“L'ultima volta che l'ho sentito diceva che si stava ristrutturando un posto tranquillo dalle parti di Islamabad...”

#746
“Presidente, lei mi chiede se potrebbero colpire in campagna elettorale. Io le dico che non è più una questione di “se”. È una questione di dove, di quando, a questo punto forse anche di perché, ma non è più una questione di “se”. Colpiranno. La sua politica di apertura all'Islam moderato, l'intervento in Libia... sono cose che li hanno innervositi. Tutte le fonti ci confermano che la struttura si è rinnovata negli ultimi anni, e che ci sono decine di cellule in sonno nel nostro stesso territorio”.
“Quindi colpiranno”.
“E non potremo farci molto”.
“E per tutti sarà colpa mia”.
“Dipende. Si tratta di impostare il frame giusto”.
“Scusa, eh, ma se dopo tre anni di presidenza mi combinano un altro 11 settembre, che razza di frame vuoi costruirci intorno? Mi daranno la colpa”.
“Si potrebbe fare così. Anticiparli”.
“In che senso?”
“Mostrare le palle per primi. Dar loro una botta fortissima. Non so, per dire, ammazzare Bin Laden”.
“Di nuovo?”
“Massì, la gente mica si ricorda. Noi tra qualche giorno annunciamo che abbiamo preso Bin Laden, che è morto, per dire, in un conflitto a fuoco. E finanziamo un'enorme claque che esulti nelle piazze, in quel momento saranno tutti per lei”.
“Sì, ma dopo...”
“E proprio in quel momento, lei dirà: attenzione! Adesso Al Qaeda sarà più cattiva di prima, proprio perché l'abbiamo colpita a morte. E a quel punto, se va giù un altro grattacielo, beh, sono gli effetti collaterali di un'altra guerra al terrore”.
“Quindi ci tocca comprare un altro Bin Laden? Mmm. Ci devo pensare”.

#1015
“Allora, direi che entrambi abbiamo qualcosa da guadagnarci. Noi abbiamo bisogno di recuperare un po' di visibilità, tornare sulla ribalta, eccetera. Il vostro presidente ha bisogno di mostrare le palle. Come si dice da voi, quando entrambi i contendenti ci guadagnano...”
“Win/win situation”.
“Esatto”.

#1242
“Cos'è questa storia che dobbiamo invadere il Pakistan?”
“Ragione di Stato”.
“Sì, ma cosa esattamente stavolta: oleodotti, gas, uranio, cosa?”
“L'acqua del Kashmir è molto buona”.
“Seh, anche i maglioni”.
“E le testate nucleari in mano a un governo islamico non sono una cosa altrettanto buona. Così magari l'Iran ha un esempio da cui imparare”.
“Ma allora tanto vale attaccare l'Iran, scusa”.
“L'Iran è un osso duro. Il Pakistan è in ginocchio, le alluvioni lo hanno devastato, la gente fugge. È il momento giusto”.
“Sì, ma questa come gliela spieghiamo all'opinione pubblica, scusate, il Pakistan è stato un nostro alleato per tutti questi anni... non siamo mica gli italiani, che loro possono giocare con Gheddafi, eh... ci vuole un casus belli spettacolare”.
“Infatti”.
“Ce l'abbiamo?”
“Tienti forte. Lo sai chi ci abita in un villino a Islamabad?”

#5685
E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso.
E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fa' cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu'elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura.
Egli è vero che 'n anni 1277 Alau, signore delli Tartari del Levante, che sa tutte queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere, e mandò de' suoi baroni a questo giardino. E' stettero tre anni attorno a lo castello prima che l'avessero, né mai non l'avrebboro avuto se no per fame. Alotta per fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in qua non vi fue piú Veglio niuno: in lui s'è finita tutta la segnoria.